Giovanna Tosatti

«Pericolosi per la sicurezza dello Stato»: le schedature della polizia tra periferia e centro

 

1. La data iniziale dell'evoluzione di una polizia moderna in Italia corrisponde al 1880: in quell'anno infatti nacquero i Servizi di polizia, diretti da un prefetto; nella struttura era incardinato un Ufficio politico per la trattazione degli affari politici e di indole riservata: tutela dell'ordine pubblico, prevenzione e repressione dei reati politici, coordinamento del controllo sulle attività dei partiti, delle associazioni, della stampa, la sorveglianza sulle persone sospette e sugli stranieri. Il primo direttore fu Giovanni Bolis, che era stato questore di Roma, ma prima, a soli 34 anni, questore di Bologna (1865) e di Livorno. Nello stesso anno nacque l'Ufficio di polizia internazionale nel Ministero degli Affari esteri, con lo scopo di sorvegliare le attività del movimento internazionalista all'estero (Nota 1)

Motivo del cambiamento radicale e dell'introduzione progressiva dei metodi della polizia scientifica, portati in Italia da Salvatore Ottolenghi (Nota 2), fu probabilmente l'attentato subito dal re a opera di Giovanni Passanante nel 1878, che costituiva un segnale importante: gli oppositori da controllare non erano più soltanto le cosiddette "classi pericolose", da identificare con gli "oziosi e i vagabondi", ossia coloro che erano senza fissa dimora e senza lavoro, certo non in grado di sovvertire lo stato liberale, ma si cominciava a manifestare un'opposizione politica.

La vera svolta tuttavia avvenne qualche anno più tardi, in età crispina, quando il nuovo presidente del Consiglio (Nota 3) prese alcuni provvedimenti, definiti riduttivamente da Gaspare Finali «mezzi piccini» (Nota 4), ma rivelatisi idonei, nel loro insieme, a instaurare un sistema più efficace di controlli: si trattava della nomina degli agenti ausiliari, per fondare un servizio investigativo che fino a quel momento non esisteva, dell'istituzione del servizio anagrafico-statistico nelle questure, per il controllo del territorio, e del riordinamento del protocollo e archivio negli uffici di Pubblica sicurezza (Ps); per questo aspetto Crispi chiese che si adottasse unità di metodo, per rendere rapida e sicura la trattazione degli affari e facile e completa la ricerca degli atti; l'archivio acquisiva allora una nuova centralità, rispecchiata nella definizione che ne diede in una pubblicazione dell'epoca un altro funzionario di Ps, Giuseppe Alongi, come «mezzo potente, ausilio continuo e bussola dei funzionari» (Nota 5).

Quanto all'anagrafe statistica, sarebbero stati compilati fogli individuali, relativi a tutta la popolazione dimorante nel raggio di giurisdizione di ciascun ufficio di Ps, sulla base della carta topografica della zona, completa dell'indicazione delle piazze, delle vie, della descrizione dei fabbricati e delle botteghe. Nella circolare istitutiva era scritto: «È la informazione personale nella sua più larga attuazione che devesi avere di mira, ed è a questo fine che si dovranno compulsare tutte le possibili fonti, dalle pubbliche alle fiduciarie, dalle scritte alle investigative» (Nota 6). Il corpo degli agenti ausiliari doveva costituire quella polizia segreta senza la quale le investigazioni non sarebbero state sufficientemente accurate; il sistema fino a quel momento aveva previsto soltanto confidenti di fiducia del prefetto (Nota 7), e questo provocava una mancanza di unità del servizio e quindi di cooperazione in tutto il regno.

Dal 1887 nell'ambito di una completa riorganizzazione delle strutture ministeriali era stata anche ricostituita la Direzione generale della pubblica sicurezza: così sarebbero stati garantiti accentramento e unità di indirizzo, soprattutto attraverso l'Ufficio riservato, nato in sostituzione del Gabinetto del direttore generale della pubblica sicurezza (Nota 8).

Fino al 1890, dunque, i fascicoli personali e quindi tutte le notizie rimanevano di esclusiva competenza degli uffici periferici, ossia questure e prefetture; dovevano però contenere la cartella biografica, uno strumento di nuova istituzione nella quale venivano riassunti, sì da essere facilmente evidenziati, i precedenti, le imputazioni e le condanne del pregiudicato, insieme alle generalità, la residenza, gli eventuali trasferimenti, i connotati fisici, e i successivi aggiornamenti. In seguito, si cercò di riservare uno spazio maggiore anche alla personalità psichica del pregiudicato (Nota 9).

2. Seguì una seconda fase, determinata dal manifestarsi di una opposizione politica più diffusa e pericolosa per il governo, comprendente socialisti, pochi repubblicani e gli anarchici, i più pericolosi, in quanto per lo più "individualisti" e quindi difficili da controllare nei loro spostamenti in Italia e all'estero; si potrebbe definire questa fase come il tempo della centralizzazione delle notizie. Prima ancora della nascita dello Schedario dei sovversivi, nel 1894 (Nota 10), tra il 1889 e il 1891 la Direzione generale della pubblica sicurezza cominciò a richiedere ai prefetti di inviare al Ministero un breve cenno biografico «di ciascuno dei capi come pure di tutti gli altri anarchici pericolosi e temibili, o per influenza o per carattere o per precedenti». Nel 1891 il campo fu ampliato a tutti i sovversivi, alle persone più influenti e pericolose affiliate ai partiti sovversivi della provincia; questo sarebbe risultato assai utile anche per le statistiche su cui impostare la politica governativa. I modelli erano i casellari anagrafici di Berlino e Parigi, ma c'erano stati precedenti anche in Italia, dove il Gabinetto del Ministero dell'interno fra il 1863 e il 1873 aveva raccolto 3.545 biografie di oppositori del governo, clericali, repubblicani o affiliati all'Internazionale (Nota 11). Le notizie erano destinate a «formarsi un giusto criterio nell'apprezzare le segnalazioni che gli pervengono sopra individui attinenti appunto ai partiti estremi» (Nota 12).

La vera innovazione fu costituita dalla creazione, nel 1894, di uno schedario dei socialisti e anarchici presso la Direzione generale della pubblica sicurezza: alle autorità politiche provinciali si richiese di inviare al Ministero le biografie dei «più influenti capi e gregari», compilate sulla base degli atti d'archivio, delle risultanze del Casellario giudiziale, delle informazioni segrete di cui fossero venuti in possesso; l'indicazione ai prefetti era quella di controllare soprattutto socialisti e anarchici, distinguendo per i primi i dottrinari dai socialisti di azione; al Ministero competeva il completamento delle biografie «colle maggiori notizie che risultano dai suoi quaderni» e la «registrazione cronologica delle future emergenze» (Nota 13); questi prospetti biografici furono inseriti in uno schedario, in modo che «senza bisogno di esaminare fascicoli e protocollo, i ragguagli informativi su ciascuna di dette persone appariscono e si rivelano a bella prima», e le prefetture vennero sollecitate a trasmettere tutte le notizie utili per l'aggiornamento delle biografie (Nota 14).

Si riteneva da parte del Ministero che la necessità di tenere sempre aggiornate le schede avrebbe costretto le autorità locali a mantenere sempre desta l'attenzione sulle attività e gli eventuali spostamenti dei sovversivi, attuando un'azione incisiva di polizia preventiva. A distanza di due anni le schede compilate erano 7.000. Comunque l'iniziativa di individuare gli oppositori più pericolosi da inserire nello Schedario restava agli uffici periferici, che non sempre corrispondevano in maniera adeguata (Nota 15), tanto che non fu possibile prevenire diversi gravi attentati di anarchici italiani contro la persona di Crispi o contro il re nel 1897 a opera di Pietro Acciarito, o contro personalità straniere (si ricordano nel 1898 gli assassini in Spagna di Antonio Canovas del Castillo, scrittore passato alla politica, monarchico, e di Elisabetta d'Austria a Ginevra), fino all'assassinio del re Umberto I.

A partire dal 1898, Pelloux scelse come direttore della Pubblica sicurezza un personaggio interno all'amministrazione centrale, Francesco Leonardi (Nota 16), rimasto in carica fino alla sua morte, nel 1911: la sua direzione coincise con un periodo di operoso riordinamento interno, si tornò a volgere particolare attenzione alla tenuta regolare degli archivi, per una buona organizzazione delle informazioni, principio considerato necessità assoluta per la polizia, in coincidenza con i provvedimenti di revisione degli archivi di tutta l'amministrazione (Nota 17). Il periodo fu anche caratterizzato da progressi assai significativi nel campo della polizia scientifica. Leonardi pensò anche a una riorganizzazione dell'Ufficio riservato (non attuata all'epoca), con una sezione specifica per le biografie dei sovversivi, la stampa sovversiva e le associazioni politiche, che non avrebbe dovuto limitarsi a esercitare attribuzioni di archivio e di conservazione degli atti – come fino allora era avvenuto, tanto che l'Ufficio dello schedario dei sovversivi era diretto non da un funzionario responsabile, ma da un impiegato di Ps con il grado di archivista –, ma avrebbe dovuto esplicare un'azione di impulso, fino ad allora impossibile per mancanza di personale dedicato. Peraltro l'epoca giolittiana coincise con un periodo di relativa tranquillità sotto il profilo dell'ordine pubblico, e i nuovi metodi introdotti da Leonardi non poterono essere testati adeguatamente. Il primo banco di prova si sarebbe presentato invece allo scoppio della guerra, quando si rese necessario creare una nuova struttura, l'Ufficio centrale di investigazione, con un fine di prevenzione e repressione dei fenomeni che travalicavano i limiti territoriali; i compiti dell'Ufficio consistevano nel controllo dello spionaggio e vigilanza sugli stranieri, dei partiti socialista e repubblicano e del nuovo "pericolo bolscevico"; la sua organizzazione territoriale prevedeva centri all'estero e in Italia nelle principali città (Roma, Milano, Torino, Genova, Firenze), con un esteso sistema di fiduciari. In sostanza, nelle grandi città fu stesa una rete di uffici paralleli alle questure, che da allora non ebbero più l'esclusiva del controllo politico. Il capo dell'Ufficio era un funzionario di polizia, questore dal 1919, Giovanni Gasti, nominato prefetto nel 1922. Nel frattempo nel 1919 venne prevista l'istituzione di uffici di questura in tutti i capoluoghi di provincia.

3. Appena arrivato al governo Mussolini, nel 1923 venne riorganizzata la Pubblica sicurezza e costituito, sulle ceneri dell'Ufficio centrale di investigazione, l'Ufficio speciale movimento sovversivo (1925), che aveva il compito di condurre indagini e svolgere opera di coordinamento per tenere sotto controllo il movimento sovversivo, «caratterizzato da una pericolosa impronta internazionale» (Nota 18). L'Ufficio si occupava di prevenzione e repressione dei complotti e dell'attività sovversiva organizzata, inoltre teneva lo schedario dei comunisti pericolosi; rimase operativo fino al 1930, vi era addetto Guido Leto, futuro capo della Polizia politica, che in questo ufficio affinò la sua esperienza.

Con questa riorganizzazione in realtà iniziava una nuova fase, in cui la Direzione generale iniziava a svolgere indagini in proprio, apriva fascicoli e portava avanti un'azione di impulso. Era solo l'inizio; infatti durante il Ventennio il sistema repressivo, come è ovvio per qualsiasi regime autoritario, si amplificò a dismisura, coinvolgendo molti altri organismi oltre alla polizia; ma soprattutto il funzionamento della macchina del regime si servì, come pilastro, del sistema delle informazioni, che coinvolgeva ora moltissime strutture, statali e non. Con la nomina di Arturo Bocchini alla carica di capo della polizia nel 1926 (Nota 19), dopo un ennesimo attentato a Mussolini, vennero create le due principali strutture informative, la Polizia politica e l'Ovra (Organizzazione vigilanza repressione antifascismo) con le loro reti capillari di informatori, che facevano capo la prima direttamente al capo della polizia, la seconda a organismi diffusi sul territorio, con competenza territoriale che superava quella delle province, le 11 zone Ovra, che a loro volta riferivano al centro. La differenza fra le due strutture informative consisteva nel fatto che, rispetto alla Polizia politica, all'Ovra erano affidati anche compiti operativi, soprattutto contro il Partito comunista (Nota 20), che preoccupava particolarmente in quanto disponeva di una organizzazione diffusa sul territorio – mentre gli altri partiti erano stati costretti a spostare i loro centri direzionali all'estero –; per questo occorreva una particolare attenzione e si ritenne che spettasse «al Ministero, che possiede tutti gli elementi di giudizio – così era scritto in una circolare del 1928 – di regolare il ritmo delle operazioni e di disporre insindacabilmente sull'opportunità o sulla necessità delle operazioni stesse» (Nota 21).

La nascita di queste nuove strutture, corrispondente a una centralizzazione del sistema informativo, corrispose sia a un generale accentramento delle funzioni caratteristico dell'amministrazione del periodo fascista (Nota 22), sia alla necessità di costruire un nucleo investigativo forte sotto la diretta responsabilità del capo della polizia e dei funzionari da lui scelti, dal momento che l'organizzazione in vigore fino a quel momento, con il sistema dei fiduciari rimasto sostanzialmente nella gestione dei prefetti, aveva mostrato molte crepe. Un caso emblematico è quello della sorveglianza su Antonio Gramsci, rientrato in Italia dalla Russia nel maggio 1924: la Direzione generale della pubblica sicurezza ne venne a conoscenza solo nel mese di marzo del 1925; ma risultò ancora più eclatante il fatto che la Prefettura di Bari, in uno dei fogli periodici di aggiornamento del fascicolo dello Schedario politico, il 16 novembre 1930 annotò che Gramsci «continuava a non dar luogo a rilievi per la condotta politica. È vigilato» (Nota 23), mentre, come è noto, era detenuto in carcere. Nel 1927 venne anche completamente riorganizzato lo Schedario politico, che ora prese il nome di Casellario politico centrale: in particolare con un lavoro intenso, in breve tempo vennero riunificati la cartella biografica e tutti i fascicoli intestati al medesimo nominativo (Nota 24), e da quel momento il Casellario divenne il principale strumento di controllo dell'opposizione al regime.

Di conseguenza, presso la Direzione generale per un medesimo personaggio che fosse ritenuto pericoloso potevano esistere anche due fascicoli separati, quello della serie della Polizia politica e quello del Casellario, in cui in genere confluiva la documentazione delle questure e delle prefetture. Il personale di polizia ebbe un ruolo centrale in questa fase (non gli uomini del partito), la professionalità tecnica venne esaltata: erano questori sia Michelangelo Di Stefano (assai stimato da Bocchini) e Guido Leto, direttori della Divisione polizia politica, erano questori e ispettori generali i capi delle zone Ovra; la polizia, come corpo tecnico, poté godere in questo periodo di vera autonomia e di un reale potere decisionale, diversamente da quanto era avvenuto fino a quel momento, quando la responsabilità dell'ordine pubblico era stata riservata ai prefetti. Lo strumento della schedatura di massa venne potenziato, si aggiunsero in periferia lo Schedario delle carte di identità, obbligatoria per tutti i "sospetti in linea politica", al centro l'Anagrafe centrale degli stranieri, una schedatura dei parroci, degli appartenenti alle minoranze etniche e dei sospettati di spionaggio. Fu nuovamente attivato un sistema simile alla vecchia anagrafe statistica.

4. Infine, il dopoguerra. In primo luogo sembra opportuno ricordare la vicenda dell'epurazione, perché sarebbe risultata decisiva ai fini di una continuità del sistema, protratto per molti anni in età repubblicana. In questo senso, risulta assai indicativa la differenza del criterio usato nei confronti di prefetti e questori: per i prefetti di carriera – quelli nominati dal Partito fascista vennero tutti sostituiti –, il solo sospetto di un coinvolgimento, anche non grave, con il regime, provocò il loro allontanamento per incompatibilità o forse, in qualche caso, un invito pressante alle dimissioni, a una richiesta di pensionamento. Così 22 prefetti vennero collocati a riposo tra agosto 1944 e febbraio 1946; nessuno di questi si era macchiato della "colpa" più grave, ossia l'adesione al governo della Repubblica sociale. Invece la vicenda assunse una piega paradossale per i questori e gli ispettori generali, alcuni dei quali fra l'altro avevano prestato giuramento al governo fascista repubblicano (i questori furono almeno nove): molti di loro già dal gennaio 1945 furono sottoposti al giudizio delle Corti di Appello, ossia della magistratura, alla quale erano stati rinviati in genere da parte dell'Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo, con l'accusa di avere compiuto atti volti al mantenimento in vita del regime o di tradimento (dopo l'armistizio dell'8 settembre). I tribunali non ritennero punibili i funzionari di polizia per la sola appartenenza all'Ovra, e si mostrarono inclini a condannare soltanto chi, nell'esercizio della carica, avesse dimostrato una particolare settarietà e faziosità, e solo se queste avessero avuto una rilevante efficienza causale nel mantenimento del regime. Da allora, «per superiore disposizione», non vennero più perfezionati i provvedimenti di collocamento a riposo di molti questori dell'Ovra già sospesi, per altri il provvedimento venne revocato. L'approccio giuridico e non politico, in sostanza, favorì i questori; dopo queste sentenze assolutorie non si poteva più sperare neppure in un giudizio da parte degli organi dell'epurazione (Nota 25). È importante ricordare questa vicenda per comprendere perché molti questori dell'Ovra siano rimasti in servizio anche nel periodo repubblicano: i casi più significativi furono quelli di Gesualdo Barletta (a suo tempo messo a capo della zona Ovra del Lazio forse per la sua amicizia con la sorella di Mussolini, Edvige), che diresse la Divisione affari riservati (Nota 26) fino al 1958, per essere poi promosso al grado di vicecapo della polizia; di Ciro Verdiani, che fu questore di Roma, poi capo dell'Ispettorato generale di polizia della Sicilia; di Saverio Polito, questore di Roma anche lui, che sarebbe rimasto in servizio fino a 74 anni, ossia fino al 1953. Questo personale era dotato di notevoli capacità, e aveva un ulteriore vantaggio, negli anni del centrismo: conosceva bene l'ambiente del Partito comunista, dal momento che l'Ovra aveva avuto come funzione precipua proprio il controllo di questa opposizione. Fu segno di continuità con il regime fascista anche la riattivazione del Casellario politico centrale, avvenuta già nel mese di agosto del 1945: sarebbe rimasto in funzione sostanzialmente senza soluzione di continuità fino al 1987. La persistenza degli alti gradi del personale di polizia formato sotto il regime ha fatto sì che l'adeguamento degli strumenti informativi alla realtà di uno stato democratico sia stato molto lento: lo dimostra il fatto che nel mese di ottobre del 1946 non era ancora stata revocata l'iscrizione tra i sovversivi di Togliatti, Nenni e Sturzo e che, a settembre del 1948, ancora Saverio Polito scriveva che «negli schedari delle questure erano rimaste annotate disposizioni di ricerche emesse su ordini non revocati di autorità non più esistenti [fasciste] o su ordini revocati» (Nota 27). Rimasero comunque una eccessiva ampiezza e discrezionalità dei controlli, tanto che nel 1968 Vincenzo Parisi (Nota 28) avrebbe messo in dubbio la costituzionalità del Casellario politico, non molto diverso evidentemente da quello fascista.

Nacquero in questi anni anche i primi apparati informativi paralleli, che allora ebbero come punto di riferimento un generale dei carabinieri, Giuseppe Pièche, promosso prefetto da Scelba; dopo aver avuto posti di rilievo nelle strutture informative del regime fino agli ultimi giorni, già il 29 agosto 1943 Pièche venne nominato prefetto di Foggia, poi comandante dei carabinieri dell'Italia liberata (l'Arma deteneva allora il monopolio dei servizi informativi). Pièche fu l'anima di un ufficio informazioni non ufficiale, che agiva d'accordo con il comando alleato (luglio 1947) nel quale lavoravano quasi tutti gli ufficiali del Sim (Servizio informazioni militari) allontanati dal servizio. «In possesso di questo servizio – era scritto in un appunto – era l'elenco di tutti gli esponenti dei partiti comunista e socialista italiano. In caso di conflitto fra russi e alleati è preordinato il loro immediato arresto» (Nota 29). Le schedature parallele, come è noto, continuarono, anzi aumentarono sotto la presidenza di Tambroni, e riguardarono anche uomini politici, persino di area governativa, sindacalisti, giornalisti, imprenditori, ecclesiastici. Furono schedati anche gli insegnanti vicini ai partiti della sinistra: in questo caso spesso l'iniziativa partiva dai questori, eventualmente a seguito di una informazione fiduciaria: talvolta gli insegnanti finivano addirittura schedati nel Casellario politico centrale, che, come detto, avrebbe dovuto riguardare solo gli oppositori più pericolosi. Erano gli anni (1949-1971) in cui, con la collaborazione indebita del personale di Pubblica sicurezza, vennero anche schedati ben 354.000 impiegati e operai della Fiat di Valletta (Nota 30).

5. In definitiva, le questure e prefetture ebbero costantemente un ruolo fondamentale nel controllo delle opposizioni, svolto nei diversi periodi sia con il personale della Pubblica sicurezza, sia con una rete di informatori che faceva riferimento alle stesse prefetture. Tuttavia, si possono individuare tre diverse fasi nella gestione del sistema informativo, che videro una progressiva centralizzazione del sistema: la prima fu caratterizzata dalla esclusività dell'attribuzione di questa funzione alla periferia, la seconda, a partire dai governi crispini, coincise con la nascita, presso la Direzione generale appena ricostituita, di uno schedario e di piccoli fascicoli annuali sui "sovversivi" ritenuti maggiormente pericolosi; infine, nella terza fase, iniziata nel periodo fascista, l'affermazione della necessità di un coordinamento più forte e dell'assunzione dell'iniziativa anche da parte del centro, che l'avrebbe sempre mantenuta da quel momento.

Una volta definita la distribuzione delle competenze fra periferia e centro nei diversi periodi, sarebbe assai interessante svolgere ora un riscontro analitico fra un certo numero di fascicoli conservati in un archivio di questura (nella serie A8) e le numerose serie di fascicoli nominativi aperti presso la Direzione generale e quindi conservati ora presso l'Archivio centrale dello Stato (in numero più consistente a partire dall'età giolittiana), per verificare quanti dei fascicoli "periferici" abbiano un corrispettivo al centro e cosa differenzi gli uni dagli altri rispetto al loro contenuto, e per comprendere meglio l'organizzazione del lavoro tra periferia e centro.

 

NOTE:
 

Nota 1. Cfr. G. Tosatti, La repressione del dissenso politico tra l’età liberale e il fascismo. L’organizzazione della polizia, in «Studi storici», 1 (1997), pp. 217-255. Torna al testo

 

Nota 2. Ottolenghi, laureato nel 1885 in Medicina e chirurgia, era stato per alcuni anni collaboratore di Cesare Lombroso presso la cattedra di Medicina legale di Torino; nel 1895 venne nominato professore straordinario di Medicina legale presso l’Università di Siena e lì si propose come un convinto sostenitore dei metodi più moderni di prevenzione dei delitti e di vigilanza dei pregiudicati. Nel 1902 Giolitti avrebbe chiesto al ministro della Pubblica istruzione che Ottolenghi potesse tenere per i funzionari del Ministero un corso pratico di polizia scientifica (Archivio centrale dello Stato (d’ora in poi ACS), Ministero della Pubblica istruzione, Direzione generale istruzione superiore, Fascicoli del personale insegnante, II versamento, II serie, b. 112), da cui sarebbe poi nata la Scuola di polizia scientifica; v. anche S. Buzzanca, La figura di Salvatore Ottolenghi, in «Instrumenta», 16 (2002), pp. 311-327. Torna al testo

 

Nota 3. Crispi si occupò personalmente anche di questi problemi, al punto che, secondo un funzionario di Ps autore di un volume di ricordi, riteneva di essere l’unico competente in materia di riforma della Pubblica sicurezza, insieme con Antonio Santagostino, questore a Messina, Palermo, Napoli, Milano e Roma: così nel volume pubblicato con lo pseudonimo di Marius, La pubblica sicurezza in Italia, Carlo Aliprandi, Milano s.d., p. 12. Torna al testo

 

Nota 4. La citazione è tratta da D. Farini, Diario di fine secolo, a cura di E. Morelli, Bardi, Roma 1961, alla data del 18 giugno 1894; cfr. in proposito G. Tosatti, Il Ministero degli Interni. Le origini del Casellario politico centrale, in Istituto per la scienza dell’amministrazione pubblica, Le riforme crispine, vol. I, Amministrazione statale, Giuffrè, Milano 1990, pp. 447-485. Torna al testo

 

Nota 5. G. Alongi, Polizia e delinquenza in Italia, Cecchini, Roma 1887. Alongi nel 1897 era in servizio come ispettore presso la Questura di Palermo; sarebbe stato nominato questore nel 1908 e destinato a Bologna. Torna al testo

 

Nota 6. ACS, Francesco Crispi, Deputazione di storia patria di Palermo, sc. 32, fasc. 232 Riforma della P.S. Torna al testo

 

Nota 7. In una circolare del 1894 Crispi raccomandava ai prefetti di scegliere preferibilmente persone oneste, che fossero possidenti o provvisti di lavoro stabile, perché non dessero nell’occhio circa la provenienza dei loro mezzi di sussistenza; il limite massimo della retribuzione mensile era fissato in 90 lire. I confidenti dovevano essere nominati con decreto prefettizio, e dovevano prestare giuramento: cfr. Marius, La pubblica sicurezza in Italia, cit., p. 111. Torna al testo

 

Nota 8. Rd. 3 luglio 1887, n. 4.707. Torna al testo

 

Nota 9. Cfr. S. Ottolenghi, La nuova «cartella biografica dei pregiudicati» adottata nell’amministrazione di P.S., Roma, 1905, (estr. dagli «Atti della Società romana di antropologia», XI, n. 1). Torna al testo

 

Nota 10. Lo Schedario biografico degli affiliati ai partiti sovversivi, maggiormente pericolosi nei rapporti dell’ordine e della sicurezza pubblica venne istituito, in forma embrionale, con la circolare del 25 maggio 1894, n. 5.116 del Gabinetto della Direzione generale della pubblica sicurezza (conservata in Archivio di Stato di Bologna (d’ora in poi ASBO), Prefettura, Gabinetto, b. 968), e riorganizzato con la circolare dell’1 giugno 1896, n. 5.343 (in ACS, Ministero dell’interno (d’ora in poi MI), Direzione generale della pubblica sicurezza (d’ora in poi DGPS), Divisione affari generali e riservati (d’ora in poi DAGR), Massime, S2 Sovversivi, b. 214, fasc. 1); cfr. in proposito G. Tosatti, L’anagrafe dei sovversivi italiani: origini e storia del Casellario politico centrale, in «Le Carte e la Storia», 2 (1997), pp. 133-150. Torna al testo

 

Nota 11. Cfr. P. D’Angiolini, Biografie (1861-1869), Ministero dell’Interno, Roma 1964. Torna al testo

 

Nota 12. Le circolari citate sono in ACS, MI, Gabinetto, Circolari, 1814-1903. Le due circolari citate sono rispettivamente la n. 443 del 23 gennaio 1889 e del 4 gennaio 1891. Torna al testo

 

Nota 13. Dalla circolare del 25 maggio 1894, n. 5.116 del Gabinetto della Direzione generale della pubblica sicurezza citata. Torna al testo

 

Nota 14. Circolare della Direzione generale della pubblica sicurezza, n. 9.329 del 15 agosto 1894, in ASBO, Prefettura, Gabinetto, b. 968. Torna al testo

 

Nota 15. Ne sono testimonianza le numerose circolari con cui si raccomandava ai prefetti di segnalare allo Schedario dei sovversivi solo i sovversivi più pericolosi, mentre per gli altri la sorveglianza doveva essere effettuata soltanto dagli uffici periferici; così anche, nella circolare n. 5.343 del 1896, si faceva notare che parecchie centinaia di schede erano monche o incomplete, alcune mancavano dei dati più elementari di cui dovrebbe comporsi un cenno biografico, altre risultavano poco ordinate per la fretta nella compilazione. Torna al testo

 

Nota 16. Cfr. la sua biografia, curata da G. Tosatti, in G. Melis (a cura di), Il Consiglio di Stato nella storia d’Italia. Le biografie dei magistrati (1861-1948), Giuffrè, Milano 2006, vol. I, pp. 867-870. Torna al testo

 

Nota 17. Nel 1903 venne emanato un regolamento per la tenuta degli archivi delle questure, nel 1909 e nel 1911 si susseguirono due sistemi diversi di organizzazione dell’archivio di Pubblica sicurezza, il secondo dei quali avrebbe avuto una lunga durata: esso prevedeva fra l’altro l’apertura di fascicoli individuali, organizzati in categorie relative agli oppositori in genere (categoria A1), ai sospettati di spionaggio (categoria A4), agli italiani all’estero e stranieri in Italia (categoria J5). Torna al testo

 

Nota 18. ACS, MI, DGPS, DAGR, Categorie annuali, 1925, b. 69, cat. B5, fasc. Riforma della P.A. Riparto dei servizi del personale della Direzione generale della P.S. Torna al testo

 

Nota 19. Per una biografia di Bocchini cfr. P. Carucci, Arturo Bocchini, in F. Cordova (a cura di), Uomini e volti del fascismo, Bulzoni, Roma 1980, pp. 82-114; D. Carafoli, G. Padiglione, Il viceduce. Storia di Arturo Bocchini capo della polizia fascista, Rusconi, Milano 1987; Arturo Bocchini, in Dizionario biografico degli italiani, vol. XI, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 1969, ad vocem; da ultimo G. Tosatti, Arturo Bocchini, in Il Consiglio di Stato nella storia d’Italia, cit., II, pp. 1461-1466. Torna al testo

 

Nota 20. Cfr. in proposito P. Carucci, L’organizzazione dei servizi di polizia dopo l’approvazione del testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza nel 1926, in «Rassegna degli archivi di Stato», 1 (1976), pp. 82-114. Torna al testo

 

Nota 21. ACS, MI, DGPS, Atti diversi, b. 5, fasc. 31, circolare riservatissima della Sezione I, n. 441/013365 del 17 giugno 1928. Torna al testo

 

Nota 22. Cfr. su questo G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana 1861-1993, Il Mulino, Bologna 1996, in particolare pp. 335 ss. Torna al testo

 

Nota 23. Il fascicolo di Gramsci è in ACS, MI, DGPS, DAGR, Casellario politico centrale (d’ora in poi CPC), b. 2.499. Torna al testo

 

Nota 24. All’epoca le pratiche personali dei “sovversivi”, da considerare “permanenti”, venivano tenute per anno, ossia esisteva in archivio un fascicolo corrente per l’anno in corso, mentre i precedenti si trovavano nell’archivio di deposito; questo comportava naturalmente la necessità di continue ricerche per ricostruire l’intera attività di un oppositore. Torna al testo

 

Nota 25. Sulla vicenda dell’epurazione cfr. G. Tosatti, Storia del Ministero dell’interno cit., pp. 236-260. Torna al testo

 

Nota 26. La Divisione affari riservati raccolse l’eredità della Divisione polizia politica, divenendo il cuore del sistema informativo della polizia al Ministero; cfr. G. Pacini, Il cuore occulto del potere. Storia dell’Ufficio affari riservati del Viminale (1919-1984), Nutrimenti, Roma 2010. Torna al testo

 

Nota 27. ACS, MI, DGPS, DAGR, CPC, Affari generali 1944-1970, b. 1, fasc. 1/6 Schedario dei ricercati politiciTorna al testo

 

Nota 28. Parisi, vicedirettore e poi direttore, dal 1984, del Sisde (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, il servizio informazioni civile, ricoprì il ruolo di capo della Polizia dal 1987 al 1994. Torna al testo

 

Nota 29. ACS, MI, DGPS, Divisione servizi informativi e speciali, sez. II, b. 41, fasc. KP39 Ministero della guerra. Ufficio informazioni militariTorna al testo

 

Nota 30. Su Pièche e in generale sulle schedature di questo periodo cfr. G. Tosatti, Storia del Ministero dell’interno cit., pp. 287 ss. Torna al testo

 

Questo saggio si cita: G. Tosatti, «Pericolosi per la sicurezza dello Stato»: le schedature della polizia tra periferia e centro, in «Percorsi Storici», 0 (2011) [http://www.percorsistorici.it/component/content/article/10-numeri-rivista/numero-0/15-giovanna-tosatti-pericolosi-per-la-sicurezza-dello-stato-le-schedature-della-polizia-tra-periferia-e-centro]