Elisabetta Arioti 

Controllo di polizia e repressione giudiziaria del dissenso tra Otto e Novecento attraverso le carte dell’Archivio di Stato di Bologna: i risultati di alcuni primi sondaggi

 

I contributi che vengono pubblicati in questa sede sono tutti più o meno direttamente connessi all’importante versamento, effettuato nel 2004 dalla locale Questura all’Archivio di Stato di Bologna, degli 8644 fascicoli del Casellario politico locale, classificati come categoria A8 secondo il titolario per gli archivi delle questure entrato in vigore nel 1931 e relativi alle persone soggette a particolari forme di controllo perché considerate «pericolose per la sicurezza dello Stato»: più sbrigativamente, i cosiddetti “sovversivi”.

Da quel momento, come scrive Dianella Gagliani, l’Archivio di Stato di Bologna è diventato molto più “attraente” per gli storici del Novecento, che fino ad allora avevano potuto fruire di fonti alquanto povere e lacunose, in parte a causa della perdita di alcuni fondamentali complessi documentari, primo fra tutti quello della Prefettura per gli anni centrali del regime fascista, in parte per la materiale impossibilità dell’Archivio ad accogliere i versamenti di alcuni grandi uffici statali, per ragioni di spazio. La stessa documentazione di Questura, a eccezione di quest’unica serie, si arresta tuttora ai primi anni del XIX secolo. L’acquisizione di una fonte da sempre considerata di estremo interesse perché testimonianza dell’attività di controllo e repressione svolta per quasi un secolo e senza soluzioni di continuità dagli organi di polizia nei confronti delle manifestazioni di dissenso politico, giudicate almeno potenzialmente pericolose per l’ordine costituito, ha quindi avuto immediate ripercussioni a livello locale, dando vita a un circuito virtuoso di iniziative che stanno sempre più assumendo carattere di continuità e di sistematicità, e i cui primi risultati vengono qui esposti.

Risolutiva ai fini di rendere più agevole la consultazione si è senz’altro dimostrata la possibilità, da parte dell’Archivio, di accedere ai finanziamenti messi a disposizione nell’ambito del progetto Una città per gli archivi promosso dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna. Grazie a essi è stato possibile realizzare in tempi brevi un intervento di inventariazione analitica dei fascicoli, che essendo ordinati alfabeticamente sarebbero risultati altrimenti consultabili soltanto attraverso il nome della persona schedata. L’inventario informatizzato, curato da Salvatore Alongi e oggi consultabile attraverso la banca dati del patrimonio documentario dell’Archivio di Stato di Bologna, ha invece consentito di rendere fruibili i fascicoli mediante numerose altre chiavi d’accesso. Ma fondamentale per diffondere la conoscenza di questa nuova acquisizione si è rivelato anche il rapporto con alcuni istituti culturali cittadini, e in particolare con l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna (Isrebo), che nelle persone di Brunella Dalla Casa e Mauro Maggiorani ha avviato i primi sondaggi sul materiale da poco versato, evidenziandone la ricchezza e le potenzialità informative.

Non è quindi un caso che, a conclusione dell’intervento di inventariazione, Archivio di Stato e Isrebo, insieme alla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, abbiano ritenuto utile organizzare un incontro di studio per rendere pubblici i risultati fino a quel momento acquisiti e provare a contestualizzarli in ambito nazionale e internazionale. La giornata di studio, intitolata “Male qualità” riesumando un termine utilizzato dalla Guardia nazionale di Bologna in epoca preunitaria, si è svolta il 22 ottobre 2010 nell’ambito della VII edizione della Festa internazionale della Storia e ha visto la partecipazione di un folto pubblico, a ulteriore dimostrazione dell’interesse suscitato.

Il tema di fondo della giornata, come il titolo stesso intendeva suggerire, non era infatti illustrare con minuzia di dettagli l’intervento archivistico appena concluso, quanto esplorare alcuni aspetti dell’azione di controllo e di repressione del dissenso svolta dagli organi di polizia e dagli apparati giudiziari nello stato contemporaneo, partendo dalle fonti conservate presso l’Archivio di Stato di Bologna, ma con lo sguardo volto a quanto è avvenuto in Italia e anche al di fuori di essa. La necessità di raccogliere informazioni e di tenere sotto controllo le opinioni dei cittadini risulta infatti insita nel nuovo modo di governare e amministrare che si venne definendo a partire dalla fine del XVIII secolo, caratterizzato da un ricorso sempre più massiccio a procedure standardizzate di raccolta di dati in ogni settore dell’attività umana. Tuttavia è evidente che nei regimi autoritari e nelle dittature questa azione entro certi limiti quasi fisiologica ha finito per assumere dimensioni abnormi, ossessive e gravemente irrispettose dei diritti individuali, dando origine ai cosiddetti “archivi della repressione” che in molti casi, per una sorta di legge del contrappasso, si sono poi trasformati in strumenti di accusa nei confronti di chi li aveva posti in essere.

È questo il tema del contributo di Linda Giuva, che illustra come questo genere di archivi sia divenuto oggetto di attenzione a livello internazionale a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, in coincidenza con la caduta di numerosi regimi dittatoriali, non soltanto per esigenze di carattere storico ma anche, e forse soprattutto, allo scopo di individuare le responsabilità e risarcire le vittime delle violazioni di diritti umani che le carte testimoniano in modo atrocemente minuzioso. Nell’attività di sensibilizzazione e di salvaguardia dalla dispersione dei complessi documentari così prodotti, storici, giuristi, attivisti dei diritti umani hanno quindi strettamente affiancato e supportato il lavoro degli archivisti.

Il contributo di Giovanna Tosatti ripercorre invece le varie tappe della pratica delle schedature di polizia nell’ambito dello Stato italiano postunitario, partendo dalle origini del Casellario politico centrale, istituito nel 1894 allo scopo di irrobustire e uniformare l’attività di controllo delle opposizioni fino a quel momento demandata agli uffici periferici, fino ad arrivare alla nascita dei primi apparati informativi paralleli del secondo dopoguerra.

A puntuale riscontro delle osservazioni di Giovanna Tosatti, Salvatore Alongi, curatore dell’intervento di inventariazione del Casellario politico bolognese, ne analizza il contenuto sotto il profilo cronologico e quantitativo, soffermandosi sulle fasi della costituzione (da cui viene avvalorata la tesi che anche i casellari locali inizino a organizzarsi in modo sistematico a partire dal cruciale 1894, per quanto nel caso di Bologna i primi documenti risalgano al 1872) e del successivo accrescimento, che fu massimo tra il 1923 e il 1944 per poi ridursi in modo significativo nel secondo dopoguerra e azzerarsi quasi completamente a partire dal 1956, anno dei primi pronunciamenti della Corte costituzionale in merito alla legittimità dei sistemi di controllo praticati. Opportunamente indagata, questa serie documentaria così apparentemente uniforme nella sequenza alfabetica dei fascicoli degli schedati rivela quindi procedure e modalità operative assai più variegate e diversificate nel tempo, perché di volta in volta adeguate e piegate alle necessità “politiche” del momento.

Alla documentazione della Corte d’assise conservata nell’Archivio di Stato di Bologna, i cui estremi cronologici vanno, seppure con consistenti lacune, dal 1861 al 1950 circa (ma alcune serie arrivano al 1964) è invece dedicato il contributo di Carmela Binchi. Poiché la Corte d’assise è l’organo giudiziario competente sui reati di natura politica, può essere considerata anch’essa parte dell’apparato statale di repressione del dissenso, quantunque il suo intervento, al contrario di quello di polizia, non abbia carattere preventivo bensì sanzionatorio di comportamenti penalmente rilevanti. E tuttavia, provando a quantificare il numero dei processi relativi a reati politici dibattuti di fronte alla Corte attraverso i registri generali che ci sono pervenuti, i dati che se ne ricavano risultano alquanto contraddittori, e tali da suscitare numerosi interrogativi sulla reale efficacia attribuita dai governi all’azione della magistratura ordinaria, percepita quasi come meno pronta ad aderire agli indirizzi politici dell’esecutivo rispetto agli organi di pubblica sicurezza. Da qui, tra l’altro, il ricorso alle magistrature straordinarie, di cui l’esempio più noto è costituito dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato di epoca fascista. L’individuazione di questi processi ha anche consentito di intrecciare fonti giudiziarie e fonti di polizia, verificando se gli imputati risultavano già schedati nel Casellario politico, o se furono schedati successivamente.

Ulteriori riflessioni sull’utilizzo critico dei documenti di polizia si rinvengono nel contributo di Mimmo Franzinelli, un esperto nell’impiego di tali fonti che, proprio a causa della loro apparente serialità possono trarre in inganno i ricercatori meno avveduti. Non saper individuare in quale contesto i dati sono stati raccolti e conservati, porre sullo stesso piano la documentazione prodotta da magistrature ordinarie, da magistrature straordinarie o speciali, da corpi militari, da servizi segreti e da organi di pubblica sicurezza può risultare gravemente fuorviante. Così come può risultare fuorviante attribuire veridicità assoluta alle relazioni di polizia. La nota, citata da Giovanna Tosatti nel suo contributo, con cui la Prefettura di Bari nel novembre del 1930 assicurava che Antonio Gramsci non dava rilievi per la sua condotta politica (in effetti, era in carcere da quattro anni…) costituisce un esempio emblematico della concreta possibilità che questi documenti fossero talvolta redatti in modo meccanico o trascurato, quindi privi di efficacia informativa.

La giornata del 22 ottobre si è conclusa con una tavola rotonda in cui alla voce degli storici è stata affiancata quella di chi utilizza i documenti d’archivio per trarne materia di narrazione e di rielaborazione creativa. Insieme a Brunella Dalla Casa e a Dianella Gagliani hanno infatti dialogato il regista Alessandro Cavazza e lo scrittore Loriano Macchiavelli. Queste occasioni di dibattito comune sono a mio parere molto fruttuose, in quanto c’è sempre maggiore necessità di “buona divulgazione” in ambito storico, di una divulgazione cioè che sappia catturare le emozioni e rendere più agevoli i percorsi della memoria individuale e collettiva, evitando banalizzazioni, strumentalizzazioni e facili fraintendimenti.

I successivi contributi di Isabella Manchia, Claudia Locchi e Marco Torello non furono presentati nella giornata del 22 ottobre, ma nel corso della pubblica discussione dei risultati del seminario della laurea magistrale in Scienze storiche tenuto da Dianella Gagliani, svoltasi il 14 luglio 2010. Essi costituiscono dei validi esempi delle possibilità di scavo sui fascicoli della Corte d’Assise straordinaria di Bologna e su quelli del Casellario politico bolognese, possibilità consentita, per questo secondo complesso archivistico, dall’intervento di inventariazione informatizzata di cui si è parlato in precedenza: grazie alle chiavi di accesso fornite sono stati selezionati insiemi di fascicoli corrispondenti a determinati requisiti temporali e qualitativi: nel caso di Claudia Locchi quelli aperti fra il 1872 e il 1913 e riguardanti militanti socialisti, nel caso di Marco Torello quelli compresi fra il 1918 e il 1922.

A conclusione di questa breve nota, ritengo utile segnalare come nell’anno appena trascorso i fascicoli del Casellario bolognese siano già stati utilizzati per un’altra pubblica iniziativa, questa volta inserita nel ciclo di incontri Le italiane a Bologna promosso dall’Unione donne italiane (Udi) nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità nazionale. Si è trattato dell’incontro Militanti e sovversive. Storie di vita e narrazione storica, svoltosi il 10 ottobre sempre in collaborazione tra la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, l’Isrebo e l’Archivio di Stato di Bologna, nel corso del quale sono stati delineati i profili di due donne: Nerina Zotti, militante comunista e compagna per un certo periodo di Ercole Bucco, della cui vita di esule si reperiscono tracce sia nei fascicoli del Casellario politico centrale che in quello locale, e Tilde Bolzani, vissuta fra il 1921 e il 1975, anch’essa comunista, dirigente dell’Udi e amministratrice locale.

 

Questo saggio si cita: E. Arioti, Controllo di polizia e repressione giudiziaria del dissenso tra Otto e Novecento attraverso le carte dell’Archivio di Stato di Bologna: i risultati di alcuni primi sondaggi, in «Percorsi Storici», 0 (2011) [http://www.percorsistorici.it/component/content/article/10-numeri-rivista/numero-0/14-elisabetta-arioti-controllo-di-polizia]