Claudia Locchi

Il socialismo come sovversivismo nella Bologna di epoca liberale. Un’analisi dei fascicoli dello schedario politico della Questura*


Nel luglio del 2004 la Questura di Bologna ha versato all’Archivio di Stato di Bologna l’intera serie della categoria A8 Persone pericolose per la sicurezza dello Stato, un fondo archivistico molto vasto comprendente 8.644 fascicoli (Nota 1). La presente analisi si è concentrata sui fascicoli aperti dal 1872 (anno di inizio del fondo) al 1913 (anno che precede in Europa lo scoppio della prima guerra mondiale) e riguardanti i militanti socialisti: attraverso tali criteri si sono potuti selezionare 700 fascicoli. In realtà prima del 1894 si è registrata una scarsa attività all’interno dello schedario: la politica governativa di Crispi ha poi dato una spinta in avanti determinando un maggiore numero di fascicoli aperti (Nota 2). Nel 1894, infatti, si sono aperti 45 fascicoli quando dal 1872 al 1893 se ne erano aperti in tutto solo 31. I restanti 624 fascicoli sono compresi nel periodo che va dal 1895 al 1913, con dei picchi che interessano gli anni 1898 (61 fascicoli), 1900 (69 fascicoli), 1903 (58 fascicoli), 1912 (81 fascicoli).
L’azione della Questura si configurava come un controllo su larga scala, effettuato con criteri tanto elastici e flessibili da far ricadere nella rete della polizia anche il semplice cittadino che manifestava idee polemiche rispetto al potere centrale, senza per questo militare in nessuna organizzazione politica. Una volta entrato nello schedario politico, il presunto sovversivo poteva rimanervi per decenni, basti pensare che la durata media dei fascicoli esaminati è di 33,8 anni. Tale prassi aveva una chiara funzione dissuasiva e la polizia, colpendo preventivamente tutti coloro che sembravano approcciarsi alla vita politica, si concentrava solo in un secondo momento sui soggetti che dimostravano una maggiore tenacia e assiduità. Un esempio per tutti è quello di Pietro Venturi, un ragazzo di non ancora 18 anni fermato nel 1901 per aver gridato in piazza «evviva il socialismo abbasso l’esercito e il Re» (Nota 3). Questa frase fu la causa della condanna del ragazzo a 25 giorni di reclusione e dell’apertura di un fascicolo a suo carico, chiusosi nel 1941, dopo 40 anni.
Le 700 persone schedate erano quasi esclusivamente uomini, e l’età media dei socialisti al momento dell’ingresso nello schedario dei sovversivi era di 28,7 anni. Per la maggior parte provenivano dalla provincia bolognese, ma erano in pochi a esser nati nel comune di Bologna. Le campagne si presentavano come i luoghi più controllati, coerentemente al carattere classista della repressione del dissenso. La sorveglianza politica, infatti, assolveva un fondamentale compito di controllo sociale e la categoria che maggiormente attirava l’attenzione della polizia era quella dei braccianti (110 sovversivi sui 700 totali erano braccianti). I fascicoli sono una preziosa testimonianza delle lotte agrarie, soprattutto per quanto riguarda Molinella, il Comune in cui furono più incisive le agitazioni bracciantili. Nel fondo si è rilevata la presenza di altri lavoratori manuali e di piccoli artigiani, soprattutto muratori (58), ferrovieri (46), calzolai (32), operai (30), falegnami (24), meccanici (20), tipografi (20); gli schedati appartenenti a classi sociali benestanti non sono assenti, ma rappresentano la minoranza non arrivando a raggiungere un centinaio di persone.
L’universo socialista che emerge dal fondo si configura come un vasto groviglio di associazioni e di gruppi a livello locale, e il partito risulta strutturato come un tessuto frammentato ma molto resistente per la sua presenza concreta e radicata nella realtà sociale e politica del territorio. Per ragioni di sintesi, è parso opportuno in questa sede sorvolare sulla descrizione dettagliata dell’associazionismo socialista (Nota 4). Bisogna però precisare che i fascicoli riportano numerose notizie sulla vita delle Leghe, delle Camere del lavoro, delle sezioni di partito, delle Cooperative e dei Circoli socialisti, tutte associazioni la cui opera veniva sostenuta e promossa quando i socialisti riuscivano a conquistare anche l’amministrazione comunale, determinando grandi svolte nella gestione del municipio. Il movimento socialista concentrò l’attenzione su problematiche nuove creando tutta una serie di organismi importanti per il miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. Un articolo apparso nel 1912 sul giornale «La Squilla» offre un esempio della vitalità del tessuto associativo socialista: nello scritto si celebrava la famiglia Longhi, costretta ad abbandonare Corticella per l’azione dei proprietari di case che negavano l’affitto di una qualsiasi abitazione a questi loro concittadini. I fratelli Longhi, infatti, erano i responsabili della apertura a Corticella «della Scuola popolare, della Cooperativa di consumo, della lega Inquilini, del Ricreatorio laico, del Circolo socialista» (Nota 5). Sono sintetizzate alcune delle grandi opere della politica socialista, tra i cui obiettivi aveva grande peso l’emancipazione culturale e politica delle classi lavoratrici tramite la scuola. In questa stessa prospettiva di progresso etico e culturale andava inserito lo spirito anticlericale socialista che intendeva sottrarre le masse popolari al potere della chiesa, considerata d’altronde vicina alla borghesia e alla classe padronale. La militanza socialista, infatti, non investiva solo la dimensione politica, ma cercava di influenzare tutti gli ambiti della vita proponendo – possiamo dire – non tanto la condivisione di un programma quanto una conversione personale.
Per tale natura totalizzante della scelta politica, i fascicoli della Questura ben testimoniano l’alto costo emotivo e materiale pagato dai socialisti per il proprio ideale. Lo status di schedato condizionava fortemente la vita del sovversivo a causa dei comportamenti della polizia, che dimostrava molta disinvoltura rispetto all’osservanza della legge durante l’esecuzione di perquisizioni o arresti. Benché durante la dittatura fascista si assista a un peggioramento della condizione dei vigilati, non bisogna pensare che soprusi e difficoltà fossero assenti in età liberale: l’ambito lavorativo era il più colpito, a causa delle visite degli agenti di Pubblica sicurezza ai datori di lavoro dello schedato, che spesso veniva licenziato (Nota 6). Il socialista era così costretto a concentrarsi sul soddisfacimento dei bisogni primari e si allontanava da ogni interesse politico. I documenti analizzati ci riportano un’umanità sofferente, le cui difficoltà non sono sempre riscontrabili sia per le carenze di notizie nei fascicoli, sia per i caratteri della fonte, prodotta in un luogo come la Questura caratterizzato da specifici orientamenti politici e culturali e da un forte legame col governo centrale. Le tecniche della polizia, soprattutto quelle più violente, rimanevano in larga parte in una dimensione di oralità, anche se possono essere ricostruite a partire da alcune tracce presenti nel fondo.
Molti socialisti schedati provavano la dolorosa esperienza del carcere, anche per pochi giorni: la differenza numerica tra le persone fermate dalla polizia e quelle invece condannate da un tribunale è molto alta. I dati che emergono dalla fonte parlano di circa 130 socialisti condannati quasi sempre per reati comuni, ma a subire una denuncia e una sentenza di assoluzione furono almeno il triplo. Tale circostanza denota, per la repressione del dissenso, una maggiore solerzia da parte degli agenti di Pubblica sicurezza rispetto all’ordinamento giudiziario.
L’analisi dei capi di imputazione che tornano più frequentemente nelle carte della Questura fa rilevare l’ampio utilizzo di fattispecie rientranti nel titolo dei delitti contro l’ordine pubblico nel codice Zanardelli e che erano in grado di limitare efficacemente la libertà di critica alle istituzioni. La strategia dello Stato liberale era quella di declassare l’antagonismo politico a delinquenza comune. Difatti il codice Zanardelli prevedeva un trattamento favorevole per i reati politici (la competenza delle Corti d’Assise, le pene più miti, la frequente applicazione delle amnistie, l’esclusione dall’estradizione), volendo distanziarsi dalla concezione dell’intangibilità del potere propria dello Stato assoluto. Di fronte all’avanzare del movimento anarchico prima e socialista poi, la classe politica liberale decideva di non utilizzare le fattispecie politiche perché troppo benevole; la soluzione veniva trovata nel concetto di ordine pubblico che permetteva di colpire fenomeni di contestazione politica ricondotti alla delinquenza comune (Nota 7).
Le associazioni socialiste erano colpite con l’utilizzo dell’articolo 251 codice penale riguardante le associazioni sediziose: il Partito socialista, infatti, accettando le regole della competizione elettorale e rientrando così nell’ambito della legalità, rendeva ostica la riduzione del dissidente a criminale e la conseguente applicazione del reato di associazione a delinquere (art. 247 c.p.), punito con pene più severe e maggiormente usato contro gli anarchici (Nota 8). Riguardo alla criminalizzazione del movimento socialista conviene subito precisare che i giudici non mostrarono un atteggiamento monolitico, alternando condanne ad assoluzioni a seconda della città e della posizione occupata nella scala gerarchica: solitamente i giudici di grado inferiore si dimostravano meno ligi alle direttive governative (Nota 9).
Per colpire il dissenso generico del cittadino comune, magari lontano dai movimenti sovversivi, si dimostrava molto utile l’articolo 3 della legge di Pubblica sicurezza del 1889 con cui si punivano con l’arresto fino a tre mesi le grida e le manifestazioni sediziose svolte in luoghi pubblici. Proprio con questa accusa Celeste Degli Esposti nel dicembre del 1900 veniva condannato a tre mesi per aver intonato in piazza una canzone il cui ritornello finiva con la frase «morte ai preti morte al re» (Nota 10). Nei fascicoli analizzati, però, lo strumento repressivo in assoluto più utilizzato è l’articolo 247 del codice Zanardelli, riguardante l’apologia di reato, la disobbedienza alla legge e l’incitamento all’odio fra le classi sociali. Il reato di incitamento all’odio fra le classi sociali costituiva una novità rispetto al codice precedente, riferibile a un contesto politico-sociale nel quale l’organizzazione di classe non si era ancora imposta sulla scena nazionale. Tale norma denunciava apertamente la volontà della classe politica di difendersi dall’affermazione del movimento dei lavoratori, riconoscendo l’esistenza del nemico di classe e decidendo di punire chi invocava il conflitto di classe. Esemplare di tanti casi presenti nel fondo è quello di Carlo Trippa, condannato nel settembre del 1898 a 75 giorni di detenzione per l’eccitamento all’odio fra le classi sociali: durante una manifestazione aveva cantato l’Inno dei lavoratori (Nota 11).
Dagli accenni fatti circa il trattamento dei reati politici si evince chiaramente la contraddizione in cui si muoveva lo Stato liberale, tra il principio di libertà dell’individuo (da cui scaturivano le pene più miti per i delitti politici) e quello dell’autorità dello Stato (per la cui difesa si sceglieva di utilizzare contro i socialisti i reati contro l’ordine pubblico). Il codice Zanardelli del 1889 era espressione dello scarto segnato dalle istituzioni liberali rispetto allo Stato assoluto, recependo, seppur in maniera parziale e contraddittoria, l’idea della priorità dell’individuo rispetto alla supremazia statale. Le garanzie del codice venivano però neutralizzate dalla legge di Pubblica sicurezza dello stesso anno attraverso le misure preventive come l’ammonizione, il domicilio coatto, il foglio di via: dirette contro gli oziosi, i vagabondi e i sospetti, si rivelarono ben presto utili strumenti anche contro il movimento socialista. La loro efficacia risiedeva nella duttilità che ne permetteva l’applicazione sulla base del mero sospetto, quando cioè non esistevano prove per giungere a una sentenza di incriminazione. L’apparato poliziesco rimaneva quindi il settore più condizionato dai valori di ancien régime, in cui i principi di libertà trovarono maggiori resistenze.

Le vere persecuzioni dello stato borghese nei confronti del movimento operaio non si sono svolte davanti ai Tribunali, ma attraverso i più svariati provvedimenti della polizia: divieti di dimostrazione, decreti di scioglimento, domicilio coatto, perquisizioni, controlli di polizia, etc. Dal momento che, come atti amministrativi, simili atti erano incontrollabili in mancanza di una giurisdizione amministrativa vera e propria, o come atti di governo erano comunque insindacabili, gran parte dei conflitti sociali si svolse al di fuori della sfera del diritto (Nota 12).

La possibilità di allontanamento dalle garanzie giurisdizionali veniva quindi offerta dalle misure di polizia controllate dall’esecutivo. Il fondo archivistico su cui si basa il presente lavoro permette un’approfondita analisi del contesto in cui si muovevano gli agenti di Pubblica sicurezza, dalle tecniche di indagine ai rapporti esistenti tra gli uffici allertati nella vigilanza degli schedati, dalle modalità con cui si eseguivano le perquisizioni alle condizioni lavorative delle forze dell’ordine (Nota 13).
Il contributo più interessante e originale del fondo sembra però essere rappresentato dalla possibilità di indagare l’universo mentale che caratterizzava gli agenti di Pubblica sicurezza, i quali disponevano di specifiche categorie interpretative per decifrare la natura e l’espansione del movimento socialista. Questi criteri astratti e sufficientemente rigidi, che tornano in modo omogeneo in ogni fascicolo, possono essere intesi come “luoghi comuni” che spesso si utilizzano, anche inconsciamente, per formulare più velocemente un giudizio su una questione o per decodificare una realtà altrimenti complessa. Bisogna precisare che queste categorie mentali venivano utilizzate in situazioni di normalità, ma non dovevano inficiare l’attività di polizia il cui obiettivo restava il controllo pervasivo del sovversivismo: quando l’azione del socialista fuoriusciva dagli schemi tradizionali, anche i poliziotti abbandonavano questi “luoghi comuni” per non diminuire l’efficienza della sorveglianza. Per chiarire questo passaggio si può pensare alla considerazione che si aveva comunemente di un benestante, ritenuto meno pericoloso per l’ordine sociale e quindi meno vigilato. Se però un socialista benestante si fosse dimostrato troppo attivo, gli agenti di Pubblica sicurezza lo avrebbero seguito ugualmente con impegno e scrupolo; in tutti gli altri casi avrebbero continuato ad agire secondo gli abituali pregiudizi.
L’analisi dei documenti permette di ricostruire lo stereotipo del socialista “medio”, la cui militanza politica non derivava mai da una scelta razionale e consapevole: i poliziotti negavano ogni capacità di autodeterminazione a chi non avesse compiuto un iter scolastico che superasse le classi elementari. Nelle parole degli agenti gli operai e i braccianti non frequentavano le associazioni socialiste per una sincera adesione al programma portato avanti dalle stesse: le motivazioni della loro scelta politica erano altre. Per i capi e gli “agitatori” in prima linea solitamente la militanza socialista, nella visione dei poliziotti, era dettata dalla volontà di trarre ipotetici vantaggi, materiali (come uno stipendio se il sovversivo lavorava nei sindacati) o personali. In questo secondo caso l’idea degli agenti era che l’appartenenza socialista servisse a soddisfare una vanità personale o un’esigenza autocelebrativa, come sarebbe stato il caso di Giovanni Petrini che partecipava alle riunioni socialiste perché «infiammato da febbre di réclame al suo nome» (Nota 14). Per i semplici “gregari”, invece, l’essere socialisti veniva visto come un destino ineluttabile, soprattutto per chi svolgeva i lavori più umili. L’operaio e il bracciante, manchevoli di una preparazione culturale, si sarebbero trovati in balia di chiunque prometteva loro qualcosa, e sarebbero stati inclini a seguirlo in modo acritico e passivo.

Eppure la classe operaia presa nella sua generalità – scriveva nel 1898 il delegato di Pubblica sicurezza di Molinella – non è cattiva: mite e sufficientemente laboriosa fu oggetto di amorevoli cure: per parte dell’Amm.ne Comunale […] per parte dei privati […] per parte del Governo […].
Ma la suprema sventura di questi operai si fu che, per più anni, vennero a piantar qui le tende […] i più pericolosi agitatori socialisti da Bologna e da altre parti del Regno, facendo intravedere agli operai, di carattere mite e facilmente suggestionabili, falsi miraggi, con promesse irrealizzabili di future conquiste (Nota 15).

Questo atteggiamento degli agenti che, a causa della loro interpretazione viziata, non riuscivano a comprendere la sincerità dell’adesione socialista nata dalla dura esperienza dei campi o della fabbrica, aveva come effetto la ridicolizzazione delle rivendicazioni portate avanti nelle lotte sindacali. Se ci si formasse un’idea riguardo alla fatica e alla mole di lavoro dei braccianti o degli operai leggendo esclusivamente le carte della Questura, potrebbe quasi sembrare che le lamentele espresse dalle organizzazioni di classe fossero totalmente ingiustificate, frutto della scarsa propensione al lavoro di questa gente. Il problema sociale era trattato dalle classi dominanti con un atteggiamento sostanzialmente paternalistico, come dimostrano le prime righe della precedente citazione in cui il delegato ricorda, lodandoli, i soggetti che si erano interessati ai braccianti di Molinella con sentimento di beneficenza. Uno degli obiettivi principali delle lotte proletarie, le otto ore lavorative, sembrava essere il frutto della svogliataggine dei lavoratori, come si evince dalle seguenti parole contenute nella scheda biografica di Francesco Rubini redatta nel 1899:

lavoratore fiacco, che vive sussidiato dalla pubblica beneficienza e da espedienti, incitando anche altri a non lavorare, se non con tante mercedi e con poca fatica. La teorica delle sacramentali otto ore di lavoro (che in pratica vengono ridotte a sette, sei ed anche meno) sono per lui e per altri della sua risma buon pretesto, per oziare nel resto della giornata sobillando e disturbando incessantemente quelli che avrebbero voglia di lavorare per davvero (Nota 16).

L’incapacità degli agenti di prendere seriamente la militanza socialista di coloro che appartenevano alle classi sociali più umili si inserisce in una questione più ampia, vale a dire la determinazione dei criteri oggettivi su cui basare la valutazione circa la maggiore o minore pericolosità del socialista. I due elementi cardine di cui si teneva conto per tale valutazione erano la cultura e l’intelligenza: «individuo innocuo sotto tutti i rapporti non è né può essere un propagandista perché per essere tale gli mancano tutte le attitudini. È semianalfabeta e di limitatissima intelligenza» (Nota 17). Solitamente gli agenti distinguevano molto nettamente i socialisti tra gli uomini di azione e i propagandisti, dove i secondi erano considerati molto più pericolosi perché capaci di diffondere l’idea socialista a un maggior numero di persone. La dimensione pubblica del dire e dell’agire era il motivo che faceva assumere tanta importanza alla cultura come requisito di pericolosità, in un contesto in cui per “cultura” si intendeva principalmente il saper leggere, scrivere e tenere conferenze. È evidente il fatto che se un socialista possedeva tali qualità, era anche in grado di raggiungere più persone nella sua opera di propaganda; la questione veniva portata all’eccesso nel momento in cui i poliziotti prendevano sul serio solo coloro che potevano vantare addirittura una buona cultura letteraria, come fa un carabiniere nel 1932: «il Manservigi nel tempo in cui infieriva la lotta di classe si dice abbia professato idee socialiste; però, data la sua limitata cultura letteraria non consta abbia svolta fattiva propaganda a riguardo» (Nota 18). L’idea per cui si giudica sulla pericolosità secondo le attitudini tipiche del propagandista, di per sé comprensibile, perdeva così la sua utilità nell’interpretazione della realtà: parlare di buona cultura letteraria, infatti, fa supporre che la fede socialista possa nascere solo dalla lettura dei testi di riferimento del movimento o addirittura dei classici della letteratura, e non dall’esperienza e dalle privazioni subite. Dall’analisi più approfondita della fonte, però, si rileva uno scollamento tra questa costruzione ideologica, rassicurante perché dipingeva ancora il popolo come una massa ignorante e influenzabile, e la consapevolezza che le forze dell’ordine avevano rispetto al pericolo rappresentato dalle classi più umili: i casi di domicilio coatto presenti nel fondo, infatti, riguardavano esclusivamente braccianti a capo delle rivolte agricole.
Il controllo sul sovversivismo si intersecava a quello delle classi dominanti su quelle subordinate, configurandosi come difesa di classe. Il problema era la definizione dei luoghi in cui era ammissibile occuparsi di politica, e per i governi liberali erano escluse le organizzazioni proletarie. Lo Stato liberale, in quanto Stato monoclasse, negava a gran parte della società civile la partecipazione alla vita politica, ponendo come requisiti il censo e il titolo di studio.

Era teoria comune infatti che i diritti di partecipazione politica non andassero riconosciuti a tutti (come invece tendenzialmente i diritti civili), ma solo a coloro che potessero esercitarli in maniera “responsabile”, perché in possesso di requisiti di indipendenza personale ed economica […] e di requisiti culturali (Nota 19).

L’appartenenza a una classe sociale piuttosto che a un’altra condizionava la vigilanza e, a parità di partecipazione al movimento socialista, i sovversivi più abbienti avevano fascicoli meno corposi. Come già ricordato, la disponibilità finanziaria non scongiurava la sorveglianza se il socialista era un capace e attivo propagandista, ma favoriva nelle forze dell’ordine la ricostruzione della militanza come un vezzo intellettuale, da tenere certamente sotto controllo perché ispirato a ideali contrapposti all’ordine di cose esistente, ma d’altro canto concesso a chi aveva studiato e poteva permettersi di passare il proprio tempo a ragionare su questioni socio-politiche. Al contrario non sembrava credibile che un bracciante potesse occupare il proprio tempo in simili ragionamenti e per questo era considerato maggiormente pericoloso: la sua militanza poteva trasformarsi più facilmente in azione, magari nel tentativo di occupare le terre dei padroni.
La disponibilità economica si accompagnava a un’idea di responsabilità rispetto all’ordinamento sociale: un uomo benestante aveva qualcosa da perdere e non poteva quindi costituire un reale pericolo per quella stessa società che gli accordava una posizione di privilegio. Ecco perché una buona situazione economica era non una ragione sufficiente, ma certo una condizione favorevole per la radiazione dallo schedario. Addirittura la tranquillità economica poteva essere un mezzo utilizzato per ammorbidire posizioni socialiste troppo nette, coerentemente all’idea che collegava una maggiore azione sovversiva a una difficile condizione di vita. È questo il caso del maestro Angelo Tonello, futuro deputato, la cui mancata riconferma come maestro a Baricella aveva causato dei disordini da parte dei socialisti del paese. Il maestro era stato trasferito, ma continuava a tenere un comportamento “disdicevole”, soprattutto per un uomo che aveva un compito tanto delicato di educazione e formazione dei futuri cittadini. Dietro consiglio del prefetto, il Provveditorato aveva deciso di svolgere delle visite nella classe di Tonello per verificarne la condotta, e il provveditore in persona lo aveva esortato a tenere comportamenti più cauti fuori dall’aula scolastica. Rassicurando in parte il prefetto, lo stesso provveditore nel maggio del 1903 terminava la comunicazione con un suggerimento finale: «riuscirebbe più agevole contenerlo e ammansirlo, se si potesse in qualche modo rendere meno anguste le sue condizioni economiche» (Nota 20).
Le riflessioni sulle modalità con cui gli agenti giudicavano della pericolosità dei sovversivi trovano conferme nell’analisi dei documenti che riguardano la radiazione, un momento decisivo all’interno del fascicolo perché la decisione era adottata sulla base della valutazione circa l’opportunità di cessare la sorveglianza. L’aspetto maggiormente temuto era la dimensione pubblica delle proprie idee, vale a dire la partecipazione politica: l’attenzione della Questura si concentrava non tanto sui pensieri più intimi del sovversivo, d’altronde impossibili da controllare e influenzare, ma piuttosto sulle modalità di estrinsecazione di tali pensieri nella realtà circostante. «[Salvioli] conserva tuttora le sue idee sovversive, però non le manifesta [corsivo mio] e non è ritenuto pericoloso» (Nota 21): queste poche righe testimoniano che la radiazione non sopraggiungeva quando la persona mutava le proprie idee, circostanza difficile da verificare, ma quando abbandonava l’abitudine alla partecipazione e all’espressione libera dei propri pensieri in un contesto pubblico. Lo Stato quindi lavorava con la sua opera repressiva sui comportamenti, cercando di imporre un determinato stile di vita onnipresente nelle parole degli agenti, quello di una “vita ritirata”. La condizione ideale per la classe politica liberale era quella di una società in cui quei cittadini sprovvisti dei requisiti per la partecipazione si ritirassero dalle associazioni, dalle compagnie, dalla frequentazione dei caffè, delle piazze, per muoversi nel solo ambito privato, casa e lavoro, disinteressandosi della collettività.
Questo discorso si arricchisce di ulteriori connotati se si considera il fatto che la maggior parte delle radiazioni (428 sulle 626 radiazioni totali) si è realizzata tra il 1925 e il 1940. Per la dittatura fascista era ancora più vitale radiare solo coloro che realmente non potessero più costituire un pericolo, e più forte era la pretesa di entrare nell’intimità dei cittadini. La paura era quella di un’adesione posticcia al fascismo dettata da un senso di opportunità: timore comprensibile visto che era la stessa organizzazione fascista a creare le condizioni che costringevano a un’adesione formale per godere di condizioni di sopravvivenza minime. Malgrado tali pretese, anche durante la dittatura fascista la radiazione si basava su segni esteriori e visibili che poco avevano a che fare con la coscienza e i veri convincimenti degli schedati. Le prove del ravvedimento ritenute più convincenti erano la partecipazione alle manifestazioni del regime e il farsi vedere in pubblico con elementi fascisti; era tenuta in considerazione anche l’iscrizione del sovversivo ai sindacati fascisti e l’iscrizione dei figli al partito o alle organizzazioni per ragazzi.
Leggendo le numerose storie in cui i poliziotti assicuravano sull’abbandono da parte del sovversivo delle sue teorie socialiste, ci si potrebbe domandare se tale percezione corrisponda o meno alla verità. Bisogna precisare che non esistono nelle fonti argomentazioni certe per sostenere l’una o l’altra tesi: le riflessioni degli agenti si basavano su segni esteriori e non sono presenti nelle carte della Questura fonti dirette dei sovversivi in grado di fare conoscere i loro reali convincimenti politici, soprattutto in un momento storico in cui il prezzo da pagare per godere di una minima libertà di espressione era la propria libertà personale. Analizzando i fascicoli della serie Defunti, che permettono di seguire la storia dei sorvegliati nell’età repubblicana, è possibile sostenere che il dato delle radiazioni non può essere interpretato semplicemente secondo la parola “ravvedimento” utilizzata dalla polizia fascista, e quindi non va presentato come perfettamente coincidente con il dato di coloro che si sono discostati volontariamente dal passato socialista. La radiazione appare essere in molti casi la conseguenza di una molteplicità di situazioni e di una quotidianità resa ormai impossibile.
Avendo delineato lo stereotipo del socialista “medio” costruito dai poliziotti, è necessario fare un’ulteriore precisazione circa l’ambiguità dello stereotipo stesso. L’immagine del socialista che non ha studiato e che non comprende i principi che propaganda, diventando socialista per interessi personali, in una parola l’immagine del socialista sprovvisto di una autonomia decisionale, è sia una gabbia che una difesa per il socialista stesso. Tale circostanza è lampante nelle lettere di discolpa che i sovversivi inviavano a vari soggetti istituzionali durante il fascismo per eliminare ogni sospetto su di sé e allentare così la sorveglianza subita. In queste dichiarazioni i sovversivi operavano un riutilizzo degli stessi elementi appartenenti all’universo mentale degli agenti in età liberale, elementi che durante il fascismo servivano ai socialisti per alleggerire la propria situazione. L’accento veniva messo proprio sull’idea di deresponsabilizzazione che lo stereotipo portava con sé e l’adesione socialista, più che una scelta, diventava un destino comune, forzato dal dominio socialista nelle campagne emiliane: l’immagine che gli agenti volevano avere dei socialisti è l’immagine che durante il fascismo i socialisti utilizzavano. Otello Marozzi, per esempio, nel 1940 scriveva al questore perché l’esercito aveva negato l’autorizzazione a un ufficiale di sposare sua figlia a causa del suo passato politico. Nel riferirsi a quell’epoca Otello dichiarava che «anche il sottoscritto seguì incoscientemente la corrente popolare allora in voga [corsivi miei]» (Nota 22).
La stessa dinamica per cui uno stereotipo penalizzante e umiliante può essere utilizzato come un’arma contro la sorveglianza si ritrova nell’analisi della presenza femminile nel fondo. I fascicoli aperti a carico di donne sono solamente 14: è lo stesso dato numerico a imporre una riflessione in grado di spiegare una presenza così esigua (Nota 23). I caratteri tipici dello stereotipo del socialista erano rafforzati nell’immagine che si aveva delle socialiste: da parte degli agenti esisteva una totale sottovalutazione delle capacità femminili e di una loro autonomia di azione e di pensiero, malgrado la presenza massiccia di mondine o risaiole già nelle prime agitazioni di fine Ottocento. L’impegno politico delle donne era facilmente spiegato secondo la categoria della dipendenza all’universo maschile, e cioè della tendenza della donna a seguire i voleri del proprio uomo. «Per assecondare i voleri di suo marito» (Nota 24): sono le parole con cui il sottoprefetto di Vergato spiegava l’iscrizione di Rosalinda Bernardini alla Lega braccianti, ma il loro significato si ritrova identico in tutti i fascicoli, malgrado i chiari segnali di autonomia che le socialiste mandavano ai loro controllori. È chiaro che affetti e sentimenti influenzavano comportamenti e scelte politiche: molte donne, come molti uomini, iniziavano un percorso politico perché inserite in certi contesti familiari o amicali; quello che però si vuole far notare è come gli agenti negassero sempre, anche in un secondo momento, la possibilità di una presa di posizione consapevole e decisa. Secondo gli agenti una donna era socialista perché lo era il suo uomo, mentre sembra assai più probabile che una persona con una convinzione politica forte, che si riconosceva in precisi valori, cercasse di socializzare nel contesto che sentiva vicino. D’altronde il Partito socialista, benché non immune da pratiche maschiliste, aveva portato avanti una visione della famiglia basata sull’amore e sul rispetto reciproco, i cui effetti sono visibili nei fascicoli. Per esempio il prefetto scrive di Giovanni Bitelli che «vive in perfetto accordo con la moglie Ines Oddone, anch’essa socialista propagandista, ed è solito accompagnarla tutte le volte che la medesima si reca nei paesi limitrofi per tenere conferenze di propaganda» (Nota 25).
Gli agenti di Pubblica sicurezza, spiazzati da queste donne che proponevano un’immagine femminile diversa attraverso le convivenze e l’appropriazione di nuovi spazi solitamente a loro interdetti, cercavano di reagire a questo rovesciamento utilizzando le categorie tradizionali e tranquillizzanti dell’universo femminile. Ragazze autonome economicamente venivano spesso etichettate come donne di facili costumi; organizzatrici socialiste erano descritte, a differenza dei colleghi uomini, con parole che richiamavano una dimensione emotiva che per le donne doveva prevalere anche nell’impegno politico. Ecco come esempio il cenno biografico relativo a Rina Melli del novembre 1901:

Dai suoi compagni di partito è tenuta in grande estimazione per pratica utilità propagandistica.
Dalle persone d’ordine è giudicata una donna leggera esaltata e superficialissimamente isterica. Manifesta un carattere altezzoso e talvolta violento (Nota 26).

Il richiamo all’isteria, alla leggerezza morale, all’eccitazione è assente nei prospetti dedicati agli uomini, ed è comprensibile perché la constatazione della capacità da parte delle donne di un’adesione profonda e sincera avrebbe dovuto avere come premessa il precedente riconoscimento della loro autonomia, che avrebbe quindi comportato la necessità di accordare loro tutta una serie di diritti allora negati, non ultimo quello di voto.
Malgrado la trattazione sintetica svolta in questa sede, è possibile riconoscere la ricchezza della fonte utilizzata che permette una profonda riflessione su una pluralità di aspetti relativi alla repressione del dissenso, la cui efficienza era garantita dall’alto costo, imposto dallo Stato, che un sovversivo doveva essere disponibile a pagare in termini di qualità della vita, anche a danno dei propri cari.

 

*Il presente lavoro è una sintesi della tesi con cui ho conseguito la Laurea magistrale in Storia il 13 luglio del 2011 presso l’Università di Bologna. Torna al testo

 

NOTE:

Nota 1. Ringrazio per il prezioso aiuto l’Archivio di Stato di Bologna, in particolar modo la dottoressa Carmela Binchi e il dottor Salvatore Alongi. Torna al testo

 

Nota 2. Nel 1894 Crispi propose il pacchetto di leggi antianarchiche (utilizzate anche contro i socialisti) e creò lo Schedario dei sovversivi a livello centrale, embrione del futuro Casellario politico centrale. Eventi politici nazionali influenzavano la stretta repressiva a livello locale: questo è vero soprattutto per quel che riguarda gli attentati a uomini politici o a re, come quello, fallito, del 1894 contro Crispi o gli attentati al re, quello mortale del 1900 e quello fallito del 1912. In questi tre anni si assiste a Bologna a un aumento esponenziale di fascicoli aperti. Torna al testo

 

Nota 3. Archivio di Stato di Bologna (d’ora in poi ASBO), Gabinetto di Questura (d’ora in poi GQ), serie A8 Persone pericolose per la sicurezza dello Stato (d’ora in poi serie A8), sts. Radiati, b. 162, fasc. Venturi Pietro (1901 nov. 18 - 1941 dic. 08), lettera del questore di Bologna al delegato di Pubblica sicurezza, Venturi Pietro di Francesco e Lazzari Adele di anni 18 qui abit. fuori Porta S. Stefano 160, orefice socialista, 29.11.1901. Torna al testo

 

Nota 4. Si rimanda a G. N. Frabboni (a cura di), Molinella e Massarenti. Nel quadro delle lotte sociali in Italia. Alle radici del socialismo e della democrazia: una rivoluzione concreta partito-sindacato-cooperative-comune, Officina grafica Bolognese, Bologna 1980; D. Mengozzi, Gli uomini rossi di Romagna. Gli anni della fondazione del Psi, Pietro Lacaita, Manduria-Roma-Bari 1994; N. S. Onofri, 1892: il Psi a Bologna. Origine e nascita del movimento socialista, Grafis, Bologna 1992; Id., Francesco Zanardi: un socialista a Palazzo d’Accursio, Edizioni Senza Nome, Bologna 1992. Torna al testo

 

Nota 5. ASBO, GQ, serie A8, sts. Defunti, b. 25, fasc. Longhi Giovanni (1909-1950 feb. 04), Il saluto di Corticella operaia alla famiglia Longhi, in «La Squilla», 2.11.1912. Torna al testo

 

Nota 6. Gustavo Farina, per esempio, scriveva nel 1903 al questore di Bologna descrivendo la sua delicata posizione: «cercai un altro posto [di lavoro]. E l’ho trovato. L’ho trovato […] ma mi scoraggio e spavento pensando che posso perderlo in cinque minuti se qualche altro carabiniere mi dipingerà quello che assolutamente non sono», in ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 56, fasc. Farina Gustavo (1894 ago. 20 - 1933 nov. 04), lettera di Gustavo Farina al questore di Bologna, 9.2.1903. Torna al testo

 

Nota 7. Cfr. U. Allegretti, Dissenso, opposizione politica, disordine sociale, le risposte dello Stato liberale, in L. Violante (a cura di), Storia d’Italia. La criminalità, Annali XII, Einaudi, Torino 1997; F. Colao, Il delitto politico tra Ottocento e Novecento. Da «delitto fittizio» a «nemico dello Stato», Giuffrè, Milano 1986; M. Sbriccoli, Dissenso politico e diritto penale in Italia tra Otto e Novecento, in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», 2 (1973), p. 607. Torna al testo

 

Nota 8. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento le società anarchiche e socialiste venivano equiparate alle associazioni a delinquere: ne scaturì un dibattito tra chi credeva opportuno applicare l’art. 248 c.p. (associazioni a delinquere dirette a commettere delitti contro l’incolumità pubblica, il buon costume, la persona, la proprietà) o l’art. 251 c.p. (associazioni sediziose dirette a commettere delitti di apologia, di incitamento alla disobbedienza delle leggi, di incitamento all’odio fra le classi sociali). L’applicazione dell’art. 248 c.p. sottintendeva l’idea di identificare il sovversivo col delinquente comune, non riconoscendo la politicità delle sue azioni: mentre la magistratura inferiore era incline ad applicare ai socialisti l’art. 251 c.p., la Cassazione riqualificava queste sentenze sotto la previsione dell’associazione a delinquere. Torna al testo

 

Nota 9. Cfr. R. Canosa, A. Santosuosso, Magistrati, anarchici e socialisti alla fine dell’Ottocento in Italia, Feltrinelli, Milano 1981. Torna al testo

 

Nota 10. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 53, fasc. Esposti (Degli) Celeste (1900 dic. 15 - 1930 ott. 16), informativa del delegato di Pubblica sicurezza di Minerbio al questore di Bologna, Degli Esposti Celeste di Angelo e Venturati Marianna nato a Bazzano il 19 Agosto 1868, dom. in Cà de Fabbri, canapino, 17.12.1900. Torna al testo

 

Nota 11. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 158, fasc. Trippa Carlo (1894 lug. 31 - 1942 nov. 26), informativa del delegato di Pubblica sicurezza al questore di Bologna, Trippa Carlo detto Garibaldi di Gaetano e di Malassi Luigi di anni 38 bracciante nato e domiciliato a Molinella. Proposta per l’assegnazione a domicilio coatto, 21.9.1898. Torna al testo

 

Nota 12. C. Schminck, Stato di diritto e movimento operaio. Per la storia del diritto politico in Italia, in «Studi storici», 4 (1970), p. 445. Significativa la definizione che Amato offre dell’amministrazione come erede e custode dei principi dello Stato assoluto: G. Amato, La libertà personale, in P. Barile (a cura di), La pubblica sicurezza, in Atti del Congresso celebrativo del centenario delle leggi amministrative di unificazione (Isap), La tutela del cittadino, II, Neri Pozza, Vicenza 1967. Torna al testo

 

Nota 13. Per approfondire la questione della situazione delle forze di polizia a Bologna in età liberale si rimanda a J. Dunnage, Istituzioni e ordine pubblico nell’Italia giolittiana. Le forze di polizia in provincia di Bologna, in «Italia contemporanea», 117 (1989), p. 5. Torna al testo

 

Nota 14. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 123, fasc. Petrini Giovanni (1904 dic. 20 - 1914 feb. 20), cenno biografico della Prefettura di Genova relativo a Petrini Giovanni, 15.11.1903. Torna al testo

 

Nota 15. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 20, fasc. Bianchi Rinaldo (1894 lug. 21 - 1929 mar. 05), informativa del delegato di Pubblica sicurezza di Molinella al questore di Bologna, Proposta per l’assegnazione del domicilio coatto di Bianchi Rinaldo fu Giovanni e di Zagni Luigia di anni 28 bracciante da Molinella, 24.8.1898. Torna al testo

 

Nota 16. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 137, fasc. Rubini Francesco (1899 feb. 23 - 1941 lug. 20), scheda biografica della Prefettura di Bologna relativa a Rubini Francesco, 25.2.1899. Torna al testo

 

Nota 17. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 46, fasc. Corazzari Francesco (1909 mag. 08 - 1837 apr. 30), informativa dell’ufficio di Pubblica sicurezza di Minerbio al questore di Bologna, Corazzari Francesco di Raffaele nato a Poggio Rusco il 22/11/84 residente a Malalbergo bracciante, 18.5.1909. Torna al testo

 

Nota 18. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 92, fasc. Manservigi Pietro (1911 ott. 03 - 1932 sett. 14), informativa del tenente dei carabinieri al questore di Bologna, Manservigi Pietro, detto Piroccio, fu Primo, 8.8.1932. Torna al testo

 

Nota 19. P. Pombeni, La rappresentanza politica, in R. Romanelli (a cura di), Storia dello Stato italiano dall’Unità a oggi, Donzelli, Roma 1995, p. 75. Torna al testo

 

Nota 20. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 155, fasc. Tonello Angelo Tommaso (1900 ott. 08 - 1934 ago. 06), lettera del provveditore agli studi al prefetto di Bologna, Budrio Angelo Tonello, 25.5.1903. Torna al testo

 

Nota 21. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 139, fasc. Salvioli Ettore (1912 ago. 01 - 1940 feb. 05), informativa del tenente dei carabinieri al questore di Bologna, Esito Informazioni, 9.12.1932. Torna al testo

 

Nota 22. ASBO, GQ, serie A8, sts. Defunti, b. 28, fasc. Marozzi Otello (1911 nov. 30 - 1947 ago. 09), lettera di Otello Marozzi al questore di Bologna, 3.10.1940. Torna al testo

 

Nota 23. I 14 fascicoli erano poco corposi anche se il percorso politico di queste donne, nel caso si fosse trattato di uomini, avrebbe fatto supporre una maggiore sorveglianza. Giulia Zucchini, per esempio, era segretaria della Lega braccianti di Corticella e nel 1905 era stata eletta membro della commissione esecutiva della Camera del lavoro: il suo fascicolo conta però solo dieci documenti. Cfr. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 171, fasc. Zucchini Giulia (1905 ago. 11 - 1931 apr. 18)Torna al testo

 

Nota 24. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 18, Bernardini Rosalinda (1908 feb. 04 - 1937 mar. 15), informativa del sottoprefetto di Vergato al questore di Bologna, Bernardini Rosalinda di Pietro sovversiva da Lizzano in Belvedere, 27.4.1923. Torna al testo

 

Nota 25. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 22, fasc. Bitelli Giovanni (1901 mag. 13 - 1952 mag. 08), aggiornamento del cenno biografico del prefetto di Bologna relativo a Bitelli Giovanni, 10.11.1905. Su Ines Oddone Bitelli si rimanda a La donna socialista. Ines Oddone Bitelli: una donna, un giornale, Cappelli Editore, Bologna 1993. Torna al testo

 

Nota 26. ASBO, GQ, serie A8, sts. Radiati, b. 103, fasc. Melli Rina (1902 ott. 27 - 1923 mar. 14), cenno biografico della Prefettura di Ferrara relativo a Melli Rina, 26.11.1901. Torna al testo

 

Questo saggio si cita: C. Locchi, Il socialismo come sovversivismo nella Bologna di epoca liberale. Un’analisi dei fascicoli dello schedario politico della Questura, in «Percorsi Storici», 0 (2011) [http://www.percorsistorici.it/component/content/article/10-numeri-rivista/numero-0/26-claudia-locchi-il-socialismo-come-sovversivismo-nella-bologna-di-epoca-liberale-unanalisi-dei-fascicoli-dello-schedario-politico-della-questura]