Marco Torello

Tra antimilitarismo e antifascismo: i sovversivi bolognesi visti attraverso i fascicoli della Questura tra il 1918 e il 1922


Tra il 1918 e il 1922 la Questura di Bologna inscrive nello schedario dei cosiddetti sovversivi circa 598 (Nota 1) individui di diverse età, provenienze, professioni, orientamento politico, ritenuti colpevoli di espletare attività politica ostile alle istituzioni e pericolosa per la stabilità del Paese. Solo in tempi recenti tale schedario (composto da 8.644 fascicoli aperti tra il 1872 e il 1983), è stato versato dagli archivi della Questura all’Archivio di Stato di Bologna (Nota 2) e dopo un’attenta catalogazione è stato reso disponibile alla consultazione del pubblico. Si tratta, pertanto, di materiale inedito che grazie al suo contributo integra la vasta bibliografia già esistente sul sovversivismo locale e nazionale dell’ultimo secolo con documenti ufficiali prodotti dalle autorità deputate alla tutela dell’ordine pubblico. Attraverso la lettura dei fascicoli del fondo è possibile osservare alcuni aspetti inediti (bisogna ribadirlo) particolarmente interessanti: il primo riguarda l’evoluzione del sovversivismo visto tramite la prospettiva degli investigatori attraverso documentazione ufficiale; il secondo riguarda l’evoluzione dell’atteggiamento delle istituzioni nei confronti delle persone ritenute colpevoli di espletare attività eversive. Il periodo 1918-22 risulta, a tal proposito, particolarmente adatto all’analisi di questi aspetti, soprattutto in virtù delle trasformazioni politiche, sociali ed economiche che culminano nella transizione tra lo Stato liberale e il regime fascista.
Attraverso l’analisi statistica dei dati desunti dalle schede biografiche prodotte dagli archivisti e dalla comparazione di tali dati con il contenuto dei fascicoli è possibile costruire un ipotetico profilo di sovversivo visto dalle autorità: quasi una fotografia segnaletica che gli investigatori utilizzano come base di partenza per identificare gli individui pericolosi per la sicurezza politica dello Stato. Da tale fotografia emerge l’immagine di un individuo di sesso maschile, con un’età media di 29 anni, proveniente dalla provincia bolognese e di origine contadina (o al più operaia), con una chiara propensione per ideali associabili al socialismo.
Un’immagine interessante, ma che non può e non deve essere considerata definitiva e inalterabile: al contrario, proprio per comprendere il quadro generale in cui opera il sovversivismo locale e l’interpretazione che le autorità ne danno, risulta necessario osservare in maniera più attenta il contenuto delle carte presenti nei singoli fascicoli, contestualizzando i documenti (rapporti di polizia e carabinieri, verbali di denuncia e di perquisizione domiciliare, note informative, telegrammi, lettere sequestrate ai sovversivi, volantini, opuscoli, giornali e altro materiale) e mettendo costantemente in dubbio l’immagine della fotografia. Solo in questo modo è possibile comprendere a pieno l’importanza del dato anagrafico e dell’impressionante numero di giovani iscritti nel novero dei sovversivi. In generale gli schedati risultano avere un’età compresa tra i 16 e i 65 anni e di questi il 72,4% non supera i 35 anni. Il 16,2% è addirittura minorenne (Nota 3). Questi dati indicano che le autorità considerano i giovani particolarmente vicini ai movimenti sovversivi oppure esiste un’altra ragione che giustifica la massiccia presenza di questi giovani nel fondo?
Nel caso dei minori di 21 anni, la lettura dei documenti conferma che gli investigatori non ritengono tali giovani particolarmente attivi dal punto di vista politico: nella maggioranza dei casi, il minorenne viene ritenuto niente altro che un «discolo» (Nota 4) abilmente sfruttato (sempre secondo gli investigatori) dagli adulti in particolari attività che vanno dalla distribuzione di materiale di propaganda all’adesione a scioperi di fabbrica o manifestazioni di piazza. Considerati facilmente influenzabili, i minorenni vengono sorvegliati principalmente allo scopo di individuare i sovversivi adulti che gli investigatori ritengono celarsi dietro queste attività. Ciò è implicitamente dimostrato anche dalla radiazione dei sovversivi schedati in età inferiore ai 21 anni qualora dimostrino, oltre ogni ragionevole dubbio, di non avere più contatti con individui coinvolti in attività eversive: venendo meno il collegamento con ambienti sovversivi e mantenendo una condotta politica priva di rimarchi, lo schedato in minore età non ha più motivo di restare iscritto nel casellario politico provinciale.
Raramente l’attività dei minorenni viene ritenuta degna di considerazione dagli investigatori. Tuttavia esistono, come sempre, alcune eccezioni che confermano la regola, in particolare risulta interessante osservare come gli investigatori seguono le attività di quei minorenni che si rendono talmente attivi in linea politica da ricevere evidenti segni di approvazione dai dirigenti dell’organizzazione (circolo, sindacato o partito politico) cui appartengono: è il caso di Francesco Gnudi, un giovane di appena 18 anni che per i suoi meriti all’interno della sezione giovanile del circolo socialista viene nominato delegato al celebre congresso di Livorno del 1921. Agli occhi degli investigatori, tale gratifica rende il giovane un «individuo da annoverarsi fra i pericolosi per l’ordine pubblico e da vigilare» (Nota 5).
Molto affascinanti sono i dati relativi al momento di passaggio dei giovani alla maggiore età, in cui si può osservare un cospicuo incremento di iscrizioni nel novero dei sovversivi. Tale fenomeno non riguarda però solo i neo-maggiorenni, ma tutti i giovani compresi nella fascia d’età tra i 18 e i 21 anni di genere maschile. Da cosa dipende questo incremento? I documenti presenti nei fascicoli di questi giovani presunti sovversivi dimostrano, in maniera incontrovertibile, che tale fenomeno è legato strettamente a una delle principali istituzioni dello Stato: il servizio di leva obbligatorio.
La procedura di iscrizione da parte della Questura di questi giovani richiamati alle armi appare, in realtà, più un atto dovuto che la risposta a un qualche reale pericolo di natura eversiva: a ogni chiamata alle armi, infatti, le forze dell’ordine si premurano di recapitare alla Questura la lista dei precettati sospettati di espletare una qualche attività contraria alle istituzioni. Nella grande maggioranza dei casi, secondo i dati desunti dall’analisi dei fascicoli, è possibile accertare che tale attività sovversiva corrisponde a una naturale avversione dei giovani nei confronti della vita militare che si accingono a dover sostenere. Un antimilitarismo generato proprio dal servizio di leva obbligatorio e che si spiega con la paura dei giovani di finire al fronte in qualche nuova guerra.
Una volta aperto il fascicolo, la Questura provvede a informare il Distretto militare della presenza di possibili sovversivi nelle liste dei richiamati. Da questo istante, per tutta la durata del servizio di leva, la giurisdizione nei confronti del sovversivo passa dall’autorità civile all’autorità militare. Ciò implica l’impossibilità, da parte della Questura, di agire direttamente nei confronti del sovversivo (con attività di indagine o provvedimenti restrittivi), ma allo stesso tempo certifica la stretta collaborazione che intercorre tra autorità civili e militari, particolarmente evidente nel frequente scambio di informazioni proprio nei confronti dei presunti sovversivi. Questo comporta un comprensibile aumento delle iscrizioni nel novero dei sovversivi di quei giovani prossimi, o appena introdotti, al servizio di leva.
Diversa è la situazione dei sovversivi considerati dalle autorità anziani o, meglio, in «avanzato stato d’età». Con tale definizione generalmente si indicano gli schedati di età superiore ai 50 anni la cui presenza nello schedario non viene più considerata necessaria dagli investigatori. La tendenza ad adottare uno stile di vita più riservato, lontano dalle piazze e dalla politica attiva, spesso imposta da gravi problemi di salute, rende di fatto l’anziano inabile dal punto di vista politico e, sempre secondo gli investigatori, meritevole di radiazione dal novero dei sovversivi.
Un altro dato interessante proviene dall’aspetto geografico che caratterizza i sovversivi schedati tra il 1918 e il 1922. Tale aspetto può essere meglio definito attraverso l’analisi comparata delle schede biografiche e dei fascicoli concentrando l’attenzione sul Comune di nascita del presunto sovversivo, dato tramite il quale risulta particolarmente agevole la costruzione di una mappa ideale di provenienza dello schedato. Come accennato in precedenza a proposito della famosa fotografia, i dati rivelano che la maggioranza assoluta degli schedati proviene dalla provincia bolognese. Tuttavia, la città di Bologna rimane di fatto il centro di provenienza della maggioranza relativa dei sovversivi. Il numero degli schedati, infatti, diminuisce in proporzione alla distanza dalla città. A partire dal 1918 è pertanto possibile individuare 18 schedati nati a Bologna sui 64 fascicoli totali; nel 1919 sono 37 su 96, 30 su 108 nel 1920, 40 su 156 nel 1921 e 42 su 174 nel 1922. Oltre a un aumento sensibile del numero di iscrizioni nel corso degli anni, si può registrare un progressivo aumento di sovversivi nati nella città e un parallelo aumento degli schedati originari dei Comuni limitrofi, aumento che in ogni caso non supera mai le nove unità (è il caso del comune di Minerbio nel 1922).
Ma se per quanto concerne l’aspetto anagrafico e quello geografico è possibile individuare e analizzare i dati con estrema precisione, questo non si può dire per quanto riguarda altri aspetti, come l’ambito professionale dei sovversivi o per l’ideologia politica professata. Nel primo caso risulta complesso assegnare a ogni singolo individuo una singola occupazione professionale: la grave crisi economica che affligge l’intero Paese nel dopoguerra è causa di un aumento vertiginoso del numero dei disoccupati che nella sola Bologna passa dalla piena occupazione, raggiunta all’inizio della guerra (Nota 6), a oltre 20.000 disoccupati nel dicembre del 1918 (Nota 7).
Tale fenomeno destabilizza l’intero mercato del lavoro e costringe numerosi presunti sovversivi (ma immaginiamo anche i cittadini comuni, non schedati dalle autorità) a cambiare spesso occupazione, quando non addirittura residenza, al fine di garantire alle proprie famiglie un minimo di reddito con cui sopravvivere. Bisogna inoltre considerare l’influenza che le vicende politiche coeve hanno nei confronti delle professioni svolte dai sovversivi, in particolare a partire dal 1922. Uno dei primi provvedimenti del governo Mussolini mira, almeno ufficialmente, a una riduzione del personale della pubblica amministrazione e degli enti controllati dallo Stato (tra cui spiccano il laboratorio Pirotecnico, le ferrovie dello Stato e gli uffici postali). In realtà, tali provvedimenti conducono all’epurazione degli elementi contrari al fascismo, il più delle volte coincidenti con i sovversivi schedati dalla Questura. Il Regio decreto 23 gennaio 1923 n. 87 autorizza il governo a provvedere alla dispensa dal servizio «degli impiegati e agenti di qualsiasi Amministrazione dello Stato aventi grado inferiore a quello effettivo o parificato di direttore generale» (Nota 8) contrari al governo nazionale. Un successivo provvedimento, spesso citato nei documenti del fondo (art. 3 del Regio decreto n. 143 in data 28 gennaio 1923), prescrive l’allontanamento dal posto di lavoro per «scarso rendimento» (Nota 9) di numerosi operai e impiegati, per la maggior parte di tendenze socialiste. Le cause politiche di tali licenziamenti vengono riconosciute solo dopo la caduta del fascismo dal governo Badoglio, con un Regio decreto datato 6 gennaio 1944 che prescrive la «riassunzione in impiego degli agenti che sono stati dispensati dal servizio per motivi politici» (Nota 10) e che si rivolge a tutti gli enti controllati dallo Stato. Con la Liberazione, tale provvedimento diventa ufficialmente attivo in tutto il territorio nazionale.
I dati estrapolati dall’analisi dei fascicoli risultano, a ogni modo, estremamente interessanti poiché consentono di comprendere quali fossero le occupazioni maggiormente accessibili ai presunti sovversivi. Su 598 casi è stato possibile individuare 103 schedati (di cui 3 donne) che lungo il corso della loro vita hanno espletato, almeno per qualche tempo, l’attività di bracciante; spiccano poi per presenze 88 muratori, 50 meccanici, 49 ferrovieri, 40 operai generici (di cui 5 donne) evidenziando una netta prevalenza di individui appartenenti a fasce di reddito basse, provenienti in prevalenza dal mondo agricolo (dato che si associa perfettamente alla provenienza geografica) e operaio. La cospicua presenza di esponenti dei ceti bassi della società dell’epoca non esclude (e non deve escludere) la presenza di ceti medio-alti dal novero dei sovversivi. Sebbene i dati desunti dall’analisi dei fascicoli mettano in evidenza la propensione degli investigatori a concentrare l’attenzione sugli strati della società considerati facilmente influenzabili da ideologie antisistema, la presenza di impiegati (12), insegnanti (9) e farmacisti (3), unita anche alla presenza di esponenti di rango elevato quali possidenti (2), industriali (1), medici (2) e diversi avvocati confermano l’ipotesi che non esista una attenzione esclusiva nei confronti di operai e braccianti. In definitiva, lo status sociale di un individuo non sembra influenzare l’iscrizione nel novero dei sovversivi, sebbene sicuramente ne influenzi la permanenza: è infatti molto più facile ottenere una rapida radiazione dall’elenco dei sovversivi per un esponente del ceto medio piuttosto che per un operaio o per un bracciante.
Anche nel caso dell’identificazione ideologica dei sovversivi è possibile riscontrare un problema analogo a quello notato nella definizione dell’occupazione: non è infatti possibile assegnare a ogni singolo individuo un’unica affiliazione ideologica. Ciò anche in virtù del fatto che nella sua vita, un individuo può legittimamente cambiare opinione, adottando posizioni più moderate o più radicali e persino cambiare totalmente idea. In alcuni casi, inoltre, è possibile riscontrare evidenti errori di comunicazione tra le forze dell’ordine. Per esempio, un socialista moderato può essere facilmente confuso con un socialista rivoluzionario o persino con un comunista, un anarchico con un repubblicano, un fascista con un sovversivo generico.
Basandosi sulle indicazioni fornite dai funzionari della Questura sulla camicia dei fascicoli, è possibile determinare una netta prevalenza di elementi considerati socialisti e comunisti (Nota 11): 288 i primi, 169 i secondi, sebbene l’andamento nel corso degli anni evidenzi una inversione di tendenza alquanto interessante: i socialisti passano infatti da 50 fascicoli nel 1918 a 65 fascicoli aperti l’anno successivo mantenendo un andamento invariato fino al 1920 per poi crescere nuovamente nel 1921 con 84 fascicoli e subire un repentino calo nel 1922 (51 fascicoli). I sovversivi indicati come comunisti compaiono nel 1921 con 41 elementi per balzare immediatamente a 100 fascicoli aperti nel solo 1922. Bisogna a questo punto precisare che alcuni elementi indicati in camicia come comunisti risultano presenti, forse in maniera un po’ anacronistica, già negli anni precedenti il 1921. Tuttavia tali indicazioni sono da ascriversi sicuramente alla riorganizzazione dell’archivio della Questura, effettuato all’inizio degli anni Trenta (ordinato con circolare del Ministero dell’Interno 1° dicembre 1931, n. 10.10083 D) (Nota 12) che segue all’introduzione del nuovo testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Nota 13). Tale piano consente una completa revisione dei fascicoli e in alcuni casi permette ai funzionari della Questura di dare notizia su future migrazioni di socialisti su posizioni più estremiste.
Invariata, e praticamente ininfluente statisticamente, risulta invece la presenza di anarchici, sovversivi generici e repubblicani: i primi passano dai 5 elementi nel 1918 a 11 nel 1919, raggiungendo il picco dei 20 fascicoli aperti nel 1920 a cui segue un altrettanto rapido declino. Lo stesso destino tocca ai sovversivi generici, che da 7 fascicoli nel 1918 passano a 17 nel 1919 e tale cifra si ripete fino al 1921. I repubblicani, al contrario, si attestano su posizioni più modeste: risultano 2 nel 1918, altrettanti nel 1919, 4 nel 1910, uno nel 1921, 2 nel 1922.
Di rilevante interesse risulta l’assenza (almeno ufficiale) di sovversivi indicati come fascisti sia in camicia, sia all’interno dei fascicoli. Persino tra i documenti dei pochissimi fascisti rimasti nascosti dietro l’indicazione di repubblicano o sovversivo generico non compare nessuna indicazione che certifichi l’iscrizione nel novero dei sovversivi a causa dell’affiliazione al fascismo. Ciò può essere facilmente osservato nel fascicolo di Marino Carrara, presidente del Fascio di combattimento di Bologna nel 1920 e che, secondo gli investigatori, «ha fatto sospettare di professare principi antimonarchici» (Nota 14). Marino Carrara risulta pertanto indicato come repubblicano, non come fascista e, come repubblicano, iscritto nel novero dei sovversivi. Altro esempio viene dal caso di Umberto Angelini, ex legionario fiumano di tendenze antimonarchiche. Anche in questo caso, si può riscontrare, fin dai primi rapporti, la palese affiliazione di Angelini al movimento fascista sin dal 1920. Nel corso degli anni Trenta, Angelini viene indicato come direttore amministrativo de «il Resto del Carlino» e membro del direttorio del Fascio di combattimento di Bologna (Nota 15). Anche nel suo caso, dunque, l’iscrizione nello schedario è dovuta alle sue tendenze antimonarchiche e non alla sua adesione al fascismo. Da questi pochi elementi, unitamente ai numerosi casi di segnalazione presenti in fascicoli di socialisti o comunisti vittime di aggressioni fisiche da parte dei fascisti e anche da alcuni richiami espliciti a fascicoli che risultano attualmente introvabili nell’inventario del fondo, è possibile desumere che, almeno fino alla fine del 1922, all’interno del fondo esistessero anche fascicoli intestati ad appartenenti al Fascio. Del destino di tali fascicoli, purtroppo, non è dato sapere.
Si è fatto cenno all’aspetto anagrafico dei sovversivi, alla loro provenienza, alla loro occupazione e al loro orientamento politico, ma prima di concludere questa prima parte è necessario fare una doverosa menzione alla distinzione di genere. I dati infatti evidenziano che solo il 5% dei fascicoli aperti (27 su 598) risultano intestati a donne. I documenti certificano che questa enorme disparità numerica è dovuta alla propensione delle autorità nel ritenere le donne disinteressate alla politica o addirittura incapaci di espletare autonomamente attività politica. Tali (evidenti) discriminazioni sono in parte evidenti in numerosi rapporti presenti proprio nei fascicoli delle sovversive, in cui spesso si giustifica la partecipazione delle donne ad attività politiche di vario genere (scioperi, manifestazioni, ma anche attentati terroristici) come un riflesso della cattiva influenza che il proprio marito, fidanzato, amante o parente prossimo può avere nei loro confronti. Le donne vengono quindi spesso ritenute innocue e colpevoli di avere «qualche simpatia per le idee del marito che è [...] sovversivo» (Nota 16). Una colpa minore che sovente viene sfruttata dalle stesse donne per convincere gli investigatori della loro buona condotta politica e ottenere così una significativa riduzione della sorveglianza nei loro confronti, seguita spesso da una rapida radiazione dallo schedario politico provinciale.
L’analisi dei fascicoli evidenzia anche una profonda impreparazione culturale, da parte dei funzionari delle forze dell’ordine, alla presenza delle donne nel novero dei sovversivi: numerosi documenti presenti nei fascicoli intestati alle sovversive presentano frequenti refusi, in particolare negli aggettivi che si riferiscono alle donne, tutti rigorosamente tendenti al maschile. Sviste con tutta probabilità dovute alla necessità di compilare rapporti in tempi brevi o, forse, legate all’incapacità degli uomini dello Stato di accettare la presenza femminile nel novero dei sovversivi e in altri ambiti della vita politica del paese. Quest’ultima eventualità risulta particolarmente evidente anche nella modulistica del tempo, che non prevede affatto alcuna distinzione di genere. Può capitare, pertanto, di leggere un dispaccio alquanto curioso della Questura che richiede agli investigatori informazioni sullo stato degli obblighi di leva di una presunta sovversiva.
Al di là dei pregiudizi, molte sovversive dimostrano, con i fatti, di voler espletare attività e di volersi interessare di politica: l’adesione al circolo femminile di orientamento socialista della Beverara, per esempio, di Nerina Lamberti (Nota 17) e di Amedea Magli (Nota 18), e l’impegno profuso da Italia Grandi (Nota 19) presso il Consiglio direttivo della federazione Arsenalotti nel laboratorio Pirotecnico danno il senso del desiderio di partecipazione di alcune donne alla vita politica del paese.
Come per i minorenni, sono rari i casi in cui una sovversiva viene ritenuta realmente pericolosa dalle autorità. È il caso di Fausta Tonelli, emigrata con il marito in Francia e in Marocco alla ricerca di lavoro. Dal fascicolo del di lei marito (Nello Cocchi, schedato come comunista) si comprende come la donna nel 1930 sia ritenuta dal vice Console di Mentone «l’osso duro della famiglia irriducibile nostra avversaria» e ancora: «senza di lei il marito forse si sarebbe convertito, o almeno sarebbe certamente già passato alla fase politica inattiva» (Nota 20).
Apparentemente, questa volta, è il marito a subire l’influenza della moglie.
Un altro quesito che è interessante porre riguarda l’aspetto anagrafico delle sovversive. Si tratta di donne giovani o mature? Al contrario della componente maschile, analizzando i fascicoli si può riscontrare una certa disomogeneità nel gruppo femminile: come per la totalità dei sovversivi si passa infatti dai 17 ai 56 anni con una età media di 31,5 anni, di poco maggiore rispetto alla media generale. Probabilmente anche tra gli uomini, se non vi fosse l’incremento dovuto alle iscrizioni causate dal servizio di leva, sarebbe possibile riscontrare dati simili.
Al di là degli aspetti fino a ora analizzati bisogna però considerare il contesto storico in cui i presunti sovversivi operano, soprattutto nel momento della loro iscrizione nel casellario politico provinciale: sebbene classificati con la definizione di socialista, anarchico o sovversivo generico, l’attenta analisi dei documenti rivela che la reale motivazione per cui questi individui risultano schedati può essere diversa dal loro orientamento politico. I fascicoli aperti durante l’ultimo anno di guerra, per esempio, rivelano che la causa principale delle iscrizioni nell’albo dei sovversivi è la manifestazione di principi antimilitaristi o disfattisti, sentimenti che mal si conciliano con le esigenze di un paese impegnato in guerra. In questa particolare fase storica, tutte le istituzioni del regno collaborano per reprimere tali sentimenti: a seguito della disfatta di Caporetto e dei fatti di Torino del 1917, al fine di coadiuvare l’autorità militare nelle attività di controspionaggio e di controllo del dissenso alla guerra, il Ministero dell’Interno dispensa temporaneamente le autorità di Pubblica sicurezza dalle normali attività di controllo e repressione del dissenso politico per indirizzarle verso la ricerca e la sorveglianza di quanti si mostrano palesemente ostili al conflitto (Nota 21). Tale azione nei confronti dei disfattisti viene resa ancora più energica dal Decreto luogotenenziale 4 ottobre 1917 n. 1.516, conosciuto anche come decreto Sacchi dal nome del guardasigilli in carica, grazie al quale le autorità civili e militari sono autorizzate a procedere con sanzioni durissime contro i disfattisti, propagandisti antimilitaristi e più in generale contro chiunque si renda colpevole di sedizione, attentato alla libertà del lavoro e attentati contro stabilimenti considerati rilevanti ai fini dell'azione bellica (Nota 22). Sono frequenti i casi in cui una banale discussione sull’andamento della guerra si trasforma in una segnalazione alla Questura, con conseguenze anche gravi per il malcapitato: Arturo Roda viene denunciato alla Questura per aver affermato «che gli austriaci sono migliori degli italiani poiché non fanno morire di fame le popolazioni» (Nota 23). Affermazione che non solo comporta l’immediata iscrizione di Arturo nel novero dei sovversivi, ma che ne causa anche l’arresto, proprio in virtù del già citato decreto Sacchi.
Con la fine del conflitto, la necessità di sorvegliare attentamente antimilitaristi e disfattisti viene meno, ma come già citato in precedenza, con la pace giungono anche numerosi problemi: la città di Bologna e la sua provincia, che nel corso del conflitto hanno prosperato economicamente soffrono per l’impossibilità di effettuare una conversione delle industrie più importanti a una economia di pace. Il solo laboratorio Pirotecnico passa da 12.000 addetti a 2.000 (Nota 24), con enorme preoccupazione da parte del prefetto Quaranta che scrive, in un suo rapporto al Ministero dell’Interno:

Riguardo alle industrie di guerra Bologna si trova in una condizione tutta affatto particolare poiché qui si erano formati stabilimenti di importanza somma che impiegavano decine di migliaia di operai e che rappresentavano non trasformazioni di industrie che possono agevolmente riprendere la antica produzione, ma impianti ex novo.
Riguardo ai militari congedati, essi giungono in famiglia e si trovano subito alle prese con le prime necessità economiche. Ciò provoca in loro un certo risentimento e ad ogni modo li rende inclini ad ascoltare facili sobillazioni.
Quando il loro numero sarà aumentato per effetto dei congedamenti in corso e quando il disagio sarà reso più grave dal consumo di qualche piccola riserva familiare il partito socialista potrebbe ritenere giunto il momento di agitare la massa e tale momento potrebbe anche giungere nel mese venturo (Nota 25).

La percezione del pericolo imminente (individuato nel Partito socialista) è tale da indurre le autorità a ripristinare immediatamente le attività di sorveglianza nei confronti degli elementi politicamente pericolosi, praticando nei fatti quella riconversione che non è possibile mettere in atto per l’industria bellica. Si assiste, quindi, a un passaggio dalla ricerca e sorveglianza dei sovversivi “di guerra” (antimilitaristi, disfattisti, filogermanici) a quelle dei sovversivi “di pace” (socialisti estremisti e non, anarchici e repubblicani).
Tale riconversione è evidente soprattutto dai fascicoli aperti nel gennaio del 1919: le motivazioni che causano l’iscrizione nel novero dei sovversivi risultano legate a scioperi, manifestazioni o ad altre attività politica, e non più all’antimilitarismo. La lettera del prefetto Quaranta al Ministero dell’Interno dimostra come tale rinnovato interesse per gli elementi politicamente pericolosi sia una reazione dello Stato alla dilagante avanzata dell’ideologia socialista nella maggior parte del paese e in particolare nella provincia bolognese: tra il 1919 e il 1920 la quasi totalità dei centri urbani della provincia risulta sotto il controllo di amministrazioni locali rosse, che parallelamente alle leghe rosse e alle organizzazioni sindacali socialiste si adoperano per portare avanti le rivendicazioni sociali ed economiche delle masse operaie e contadine anche tramite le forme classiche della protesta di quegli anni: scioperi e manifestazioni di piazza che in alcuni casi sfociano, non certo per volere degli organizzatori, in scontri con le forze dell'ordine (Nota 26).
Ed è anche durante questi scontri che le autorità identificano presunti elementi sovversivi. A tal proposito basta citare come esempio la manifestazione del 15 giugno 1919, indetta dalla Federazione nazionale dei lavoratori della terra e sostenuta da numerose leghe, associazioni e amministrazioni locali di orientamento socialista per richiedere la socializzazione delle terre incolte. La manifestazione, secondo gli atti della Prefettura di Bologna, conta circa 20.000 partecipanti (tra cui, in testa, il sindaco Zanardi con la giunta comunale al completo) (Nota 27). Durante il corteo, un gruppo di anarchici e socialisti tenta di strappare, da una delle balconate, una bandiera tricolore. Da tale tentativo nasce uno scontro con le forze dell’ordine che culmina nel ferimento di un agente in borghese, nel fermo di diversi manifestanti e nella loro segnalazione alla Questura come pericolosi sovversivi, con accuse varie che vanno dall’aggressione al porto d’armi, alle grida sediziose. In un solo giorno, il 28 giugno 1919, per esempio, si conta l’apertura di ben 16 fascicoli proprio a causa dei fatti del 15 giugno.
Più complessa appare la situazione che si crea nel biennio 1920-21: la dilagante ondata di scioperi e manifestazioni indette dalle organizzazioni rosse si scontra con la necessità degli agrari e degli industriali di provvedere alla loro difesa, soprattutto a seguito delle occupazioni delle fabbriche che si verificano nel settembre del 1920 (Nota 28). Il movimento fascista trova terreno fertile in cui affondare le proprie radici nella reazione borghese che si sviluppa proprio in opposizione alle richieste delle masse operaie e contadine e, grazie anche a una sistematica campagna terroristica durante l’inverno del 1920-21, riesce a ottenere l’allontanamento e la resa di numerosi gruppi socialisti scagliandosi anche fisicamente contro consigli comunali, sedi di partito, camere del lavoro e circoli cooperativi controllati proprio dai socialisti (Nota 29).
Sebbene praticamente assenti (almeno in via ufficiale) dal fondo archivistico la presenza dei fascisti nei documenti compare, in tutta la sua drammaticità, proprio nei momenti di scontro con sovversivi di diverso schieramento politico: aggressioni verbali e fisiche, a volte con conseguenze letali, caratterizzano buona parte delle cause di apertura dei fascicoli nel casellario politico provinciale durante il 1922. A farne le spese nella maggioranza dei casi sono proprio coloro che si schierano contro il fascismo, a conferma dell’instaurarsi di rapporti di collaborazione e aiuto tra diversi esponenti del fascismo locale e le autorità (Nota 30): si spiegano così le iscrizioni nel novero dei sovversivi di individui palesemente vittime di aggressioni fasciste. Un caso esemplificativo, in questo senso, è quello di Vito Mazzoli, ritenuto esponente del Partito comunista, e iscritto nel novero dei sovversivi a seguito dell’aggressione da lui subita da un gruppo di fascisti (Nota 31). A parte la prima segnalazione, di Mazzoli le forze di polizia riferiranno spesso, nei mesi e anni successivi, del suo comportamento «rispettoso ed ubbidiente» (Nota 32) nei confronti del regime. Ancora più evidente è la situazione nel caso di Ferdinando Franchi, colpevole esclusivamente di aver tentato di difendere la propria abitazione da un autentico assedio dei fascisti, come segnalato in una nota della Questura di Bologna: «Franchi Ferdinando di Ardito da Boschi di Baricella arrestato il 30 giugno per minacce con doppietta contro fascisti che avevano circondato la sua casa reclamando la presenza di suo padre a nome Ardito, capo lega, la sera del 19 detto mese» (Nota 33). Anche il suo caso, in maniera analoga rispetto al caso di Mazzoli, porta a una sorveglianza alquanto blanda da parte delle autorità, tanto da causare una rapida radiazione già nel 1931.
Ma non sono solo i fascisti ad aggredire i propri avversari politici: in molti fascicoli, infatti, risulta evidente che l’iniziativa parte proprio dagli antifascisti (è il caso di iniziare a definirli così), anche con conseguenze letali per i fascisti: a partire dal gennaio del 1922 si può osservare un incremento quasi esponenziale delle iscrizioni nel novero dei sovversivi a causa di aggressioni a elementi fascisti, spesso seguite da repentine fughe all’estero.
L’evoluzione della definizione di sovversivo, in ultima analisi, procede di pari passo con il palesarsi di fenomeni peculiari: l’antimilitarismo, sebbene presente in forma minore soprattutto nei richiamati di leva, ottiene la massima risonanza in concomitanza della prima guerra mondiale, mentre fenomeni di reazione borghese si contrappongono al dilagare del socialismo durante il biennio rosso, per sfociare poi, da una parte, nella reazione fascista e, dall’altra, nell’antifascismo (anche violento) dei primi anni venti. Contrariamente a questa evoluzione che influenza certamente le cause di iscrizione nel novero dei sovversivi, bisogna considerare i motivi di radiazione dallo schedario come elementi sostanzialmente invariati e individuabili nella implicita richiesta ai sovversivi di conformarsi all’ideologia sostenuta dallo Stato. Negli anni del regime, per esempio, l’adesione al fascismo diventa un ottimo elemento di valutazione, sebbene non necessariamente definitivo, per ritenere il sovversivo politicamente ravveduto e procedere, pertanto, a una sua eliminazione dallo schedario. Tale adesione deve però necessariamente essere (o quantomeno apparire) assoluta, sincera e comprovata dalla volontaria partecipazione alle diverse attività promosse dal regime.
Almeno per quanto riguarda i fascicoli aperti tra il 1918 e il 1922, la chiusura dei fascicoli avviene prevalentemente durante il ventennio fascista con un andamento alquanto discontinuo. In particolare risulta evidente che tra il 1931 e il 1933 la chiusura di oltre 100 fascicoli, in netta controtendenza con quanto avvenuto negli anni precedenti (il numero dei fascicoli chiusi fino al 1929 non supera mai le 10 unità). Questa impennata nelle chiusure probabilmente è causata dal già accennato riordino degli archivi della Questura, che consente fra l’altro la revisione dei fascicoli ancora aperti e l’eliminazione dall’albo dei sovversivi considerati meno pericolosi. La radiazione non è l’unico modo con cui un fascicolo può definirsi “chiuso”: in moltissimi casi, soprattutto quando questi superano il 1943, si riscontra la completa assenza di qualsiasi documento che attesti la chiusura ufficiale di un fascicolo. Tuttavia con la caduta del regime fascista e l’instaurazione della Repubblica italiana si considera solitamente conclusa l’esperienza del Casellario politico centrale e di riflesso dei diversi casellari provinciali.

 

NOTE:

Nota 1. Tutti i dati citati nel saggio provengono dalla mia tesi di Laurea magistrale Pericolosi per la sicurezza dello Stato. I sovversivi bolognesi visti attraverso i fascicoli della Questura. 1918-1922Torna al testo

 

Nota 2. Archivio di Stato di Bologna (d’ora in poi ASBO), Gabinetto di Questura, IV 305Bis Persone pericolose per la sicurezza dello Stato (d’ora in poi cat. A8). Torna al testo

 

Nota 3. Bisogna ricordare che la maggiore età era fissata a 21 anni. Torna al testo

 

Nota 4. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 19, fasc. Bertuzzi Pasquale, lettera del Commissario di Pubblica sicurezza (Ps) della sezione di Levante alla Questura di Bologna, 25.8.1919. Torna al testo

 

Nota 5. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 74, fasc. Gnudi Francesco, lettera del Commissario di Ps della sezione di Levante alla Questura di Bologna, 26.2.1921. Torna al testo

 

Nota 6. All'inizio del conflitto, Bologna e la sua provincia raggiungono la piena occupazione grazie soprattutto alla costruzione di fabbriche di armamenti (il laboratorio Pirotecnico, per esempio) e di numerosi stabilimenti legati all’indotto dell’industria bellica. Data la natura specialistica di tali stabilimenti, alla fine della guerra risulta impossibile effettuare la conversione degli impianti ed adattarli alle esigenze di una economia di pace. Torna al testo

 

Nota 7. ASBO, Gabinetto riservato di prefettura, categoria 7, fasc. 1, 1918, rapporto del prefetto al Ministero dell’Interno 18.12.1918, citato in A. De Benedictis, Note su classe operaia e socialismo a Bologna nel primo dopoguerra (1919-1923) in Movimento operaio e fascismo nell’Emilia-Romagna 1919-1923, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 75. Torna al testo

 

Nota 8. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi, Torino 1995 p. 11. Torna al testo

 

Nota 9. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 116, fasc. Orsi Dante, lettera dell’ufficio di Ps presso la Direzione compartimentale delle ferrovie dello Stato di Bologna alla Questura di Bologna, 25.5.1930. Torna al testo

 

Nota 10. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 76, fasc. Grisoni Antonio, lettera della Direzione generale delle ferrovie alla Questura di Bologna, 6.6.1945. Torna al testo

 

Nota 11. Bisogna ricordare che fino al 1921 i comunisti sono conteggiati tra i socialisti. Torna al testo

 

Nota 12. ASBO, Gabinetto di Questura, cat A8, Inventario del fondo “persone pericolose per la sicurezza dello Stato” a cura di S. Alongi. Torna al testo

 

Nota 13. Rd. 18 giugno 1931, n. 773. Torna al testo

 

Nota 14. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 35, fasc. Carrara Marino, lettera della Questura di Bologna al Comando  dei carabinieri di Zara, 3.1.1920. Torna al testo

 

Nota 15. Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 5, fasc. Angelini Umberto, rapporto della sezione Mobile di Ps alla Questura di Bologna, 15.5.1934. Torna al testo

 

Nota 16. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 66, fasc. Gamberini Augusta, rapporto della Sottoprefettura di Imola alla Questura di Bologna, 11.1.1923. Torna al testo

 

Nota 17. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 82, fasc. Lamberti Nerina, rapporto dell’ufficio di Ps di Bertalia alla Questura di Bologna, 6.1.1918. Torna al testo

 

Nota 18. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 89, fasc. Magli Amedea, rapporto dell’ufficio di Ps di Bertalia alla Questura di Bologna, 6.1.1918. Torna al testo

 

Nota 19. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 75, fasc. Grandi Italia, lettera della Questura di Bologna all’ufficio di Ps di Bertalia, 18.4.1918. Torna al testo

 

Nota 20. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 44, fasc. Cocchi Nello, lettera del Ministero dell’Interno alla Questura di Bologna, 14.11.1930. Torna al testo

 

Nota 21. G. Tosatti, Il Ministero dell’Interno, dall’Unità alla regionalizzazione, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 152-153. Torna al testo

 

Nota 22. G. Procacci, L’internamento di civili in Italia durante la prima guerra mondiale: Normativa e conflitti di competenza in Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla resistenza (a cura di), Nicola Gallerano e la storia contemporanea, Franco Angeli, Milano 2008, p. 56. Torna al testo

 

Nota 23. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 135, fasc. Roda Arturo, rapporto della squadra mobile delle Regie guardie alla Questura di Bologna, 7.3.1918. Torna al testo

 

Nota 24. ASBO, Gabinetto riservato di prefettura, cat. 7, fasc. 1, 1918, rapporto del prefetto al Ministero dell’Interno 18.12.1918, citato in A. De Benedictis, Note su classe operaia e socialismo a Bologna, cit., p. 75. Torna al testo

 

Nota 25. IbidemTorna al testo

 

Nota 26. A. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Laterza, Roma-Bari 1974, p. 58. Torna al testo

 

Nota 27. ASBO, Gabinetto di Prefettura, n. 1.306, fasc. 1, Riunioni ed Agitazioni varie di carattere sovversivo, telegramma del comando carabinieri divisione di Bologna interna alla Prefettura di Bologna, 16.6.1919. Torna al testo

 

Nota 28. A. Lyttelton, La conquista del potere, cit., pp. 60-61; vedi anche P. Spriano, L’occupazione delle fabbriche (settembre 1920), Einaudi, Torino 1964. Torna al testo

 

Nota 29. A. Lyttelton, La conquista del potere, cit., p. 62. Torna al testo

 

Nota 30. B. Della Casa, Il movimento operaio e socialista a Bologna dall’occupazione delle fabbriche al Patto di Pacificazione, in Movimento operaio e fascismo, cit., p. 22. Torna al testo

 

Nota 31. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 101, fasc. Mazzoli Vito, rapporto della compagnia dei carabinieri di Bologna esterna I alla Questura di Bologna, 8.2.1922. Torna al testo

 

Nota 32. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 101, fasc. Mazzoli Vito, rapporto della tenenza dei carabinieri di Bologna esterna alla Questura di Bologna, 13.1.1933. Torna al testo

 

Nota 33. ASBO, Gabinetto di Questura, cat. A8, b. 63, fasc. Franchi Ferdinando, nota della Questura di Bologna, 1.7.1922. Torna al testo

 

Questo saggio si cita: M. Torello, Tra antimilitarismo e antifascismo: i sovversivi bolognesi visti attraverso i fascicoli della Questura tra il 1918 e il 1922, in «Percorsi Storici», 0 (2011) [http://www.percorsistorici.it/component/content/article/10-numeri-rivista/numero-0/28-marco-torello-tra-antimilitarismo-e-antifascismo]