Camilla Poesio, Il confino fascista. L’arma silenziosa del regime, Laterza, Roma-Bari 2011

(Roberta Mira)


Il confino politico fu istituito dal regime fascista nel novembre 1926 come misura di prevenzione di delitti contro lo Stato o contro la società, in seguito a una serie di falliti attentati a Mussolini presi a pretesto per dimostrare la necessità di promulgare leggi eccezionali per difendere lo Stato.
Il fascismo mutuò l’istituto del confino da provvedimenti applicati in precedenza dai governi italiani, principalmente dal domicilio coatto, introdotto a partire dai primi anni successivi all’Unità e utilizzato accanto allo stato d’assedio e ad altre misure militari e di polizia in situazioni considerate d’emergenza: per esempio nella repressione di fenomeni come il brigantaggio, di tumulti e insurrezioni o di movimenti come i Fasci siciliani; o ancora in periodi di guerra per prevenire lo spionaggio, la connivenza con il nemico, il disfattismo e il pacifismo.
Rispetto al domicilio coatto dell’età liberale il confino politico fascista si caratterizzò, secondo Camilla Poesio, per la sua «natura politica più definita», per una maggiore durezza, un più alto livello di specializzazione e per il suo uso esplicito come mezzo di «repressione del dissenso politico [...] deterrente, [...] minaccia, [...] strumento per incutere paura potendo colpire indistintamente chiunque» (pp. 14-15).
Come tale, il confino rappresentò un mezzo fondamentale per la costruzione e il mantenimento della dittatura fascista e non un effetto o una manifestazione di quest’ultima. Chiedendosi in quale misura lo scardinamento dello stato di diritto sia utile per l’instaurazione di una dittatura, il testo mostra come il fascismo abbia violato profondamente lo stato di diritto anche attraverso l’istituto del confino che sostituiva una misura di polizia, come la detenzione preventiva in assenza di reato, a provvedimenti giudiziari basati sulle norme vigenti, sul principio di legalità formale, secondo cui non esistono reati – e conseguenti punizioni – senza una legge che li preveda, e su processi e sentenze. Chi veniva confinato non doveva necessariamente aver commesso un reato, poiché era sufficiente che fosse ritenuto pericoloso per lo Stato per la sua appartenenza a organizzazioni e partiti antifascisti, per la sua attività politica, per le sue idee, ma anche per il suo passato prima dell’avvento del fascismo, per le sue frequentazioni, le sue relazioni di parentela, le sue letture, per pratiche e atteggiamenti ritenuti contrari al regime e alle direttive politico-morali fasciste, come l’omosessualità o l’aborto, per aver pronunciato frasi considerate irrispettose nei confronti di Mussolini e gerarchi.
Poesio prende in considerazione il confino nei suoi diversi aspetti: dall’esame della popolazione confinaria, limitatamente ai politici; alla descrizione delle modalità di arresto e trasferimento e delle condizioni di vita al confino; dall’analisi dei luoghi scelti come destinazioni dei confinati e dei motivi politici, di sicurezza ed economici alla base della selezione; a una breve disamina dei rapporti con la popolazione residente nelle zone di confino. L’autrice presta attenzione anche ai responsabili delle colonie confinarie e ai membri dei corpi di guardia, sottolineando come questi ultimi provenissero in maggioranza dalla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale anziché dalla polizia, fatto che diede luogo anche ad alcuni contrasti in diverse colonie, e trovando nel carattere prettamente politico della Milizia la spiegazione principale per la scelta del regime di affidare la sorveglianza dei suoi oppositori – o presunti tali – alla «guardia armata della Rivoluzione» fascista (p. 86).
Il volume è completato da un’interessante excursus sull’istituto della Schutzhaft (custodia preventiva) nazista, introdotta subito dopo l’incendio del Reichstag del febbraio 1933 per avallare l’arresto in massa degli avversari politici di Hitler e più simile al confino di polizia fascista che al sistema dei campi di concentramento come si sviluppò negli anni successivi. Attraverso l’analisi della Schutzhaft, Poesio riflette sulla specificità – o non specificità – italiana e fascista del confino, passa in rassegna i principali accordi di collaborazione fra la polizia tedesca e quella italiana, affronta somiglianze e differenze fra i due istituti. Il caso della Schutzhaft, come quello del confino, rende evidente come queste misure di polizia abbiano rappresentato degli strumenti indispensabili per nazismo e fascismo per affermare il loro potere, decretando la fine o lo svuotamento dello stato di diritto preesistente e cancellando i diritti civili, sociali e politici delle persone colpite da tali forme di detenzione preventiva.
Inserendosi nel filone storiografico sul confino – apertosi negli anni Settanta del Novecento e arricchitosi in tempi più recenti grazie ad analisi su diverse realtà confinarie e su aspetti specifici – e in quello degli studi dedicati al carattere repressivo del fascismo, nonché avvalendosi dell’apporto di altre discipline, il volume costituisce un agile contributo all’approfondimento della conoscenza del fascismo e degli strumenti di cui esso si servì per ergersi a dittatura, un contributo che sgombra il campo da letture distorte ed edulcorate del confino di polizia fra il 1926 e il 1943.