Elisabetta Insabato

Una memoria del Risorgimento: i protagonisti del processo di unificazione nazionale ed i loro archivi personali (*)

1. Partendo dalle vicende della trasmissione documentaria dell’archivio personale di G. N. Pepoli e analizzando le storie di archivi di altri personaggi di primo piano che tra l’altro furono alcuni dei suoi principali corrispondenti come Bettino Ricasoli, Urbano Rattazzi, Carlo Luigi Farini e Marco Minghetti, il convegno dedicato all’uomo politico bolognese, organizzato quasi a conclusione di un anno che ha visto le istituzioni culturali italiane celebrare in vario modo il Risorgimento, pone tra i suoi obiettivi anche quello di fare una riflessione sia sull’uso ed il ruolo che le carte private ebbero per gli stessi soggetti produttori, sia sui loro “usi e abusi” da parte della storiografia (Nota 1). In questo intervento si cercherà di individuare nelle diverse storie della loro trasmissione documentaria elementi comuni e di questi dare in qualche modo conto.
Le carte personali del marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, patrizio bolognese di illustri natali, furono segnalate per la prima volta in Toscana nel 1994 presso la famiglia Gaddi Pepoli che vanta una discendenza dai Pepoli di Bologna. E precisamente il nipote Ercole, figlio della sua unica figlia ed erede Letizia, andata in sposa al conte Antonio Gaddi, otteneva, con regio decreto 15 giugno 1911, di poter aggiungere il cognome materno al proprio. A sua volta, il figlio primogenito di Ercole, Antonio (1900-1940), sposava nel 1929 Maria Bianca dei marchesi Ginori Lisci di Firenze: di qui il passaggio in epoca imprecisata delle carte dal palazzo di Bologna alla villa Ginori che si affaccia, in località La Piaggetta in Quiesa, sul lago di Massaciuccoli in Toscana (Nota 2).
Se nel 1994 la proposta dei proprietari di offrire in vendita le carte Pepoli all’Amministrazione archivistica trovò subito la dovuta attenzione, tuttavia nel corso della transazione il mancato accordo sul loro prezzo d’acquisto impedì in una prima fase la possibilità per l’Archivio di Stato di Bologna, cui erano destinate quale sede naturale, di entrarne in possesso. Le carte furono comunque dichiarate di notevole interesse storico con un provvedimento del 5 maggio 1994 (n. 651) e la tutela nei loro confronti non venne mai meno da parte della Soprintendenza archivistica per la Toscana. Questa, nel momento in cui gli eredi Gaddi Pepoli tornarono a manifestare nel 2007 l’intenzione di vendere, riuscì a predisporre un elenco di consistenza più preciso di quello fornito dal libraio antiquario che per primo lo aveva periziato ed una relazione più circostanziata, dai quali con maggior forza si evinceva il grande interesse che queste carte avevano, rappresentando un importante tassello per la storia del Risorgimento italiano, ed in particolare per quel momento di passaggio allo stato unitario costituito dal biennio 1859-1861. L’acquisto pertanto andò a buon fine nel 2008 (Nota 3).
Non è mio compito procedere alla descrizione di questo fondo che è oggetto di una attenta presentazione da parte di Salvatore Alongi, incaricato del riordino (Nota 4); tuttavia il recente ritrovamento di quanto resta dell’archivio personale del Pepoli porta a fare due brevi riflessioni la prima delle quali è legata all’esercizio della tutela. Quest’ultima continua ad essere un momento importante e qualificante nella gestione dei beni culturali perché sul territorio si conserva ancora in mani private un patrimonio archivistico, inedito o poco conosciuto, legato a personalità del mondo della politica, della cultura ecc. che risale al secolo XIX. Penso ad altri esempi recenti, come l’emergere dell’archivio di Michele Rosi, noto storico del Risorgimento italiano, di cui la Scuola Normale Superiore di Pisa è entrata da poco in possesso (2008), e al quale è stato dedicato nel 2010 un convegno (Nota 5).
L’altra osservazione si riferisce all’attenzione che si cerca sempre di porre per fare sì che le fonti archivistiche private che gli archivi di Stato ricevono a vario titolo trovino accoglienza laddove sia possibile contestualizzarle, anche se in realtà la cosa non sempre è così pacifica. Nel caso delle carte Pepoli la destinazione all’Archivio di Stato di Bologna trova la sua ragion d’essere innanzitutto nella presenza in quell’Archivio di Stato dell’archivio familiare Pepoli (Nota 6) e di un nucleo di carte (due buste) che, insieme a quelle ritrovate nell’archivio personale di Pepoli, completano l’archivio del Governo provvisorio delle Romagne, che, come è noto (Nota 7), è in gran parte conservato all’Archivio di Stato di Torino.
Sono inoltre presenti nell’archivio del Pepoli quattro faldoni contenenti atti del Commissariato generale straordinario nelle province dell’Umbria che costituiscono un frammento residuo dell’archivio del Commissariato, da lui trattenuto in casa e, più tardi, nel 1910, consegnato dal nipote Ercole al Comune di Perugia, dove rimasero a lungo nella biblioteca comunale, per poi passare al locale Archivio di Stato nel 1959 (Nota 8). Quello che era rimasto tra le carte Pepoli è con evidenza il residuo di una scrematura: il che ha suggerito la conservazione di questo nucleo al loro interno, senza che venisse destinato all’Istituto perugino.
Le nuove prospettive di ricerca e di interpretazione che sembrano offrire le carte Pepoli non solo relativamente alle sue vicende personali e alla sua parabola “politica”, ma anche all’impegnativo dibattito al quale partecipò con gli altri protagonisti del Risorgimento in merito all’organizzazione amministrativa da dare al nuovo Stato italiano, chiedono in qualche modo di riconsiderare natura e caratteri di questi archivi personali. Questi infatti concorrono, insieme alle fonti archivistiche statali e pubbliche in genere, alla costruzione della memoria del Risorgimento, e di ciò ebbero consapevolezza sia la generazione degli storici contemporanei al movimento risorgimentale, sia la storiografia post-risorgimentale, che attinsero ampiamente alle loro “memorie” e ai loro “carteggi”, per ricostruire con maggior dettaglio possibile le varie posizioni politiche che concorsero alle scelte definitive sull’assetto politico e amministrativo del nuovo Stato unitario.
Ma nell’ambito della storiografia più recente si è venuta delineando una visione “rivisitata” del Risorgimento (Nota 9). Si tratta di un nuovo approccio storiografico, che risale all’ultimo decennio del Novecento, che ha messo in discussione gli aspetti più oleografici e celebrativi della narrazione risorgimentale e, sulla scia delle riflessioni sul rapporto tra storia e memoria, si chiede quali storie e secondo quale approccio ripensare le “memorie risorgimentali” e indaga i diversi ruoli e modi del sentire lo spirito nazional-patriottico. In questo senso le fonti private sono sempre più rivalutate in quanto offrono materiali utili a questa riflessione come quando sono utilizzate per tracciare storie di genere. Un esempio per tutti il saggio di Fulvio Conti che ricostruisce le relazioni affettive e le battaglie ideali che dalla metà dell’Ottocento unirono uomini come Aurelio Saffi e Alberto Mario alle loro compagne di vita (Nota 10).

2. Per introdurre il tema è innanzitutto opportuno fare alcune osservazioni sulla tipologia della fonte documentaria: l’archivio di persona. Si tratta di una tipologia sulla quale negli ultimi anni si è molto riflettuto e dibattuto: esiste ormai una bibliografia legata sia agli aspetti dottrinali (Nota 11), sia e soprattutto a concrete realizzazioni, quali i numerosi inventari che li descrivono e che, tra l’altro, hanno conosciuto un’ampia diffusione grazie alla loro pubblicazione a stampa. In anni poi più recenti un contributo fondamentale hanno dato le informazioni sul web e le possibilità offerte dalla rete di incrociare dati e notizie.
Nel caso degli archivi di personalità dell’Ottocento quali furono i protagonisti del Risorgimento si osserva come alcuni di essi emergano con evidenza all’interno degli archivi delle famiglie aristocratiche alle quali molte di queste personalità appartenevano; mentre, fino a quel momento, gli archivi personali erano nascosti, come “incistati” all’interno dell’archivio nobiliare. L’esempio che si propone, nell’ambito della realtà archivistica toscana, che tuttavia risulta calzante per il ruolo assunto nel movimento unitario dal soggetto produttore, riguarda l’archivio del barone Bettino Ricasoli, acquistato insieme all’archivio familiare per l’Archivio di Stato di Firenze tra il 1974 e il 1982 (Nota 12), ma noto agli studiosi già all’indomani della scomparsa del barone nel 1881.
Deciso a lasciare la casa di Firenze subito dopo la morte della consorte, Anna Buonaccorsi, nel luglio 1852, quello stesso anno Bettino faceva trasportare le carte familiari e la biblioteca, con un gesto altamente simbolico, a Brolio dove si sarebbe dedicato ai suoi studi e ai suoi interessi patrimoniali. Brolio, per usare le sue parole, «sarà un documento, e un monumento privato» (Nota 13). Siamo ancora lontani dal profondo impegno politico che lo vedrà dapprima a capo del Governo provvisorio toscano, poi del Governatorato generale (1860-1861) e ancora col primo Gabinetto Ricasoli nel 1861-62 e il secondo Gabinetto (1866-1867); ma è qui, a Brolio, che si verranno accumulando le sue carte - ben 120 cassette di “Carteggio” e 66 di “Documenti” - e qui rimarranno fino alla vendita allo Stato.
Una valutazione precisa dei criteri che guidarono l’organizzazione complessiva delle sue carte appare al momento difficile, dal momento che l’unico strumento di corredo è un amplissimo schedario a soggetto (per materia e nome di persona), compilato nei primi decenni del Novecento che rimanda a cassetta e inserto, contenente i carteggi o i documenti, senza però che questo permetta di leggere completamente la struttura data all’archivio. Manca cioè un vero e proprio inventario: mentre il carteggio è ordinato in due serie di lettere, in ordine cronologico, è più difficile capire come siano organizzati i “Documenti”. Si può solo dire che questi sono distinti in due gruppi, le carte della vita privata e patrimoniale (come i diari, i manoscritti filosofici e morali, quelli di agronomia, le attestazioni di partecipazione ad associazioni e congressi) e quelle relative alla vita pubblica (dalla missione a Genova al Gonfalonierato di Firenze, al Governo granducale, ecc. fino ai due Gabinetti Ricasoli e alla sua vita di deputato) (Nota 14).
L’epoca alla quale risale questa “montatura” definitiva dell’archivio, in un locale separato dal resto delle carte familiari e in un mobile costruito ad hoc, è il 1904-1907, date che compaiono sul frontespizio delle camicie dei fascicoli, appositamente prestampate (Nota 15), anche se è noto che a mettervi per primi le mani furono Marco Tabarrini e Aurelio Gotti, incaricati dal fratello Vincenzo e dal nipote Giovanni della pubblicazione delle Lettere e documenti uscita dal 1887 (Nota 16).
È tuttavia nel periodo risorgimentale che per la prima volta in modo evidente nuclei di scritture private legate ai ceti non aristocratici o lontane da certe categorie professionali (come i notai e i religiosi) si fanno avanti nella considerazione della “Storia”. Si veda quello che Michele Rosi, con la sua sensibilità di storico, scriveva nel 1909 ad Alessandro D’Ancona, anticipandogli criteri e limiti cronologici del suo Dizionario del Risorgimento nazionale: «Preparo un “Dizionario storico del Risorgimento Italiano” che dovrà contenere fra l’altro le biografie anche di modesti patrioti che in un modo qualsiasi presero parte al movimento nazionale soprattutto dal 1861 al 1870» (Nota 17).
Uno di questi era, non certo modesto, ma certamente di estrazione borghese Antonio Mordini (1819-1902), patriota lucchese al quale proprio Rosi dedicò nel 1906 una delle sue biografie, avendo istaurato un buon rapporto col Mordini stesso e soprattutto con il figlio Leonardo che gli aveva messo a disposizione le sue carte (Nota 18). Quella di Mordini è una parabola politica comune a vari protagonisti del Risorgimento: da fervente mazziniano in gioventù, ben presto aderì alla politica unitaria piemontese pur mantenendo rapporti privilegiati con personaggi come Garibaldi, Agostino Bertani, i Cairoli e svolse incarichi importanti sia nelle fasi dell’emergenza (Prodittatura di Sicilia tra il settembre e novembre 1860; Commissaria di Vicenza, luglio-settembre 1866) sia nel Parlamento italiano (fu ministro dei Lavori Pubblici nel 1869). Alla fine della sua lunga vita si era dedicato a riorganizzare le sue carte (ora raccolte in 134 buste), costruendo un dossier per ciascuno dei vari momenti da lui vissuti come protagonista o testimone. Alla sua impronta si sovrappose nel tempo l’impegno del figlio Leonardo che, oltre a mettere mano alle carte paterne, in parte sistemate dal Mordini stesso, cercò di recuperare lettere scritte dal padre in vari archivi privati trascrivendone oltre 5.000, senza riuscire a pubblicarle, ma lasciando a sua volta una traccia di sé nelle carte (Nota 19).
In generale, a condizionare la storia della trasmissione documentaria di queste fonti interverrà nella seconda metà dell’Ottocento un certo tipo di considerazione che vedeva nei carteggi una fonte privilegiata, a scapito di altre tipologie documentarie presenti in questi archivi. Conseguenza di questo diverso modo di valutare le carte fu una radicale selezione cui esse venivano sottoposte; spesso si trattò di una separazione dei carteggi dai documenti in senso stretto. Luoghi privilegiati di questi ultimi furono per molti decenni, come è noto, le biblioteche pubbliche statali. Uno dei più importanti progetti in questo senso fu rappresentato dall’Archivio della letteratura italiana, attuato a partire dal 1887 dal bibliotecario Desiderio Chilovi per la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze a partire dal nucleo del Carteggio Vieusseux con oltre 28.000 lettere (Nota 20).
Documenti o carte di diversa natura furono lasciati così ad un destino spesso oscuro o abbandonate, e solo tardivamente è stato possibile ricondurle al loro naturale contesto. Tra l’altro, una parte di queste carte appartenenti a personalità che svolsero importanti incarichi di governo, non solo riguardano la loro vita pubblica, ma nascono in un contesto pubblico. Così è per le carte afferenti ai governi provvisori e straordinari dell’Italia centrale trovate in archivi privati: già negli anni Sessanta del Novecento coloro che curarono gli inventari lamentavano per evidenti lacune documentarie la difficoltà di ricostruire un quadro preciso delle attività svolte dalle varie sezioni/ministeri e ebbero la lungimiranza di tenere conto dei «frammenti di archivi pubblici confluiti tra le carte delle persone che ebbero cariche di rilievo nei governi provvisori» (Nota 21), segnalandoli a margine o nel contesto degli inventari. Così avvenne per le carte del Pepoli commissario straordinario per l’Umbria, o per il fondo denominato “Carte Bianchi Ricasoli” in Archivio di Stato di Firenze, contenente in realtà le carte di Celestino Bianchi in qualità di segretario generale del Governo toscano (Nota 22), e per le carte di Luigi Carlo Farini di cui Zanni Rosiello ricapitolava le varie destinazioni, dopo il passaggio nelle mani di Luigi Rava, curatore del carteggio, segnalando che le sue carte pervenute al Museo Centrale del Risorgimento si identificassero in realtà con l’archivio del Gabinetto di Farini quale governatore e dittatore in Emilia (Nota 23). Anche nell’archivio Mordini carte nate in un contesto pubblico sono nelle serie denominate “Prodittatura di Sicilia” e “Commissarìa di Vicenza”, prodotte cioè in occasione di incarichi temporanei in terre di recente annessione, nel momento di passaggio ad una diversa e nuova amministrazione (Nota 24).
Per comprendere le vicende della trasmissione documentaria di questi archivi occorre inoltre tenere conto di un altro fattore: il collezionismo documentario, che costituisce una sorta di filo rosso che non riguarda solo gli archivi del Risorgimento, ma anche documenti di varie epoche e inerenti ad altre tematiche. Tuttavia nel caso dei carteggi ottocenteschi vi sono esempi evidenti di un collezionismo che ha portato al “disfacimento” della struttura organica non solo degli archivi personali, ma degli stessi carteggi. Come dice Neil Harris (Nota 25), in Italia l’impulso collezionistico trovò nuova linfa nella seconda metà dell’Ottocento proprio dalla storiografia risorgimentale e post-risorgimentale, che esaltavano i grandi del passato (letterati, uomini politici, pensatori, dei secoli XVI-XVII), ma che non risparmiarono gli archivi degli stessi uomini politici del recente Risorgimento. Così in una nota e ricca collezione come la Autografoteca Bastogi presso la Biblioteca Labronica di Livorno sono confluite lettere e documenti identificabili come nuclei di carteggi appartenenti agli archivi personali di Giuseppe Montanelli (Nota 26), di Emilia Toscanelli Peruzzi (Nota 27), di Ridolfo Castinelli (Nota 28), ecc., arrivati con l’archivio di Pietro Bastogi (1808-1899), destinatario di una corrispondenza con i maggiori politici italiani del suo tempo, ma anche appassionato collezionista di inediti (fra cui spiccano le carte foscoliane da lui acquistate nel 1834) (Nota 29).
D’altra parte, furono quegli stessi protagonisti del Risorgimento, sopravvissuti ai momenti più eroici, a raccogliere memorie e documenti: si veda lo stesso Mordini che arricchì il materiale in suo possesso ricercando, acquistando e conservando tutto quello che riguardava quel periodo, ampliando così la sua già notevole collezione di rarità e cimeli (Nota 30). Ad estreme conseguenze per le sorti di una importante documentazione di interesse risorgimentale, e non solo, portò, in un’altra occasione, il collezionismo documentario cui si affiancò una vera e propria mancata custodia. A ripercorrere infatti le vicende della dispersione dell’archivio familiare Giorgini, esse appaiono a prima vista drammatiche, se si tiene conto dell’alto valore culturale rappresentato dal patrimonio archivistico accumulato da almeno tre generazioni di alti burocrati dello Stato e intellettuali toscani quali furono Niccolao, il figlio Gaetano (Nota 31) e il nipote Giovan Battista Giorgini (Nota 32). Questi appartenevano ad una famiglia di origine lucchese che con Giovan Battista abbracciò la causa unitaria italiana e fu a lungo nota per l’illustre parentela di quest’ultimo con Vittoria, figlia di Alessandro Manzoni (Nota 33). In due generazioni successive si sgretolava a metà del Novecento un patrimonio culturale di grande valore, lasciato in mano a faccendieri/amministratori locali nel borgo natale dei Giorgini, Montignoso (Lu). Decisivo, negli anni 2000-2002 era l’intervento dell’Amministrazione archivistica che riusciva a recuperare due spezzoni importanti dell’archivio ancora conservati in provincia di Massa-Carrara, depositandoli presso l’Archivio di Stato di Firenze, mentre altre importanti carte erano già state acquisite nel 1981, dopo essere comparse sul mercato antiquario romano, dalla Regione Toscana per l’Archivio Contemporaneo “Alessandro Bonsanti” del Gabinetto Vieusseux di Firenze, e nel 1988-1989 dalla Biblioteca Braidense di Milano, che ne recuperava altre sul mercato antiquario bolognese. Ciò permetteva di ricostruire, sia pure a giochi ormai fatti, una dispersione (Nota 34) e dava inoltre la possibilità di confrontare i numerosi frammenti documentari, cospicui o più esigui, tra loro: ne emergevano i criteri assolutamente “commerciali” di una operazione strisciante che si era consumata nel tempo. Ne è testimonianza il gruppo di 42 lettere di Massimo d’Azeglio a Giovan Battista Giorgini, provenienti dal medesimo circuito antiquario, e poi arrivate alla Società toscana del Risorgimento (Nota 35).

3. Per quanto riguarda le modalità di organizzazione di questa memoria scritta e di come sia stata tramandata occorre tenere presente innanzitutto la volontà e il livello di consapevolezza dello stesso soggetto produttore di dover conservare una preziosa memoria scritta, quale testimonianza “in diretta” di vivere una esperienza, quella risorgimentale, di grande importanza. Questa volontà e consapevolezza possono essere in qualche modo misurate dal grado di organizzazione dato alle carte dallo stesso soggetto produttore: in tal caso è evidente una selezione nella documentazione, non tanto con finalità di autocensura quanto per l’attribuzione di un diverso valore dato alle carte.
Da questo punto di vista appare significativo l’esempio dell’archivio di Gioacchino Napoleone Pepoli: la consapevolezza di lasciare una traccia di sé è direttamente proporzionale al suo stato di nobiluomo, dai natali e dalle parentele illustri. Nel testamento, pubblicato nel 1881, egli dichiara espressamente: «desidero che le memorie della mia vita, specialmente della mia vita politica non vadino [sic] disperse» e lascia alla figlia le sue carte, lettere, manoscritti, diplomi rilasciatigli da società di mutuo soccorso e da varie municipalità, con l’obbligo di pubblicare la corrispondenza con Napoleone III, cugino di II grado (Nota 36).
Nell’inventario legale dell’archivio conservato nella sua villa di San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, che compare nell’estratto del testamento, e che fotografa sommariamente i vari nuclei di documenti presenti in quel momento, risulta già la divisione della corrispondenza per categorie di personaggi che si può far risalire alla volontà del Pepoli degli ultimi anni di vita: una sequenza di categorie, all’interno delle quali si aprono tanti fascicoli quanti sono i mittenti, che rivela un evidente senso delle gerarchie (economisti, letterati, uomini politici, scienziati, ecclesiastici, diplomatici italiani e stranieri, principi, militari, banchieri, amici, attori, giornalisti, donne illustri, ecc.) (Nota 37). Da tale inventario si evince inoltre che un gruppo di carte riguardanti la sua vita politica e diplomatica – il cui elenco risultava conservato nel “quartiere di città” e, che io sappia, non è stato ritrovato – era già stata consegnato, lui vivente (le due ricevute portano rispettivamente la data del settembre e dicembre 1880), a Leone Carpi (1810-1898), anch’egli protagonista del Risorgimento. Questi aveva svolto un’intensa opera di pubblicista sia prima che dopo l’Unità sui temi economici e finanziari, sul riordinamento amministrativo del Regno e sui temi sociali come l’emigrazione italiana (Nota 38), e in quel momento stava raccogliendo materiale per l’opera Il risorgimento italiano. Biografie storico-politiche di illustri italiani contemporanei, poi uscita a dispense tra il 1884 e il 1888, dai toni celebrativi e di scarso rigore scientifico. Ma non è dato sapere se poi furono restituite.
Questa consapevolezza, che si ritrova anche nell’atteggiamento di Antonio Mordini, è propria di chi aveva superato indenne gli eventi “eroici” del biennio 1859-1861 e vissuto la evoluzione/involuzione dei due decenni successivi nei quali si crea e definisce il “mito” del Risorgimento.
A contribuire a tale costruzione intervennero anche le numerose scritture diaristiche e memorialistiche dei protagonisti maggiori e minori del Risorgimento (Nota 39). Una parte di queste scritture, ricche di contributi narrativi, nascevano di giorno in giorno, come veri e propri diari degli eventi che i protagonisti venivano vivendo. Un simile carattere hanno il Diario di Giuseppe Massari, scritto dalla sua posizione privilegiata di giornalista e segretario di Cavour, sugli eventi dall’agosto 1858 al settembre 1860 (Nota 40), che, come dice Carlo Pischedda, ha «il pregio di fonte impareggiabile sul triennio cruciale del nostro riscatto nazionale, una fonte di parte moderata meritevole di essere accostata per valore documentario e ricchezza di contributi narrativi ad altre fonti moderate» (Nota 41); il Diario di Marco Tabarrini, pubblicato nel 1959 da Antonio Panella, che copre lo stesso periodo (Nota 42), o quello del principe fiorentino Ferdinando Strozzi del 1860-1861 (Nota 43).
Alla pratica delle memorie si dedicarono in tanti: notissimi I miei ricordi di Massimo d’Azeglio, quelli di Luigi Settembrini, di Marco Minghetti (Nota 44), ma anche quelli di figure minori, come il veneto Carlo Tivaroni con le sue Ricordanze di giovinezza (1895) sulla sua esperienza di giovane bersagliere (Nota 45). Il tema della “memoria” del Risorgimento è un tema complesso, che non può limitarsi al discorso degli archivi, ma va ampliato a quello della memorialistica. Su queste tipologie di scritture, una parte delle quali stese con l’intento di essere date alle stampe, molto ci sarebbe da dire, anche in merito alla loro pubblicazione da parte della storiografia successiva (Nota 46). Lo stesso Pepoli lasciava un manoscritto intitolato “Documenti intorno alla mia vita”, compilato nel 1880, probabilmente in vista di una pubblicazione (Nota 47).
Altro sarebbe stato il destino delle carte di chi fu colto dalla morte alla vigilia o all’indomani di quel glorioso e fatidico biennio. Un esempio in questo senso è rappresentato dall’archivio di Vincenzo Salvagnoli, personaggio considerato finora minore dalla storiografia sul moderatismo toscano. Nel 2002 la pubblicazione dell’inventario delle sue carte e di quelle familiari (Nota 48) ha avuto il pregio di riproporlo a nuova attenzione da parte dell’attuale storiografia (Nota 49). Avvocato di origine empolese – cittadina nel contado fiorentino di vocazione agricola e più tardi industriale –, che esercitava con successo nella capitale del Granducato (Nota 50), fu per anni braccio destro di Bettino Ricasoli che lo chiamò nel Governo provvisorio toscano quale ministro degli Affari ecclesiastici. Non è un caso che molti degli appunti e abbozzi di testi di leggi e discorsi del Ricasoli di quel periodo, conservati nel suo archivio, siano di mano del Salvagnoli.
Già all’indomani della sua scomparsa, avvenuta a Pisa il 21 marzo 1861, il fratello Antonio e Ricasoli con i quali Vincenzo aveva condiviso ideologie e lotte politiche si posero il problema di onorare convenientemente l’uomo politico, il compagno di tante battaglie, nel quadro della formazione dello stato nazionale, e di valorizzare il notevole patrimonio culturale da lui accumulato (libri e archivio). Contemporaneamente all’idea di promuovere una sottoscrizione per un monumento a lui dedicato – che gli venne eretto nel Camposanto pisano dove era stato sepolto nel 1873 – nasceva il progetto di pubblicare gli studi inediti di Vincenzo. «Cencio ha lasciato grandi studi su molte materie politiche e di scienza legale, ne parleremo insieme e vedrai se conviene di pubblicare i completi lavori»: così scrive Antonio a Ricasoli nel 1861. Progetto, ripreso più tardi nel 1874, nel quale furono coinvolti Zanobi Bicchierai e Marco Tabarrini, senza che esso trovasse conclusione. L’archivio, privo di qualsiasi organizzazione – Salvagnoli muore al culmine della sua attività di avvocato e di politico – e caratterizzato da una consistenza notevole che non aveva conosciuto selezioni, fu sottoposto ad una continua spigolatura in più occasioni tanto che una buona parte del suo archivio finì tra le carte del Tabarrini, ora in Archivio di Stato a Firenze, e tra quelle del Bicchierai, a sua volta consegnate alla Biblioteca Nazionale (ma interi carteggi di corrispondenti illustri sono andati dispersi). Tali occasioni erano legate ai vari momenti nei quali sembrava che il progetto di pubblicazione dei suoi testi inediti o delle numerose lettere inviategli da importanti personaggi del Risorgimento si concretizzasse. Ciò avvenne anche quando venne coinvolto nel progetto, nel 1904-1905, lo stesso Alessandro d’Ancona, insieme a Ferdinando Martini (Nota 51).
Le vicende della dispersione delle carte di Salvagnoli introducono ad un secondo aspetto che ha a che fare con l’utilizzo storiografico che questi archivi hanno conosciuto all’indomani o a ridosso della scomparsa delle personalità che li avevano prodotti. È lecito chiedersi se l’uso storiografico di queste fonti ne abbia modificato la struttura o prodotto dispersioni, delineandosi come “abuso”, o se invece tale utilizzo, come la pubblicazione di lettere e documenti, abbia contribuito alla loro valorizzazione. Sulla traccia delle considerazioni di Zanni Rosiello a proposito della dispersione delle carte personali del già ricordato Salvagnoli (Nota 52), va valutato se le vicende della trasmissione documentaria di questi archivi non siano strettamente collegate ad aspetti culturali più ampi delle singole vicende individuali, quali la cultura storico-erudita della seconda metà dell’Ottocento che tanta parte ha avuto nella trasmissione e costruzione della memoria del Risorgimento (Nota 53).
Un esempio è rappresentato da Giuseppe Massari, patriota barese, che visse esule in Francia e in Piemonte. Il caso del Massari è significativo sia per il ruolo che egli ebbe come “storico” della prima ora del movimento risorgimentale di cui era stato uno dei testimoni e protagonisti, sia per il destino, quasi paradigmatico, che ebbero le sue carte. Sono note le scelte politiche che lo portarono dapprima nell’esilio parigino, dove frequentò il Gioberti e il salotto della liberale Cristina Trivulzio marchesa di Belgioioso, e poi nell’ambiente piemontese, in contatto con l’ala moderata e con le diplomazie piemontese, toscana e romana. Periodo nel quale poté vantare, per esempio, una stretta amicizia con il Gioberti (poi scomparso nel 1852) e con la famiglia Arconati. Segretario di Cavour negli anni decisivi dell’impresa unitaria e giornalista, ebbe stretti rapporti con i moderati toscani come Ricasoli, Leopoldo Galeotti, Salvagnoli e con Marco Minghetti con il quale ebbe una lunga amicizia (Nota 54). In un secondo tempo egli si dedicò alla ricostruzione della vita dei protagonisti del movimento unitario: più che fare storia c’era in lui il desiderio di «…fornire materiali utili alla storia, pubblicando documenti e testimonianze … educando … il lettore al valore dell’Unità nazionale», anche se non sempre le sue erano edizioni corrette (Nota 55). Pubblica così i saggi giobertiani e i Ricordi biografici e il carteggio, attingendo all’archivio del Gioberti (1860-62), le memorie del generale Pepe e le biografia di uomini come Cavour (1873), Vittorio Emanuele II (1878) e il generale Alfonso La Marmora (1880). Della sua vasta rete di conoscenze Massari si servì largamente per la composizione delle sue opere: sia utilizzando lettere dei biografati tra le sue carte, sia prendendo in prestito lettere e documenti presso i vari corrispondenti, sia chiedendo ricordi ai testimoni dell’epoca.
Si può dire che egli inaugurasse un “filone storiografico” ed un metodo che non sempre portarono a felici risultati, metodo di cui fece le spese il suo stesso archivio. Secondo la ricostruzione di Emilia Morelli, direttrice per oltre 40 anni dell’Istituto del Risorgimento di Roma, dove sono confluite le carte Massari (Nota 56), le sue carte furono da lui destinate per testamento ad Emilio Visconti Venosta, che in seguito ne consegnò una parte a Giovanni Beltrani che si doveva occupare della figura del Massari e curare l’edizione del Diario (Nota 57), mentre la biografia fu edita da Raffaele Cotugno nel 1931 (Nota 58). Le carte rimasero in casa Beltrani fino al 1933 quando il Museo del Risorgimento di Roma, destinatario per legato, riuscì ad entrarne in possesso. Le carte di Massari rimaste presso il Visconti Venosta venivano depositate presso il Ministero degli esteri nel 1931; qui passarono nelle mani del consulente storico di quell’archivio, il senatore Francesco Salata. Finirono così in un fondo Salata – nel frattempo scomparso nel 1944 –, finché nel 1947 furono riunificate al resto (anche se mancanti delle lettere di Cavour, Berchet, Arconati, ecc., nonché di un fascicolo del suo Diario). A sua volta, questo diplomatico di origine istriana, che si dedicò assiduamente a ricerche archivistiche su alcune figure del Risorgimento come Ruggero Bonghi, Daniele Manin e il re Carlo Alberto (1935-1937), aveva raccolto una grande massa di documenti in originale ed in copia nel corso dei suoi studi (per es. era venuto in possesso di carteggi del re Carlo Alberto e dei suoi familiari come la madre) tra cui appunto le carte Massari (Nota 59).
In Toscana subito dopo l’Unità ad avere una sorta di monopolio in questa tradizione documentaria furono personaggi come Marco Tabarrini (Nota 60) ed Aurelio Gotti (Nota 61), rappresentanti di quella cultura riconducibile al cattolicesimo liberale toscano che intrattennero stretti rapporti di amicizia e lavoro con gli esponenti di spicco di quella cultura nel periodo sia pre che post-risorgimentale: entrambi infatti ebbero ruoli dirigenziali nella amministrazione statale post-unitaria in ambito scolastico e nella gestione del patrimonio storico del “nuovo” Stato. Tra le operazioni culturali cui furono chiamati si ricorda qui che furono incaricati nel 1885 da Vincenzo e Giovanni Ricasoli, rispettivamente fratello e nipote di Bettino, di ordinare la sua corrispondenza e curarne la pubblicazione, dopo che il progetto iniziale era andato fallito per la morte di Celestino Bianchi cui era stato inizialmente affidato. Ad operare nello stesso ambiente, ma di minore levatura, troviamo Alessandro Carraresi, dal 1840 fedele segretario, bibliotecario ed archivista del conte Gino Capponi e autore per lui di ricerche erudite (Nota 62). Egli aiutò il Tabarrini e il Capponi a riordinare le carte lasciate dal poeta Giuseppe Giusti, come è noto, morto a casa Capponi, lavoro che poi sfociò nell’edizione postuma dei suoi Versi nel 1852. Ma soprattutto Capponi dispose che alla sua morte (1876) gli venisse affidato il compito di ordinare le sue carte, in particolare le lettere che poi, Carraresi, sotto la guida di Cesare Guasti, pubblicò in 6 volumi tra il 1884 e il 1890 (Nota 63). Nel suo ruolo di archivista continuò a trascrivere manoscritti e a fornire notizie e documenti al biografo ufficiale di Capponi, Marco Tabarrini (Nota 64).
Le pubblicazioni di selezioni di carteggi che si intraprendono in quegli anni in Italia sono da annoverare tra le “prime imprese dell’erudizione risorgimentale” che più tardi troverà organi e strumenti per esprimersi «attorno ai musei dedicati alla conservazione delle memorie risorgimentali» (Nota 65), che cominciano a sorgere dopo il 1884 – quando in occasione della Esposizione generale italiana a Torino venne allestito un padiglione dedicato al Risorgimento – e che ben presto diventarono veri e propri centri di documentazione (Nota 66).
L’altro filone intorno al quale si sviluppa la storiografia della prima ora e che condiziona a suo modo la conservazione degli archivi “risorgimentali” è quello delle biografie dei protagonisti del Risorgimento. L’esigenza di attingere a fonti documentarie diverse da quelle pubbliche/ufficiali, che all’epoca risultavano ancora di difficile accesso (Nota 67), portava il curatore della biografia a utilizzare le carte personali del biografato. Poteva così capitare che le trattenesse presso di sé, in qualche modo incapsulandole nel proprio archivio. Così avvenne per le carte di Carlo Matteucci (1811-1868), medico e scienziato romagnolo che svolse un ruolo importante nell’ambiente scientifico toscano dove si era rifugiato da Forlì fin dal 1834. Il suo biografo era Nicomede Bianchi (Nota 68), storico del suo tempo, uno dei primi a stendere una biografia di Cavour (1863) di cui contribuì a costruire il “mito”. Anch’egli di sentimenti liberali, fin dal 1848 si era manifestato favorevole all’annessione degli Stati estensi, dove era nato, al Regno sabaudo; rifugiatosi a Nizza, si dedicò all’insegnamento della storia a lui contemporanea, sempre in polemica antimazziniana e in favore della politica piemontese. Noto per una Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall’anno 1814 al 1861, ricca di materiale inedito (1865-1871), e per essere stato a lungo direttore dell’Archivio di Stato di Torino (dal 1870) (Nota 69), nella introduzione alla vita del Matteucci ricordava di avere avuto dallo stesso scienziato le sue carte. Queste sono così confluite nel fondo, o meglio nell’”Autografoteca” Bianchi, ora conservato presso la Biblioteca “Panizzi” di Reggio Emilia (Nota 70).

4. Finora gli esempi riportati sono di parte o, meglio, di segno “moderato”; ma anche nel campo democratico e repubblicano alcune personalità svolsero un ruolo di cinghia di trasmissione di questa memoria fatta di libri, lettere e manoscritti. “Nume tutelare” di una parte di questa memoria fu Jessie White Mario, giornalista inglese sposata nel 1857 con Alberto Mario (Nota 71), conosciuto a Genova in ambiente mazziniano: entrambi abbracciarono la causa repubblicana per poi allontanarsi dalle posizioni mazziniane e aderire alle idee politiche di Carlo Cattaneo. Le loro vicende si intrecciano così con quelle del repubblicano Agostino Bertani, che a sua volta fece propri gli ideali della democrazia federalistica di Carlo Cattaneo, al quale era unito da lunga e affettuosa amicizia.
Dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1869, Bertani riuscì solo nel 1872 ad acquistare libri e manoscritti di casa Cattaneo che rischiavano di andare dispersi e, in accordo con i coniugi Mario, donò la maggior parte della biblioteca - ma non l’archivio - di Cattaneo alla città di Lugano che aveva accolto esule l’economista lombardo nel 1848 (Nota 72). Quando poi fu la volta di Bertani a scomparire nel 1886, le sue carte furono sistemate dalla stessa Mario e poi consegnate al Museo del Risorgimento di Milano (Nota 73), museo che più tardi nel 1897 acquistò dalla stessa Mario, che rimasta vedova viveva in condizioni di povertà a Firenze, le carte di Cattaneo (Nota 74). A sua volta le carte della Mario, che negli ultimi anni di vita si dedicò a scrivere la biografia del marito e di uno dei suoi “miti”, Giuseppe Garibaldi (Nota 75), alla sua morte nel 1906, confluivano dapprima alla Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma e da lì passavano nel Museo nazionale del Risorgimento, di cui costituiscono una delle raccolte più ricche (Nota 76).
La memoria del “Risorgimento democratico” ha meritato in passato una particolare attenzione e riflessione da parte della storiografia a partire da Franco Della Peruta (Nota 77); anche recentemente si è affermato che, fin dagli anni successivi all’Unità, al suo interno convivevano più anime: da una parte, gli ex mazziniani ed ex garibaldini passati a posizioni di lealismo dinastico e, dall’altra, “gli eredi più autentici di quella tradizione”, a partire da Ferrari, a Cattaneo, Bertani, Saffi e la stessa White Mario. Tuttavia, a fronte di una egemonia degli studi storici di impronta sabauda, cui si accompagnò «un’abile strategia di controllo degli archivi, delle biblioteche e dall’accesso privilegiato ai documenti», a garantire attenzione e spazio, spesso negate alla tradizione democratica del Risorgimento nella storiografia ufficiale, furono proprio i musei storici dedicati al Risorgimento sorti nell’ultimo decennio dell’Ottocento in molte città italiane dove ancora vivo era il ricordo degli episodi di partecipazione popolare alle lotte per l’indipendenza (Nota 78).
Più in generale si può dire che la White appartenga ancora a quella generazione di “scrittori di storia” che avevano narrato vicende cui avevano partecipato da attori o testimoni, una storia opera di uomini legati alla politica contingente (Nota 79): politici, alti burocrati, giornalisti, come Marco Tabarrini, Aurelio Gotti, lo stesso Giuseppe Massari, ecc. Questi storici della prima ora non sono ancora storici di professione, anche perché la professione di storico come accademico si formerà più tardi con l’organizzazione delle università italiane: svolgono ricerche di prima mano e raccontano con un taglio cronachistico. Uno iato separa dagli storici «protagonisti dell’epopea risorgimentale» una nuova generazione di storici liberali, provenienti da un apprendistato di insegnamento nelle scuole e nelle università, negli archivi e nei gabinetti di lettura (Nota 80). A segnare il passaggio tra queste due generazioni e a svolgere un ruolo chiave nella trasmissione e rappresentazione della memoria scritta del Risorgimento vi sono alcuni grandi “maestri”, a cavallo tra Otto e Novecento, come Alessandro D’Ancona, i cui esordi tuttavia lo videro giovane direttore del giornale «La Nazione», chiamato proprio da Ricasoli nell’agosto 1859. Studiosi come il D’Ancona, che partecipò o presenziò a molti progetti di pubblicazione di carteggi risorgimentali (Nota 81), e Ferdinando Martini fanno da ponte ad una ripresa di studi risorgimentali.
In questa ripresa va collocata l’opera del lucchese Michele Rosi (1864-1934), cronologicamente posteriore di circa un ventennio, biografo di Antonio Mordini e dei Cairoli, e curatore del Dizionario del Risorgimento nazionale. Allievo alla Scuola Normale Superiore di Pisa di Amedeo Crivellucci docente di storia medievale e del D’Ancona il cui indirizzo filologico di marca positivistica lasciò tracce in lui, dedicava il suo primo lavoro nel campo della storiografia risorgimentale, nel 1906, ad Antonio Mordini, che usciva dopo un lungo periodo di raccolta di documenti negli archivi di Stato e soprattutto nell’archivio del biografato; di qui il consistente apparato documentario da lui proposto in appendice.
In conclusione, vorrei rammentare proprio l’opera del Rosi in quanto egli può essere annoverato tra i primi di quella generazione di storici con i quali si passa dalla agiografia alla storia documentata del Risorgimento italiano (Nota 82). La sua esigenza di dare basi scientifiche alla storia del Risorgimento si accompagnò in lui allo sforzo fatto per accreditare sul piano accademico l’insegnamento della storia del Risorgimento (Nota 83); il recente deposito presso la Scuola Normale di Pisa delle sue carte permetterà di accedere ad un fondo archivistico la cui principale caratteristica «consiste nella sua omogenea costruzione nata attorno alla compilazione del Dizionario» e «si preannuncia come un ottimo osservatorio per uno studio sugli storici e sui cultori di storia risorgimentale tra Otto e Novecento» (Nota 84).
Si chiude così una parabola che va dagli archivi alla storia, un percorso con il quale occorre fare i conti quando si affrontano in concreto le problematiche connesse alla “tradizione” di questi archivi di persone, nella quale accanto alle componenti strettamente personali e familiari assumono una incidenza non indifferente motivazioni di carattere culturale più generali.

 

NOTE

* L’indicazione dei siti web citati in nota è aggiornata al giugno 2012. Torna al testo

 

Nota 1. Mi approprio qui di una espressione che ritrovo in un saggio di I. Zanni Rosiello, Storici e fonti documentarie private: usi e abusi, in Il Risorgimento nazionale di Vincenzo Salvagnoli. Politica, cultura giuridica ed economica nella Toscana dell’Ottocento. Atti del convegno di studi, Empoli e Firenze, 29-30 nov. 2002, Pacini, Pisa 2004, pp. 361-368. Torna al testo.

 

Nota 2. Cfr. Libro d’oro della Nobiltà italiana, vol. XIV, Collegio Araldico, Roma 1962-1964, 13ª ed., voce Gaddi Pepoli, p. 573. Torna al testo.

 

Nota 3. Su questi aspetti della vigilanza cfr. Archivio della soprintendenza Archivistica per la Toscana (da ora in poi ASAT), fasc. Archivio Pepoli - Prov. LuccaTorna al testo.

 

Nota 4. In questo numero S. Alongi, «In quanto a me non desidero che di scrivere». Le carte di Gioacchino Napoleone Pepoli all’Archivio di Stato di BolognaTorna al testo.

 

Nota 5Le carte di Michele Rosi. Magistero e percorsi di ricerca sul Risorgimento italiano, giornata di studi svolta l’11 dicembre 2010 nella Sala Azzurra della Scuola Normale Superiore di Pisa. Torna al testo.

 

Nota 6. Per una utile ed approfondita analisi di questo fondo si vedano in questo numero i saggi di D. Tura e F. Boris. Torna al testo.

 

Nota 7. Cfr. Gli archivi dei governi provvisori e straordinari, 1859-1861, vol. II, Romagna, Provincie dell’Emilia. Inventario, Ministero dell’interno, Roma 1961, pp. 46-51. Torna al testo.

 

Nota 8. Su tale donazione si veda E. Gaddi, L’archivio di G. N. Pepoli. (Per la storia del Commissariato nell’Umbria, 1860), in «Archivio storico del Risorgimento umbro», 1 (1905), pp. 136-146; 111 (1907), pp. 3-23 e 223-236. Torna al testo.

 

Nota 9. Espressione che compare nel titolo di un intervento di Maurizio Ridolfi del gennaio 2010 Risorgimento rivisitato: quale storia e quali memorie? (sito web: http://www.officinadellastoria.info). Torna al testo.

 

Nota 10. F. Conti, Amicizia, amore e politica: relazioni affettive e battaglie ideali nel secondo Ottocento, in E. Scaramuzza (a cura di), Politica e amicizia: relazioni, conflitti e differenze di genere (1860-1915), Franco Angeli, Milano 2010, pp. 167-186. Un altro esempio è il volume di Franca Bellucci sulle corrispondenti di penna dei fratelli toscani Vincenzo e Antonio Salvagnoli (F. Bellucci, Donne e ceti fra Romanticismo toscano e italiano. Le corrispondenti di penna con Vincenzo ed Antonio Salvagnoli, Pacini, Pisa 2008). Torna al testo.

 

Nota 11. Da Antonio Romiti (Per una teoria dell’individuazione e dell’ordinamento degli archivi personali, in C. Leonardi (a cura di), Specchi di carta. Gli archivi storici di persone fisiche: problemi di tutela e ipotesi di ricerca, Fondazione Ezio Franceschini, Firenze 1993, pp. 89-112; e più recentemente Id., Gli archivi domestici e personali tra passato e presente, in L. Casella, R. Navarrini (a cura di), Archivi nobiliari e domestici. Conservazione, metodologie di riordino e prospettive di ricerca, Forum, Udine 2000, pp.13-32) a C. Del Vivo, L’individuo e le sue vestigia. Gli archivi delle personalità nell’esperienza dell’Archivio Contemporaneo “A. Bonsanti” del Gabinetto Vieusseux, in «Rassegna degli Archivi di Stato», 62/1-3 (2002), pp. 217-233; a Stefano Vitali (si vedano le pagine dedicate nel volume L. Giuva, S. Vitali, I. Zanni Rosiello, Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella società contemporanea, Bruno Mondadori, Milano 2007, pp. 79-87). Torna al testo.

 

Nota 12. La pratica dell’acquisto che avvenne in più lotti è in ASAT, ins. Archivio Ricasoli di Brolio - Prov. SienaTorna al testo.

 

Nota 13. «Brolio è dove si incarna la antichità e la nobiltà vera della famiglia. Brolio sarà un documento, e un monumento privato. Là le spoglie mortali degli antenati, là gli Archivi, le Librerie, là un territorio posseduto ed esteso, là le memorie palpitanti de’ tempi», in Archivio di Stato di Firenze (d’ora in poi ASFI), Ricasoli Bettino, cassetta AI, 6, Giornale dei propri atti, cc. 7-8, settembre 1852 (brano pubblicato in A. Gotti, Vita del barone Bettino Ricasoli, Successori Le Monnier, Firenze 1894, p. 233). Torna al testo.

 

Nota 14. Cfr. inventario in ASFI, Raccolta degli inventari, N/289. Torna al testo.

 

Nota 15. Gli inserti riportano sul fronte anteriore indicazioni prestampate e risultano usciti dalla Tipografia Barbèra, con le date 1904 e 1906-1907. Le schede furono predisposte negli anni Trenta del Novecento: archivista era a Brolio nel 1939 Antonio Gigli, che in quegli anni si occupava anche dell’archivio dei conti Guicciardini (è sua la collazione con l’originale del ms. Ricordi politici e civili di Francesco Guicciardini, pubblicato a Firenze nel 1939). Torna al testo.

 

Nota 16Lettere e documenti del barone Bettino Ricasoli pubblicati per cura di M. Tabarrini e Aurelio Gotti, 10 voll., Le Monnier, Firenze 1887-1895, e un Indice generale metodico e analitico per nomi e per materie, Succ. Le Monnier, Firenze 1896. Torna al testo.

 

Nota 17. Citato in M. P. Paoli, “[…] mi scriva, caro professore”. Prime note sull’epistolario di Michele Rosi (1864-1934), in D. Menozzi, M. Moretti, R. Pertici (a cura di), Culture e libertà. Studi di storia in onore di Roberto Vivarelli, Edizioni della Normale, Pisa 2006, pp.189-238, in part. pp. 228-229. Torna al testo.

 

Nota 18. M. Rosi, Il Risorgimento italiano e l’Azione di un Patriota cospiratore e soldato, Roux e Viarengo, Roma-Torino 1906. Torna al testo.

 

Nota 19. Così la curatrice dell’inventario ricostruisce nell’Introduzione (M. P. Baroncelli (a cura di), Archivio storico risorgimentale Antonio Mordini. Inventario, Fondazione Ricci Onlus, Lucca 2010, pp. XXV-XXXI). L’archivio di Mordini, tuttora conservato a Barga e affidato a una fondazione privata, per molti decenni privo di strumenti di corredo, è finalmente dotato di un inventario analitico. Torna al testo.

 

Nota 20. Si veda l’articolo pubblicato nel 1903 da D. Chilovi, L’archivio della Letteratura italiana e la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (ora scaricabile dal sito: http://www.dante.di.unipi.it/ricerca/html/ChilALI/html). Torna al testo.

 

Nota 21. Cfr. I. Zanni Rosiello, Introduzione a Gli archivi dei governi provvisori e straordinari, 1859-1861, vol. II, Romagna, Provincie dell’Emilia. Inventario, cit., pp. 3 -51, in particolare p. 51, nota 145. Torna al testo.

 

Nota 22. Cfr. F. De Feo, G. Pansini (a cura di), Notizie sulle Carte Bianchi Ricasoli, in Gli archivi dei governi provvisori e straordinari, 1859-1861, vol. III, Toscana, Umbria, Marche. Inventario, Ministero dell’interno, Roma 1962, pp. 315-322. Torna al testo.

 

Nota 23. Cfr. I. Zanni Rosiello, Le carte Farini, in Gli archivi dei governi provvisori e straordinari, 1859-1861, vol. II, Romagna, Provincie dell’Emilia. Inventario, cit., pp. 371-377. Torna al testo.

 

Nota 24Archivio storico risorgimentale Antonio Mordini. Inventario, cit., pp. 65-119 e 120-150. Torna al testo.

 

Nota 25. N. Harris, L’autografo come oggetto fisico ossia come catalogare un volo in mongolfiera, in «Biblioteche Oggi», (sett. 2003), pp. 63-74, in particolare pp. 66-67. Torna al testo.

 

Nota 26. Una ricostruzione delle vicende del suo archivio in C. Del Vivo, Storie di carte: dell’archivio di Giuseppe Montanelli e delle sue vicende, in «Erba d’Arno», 79 (2000), e Id., Le Carte Montanelli all’Archivio Contemporaneo: il ruolo di Laura Cipriani Parra, in P. Bagnoli (a cura di), Giuseppe Montanelli. Unità e democrazia nel Risorgimento. Atti del convegno, Firenze, 2-3 dic. 1988, Olschki, Firenze 1990, pp. 303-327. Torna al testo.

 

Nota 27. È noto che la maggior parte del suo archivio è confluito in quello del marito, Ubaldino Peruzzi, conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (S. Fontana Semeraro, P. Gennarelli Pirolo, Le carte di Emilia Peruzzi nella Biblioteca Nazionale di Firenze, in «Rassegna storica toscana», 26 (1980), pp. 187-245; 30 (1984), pp. 283-305). Torna al testo.

 

Nota 28. Su questo architetto toscano, finora poco noto, si veda la ricostruzione biografica di R. Panattoni, Ridolfo Castinelli (1791-1859). Architetto e Ingegnere negli anni del Risorgimento. Progetti e realizzazioni per committenti privati, Pacini, Pisa 2004. Torna al testo.

 

Nota 29. C. Luschi, L’Autografoteca Bastogi nella Biblioteca Labronica di Livorno, in «Quaderni della Labronica», 63 (nov. 1995). Torna al testo.

 

Nota 30. Così M. P. Baroncelli, Introduzione a Archivio storico risorgimentale Antonio Mordini. Inventario, cit., pp. XXV-LXXIII. Torna al testo.

 

Nota 31. Si rimanda anche per i riferimenti bibliografici precedenti a A. Breccia, Una famiglia di funzionari: Niccolao e Gaetano Giorgini, in Pubblico e privato nelle carte Schiff Giorgini. Dalla dispersione al deposito presso l’Archivio di Stato di Firenze. Atti della giornata di studio, Firenze, Archivio di Stato, 16 maggio 2002, pubblicato su «Rassegna degli Archivi di Stato», LXII (2002), n. 1-2-3, pp. 335-347. Torna al testo.

 

Nota 32. Per questo personaggio complesso e politicamente impegnato in epoca pre e post-risorgimentale si veda, anche per la bibliografia, R. P. Coppini, Giovan Battista Giorgini politico di professione, ivi, pp. 348-362. Torna al testo.

 

Nota 33. Una sintesi in G. Nicoletti, Memorie manzoniane da casa Giorgini, ivi, pp. 378-387. Torna al testo.

 

Nota 34. Una puntuale ricostruzione in P. Benigni, Tra memoria ed oblio: l’Archivio Schiff Giorgini nel Novecento, ivi, pp. 314-334. Torna al testo.

 

Nota 35. Ivi, p. 326. Torna al testo.

 

Nota 36. Archivio di Stato di Bologna (d’ora in avanti ASBO), Gioacchino Napoleone Pepoli, b. 12, Fondo personale, Carteggio, Carte politiche, Memorie su questioni politiche, fasc. 10, Estratto del testamento pubblicato il 26 marzo 1881 dal notaio Eugenio Vecchietti di Bologna, s.d. Torna al testo.

 

Nota 37. Cfr. in questo numero S. Alongi, «In quanto a me non desidero che di scrivere», cit. Torna al testo.

 

Nota 38. Cfr. R. Romanelli, Leone Carpi, in Dizionario Biografico degli Italiani (www.treccani.it/enciclopedia/leone-carpi_(Dizionario-biografico)/). Torna al testo.

 

Nota 39. Cfr. F. Tarozzi, Voci “minori” del Risorgimento italiano. Memorie cronache e diari di esuli e patrioti, in B. Tarozzi (a cura di), Giornate particolari. Diari, memorie e cronache, Ombre corte, Verona 2005, pp. 121-138. Torna al testo.

 

Nota 40. G. Massari, Diario dalle cento voci, 1858-1860, a cura di E. Morelli, Cappelli, Bologna 1959. Torna al testo.

 

Nota 41. C. Pischedda, Il diario di Giuseppe Massari, in «Rassegna storica del Risorgimento», a. 82, IV (ott.-dic. 1995), pp. 547-564. Torna al testo.

 

Nota 42. M. Tabarrini, Diario 1859-1860, a cura di A. Panella, Federazione delle Casse di Risparmio della Toscana, Firenze 1959. Torna al testo.

 

Nota 43. Ricordato da V. Arrighi, Le grandi famiglie dell’aristocrazia fiorentina ed il Risorgimento, in Cittadini d’Italia. Primi passi della Toscana nello stato unitario. Catalogo della mostra (Firenze, Archivio di Stato, ott.-dic. 2011), Polistampa, Firenze 2011, pp. 25-30. Torna al testo.

 

Nota 44. M. Minghetti, Miei ricordi, vol. I, Dalla puerizia alle prime prove nella vita pubblica. Anni 1818-1848, L. Roux, Torino 1889, 4ª ed. Torna al testo.

 

Nota 45. Ricordato da M. P. Paoli, “[…] mi scriva, caro professore”, cit., p. 200. Torna al testo.

 

Nota 46. Cfr. A. M. Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Einaudi, Torino 2000, il capitolo su “il canone risorgimentale”, in particolare pp. 33-55. Torna al testo.

 

Nota 47. ASBO, Gioacchino Napoleone Pepoli, Fondo personale, Carte politiche, b. 15. Torna al testo.

 

Nota 48. V. Arrighi, L. Guerrini, E. Insabato, S. Terreni, Inventario dell’Archivio Salvagnoli Marchetti, Pacini, Pisa 2002. È in corso la descrizione analitica del carteggio, utilizzando la versione 3.0 del programma informatico Arianna. Torna al testo.

 

Nota 49. Nel 2002, in occasione delle celebrazioni per i 200 anni dalla sua nascita, il Comune di Empoli, in collaborazione con le tre università toscane e la Soprintendenza archivistica, organizzava un convegno di cui sono usciti gli atti: Il Risorgimento nazionale di Vincenzo Salvagnoli. Politica, cultura giuridica ed economica nella Toscana dell’Ottocento, qui già citati. Torna al testo.

 

Nota 50. Si veda M. Montorzi, Un capitolo di cultura forense nella Toscana risorgimentale. Vincenzo Salvagnoli, i suoi colleghi avvocati e il disegno di una nuova razionalità costituzionale, in Il Risorgimento nazionale di Vincenzo Salvagnoli, cit., pp. 303-348. Torna al testo.

 

Nota 51. Per questa ricostruzione si veda E. Insabato, Introduzione, in Inventario dell’archivio Salvagnoli Marchetti, cit. pp. 39-65, e Ead., Le carte di Vincenzo Salvagnoli tra dispersione e ricomposizione, in Il Risorgimento nazionale di Vincenzo Salvagnoli, cit., pp. 11-23. Torna al testo.

 

Nota 52. Vedi qui nota 1. Torna al testo.

 

Nota 53. Cfr. E. Sestan, L’erudizione storica in Italia, in E. Sestan, Scritti vari, vol. III, Storiografia dell’Otto e Novecento, a cura di G. Pinto, Le Lettere, Firenze 1991, pp. 3-31. Torna al testo.

 

Nota 54. R. Gherardi, Marco Minghetti, in Dizionario Biografico degli Italiani (www.treccani.it/enciclopedia/marco-minghetti_(Dizionario-biografico)/). Sono presenti nel suo archivio oltre 150 lettere di Minghetti dal 1844 al 1880. Torna al testo.

 

Nota 55. Cfr. M. Dell’Aquila, Intellettuali meridionali esuli in Piemonte nel decennio 1849/59: Giuseppe Massari, in «La Capitanata. Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia», a. 20 (1983), p. I, pp.1-30. Torna al testo.

 

Nota 56. E. Morelli, I Fondi archivistici del Museo Centrale del Risorgimento di Roma. XVIII. Le Carte Massari, in «Rassegna storica del Risorgimento», a. 34, 3-4 (lug.-dic. 1947), pp. 197-203. Torna al testo.

 

Nota 57. Poi ben ripubblicato dalla Morelli con il titolo Diario dalle cento voci; vedi qui nota 41. Torna al testo.

 

Nota 58. R. Cotugno, La vita e i tempi di Giuseppe Massari. Con documenti inediti, Vecchi & C., Trani 1931. Torna al testo.

 

Nota 59. L. Riccardi, Le carte Salata: quarant’anni tra politica e storia, in Il futuro della memoria. Atti del convegno internazionale di studi sugli archivi di famiglie e di persone (Capri, 9-13 sett. 1991), 2 voll., Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1997, vol. II, pp. 614-628. Torna al testo.

 

Nota 60. Per una biografia aggiornata su di lui cfr. G. Melis (a cura di), Servitori dello Stato. Centocinquanta biografie di uomini illustri d’Italia, Gangemi, Roma 2011, ad vocem (consultabile anche sul sito: http://www.funzionepubblica.gov.it/lazione-del-ministro/il-centocinquantenario-dellunita-ditalia/biografie/05052011---marco-tabarrini.aspx). Torna al testo.

 

Nota 61. C. Cinelli, Gotti Aurelio, in Dizionario Biografico degli Italiani (www.treccani.it/enciclopedia/aurelio-gotti_(Dizionario-biografico)/).Torna al testo.

 

Nota 62. Su di lui già G. Macchia, Il Segretario di Gino Capponi: Alessandro Carraresi (1819-1902), in «Nuova Rivista Storica», 40 (1956), pp. 298-315; più recente una sintesi in P. Treves, Carraresi Alessandro, in Dizionario Biografico degli Italiani (www.treccani.it/enciclopedia/alessandro-carraresi_(Dizionario-biografico)/). Torna al testo.

 

Nota 63Lettere di Gino Capponi e di altri a lui, raccolte e pubblicate da A. Carraresi, 6 voll., Le Monnier, Firenze 1884-1890. Torna al testo.

 

Nota 64. M. Tabarrini, Gino Capponi, i suoi tempi, i suoi studi, i suoi amici: memorie, Barbera, Firenze 1879. Torna al testo.

 

Nota 65. E. Sestan, L’erudizione storica, cit., p. 21. Torna al testo.

 

Nota 66. Sul ruolo dei musei del Risorgimento nella costruzione, da parte della rinnovata classe dirigente italiana, del mito del Risorgimento nell’ultimo ventennio dell’Ottocento si segnalano gli studi di Massimo Baioni, in particolare M. Baioni, I musei del Risorgimento, santuari laici dell’Italia liberale, in «Passato e presente», 29 (1993), pp. 57-86. Torna al testo.

 

Nota 67. Ad esempio, di ciò si lamentava nel 1902 Michele Rosi con Ferdinando Martini a proposito delle sue ricerche negli archivi di Stato, in particolare in quello di Roma dove sussistevano ancora impedimenti a consultare le carte prodotte 75 anni prima (cfr. M. P. Paoli, “[…]mi scriva, caro  professore”, cit., pp. 219-220). Torna al testo.

 

Nota 68Carlo Matteucci e l’Italia del suo tempo. Narrazione di Nicomede Bianchi, corredata di documenti inediti, F.lli Bocca, Roma-Torino-Firenze 1874. Cfr. per un sintetico aggiornamento anche bibliografico F. Farnetani, G. Monsagrati, Matteucci Carlo, in Dizionario Biografico degli Italiani (www.treccani.it/enciclopedia/carlo-matteucci_(Dizionario-Biografico)/). Torna al testo.

 

Nota 69. Su di lui M. Fubini Leuzzi, Bianchi Nicomede, in Dizionario Biografico degli Italiani (www.treccani.it/enciclopedia/nicomede-bianchi_(Dizionario-Biografico)/). Torna al testo.

 

Nota 70. Si veda nel sito della Biblioteca comunale Panizzi (www.cataloghi.comune.re.it/Cataloghi/) il catalogo dei carteggi dal quale si riescono a ricostruire le provenienze della collezione Bianchi, tra cui i numerosi carteggi destinati al Matteucci, nonché documenti relativi alla sua attività. Torna al testo.

 

Nota 71. Ampia è la bibliografia che riguarda questi due rappresentanti del “Risorgimento democratico”: si rimanda per Alberto Mario a F. Conti, Mario Alberto, in Dizionario Biografico degli Italiani (www.treccani.it/enciclopedia/alberto-mario_(Dizionario-Biografico)/). Torna al testo.

 

Nota 72. Per una puntuale ricostruzione delle vicende del patrimonio archivistico e librario del Cattaneo cfr. C. G. Lacaita, R. Gobbo, A. Turiel (a cura di), La Biblioteca di Carlo Cattaneo, Casagrande, Bellinzona 2003. Torna al testo.

 

Nota 73. M. Brignoli (a cura di), Le carte di Agostino Bertani, A. Cordani, Milano 1962. Torna al testo.

 

Nota 74. Istituto delle raccolte storiche del Comune di Milano (a cura di), Le carte di Carlo Cattaneo. Catalogo, A. Cordani, Milano 1951. Torna al testo.

 

Nota 75. P. Ciampi, Miss Uragano: la donna che fece l’Italia, Romano, Firenze 2010. Torna al testo.

 

Nota 76. Cfr. E. Morelli, I fondi archivistici del Museo Centrale del Risorgimento di Roma. I. L’Archivio di Jessie White Mario, in «Rassegna storica del Risorgimento», (1938), p. 406. Torna al testo.

 

Nota 77. F. Della Peruta, Il mito del Risorgimento e l’Estrema sinistra dall’Unità al 1914, in «Il Risorgimento», 1-2 (1995), pp. 32-70. Torna al testo.

 

Nota 78. M. Baioni, Miti di fondazione. Il Risorgimento democratico e la Repubblica (scaricabile dal sito: celebrarelanazione.files.wordpress.com/2011/03/mondadori_repubblica_baioni.pdf). Torna al testo.

 

Nota 79. Cfr. D. Barsanti, Dalla agiografia alla storia documentata del Risorgimento italiano: Michele Rosi studioso di Antonio Mordini, in Michele Rosi e la storiografia del Risorgimento, Atti del convegno, Camaiore, 1984, in «Rassegna Storica Toscana», 32 (1986), pp. 213-294, in part. pp. 279-294. Torna al testo.

 

Nota 80. M. P. Paoli, “[…] mi scriva, caro professore”, cit., p. 199. Torna al testo.

 

Nota 81. Già coinvolto nel progetto sul carteggio di Vincenzo Salvagnoli, mai decollato, lo troviamo, ad esempio, commissario responsabile per la pubblicazione del carteggio di Federico Confalonieri (G. Gallavresi (a cura di), Carteggio del Conte Federico Confalonieri ed altri documenti spettanti alla sua biografia, pubblicato con annotazioni storiche, Tipo-Litografia Ripalta, Milano 1910-1913). Torna al testo.

 

Nota 82. D. Barsanti, Dalla agiografia, cit. Torna al testo.

 

Nota 83. Z. Ciuffoletti, Michele Rosi e il «Dizionario del Risorgimento», in Michele Rosi e la storiografia del Risorgimento, cit., pp. 251-262. Torna al testo.

 

Nota 84. M. P. Paoli, “[…] mi scriva, caro professore”, cit., p. 191.Torna al testo.

 

Questo saggio si cita: E. Insabato, Una memoria del Risorgimento: i protagonisti del processo di unificazione nazionale ed i loro archivi personali, in «Percorsi Storici», Serie Atti Numero 1 (2012) [http://www.percorsistorici.it/numeri/serie-atti-numero-1/titolo-e-indice/13-numeri-rivista/serie-atti-numero-1/48-elisabetta-insabato-una-memoria-del-risorgimento]