Jacopo Lorenzini, Disfattisti e traditori. I comandi italiani e il "nemico interno" (novembre 1917-novembre 1918)

PDF


Torna all'indice

Jacopo Lorenzini

Disfattisti e traditori.

I comandi italiani e il "nemico interno" (novembre 1917-novembre 1918)

 

C’è un elemento della vulgata riguardante la Grande Guerra italiana che sembra essere duro a morire, e che malgrado i numerosi ridimensionamenti subiti ad opera di parecchi storici, con ogni probabilità tornerà ad affiorare (speriamo non ad imporsi) durante le celebrazioni del centenario che ci aspettano nei prossimi anni. Parliamo della contrapposizione tra il periodo di comando di Luigi Cadorna e quello del successore Armando Diaz: il primo regno del terrore, delle decimazioni e delle sterili offensive sul Carso; il secondo caratterizzato da una maggiore attenzione per la vita quotidiana dei soldati, e da una marcata parsimonia nel metterne a rischio le vite. Un cambio di marcia dal quale nascerebbe un nuovo rapporto di fiducia tra soldati, ufficiali e comandanti, tra fronte e fronte interno, con la resistenza sul Piave, i “ragazzi del ’99”, e Vittorio Veneto come esito naturale. Una rappresentazione estremamente semplicistica dell’ultimo anno di guerra, costruita in gran parte sul giudizio totalmente negativo riservato alla precedente gestione. Intendiamoci, Cadorna e il suo stato maggiore autocratico meritano gran parte delle critiche loro rivolte, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei quadri (Nota 1), l’incapacità di innovare una tattica (quella dell’attacco frontale) dispendiosa e inefficace (Nota 2), e il trattamento riservato a soldati, prigionieri e popolazioni della zona di guerra (Nota 3). Tuttavia si tende spesso a sottovalutare sia i fattori di continuità tra le due gestioni del Comando supremo, sia le condizioni oggettive (in buona parte estranee alla volontà di Diaz) che rendono l’ultimo anno di guerra diverso dai precedenti (Nota 4).
Giunto al comando supremo del Regio Esercito Italiano alla metà di novembre del 1917, mentre su tutto il fronte si combatte la cosiddetta battaglia d’arresto al Piave, Armando Diaz promuove effettivamente, durante la prima metà del 1918, un concreto miglioramento delle condizioni di vita dei soldati. Aumento delle licenze, equa distribuzione dei turni in trincea fra le varie unità, miglioramento del rancio, divieto di adibire le truppe a riposo a lavori di qualsiasi tipo, apertura di biblioteche, teatri e luoghi di ritrovo nelle retrovie e altro ancora. Un cambiamento nelle condizioni materiali della vita al fronte che va di pari passo con l’avvio di un’azione propagandistica senza precedenti nell’esercito italiano. Presso ogni armata e corpo d’armata vengono istituiti uffici informazione e propaganda nei quali si concentrano numerosi intellettuali e umanisti in uniforme, i quali mettono il proprio talento al servizio del paese in guerra e danno vita a innumerevoli giornali di trincea e campagne di “marketing della guerra”. È il cosiddetto Servizio P, una rivoluzione rispetto alla concezione cadorniana del fattore morale come dipendente unicamente dalla tenuta del vincolo gerarchico e disciplinare (Nota 5).
Tuttavia, come scrive Mario Isnenghi, «Diaz e Orlando [presidente del consiglio dopo Caporetto], nella fase della guerra “democratizzata” – ben lungi dallo smantellare – ereditano e gestiscono l’apparato autoritario e repressivo» (Nota 6) creato da Cadorna. Anche Giovanna Procacci sostiene che con la gestione Diaz viene «mantenuto, e sotto certi aspetti anche inasprito, il regime rigidamente e inflessibilmente autoritario» (Nota 7) caratteristico della disciplina di guerra italiana fra 1915 e 1917. La storiografia insomma ha messo bene in chiaro come non vi sia nel passaggio da Cadorna a Diaz un cambiamento significativo del durissimo regime disciplinare al quale sono sottoposte le truppe. È vero che tra il novembre 1917 e la fine della guerra non avvengono decimazioni, ma non si può ridurre il complesso sistema repressivo a disposizione del Comando supremo a tale forma (aberrante, ma applicata assai raramente (Nota 8)) di sanzione del dissenso.
In questo nostro contributo mostreremo il contesto nel quale nasce quello che viene considerato il primo documento che attesta il “cambio di passo” della gestione Diaz rispetto a quella del predecessore. Inoltre, in linea con le suggestioni di Procacci (Nota 9) e di Angelo Ventrone   (Nota 10), vedremo come i comandi italiani durante l’ultimo anno di guerra si mostrino estremamente attenti all’azione (vera o supposta) dei movimenti socialisti, identificati come il vero nemico interno dal quale difendersi, ed eventualmente da contrattaccare. La nostra fonte (in buona parte inedita) è una raccolta di corrispondenza prodotta dal comando della 2ª Armata italiana, la grande unità parzialmente travolta a Caporetto che Cadorna ritiene “infettata dai germi del disfattismo”, e che anche nei mesi successivi rimane al centro delle cure (propagandistiche e repressive) del nuovo Comando supremo (Nota 11).

 

La circolare Giardino del 9 gennaio 1918

Gian Luigi Gatti, nel suo volume sugli “ufficiali P”, individua in una circolare del Comando supremo emessa il 9 gennaio 1918 il primo passo verso la costituzione del nuovo servizio di propaganda alle truppe, e l’inizio del “nuovo corso” di maggiore attenzione alle condizioni di vita dei soldati (Nota 12). Certamente il documento è interpretabile in tal senso, ma a noi pare di leggere nel testo redatto da Gaetano Giardino (non a caso, uomo di Cadorna) anche (e soprattutto) qualcosa d’altro.

Recenti deliberazioni dei centri direttivi dei partiti socialisti ufficiale e anarchico, ed altre manifestazioni similari, di cui questo comando è venuto a conoscenza, concorrono nel far ritenere che si dia attivamente mano – per parte dei partiti stessi – a intensificare la propaganda disfattista ed antibellica, non solo nel paese ma altresì nell’Esercito, spingendo l’opera deleteria fin sulla fronte di combattimento.
Si tende a costituire in ogni riparto un comitato di agitazione formato da pochi intelligenti elementi affiliati o simpatizzanti coi detti partiti, e destinato ad agire sulla massa dei militari meno colti, approfittando della loro naturale avversione ad una vita di disagi e di sacrificio per scopi ed ideali che sebbene altissimi – o appunto perché tali – non sono da tutti perfettamente compresi ed appassionatamente perseguiti. […]
I comandi di grandi unità stabiliscano un vero e proprio SERVIZIO DI INFORMAZIONI SUL MORALE DELLE TRUPPE adibendovi non soltanto carabinieri ed agenti, ma anche ufficiali appositamente scelti e fiduciari di sicurissima fede e di provata serietà e riservatezza da ricercarsi – senza pregiudizi aprioristici – in ogni campo di persone, e sfruttante opportunamente i risultati della censura epistolare.
I sobillatori approfittano di ogni piccola causa di malcontento, dal rancio mal confezionato alle piccole irregolarità amministrative, dai ritardi o irregolarità nell’invio in licenza o nella concessione di ricompense, alla apparente minor giustizia di un provvedimento punitivo.
Occorre quindi che degli inconvenienti, anche apparentemente trascurabili, che si verificano nei riparti, i comandi siano informati affinché possano provvedere ad eliminare il loro ripetersi od aggravarsi.
IL MIGLIOR SISTEMA PER COMBATTERE LA PROPAGANDA ANTIBELLICA È QUELLO DI ELIMINARE PER QUANTO POSSIBILE LE CAUSE DI MALCONTENTO.
Accanto a tale opera preventiva si svolga oculata ed implacabile quella repressiva.
Si indaghi subito e con ogni mezzo […] per scoprire l’esistenza nei singoli riparti, di militari capaci di far propaganda sovversiva, si seguano costoro in ogni loro manifestazione e se presi in flagranza, si proceda contro di essi senza pietà.
Si inizi poi attorno ad ogni fatto del genere, una vera e propria inchiesta, interessando all’uopo – per mezzo dei comandi dei CCRR addetti alle grandi unità ed intendenza – le autorità di pubblica sicurezza e CCRR del luogo di loro abituale residenza, (nonché il servizio informazioni di questo Comando) allo scopo di accertare se il colpevole agì per mandato di una associazione politica e vedere di ricostruire, per mezzo di sintomi vari, le fila delle organizzazioni di propaganda disfattista, e colpirle e farle colpire nei loro elementi più vitali ed attivi.
Finalmente, fra i mezzi più efficaci per mantenere puro o risanare l’ambiente morale, si deve consacrare ogni cura all’opera di contropropaganda che si può esplicare in mille modi differenti, ma che deve essere assidua, diuturna, paziente ed instancabile, adatta alle menti cui è rivolta, alle condizioni, alle situazioni speciali, e deve essere fatta da ufficiali ad ufficiali, da ufficiali a graduati e soldati e dai graduati e dai soldati stessi che si dimostrino adatti.
Questo comando è pronto ad appoggiare tutte le iniziative, ad aderire a tutte le richieste, ed a facilitare in tutti i modi l’opera di cui si tratta […] (Nota 13).

Anche Gatti sottolinea gli aspetti difensivi della circolare, concordando con la storiografia già ricordata nel ritenere che non cambi granché nell’attitudine disciplinare del Comando supremo tra Cadorna e Diaz. Esaminando però gli scambi di corrispondenza che precedono e seguono la circolare, ci sembra che la maggiore preoccupazione di Diaz e dei suoi sottocapi (soprattutto Giardino) tra la fine del 1917 e l’inizio del 1918 sia proprio quella di riaffermare e ampliare il controllo sull’esercito piuttosto che di imprimere svolte significative nella gestione degli uomini. In altre parole, più che migliorare la propaganda e le condizioni di vita al fronte, e quindi l’efficienza bellica delle unità (prefigurando quello che accadrà tra il maggio e l’agosto con l’effettiva organizzazione del Servizio P) il Comando supremo è in questa fase impegnato in quella che ritiene essere una battaglia difensiva contro la propensione al “pacifismo” e al “disfattismo” dei suoi stessi uomini. Un’altra circolare del Comando supremo, emessa lo stesso giorno di quella citata, e un successivo promemoria del capo di stato maggiore della 2ª Armata ci rafforzano nella nostra convinzione.

Risulta che molti militari in licenza dalla fronte – Ufficiali e truppa – fanno discorsi desolanti: che non si può avere fiducia nelle massa delle truppe, senza fibra, stanchissime della guerra, più pronte alla resa od alla fuga che alla lotta. Ma nessuno vuole assumersi la responsabilità di dire ciò alle autorità militari, e se interrogati, negano di aver fatto quei discorsi, affermano di aver detto esattamente il contrario, perché temono di essere giudicati impressionabili, o pusillanimi, o disfattisti, così le autorità superiori ed il Comando Supremo sono al buio del vero stato di animo delle truppe (Nota 14).

In allegato a questa comunicazione (a firma Diaz) è riportata integralmente una circolare (la n. 402 del 12 gennaio 1916) di Cadorna, il cui oggetto è Discorsi e apprezzamenti degli ufficiali e delle truppe che si recano in licenza e che include passaggi del più puro stile cadorniano:

I più accaniti [nei discorsi] sono certamente quelli che si sono peggio comportati di fronte al nemico. Spargono inconsulte voci di insormontabili difficoltà, di perdite enormi subite: insinuano la sfiducia nei capi, esagerano le sofferenze della vita in trincea, raccontano che il colera e il tifo infieriscono fra le nostre truppe, ecc.

Non si tratta del solo caso in cui Diaz rafforza le proprie disposizioni citando quelle (draconiane) a suo tempo emesse dal predecessore (Nota 15). Il senso delle due circolari del 9 gennaio 1918 è reso ancora più esplicito dalla lettura di un promemoria a firma Alberto Bonzani (capo di stato maggiore di Montuori alla 2ª Armata).

Le due circolari del Comando Supremo che si trasmettono toccano un argomento di eccezionale gravità: la propaganda demoralizzatrice che viene fatta presso i soldati.
È necessario che tutti i Comandi dipendenti da quest’Armata intervengano con la massima energia affinché tale propaganda venga validamente neutralizzata sia con una contropropaganda persuasiva, sia con severe misure repressive.
All'uopo si consiglia l’applicazione delle seguenti misure, pur restando libero a ogni comando dipendente anche l’uso di altri mezzi:
Esercitare attiva vigilanza sui soldati mediante militari di fiducia o carabinieri travestiti da soldati da inviarsi temporaneamente fra i reparti combattenti;
Segnalare tosto qualsiasi indice di propaganda fra le truppe e colpire gli autori con punizioni esemplari;
Curare la distribuzione di giornali patriottici e interventisti;
Inviare fiduciari borghesi alle località frequentate da soldati a riposo o che fanno servizio nelle retrovie, con l’incarico di eccitarli alla resistenza fino al conseguimento della vittoria;
Esercitare attiva vigilanza sulle popolazioni delle retrovie e colpire con pene severissime i colpevoli di propaganda antipatriottica, proponendo l’internamento di singoli individui o anche lo sgombero d’intere località.
Queste misure devono essere applicate immediatamente.
Codesto comando dia formale assicurazione nel più breve termine di quanto ha disposto a questo proposito (Nota 16).

Su cinque disposizioni, tre sono puramente repressive e soltanto due adombrano proposte di altro genere. Inoltre, il tono generale dei tre documenti citati è inequivocabile, e le altre comunicazioni che nello stesso periodo intercorrono tra Comando supremo e 2ª Armata lo sono ancora di più.
Il 16 dicembre Diaz traccia un quadro piuttosto preoccupante della situazione complessiva del morale nell’esercito, e nel suggerire le contromisure si appoggia ad un decreto luogotenenziale promulgato a suo tempo su pressione di Cadorna.

Come è noto circola qua e là fra le truppe la voce che per la prossima ricorrenza del natale, si debba addivenire sicuramente alla conclusione della pace, ed è ormai assodato che tale voce trova alimento, se non esclusivamente origine, in discorsi e dicerie che si fanno e si divulgano fra le popolazioni civili dei paesi delle retrovie.
Negli stessi paesi il sentimento ultra pacifista delle popolazioni civili, ha preso forma, talvolta, di manifestazioni ostili a singoli ufficiali dell’Esercito ed a riparti di truppa di passaggio, non solo nazionali, ma, ciò che è vieppiù deplorevole, anche alleate.
Questo comando ha dato le disposizioni opportune perché una attiva contropropaganda venga svolta per neutralizzare i pericolosi effetti di tali atteggiamenti: ma accanto a quest’opera di persuasione, deve essere vigile la repressione che serva ad infrenare i malintenzionati o chiunque si faccia, sia pure inconsciamente, strumento delle insidie nemiche.
Occorre pertanto che comandi, ufficiali e RR. Carabinieri delle grandi unità che sono a contatto con le truppe ne sorveglino gli atteggiamenti ed i discorsi, e denuncino inesorabilmente coloro che manifestano sentimenti contrari alla guerra e spargono dicerie sulla prossima conclusione della pace, che gli organi dei RR. Carabinieri che sono preposti a tutela dell’ordine pubblico, intervengano prontamente a reprimere qualsiasi fatto che appaia contrario alla guerra od ostile all’esercito, procedendo allo arresto dei colpevoli. È necessario che a tutti gli ufficiali ed agenti sia ben cognito lo spirito e la estensione del Decreto Luogotenenziale 4 ottobre 1917 n. 1561, del quale si unisce uno stralcio, ed in base al quale preferibilmente debbono essere fatte le denunce all’autorità giudiziaria (Nota 17).

Tre giorni dopo, il capo di stato maggiore dà conto di un aggiornamento delle norme.

Con riferimento alla circolare di questo comando del 16 corrente n. 6649 […] si richiama l’attenzione dei comandi sul decreto luogotenenziale 10 corrente n. 1974, […] secondo il quale chiunque concorra con militari in reati previsti nell’art. 1 del decreto luogotenenziale 4 ottobre 1917 n. 1561 è soggetto alla giurisdizione militare.
Quindi in tutti i casi accennati nella suddetta circolare […] anche la cognizione dei reati che siano commessi da persone estranee alla milizia, in concorso con militari, appartiene ai tribunali militari.
Il citato decreto luogotenenziale 10 corrente n. 1974 deferisce poi ai tribunali militari anche altri reati che finora erano di competenza dei tribunali ordinari (incendio e deterioramento di edifici, opere ed oggetti militari, anche se commessi da persone estranee alla milizia, da sole o in concorso con militari; imperfezioni o infermità procurate, mutilazioni volontarie e simulazioni di malattie; i delitti contro la libertà del lavoro a danno di stabilimenti militari di produzione per la guerra e di stabilimenti che producono materiali per l’esercito; furti, truffe od altre frodi, appropriazioni indebite, ricettazioni in danno dell’amministrazione militare; associazione per delinquere o istigazione diretta a far commettere uno dei reati anzidetti), e aumenta le pene attuali per alcuni reati (Nota 18).

Pochi giorni dopo al comando della 2ª Armata giungono due comunicazioni piuttosto allarmate da parte del Comando supremo.

Risulta da comunicazione pervenuta da ministero guerra che soldati provenienti da riparti sbandati avrebbero malmenato nostri operai borghesi adibiti lavori fortificazione linee retrostanti Piave et militari francesi et inglesi scopo impedire continuazione guerra (Nota 19). 

Il desiderio di porre fine alla lotta, identificandone come simboli le truppe alleate, sembra del resto condiviso dalle popolazioni della zona di guerra:

Ora risulta che nelle popolazioni rurali del veronese, mantovano et padovano siasi formato stato animo copertamente ostile truppe alleate cui intervento attribuiscono prolungarsi guerra stop Non est da escludere che tale stato animo possa trovare corrispondenza et consenso anche nelle nostre truppe (Nota 20). 

A questo punto interviene lo stesso presidente del consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, che in un telegramma ai prefetti del Regno (trasmesso in copia da Giardino a tutte le unità dell’esercito) che bisogna stare attenti alla propaganda pacifista e alle dichiarazioni negative in merito alle truppe alleate. Secondo Orlando infatti entrambi gli argomenti (anche nel caso siano elementi di argomentazione politica) configurano nientemeno che il reato di alto tradimento (Nota 21). Il giorno dopo, 27 dicembre, il capo del servizio informazioni del Comando supremo (generale Piccione) mette in guardia le unità dipendenti da una «società segreta» chiamata Legioni Rosse che si sarebbe costituita a Roma (Nota 22). Nelle stesse ore arriva al comando della 2ª Armata una segnalazione del generale Giovanni Croce (XXVIII corpo d’armata) relativa a quello che viene presentato come un «foglietto a stampa col quale, sotto forma di consigli evangelici, si compie opera di propaganda pacifista tendenziosa e deleteria». Di fatto, si tratta di un opuscoletto intestato «Direzione dei Ritiri Operai, via degli Astalli 17, Roma» indirizzato «ai soci militari», ed è un semplice augurio che i destinatari tornino al più presto a casa sani e salvi (Nota 23). Per tutto il mese di dicembre piovono inoltre rapporti delle unità dipendenti su ritrovamenti di volantini «disfattisti» negli ospedali da campo    (Nota 24), arresto di soldati per canti e dichiarazioni contro la guerra (Nota 25), mentre il Comando supremo mette in guardia Montuori sulle «attività disfattiste» degli autisti delle salmerie (Nota 26), sul ritrovamento di pacchi postali destinati ai soldati ricolmi di preparati per procurarsi lesioni (ed essere esentati dal servizio) (Nota 27) e altro ancora (Nota 28).

 

Crisi nel corpo ufficiali e pericolo socialista

Due altri elementi, oltre all’asserito disfattismo endemico fra la truppa e la popolazioni, completano il contesto nel quale si inserisce la circolare del 9 gennaio 1918. Il trattamento riservato agli ufficiali inferiori e il timore di una congiura ordita dal Partito Socialista Unitario.
Il 28 dicembre il Comando supremo diffonde un documento a firma Armando Diaz che aggiunge preoccupazione a preoccupazione.

È avvenuto che in una recente azione ai reparti occupanti un tratto della nostra fronte (2 compagnie di fanteria ed 1 mitragliatrici) sia stato dato l’ordine di non sparare. Pur troppo tale ordine venne dato da gli ufficiali, tutti, tranne uno, concordi col proposito deliberato di arrendersi al nemico. Costoro mentre i loro uomini erano schierati in trincea sotto il bombardamento, se ne stavano riuniti in una caverna e ad un collega che si presentò loro per dare l’allarme circa la voce già circolante fra i soldati di non fare fuoco contro il nemico espressero cinicamente il proposito di passare al nemico stesso, ridendo all’idea di opporre resistenza.
Di fronte a questo fatto enorme, che getta una macchia orribile su tutti e che può essere un sintomo sopra ogni altro tremendo, si impone la necessità di esercitare la più attiva vigilanza, con qualsiasi mezzo, sugli stessi ufficiali e di procedere con estremo rigore in qualsiasi caso di manchevolezze o di infiacchimento di quel sentimento rigidissimo della patria e dell’onore che è patrimonio obbligatorio di ogni ufficiale (Nota 29). 

La mancata citazione del luogo nel quale sarebbe avvenuto l’episodio, e del reparto coinvolto rendono estremamente difficile verificare se la circolare di Diaz abbia una base concreta, o se invece nasca dallo stesso humus che origina il bollettino cadorniano sui “reparti vilmente arresisi” durante la ritirata di Caporetto. Ciò che qui ci interessa sottolineare è sia l’intento del Comando supremo, sia la reazione dei generali interpellati. Il 30 dicembre Montuori scrive ai suoi tre comandanti di corpo d’armata:

Nel rimettere a V.E. l’acclusa circolare n. 7000 del Comando Supremo, mentre resto in attesa di conoscere i provvedimenti adottati, credo opportuno suggerire, fra gli altri mezzi che potranno escogitarsi sul presente oggetto, i seguenti:
Assicurarsi della perfetta conoscenza degli ufficiali da parte dei loro superiori, richiedendo ai comandanti di battaglione e di reggimento una sommaria biografia dei propri dipendenti ufficiali, in cui, con poche righe, vengano messe in rilievo quelle caratteristiche che possono dare sicuro affidamento del loro morale, o possono invece farne dubitare; su tale schema di rapporto i comandi potranno basare quegli opportuni provvedimenti preventivi ed essenzialmente educativi, che varranno a rialzare i moralmente deboli, od in caso opposto serviranno quanto meno ad eliminarli per tempo.
Obbligare gli aiutanti maggiori in 1ª ed in 2ª ad esercitare una più attiva vigilanza sugli ufficiali del corpo e del rispettivo battaglione avvertendoli che saranno esonerati senz’altro dalla carica, qualora si verificassero fatti gravi riguardanti gli ufficiali del rispettivo reggimento o battaglione (Nota 30).

Il generale Giovanni Croce (lo stesso che aveva lanciato l’allarme per il volantino dei «consigli evangelici») trasmette a sua volta il documento ai propri sottoposti il 1° gennaio 1918, facendolo precedere da una lunga introduzione che rende probabilmente più di ogni altro documento la linea di pensiero comune a molti alti gradi.

Da notizie riservate attinte nel seno stesso dei reggimenti mi risulta che il morale e lo spirito combattivo delle truppe sono buoni.
Ma tale stato di fatto non deve indurre a riguardare la situazione con eccessivo ottimismo, perché a costituire questo stato medio soddisfacente concorrono le veramente eccellenti condizioni di spirito dell’ultima classe di leva e le condizioni niente affatto corrispondenti delle classi anziane, fra le quali circola, in generale ed in modo che non ammette dubbi, uno spirito di stanchezza e di scarso entusiasmo per il proseguimento della lotta. […]
Qui non è questione di rettorica, né la situazione nostra consente degli ottimismi generici: si deve guardare in faccia la situazione quale è ed, in una parola, tenere presente che occorre assolutamente diffidare degli anziani e su di essi vegliare, vegliare e vegliare. […]
In questo lavoro di base, di grandissima importanza, devono concorrere anche i subalterni, ma occorre indirizzarli e saperli interessare.
A tale lavoro di esame individuale deve contemporaneamente corrispondere nei reggimenti, nei battaglioni e nelle compagnie una vera e propria organizzazione di fiduciari intesa a sorprendere gli sciagurati che facessero opera delittuosa di propaganda, non solo col manifestare propositi disonoranti, ma anche soltanto collo svolgere idee di stanchezza, desiderio di pace, critica generica della guerra e simili.
È assolutamente indispensabile ottenere che i reggimenti siano epurati colla massima prontezza e col maggiore rigore, colpendo inesorabilmente; e per colpire nulla deve più trattenerci dall’usare qualsiasi mezzo.
Gli ufficiali tutti devono essere compresi di questa suprema necessità e del sacro obbligo nostro di difenderci con accanimento contro il nemico esterno e quello interno ancora più terribile, perché ci avvelena lo strumento col quale si lotta, nel modo più vile e tenebroso.
Il grido angoscioso della Patria, deve penetrare nelle vene di tutti. Che il pericolo gravissimo esista ce lo dicono fatti dolorosissimi accaduti di recente e che devono farci bene aprire gli occhi. Vi sono reparti che si sono dati in questi giorni al nemico senza combattere, e, disgraziatissima cosa, colla cinica ed abominevole connivenza dei loro ufficiali. […]
[Croce insiste sulla sorveglianza, che deve coinvolgere tutti gli ufficiali].
Se fra questi vi possono essere degli inetti e dei passivi, dobbiamo anche ammettere che essi rappresentano quanto di meglio hanno i reggimenti per educazione, istruzione e sentimenti. Si deve quindi riuscire a farli concorrere in questa opera sacrosanta, in tutti quei modi che le circostanze possono suggerire. Fiduciari è sempre possibile trovarne fra i buoni graduati di truppa, ai quali potranno poi essere corrisposti adeguati premi in denaro, ma senza preventive promesse.
Colto in flagrante colui il quale faccia propaganda antipatriottica, o comunque manifesti tendenze antibelliche, si procede senz’altro all’arresto.
Occorre assolutamente bandire il sistema di valersi delle indagini al solo e incompleto scopo informativo generico. Alla constatazione del fatto delittuoso deve immediatamente succedere l’arresto dei rei a qualunque costo. Naturalmente, i fiduciari saranno poi cambiati trasferendoli di divisione e, se occorre, provocando dei trasferimenti in altri corpi d’armata (Nota 31).

Quello che emerge è un clima di sfiducia profonda e generalizzata da parte dei “nuovi” comandanti emersi alla caduta di Diaz e Capello (sia Diaz che Montuori che Croce sono promossi ad incarico superiore durante o subito dopo la ritirata) nei confronti dei loro stessi ufficiali. A nulla servono i rapporti negativi che giungono dalle unità e anche da interi corpi d’armata – ad esempio il XXX del generale Montanari, il quale afferma come non noti nella sua grande unità espressioni di disfattismo tali da necessitare misure come quelle prospettate da Montuori e Croce. Montuori che se il 18 gennaio riferirà a Diaz che nella 2ª Armata «si può escludere l’esistenza di elementi sovversivi e più specialmente attivi in opera antibellica o comunque traditrice degli interessi della Patria» (Nota 32), tre giorni dopo (22 gennaio) si rimangerà tutto chiedendo addirittura una deroga (perfettamente cadorniana) al regolamento e alle leggi per rendere più efficace l’azione repressiva.

Qui però giova far presente a cotesto comando quanto riesca difficile agli ufficiali istruttori ed agli avvocati militari di dare a provvedimenti penali contro militari colpevoli di simili manifestazioni antibelliche, quell’indirizzo istruttorio, che potrebbe portare al risultato di dare esempi veramente salutari. Si ritiene perciò impellente la necessità di togliere un tale inconveniente, comminando pene severissime ai militari colpevoli di consimile reato. Se non si addiviene a questa soluzione radicale, i comandi di truppe continueranno a trovarsi disarmati ogni qual volta saranno di fronte a fatti che, pur essendo gravi per sé stessi, non presentano però gli estremi per consentire, secondo il codice attuale, la procedura sommaria del tribunale straordinario (Nota 33).

Anche nel comunicare, dopo la circolare del 9 gennaio, di aver dato disposizioni per l’inizio dell’opera di «contropropaganda» (termine di per sé significativo), il comandante della 2ª Armata aggiunge che la schedatura degli ufficiali (oltre a quanto contenuto nelle circolari precedenti) è diventato un obbligo permanente per tutte le unità che entrino a far parte del suo comando (Nota 34).
La nostra impressione è che l’episodio della schedatura (e delle annesse misure di controllo, che spesso confinano nella pratica vessatoria) segnali, più che una crisi profonda nella coesione del corpo ufficiali, un atteggiamento di fondo del corpo ufficiali stesso nei confronti della società. Infatti gli ufficiali inferiori del 1918 sono praticamente tutti di complemento. In altre parole, sono “borghesi in uniforme” richiamati o promossi per riempire i vuoti creatisi nelle file degli ufficiali di carriera fin dal 1915. Più che come colleghi di grado inferiore insomma, partecipi di un’ideologia, una lealtà e una professionalità condivise, i generali li vedono come parte di una popolazione “infettata” dalle idee pacifiste e disfattiste, e dunque pericolosa per le forze armate. Un vero “nemico interno” da tenere a bada, nel caso punire e possibilmente sconfiggere quanto e più dell’avversario sull’altra sponda del Piave.
Il secondo fattore che influenza la stesura della circolare del 9 gennaio (e che motiva quelle sue prime righe sugli intenti dei «centri direttivi dei partiti socialisti ufficiale e anarchico») è appunto il “pericolo socialista”. È una questione strettamente legata a quella degli ufficiali, e del disfattismo in generale perché come vedremo il “germe” di tali problemi, raffinando poco a poco il binomio dei “nemici dello Stato” che comprendeva storicamente cattolici e socialisti, si identifica nel 1918 ormai quasi esclusivamente con i secondi. Il 3 gennaio Montuori trasmette ai dipendenti (dopo averle ricevute dal Comando supremo) le copie di due circolari del gruppo parlamentare e della direzione centrale del Partito socialista (rispettivamente del 18 novembre e dell’11 dicembre). Nella prima si parla delle accuse lanciate al partito in seguito a Caporetto, si annuncia il voto favorevole alla commissione d’inchiesta e si assicura che il partito produrrà le prove che non è coinvolto nella rotta (e non si vede come questo possa essere di per sé preoccupante o “disfattista”). Nella seconda (in effetti assai più dura) si ribadisce genericamente la linea rivoluzionaria del partito (Nota 35). Il giorno successivo (4 gennaio) il Comando supremo invia alla 2ª Armata copia di una «Circolare dell’Unione Sindacale Italiana […] a firma del noto anarchico Armando Borghi». Si tratta di un documento che non nomina mai direttamente la guerra né dà un qualsiasi giudizio esplicito su di essa (Nota 36). Il 6 gennaio infine, Diaz chiede a Montuori di quantificargli la diffusione de L’Avanti nel territorio della 2ª Armata. 

 

Disfattisti e traditori

Il timore del “pericolo rosso” che affligge Diaz, Giardino e Badoglio (da febbraio sottocapo unico) e gli altri generali è una preoccupazione totalmente infondata, è bene ricordarlo. I socialisti italiani sono guidati da Costantino Lazzari, esponente della sinistra del partito ma tutt’altro che un pericoloso rivoluzionario (Nota 37). Tuttavia quello che qui ci interessa è la percezione che appare ossessionare i comandi italiani. Percezione che viene da lontano, almeno dalla crisi di fine secolo (Nota 38), rinnovata durante la guerra di Libia e per nulla estranea alla visione che del mondo ha un Cadorna.
Il 13 gennaio, quattro giorni dopo la famosa circolare, Giardino avverte che ci sono «elementi sovversivi» tra le reclute in arrivo da Torino, Genova e Napoli, e che preciso compito dei comandanti è sorvegliarli personalmente in attesa di un passo falso che permetta di intervenire    (Nota 39). Il 21 gennaio un altro telegramma di Giardino segnala l’invio da Torino al Circolo Giovanile Socialista di Tortona di alcune migliaia di «volantini sovversivi», che dalla città piemontese sarebbero già in viaggio verso il fronte per via postale (Nota 40). Il 2 febbraio si passa alle notizie allarmistiche. 

Viene riferito da fonte confidenziale che un moto insurrezionale dovrebbe effettuarsi simultaneamente Torino, Milano, Bologna, Firenze, Napoli, incominciando con sciopero operai produzione bellica et cessazione attività militare fronte stop Posti principali concentramento rivoltosi verrebbero istituiti nel piacentino e nel bolognese stop Tanto segnalasi per opportuna norma disporre indagini per accertare attendibilità notizia et et telegrafare esito questo comando stop (Nota 41). 

A questo telegramma (sempre a firma Giardino) se ne aggiunge lo stesso giorno uno del ministro della guerra (generale Alfieri), il quale dopo aver informato che «nel prossimo convegno Firenze del partito socialista vuolsi proporre sciopero generale ad oltranza» ordina di fronteggiare la «situazione con massimo vigore» (Nota 42). Due giorni dopo, 5 febbraio, il Comando supremo comunica che nel corso del processo presso il Tribunale di Guerra di Torino per i moti dell’agosto 1917 stanno emergendo prove di diffusione del sovversivismo nell’esercito. A conforto di tale affermazione cita incomprensibilmente il ritrovamento di una cartolina datata 3 gennaio 1916, e alla fine chiede «se dalle investigazioni compiute finora siano sorti elementi concreti o siansi rinvenuti documenti atti a dimostrare che la propaganda anzidetta fatta dai socialisti torinesi, siasi estesa anche fra i militari alla fronte» (Nota 43). Il 21 febbraio altro “allarme complotto”.

Secondo informazioni di fonte francese il Partito socialista Ufficiale, in riunioni tenute due volte a Firenze ed una volta a Milano avrebbe deciso, su proposta del Comitato Insurrezionale di Milano di:
utilizzare i circoli socialisti e le loro varie manifestazioni (feste, banchetti, ecc.) per attirarvi i soldati in licenza invernale, e persuaderli che, grazie ai fondi messi a disposizione del Partito dalla Repubblica russa, avrebbe oggi sicuro esito in Italia una rivoluzione analoga a quella russa.
Diffondere opuscoli di propaganda in tre lingue (inglese, francese, italiana) a cura di compagni mobilizzati nei tre eserciti alleati e che li porteranno nelle caserme, nei distaccamenti e nelle trincee.
Incoraggiare la diserzione di soldati armati, dal fronte verso lo interno, con concentramento nei pressi di Castel S. Giovanni (Piacenza) e di Castelbolognese (Bologna) ove saranno loro impartiti ordini.
Non appena i disertori saranno concentrati nelle Romagne, in Toscana e nelle cave nei pressi di Carrara, tentare colpi di mano su depositi militari di armi, viveri e munizioni.
Provocare l’incendio di detti depositi.
Organizzare, contemporaneamente, uno sciopero con ostruzionismo e sabotaggio nelle fabbriche di munizioni, affidandone la direzione agli operai dei comitati di azione anarchica diretti da ARMANDO BORGHI, internato a Firenze, e dal prof. LUIGI MOLINARI di Milano.

Al piano eversivo, attribuito ad un Psi che durante tutta la guerra si guarda bene dall’aderire, ma che allo stesso tempo è fermissimo nella determinazione di non sabotare lo sforzo bellico, Diaz e Badoglio aggiungono una ricostruzione della rete cospirativa che affastella nemici interni ed esterni, secondo uno schema comunemente utilizzato dalla violenta polemica interventista.

Questo piano d’azione, che dovrebbe essere attuato in tutte le nazioni alleate, sarebbe stato ideato dall’avv. TROZZI di Firenze, il quale, sebbene sprovvisto di mezzi, fa da qualche tempo spese rilevanti. Il Trozzi sarebbe in relazione con certo signor FAZI du BAYER, insignito di un ordine cavalleresco del Vaticano, che dice di essere francese, e fa molti viaggi sospetti a Spezia, Genova, Roma, Napoli ed è in rapporti con un tedesco di nome CKRELING, già medico a Firenze, rifuggito in Svizzera, sin dallo scoppio della guerra. Il FAZI du BAYER frequenta una casa in Firenze, via Borgognissanti 6, 3° piano, ove alloggiano degli svizzeri tedeschi, e spesso si reca in un villino al viale Regina Vittoria, dove, prima dell’intervento italiano abitavano dei tedeschi e dove si danno convegno molte persone sospette (Nota 44). 

Persino il fatto che i soldati e le loro famiglie diffidino della polizza sulla vita introdotta dal governo Orlando, segnale più che altro di un difetto di comprensione, viene attribuita ad «interessate sobillazione» (Nota 45). Ovviamente poi, non possono mancare le denunce e i documenti anonimi. Un esempio spettacolare di questo sottogenere è uno scritto siglato “Unione Reggimenti al Fronte Mano Nera contro la Guerra” che, originariamente recapitato alla redazione del Gazzettino di Venezia, viene diffuso dal Comando supremo a tutte le unità dipendenti, e da queste trasmesso ai reparti senza che nessuno sia sfiorato dal senso del ridicolo (Nota 46). Del resto, anche una goliardata da trincea come l’affissione in alcuni settori del fronte di «cartelli con la scritta “APPIGIONASI PER IL I° MAGGIO”» diventa immediatamente oggetto di una serissima circolare (Nota 47).
Nella lotta al “nemico interno” a tinte rosse si coalizzano tutte le istituzioni, anche (e soprattutto, considerato il processo di legittimazione nel quale sono impegnate) quelle religiose. Ad una circolare del Comando supremo nella quale si scrive che «in questi ultimi giorni è stata diffusa nelle province della zona delle operazioni, con evidente scopo disfattista, la voce che il Governo avesse emanato l’ordine di sospendere le semine nelle provincie di Treviso, Padova, Vicenza e Verona, in attesa del risultato di prossime operazioni belliche» (Nota 48), risponde due giorni dopo un funzionario della prefettura di Padova riferendo che sia i sindaci della provincia, sia il vescovo della città, sia il Comitato di Resistenza Civile collaborano nello smentire la notizia (Nota 49).
Il tema della congiura e del collaborazionismo col nemico è assai presente. Il 16 aprile un commissario di pubblica sicurezza in missione al fronte (tale Olivazzi) invia all’Ufficio Informazioni della 2ª Armata copia di una lettera «di un socialista ad un anarchico» che dice essere destinata alla diffusione fra le truppe. L’oggetto è eloquente: «Mene di partiti sovversivi in pro degli Imperi Centrali e della pace a qualunque costo». Nella missiva, il commissario Olivazzi scrive che «il partito socialista ufficiale e le frazioni più avanzate anarchiche, continuano sempre il loro lavorio sott’acqua in pro della pace a qualunque costo ed anche di sfacciato favoritismo, certo prezzolato, in pro degli imperi centrali»   (Nota 50).
Anche nell’imminenza della fine del conflitto, e anzi a maggior ragione, la preoccupazione dei comandi si intensifica. Il 16 ottobre Pietro Badoglio scrive ai comandanti d’armata:

[…] effettivamente, fra le organizzazioni di classe si intensifica, con tutti i mezzi, l’opera di propaganda pacifista e rivoluzionaria, mentre si organizzano seriamente agitazioni in tutte le categorie dei lavoratori, per interessi economici ed in preludio all’effettuazione della pace. Non è stata però ancora deliberata un’azione generale di protesta.
Evidente è la gravità del pericolo che tale lavorio sovversivo, colle sue possibili infiltrazioni fra le truppe combattenti, costituisce per la compagine dell’Esercito, specie in quest’ora nella quale occorre una maggiore resistenza morale per respingere le lusinghe che il miraggio della pace suscita facilmente nell’anima ingenua delle masse.
Si è ritenuto quindi opportuno segnalare gli elementi di fatto che prospettano questo pericolo con carattere di minaccia imminente, affinchè, secondo le circostanze e le particolari esigenze, possa codesto comando disporre i provvedimenti di maggiore vigilanza atti a neutralizzare la lotta subdola che si è iniziata per demolire la forza combattiva del nostro esercito      (Nota 51).

Il 7 novembre (tre giorni dopo l’armistizio) l’Ufficio Informazioni dell’8ª Armata invierà al Comando supremo due copie de L’Avanti «rinvenute nella sede del Comando della 6ª Armata austriaca in Vittorio [Veneto], per quelle indagini che codesto Ufficio credesse fare circa la provenienza di detti giornali che dai resti trovati nella predetta sede sembra pervenissero con una certa regolarità» (Nota 52). Quasi a suggellare l’identificazione tra nemico interno ed esterno, che sta per trasformarsi nella lotta esclusiva contro il primo dopo la sconfitta del secondo.

 

NOTE:

Nota 1 Cfr. F. Minniti, Carriere spezzate. Cadorna, Diaz e il governo dei quadri, in P. Del Negro, N. Labanca, A. Staderini, Militarizzazione e nazionalizzazione nella storia d’Italia, Unicopli, Milano 2005, pp. 97-134. Torna al testo

Nota 2 Cfr. M. Isnenghi, G. Rochat, La Grande Guerra 1914-1918, il Mulino, Bologna 2008. Torna al testo

Nota 3 Cfr. G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra, Bollati Boringhieri, Torino 2000. Torna al testo

Nota 4 Un esempio: il fatto che Diaz non conduca offensive di “modello carsico” è motivato, ben più che da una innata bontà d’animo del generale, dalle condizioni di un esercito uscito a pezzi dalla ritirata di Caporetto e dalla preoccupazione dei vertici militari in merito alla tenuta delle truppe – in altre parole, come vedremo, dalla diffusa sfiducia dei generali nei confronti di soldati e ufficiali inferiori; quando poi nell’ottobre del 1918 Diaz si trova a gestire un’offensiva di grandi proporzioni finisce per replicare, come scrive Mario Silvestri, “il Carso sul Grappa”; cfr. M. Silvestri, Caporetto. Una battaglia e un enigma, Mondadori, Milano 1984. Torna al testo

Nota 5 Cfr. G. L. Gatti, Dopo Caporetto. Gli ufficiali P nella Grande Guerra: propaganda, assistenza, vigilanza, LEG, Gorizia 2000. Torna al testo

Nota 6 M. Isnenghi, Il mito della Grande Guerra, il Mulino, Bologna 2007 (I. ed. 1970), p. 276. Torna al testo

Nota 7 G. Procacci, Soldati e prigionieri,cit., p. 8. Torna al testo

Nota 8 Cfr. I. Guerrini, M. Pluviano, Le fucilazioni sommarie nella prima guerra mondiale, Gaspari, Udine 2004. Torna al testo

Nota 9 G. Procacci, «Condizioni dello spirito pubblico nel Regno: i rapporti del Direttore generale di Pubblica Sicurezza nel 1918», in P. Giovannini (a cura di), Di fronte alla Grande Guerra. Militari e civili tra coercizione e rivolta, Il lavoro editoriale, Ancona 1997. Torna al testo

Nota 10 Cfr. A. Ventrone, La seduzione totalitaria, Donzelli, Roma 2003. Torna al testo

Nota 11 La raccolta (parziale e tematica) comprende anche parte della corrispondenza dei comandi di 5ª e 8ª Armata, due grandi unità nate in seguito alla soppressione della 2ª nel corso del 1918: Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito (AUSSME), fondo F3, busta 107. Torna al testo

Nota 12 G. L. Gatti, Dopo Caporetto, cit., p. 19. Torna al testo

Nota 13 AUSSME, F3, b. 107, circolare 916 P (riservata personale) 9 gennaio 1918, oggetto: propaganda contro la guerra. Torna al testo

Nota 14 AUSSME, F3, b. 107, circolare 7350 G.M. (ris. pers.) 9 gennaio 1918. Torna al testo

Nota 15  Lo fa ad esempio in occasione del ritrovamento di una bomba a mano sui binari della stazione di Massafra (Taranto); supponendo sia stata abbandonata lì da militari in licenza che se la sono evidentemente portata a casa dal fronte, Diaz richiama al massimo rigore appoggiandosi sulla circolare Cadorna n. 3625 del 20 aprile 1917 che permette la perquisizione senza preavviso di tutti i militari che lasciano il fronte: AUSSME, F3, b. 107, circolare 548 (ris.pers.) 1° marzo 1918, oggetto: perquisizione militari partenti per la licenza. Torna al testo

Nota 16 AUSSME, F3, b. 107, Promemoria per il sottocapo di SM col. Balsamo Crivelli (2ª Armata), s.d., oggetto: propaganda. demoralizzatrice. Torna al testo

Nota 17 «Allegato: Articolo 1. Chiunque con qualsiasi mezzo commette o istiga a commettere un fatto, che può deprimere lo spirito pubblico e altrimenti diminuire la resistenza del paese e recar pregiudizio agli interessi connessi con la guerra e con la situazione interna ed internazionale dello Stato, quando tal fatto non costituisca altro reato previsto e represse dalla legge, sarà punito con la reclusione sino a cinque anni e con la multa sino a lire cinquemila. Nei casi di maggiore gravità, la reclusione potrà estendersi fino a dieci anni e la multa sino a lire diecimila»; si tratta del noto decreto “contro il disfattismo” che prende il nome del Guardasigilli boselliano Ettore Sacchi: AUSSME, F3, b. 107, circolare 6649 G.M. (ris. pers.) 16 dicembre 1917, oggetto: propaganda e manifestazioni contro la guerra. Torna al testo

Nota 18 AUSSME, F3, b. 107, circolare s.n., 19 dicembre 1917, oggetto: propaganda e manifestazioni contro la guerra. Torna al testo

Nota 19 AUSSME, F3, b. 107, telegramma (a mano, ris. pers.) 23 dicembre 1917; numerose note a margine, con lamentele del gen. Montuori per il fatto che nessuno dei suoi dipendenti gli abbia segnalato tempestivamente la cosa. Torna al testo

Nota 20 AUSSME, F3, b. 107, circolare 5934 G.M. (ris. pers.) 25 dicembre 1917. Torna al testo

Nota 21 AUSSME, F3, b. 107, telegramma (ris. pers.) 26 dicembre 1917; vale la pena di notare come la 2ª Armata comunichi integralmente il documento anche se il 25 dicembre è già passato senza che si sia verificato nulla di quanto temuto. Torna al testo

Nota 22 AUSSME, F3, b. 107, telegramma (ris. pers.) 27 dicembre 1917, oggetto: associazione segreta “Legioni Rosse”; il 14 gennaio la 2ª Armata risponderà che nulla del genere risulta esistere nel suo territorio di competenza. Torna al testo

Nota 23 AUSSME, F3, b. 107, rapporto 2563 R (XXVIII CdA), 27 dicembre 1917. Torna al testo

Nota 24 AUSSME, F3, b. 107, fonogramma (a mano) 22 dicembre 1917. Torna al testo

Nota 25 AUSSME, F3, b. 107, rapporto 203/26 (ris., Comando CCRR 2ª Armata) 24 dicembre 1917. Torna al testo

Nota 26 AUSSME, F3, b. 107, telegrammi 24 e 29 novembre 1917. Torna al testo

Nota 27 AUSSME, F3, b. 107, circolare s.n. (ris. pers.) 18 dicembre 1917, oggetto: autolesionismo. verifica dei pacchi postali. Torna al testo

Nota 28 Vale la pena sottolineare come la battaglia d’arresto sul Piave e sul Grappa sia ormai terminata da settimane, e non sussista quindi più alcun pericolo immediato per la tenuta del fronte. Torna al testo

Nota 29 AUSSME, F3, b. 107, circolare 7000 (ris. pers.), 28 dicembre 1917, oggetto: prevenzione e repressione di reati di tradimento. Torna al testo

Nota 30 AUSSME, F3, b. 107, circolare 7288 ris. pers. (2ª Armata), 30 dicembre 1917, oggetto: prevenzione e repressione dei reati di tradimento. Torna al testo

Nota 31 AUSSME, F3, b. 107, circolare 2666 (XXVIII CdA) 1° gennaio 1918, oggetto: morale delle truppe. Torna al testo

Nota 32 AUSSME, F3, b. 107, rapporto 2926 (2ª Armata) 18 gennaio 1918. Torna al testo

Nota 33 AUSSME, F3, b. 107, rapporto s.n. (2ª Armata) 22 gennaio 1918. Torna al testo

Nota 34 AUSSME, F3, b. 107, rapporto s.n. (2ª Armata) 14 gennaio 1918, oggetto: propaganda contro la guerra. Torna al testo

Nota 35 AUSSME, F3, b. 107, circolare s.n. (2ª Armata) 3 gennaio 1918. Torna al testo

Nota 36 AUSSME, F3, b. 107,  circolare 811 P  (ris.pers.) 4 gennaio 1918. Torna al testo

Nota 37 Cfr.  G. Arfé, Storia del socialismo italiano, Einaudi, Torino 1965. Torna al testo

Nota 38 Cfr. N. Labanca, La morte del padre. Militari e regicidio in Italia in una prospettiva comparata, in «Cheiron», 35-36 (2001), pp. 17-42. Torna al testo

Nota 39 AUSSME, F3, b. 107, circolare 7164 G.M. (ris. pers.) 13 gennaio 1918. Torna al testo

Nota 40 AUSSME, F3, b. 107, telegramma 21 gennaio 1918; il 9 febbraio anche Badoglio (circolare 1352 P) raccomanda di controllare la corrispondenza in arrivo dalla Toscana, nel timore arrivi uno tsunami di volantini sovversivi. Torna al testo

Nota 41 AUSSME, F3, b. 107, circolare 1260 P  (ris. pers.) 2 febbraio 1918. Torna al testo

Nota 42 Ne troviamo traccia in una circolare del generale Zavattari, comandante della divisione territoriale di Padova; AUSSME, F3, b. 107, circolare 11 (ris. pers.) 3 febbraio 1918. Torna al testo

Nota 43 AUSSME, F3, b. 107, circolare 1320 P  (ris. pers.) 5 febbraio 1918. Torna al testo

Nota 44 AUSSME, F3, b. 107, circolare 1637 P  (ris. pers.) 21 febbraio 1918. Torna al testo

Nota 45 AUSSME, F3, b. 107, rapporto 418 (ris. pers., XXVII CdA) 3 marzo 1918, oggetto: Assicurazioni e Prestito Nazionale; interessante come i soldati recepissero questa iniziativa di “welfare bellico” loro destinata: «Da indirizzi positivi (lettere provenienti dal Paese, discorsi fra famiglie operaie e contadini, ecc.) risulta che la elargizione fatta dallo Stato ai militari di truppa al fronte, con la distribuzione delle polizze di L. 1000 e L. 500 è stata male compresa. Vi sono famiglie che esortano i soldati a non firmare; e nei casi in cui la polizza è stata ritirata si impreca contro l’atto compiuto. Le polizze sono chiamate cambiali; e si affaccia la preoccupazione che i militari che le hanno accettate saranno inviati più avanti degli altri od in posti più pericolosi. Fra non pochi militari infine e non poche famiglie si impreca alla polizza come a segno di cattivo augurio». Torna al testo

Nota 46 AUSSME, F3, b. 107, circolare 1941 P  (ris. pers.) 10 marzo 1918; lo scritto è in sintesi un violento attacco alla stampa interventista, nel corso del quale i sedicenti ufficiali della “Mano Nera” (nome più o meno gratuitamente affibbiato a molte organizzazioni segrete di inizio secolo) minacciano di rinnovare (aggravandola) la «rivolta dell’ottobre scorso» e di andare letteralmente a prendere casa per casa i giornalisti; insomma, nella migliore delle ipotesi sembra più uno sfogo contro i vari Barzini che una concreta minaccia all’esercito. Torna al testo

Nota 47 AUSSME, F3, b. 107, circolare 2425 P (ris. pers.) 22 aprile 1918, oggetto: propaganda disfattista; peraltro i comandi le cui risposte sono allegate affermano che nulla del genere risulta nelle loro zone di competenza. Torna al testo

Nota 48 AUSSME, F3, b. 107, circolare s.n. 24 aprile 1918, oggetto: propaganda disfattista; ad ogni buon conto, dopo la notizia relativa alle semine, si aggiunge: «inoltre, soldati reduci da licenza hanno divulgato la notizia che a Torino, Milano e Bologna è scoppiata la rivoluzione». Torna al testo

Nota 49 AUSSME, F3, b. 107, rapporto s.n. (Prefettura Padova) 26 aprile 1918; il tutto è partito il 20 aprile da una comunicazione del generale Pennella (8ª Armata) al Comando supremo, nella quale l’ufficiale sosteneva come ci fosse «evidentemente» una «congiura organizzata» alla base delle voci. Torna al testo

Nota 50 AUSSME, F3, b. 107, rapporto s.n. 16 aprile 1918. Torna al testo

Nota 51 AUSSME, F3, b. 107, circolare 12536  (ris. pers.) 16 ottobre 1918, oggetto: propaganda sovversiva. Torna al testo 

Nota 52 AUSSME, F3, b. 107, rapporto  2749 ITO (8ª Armata) 7 novembre 1918. Torna al testo

 

 

Questo saggio si cita: J. Lorenzini, Disfattisti e traditori. I comandi italiani e il "nemico interno" (novembre 1917 - novembre 1918), in «Percorsi Storici», 2 (2014) 

 

Questo saggio è coperto da licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.5 Italia