Dianella Gagliani, Neofascismo o più semplicemente fascismo? Un'analisi della Repubblica sociale italiana

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Dianella Gagliani

Neofascismo o più semplicemente fascismo?

Un'analisi della Repubblica sociale italiana

 

La questione qui posta riguardo alla Repubblica sociale italiana (Rsi) – Neofascismo o più semplicemente fascismo? – non è irrisoria, come può apparire a uno sguardo superficiale, poiché non solo apre squarci sul periodo considerato (il 1943-1945), ma ha implicazioni più vaste, trattandosi di un nodo che giunge fino ai nostri giorni.
Pensiamo al termine ‘neofascismo’ (ovvero ‘nuovo fascismo’), che sappiamo è entrato nell’uso corrente per qualificare il fascismo di Salò, mentre la mia opinione è che si debba piuttosto parlare di ‘fascismo’ tout court, proprio a partire dal fallimento del rinnovamento del fascismo perorato da una parte di quanti scelsero di aderire al nuovo esperimento fascista che si aprì in Italia – in seguito all’occupazione militare tedesca ­– il 15 settembre 1943 con la ridiscesa in campo di Benito Mussolini.
La mia sarà un’analisi interna al fascismo di Salò, e questa analisi la ritengo fondamentale perché grazie a essa si individuano componenti, tensioni, passaggi, continuità e si sgombra il terreno dall’immagine della Repubblica sociale italiana come di un evento di impossibile decifrazione, quasi misterioso, e, di conseguenza, anche mitizzabile, come del resto è stato mitizzato dalle estreme destre nel dopoguerra fino a oggi.
Il fascismo di Salò è passibile di storia, come qualsiasi altro fenomeno, anche se le prime ricostruzioni, le memorie e i diari dei protagonisti hanno cercato di portarci fuori pista e di nascondercene i nodi centrali.

Cerchiamo ora di analizzare il nodo relativo al termine ‘neofascismo’ o ‘nuovo fascismo’. Qui mi soffermerò sui primi tempi e sulla prima evidente sconfitta patita da quanti desideravano un ‘nuovo fascismo’ o ‘fascismo rinnovato’.
Nelle prime settimane, a partire da metà settembre 1943, quando i fascisti ridiscesero in campo, furono prevalenti i richiami al rinnovamento del fascismo.
Lo stesso Alessandro Pavolini, nominato da Mussolini il 15 settembre segretario provvisorio del Partito fascista repubblicano (Pfr), due giorni dopo nel suo primo discorso pubblico dichiarava:

Repubblica non significa soltanto una forma costituzionale che ne sostituirà un’altra. Significa regime di popolo, regime che rompe i ponti col passato. Basta con le cricche, siano esse generalizie, monarchiche, plutocratiche, burocratiche o anche gerarchiche; basta con le consorterie del tradimento, del compromesso e della corruzione. Mussolini avrà intorno uomini nuovi, gente che viene dal combattimento, dalla competenza, dal sacrificio, gente della guerra, di questa guerra, e il partito che io guido per questo periodo di formazione, per questo periodo che chiamerò costituente, non sarà la semplice copia del primo, pure onorandosi altamente di raccoglierne la luminosa tradizione. A parte l’esclusione e la punizione di chiunque abbia fornicato coi traditori, esso sarà soprattutto partito di lavoratori, partito proletario, animatore di un nuovo ciclo sociale, senza più remore plutocratiche. Al comunismo, che ancora una volta i liberali hanno evocato in scena, noi opponiamo la nostra risoluta volontà di lotta. Troncheremo l’impulso anarchico al disordine, ma il fermento sociale che la guerra e il popolo esprimono, noi l’accogliamo e lo facciamo nostro, come un lievito di vita (Nota 1).

Sicuramente, Pavolini cercava di contemperare ‘vecchio’ e ‘nuovo’, come notò già allora Giacomo Perticone che scriveva quasi in contemporanea agli eventi (Nota 2).
Ma i riferimenti alla rottura dei ponti con il passato, con quel sistema di potere (e di favoritismi, clientele e corruzione), i richiami alla presenza in posizione preminente di uomini nuovi, onesti, competenti e combattenti dell’attuale guerra, nonché al «partito di lavoratori, partito proletario, animatore di un nuovo ciclo sociale», fecero lievitare in periferia i temi del ‘nuovismo’ e anche del ‘partito proletario’. Ci si spinse addirittura a parlare di ‘socialismo’, specialmente da parte della componente che a me è sembrato corretto definire dei ‘sindacalisti-socializzatori’ (Nota 3).
Fino sostanzialmente al congresso del partito, tenutosi a Verona il 14 novembre, sembrarono prevalere le voci dei ‘sindacalisti-socializzatori’ e quelle di quanti si possono definire i rinnovatori o i ‘moralizzatori’ del fascismo sub specie combattentistica.
Costoro rivendicavano un fascismo purificato dalla corruzione, dal malcostume, dai connubi tra affari e politica, dai profittatori di guerra e chiedevano un ricambio della classe dirigente al centro e alla periferia tale da superare il sistema della “gerarchettomania”. Se si voleva riacquistare una credibilità – dopo il crollo del Regime il 25 luglio 1943 e dopo la montagna di fango che aveva sommerso l’esperienza fascista nelle settimane successive grazie alle notizie apparse sulla stampa relative a malversazioni, ruberie, e così via – ci si doveva rinnovare radicalmente. Il processo agli arricchimenti illeciti dei gerarchi, avviato dal governo Badoglio dopo il 25 luglio, non doveva essere chiuso, bensì si doveva procedere lungo la medesima linea, e con la massima intransigenza, affinché fossero estromessi i corrotti e i profittatori e il fascismo potesse ripresentarsi agli italiani con un volto ripulito. Si doveva poi superare il sistema delle ‘benemerenze fasciste’ che aveva dato vita a una pletora di gerarconi, gerarchetti, gerarchini capaci solo di pavoneggiarsi e fare la voce grossa, ma del tutto incapaci di dare l’esempio del combattimento.
Vediamo i punti del Proclama della federazione di Firenze del 21 settembre 1943:

Vogliamo che i traditori militari e politici della Patria in guerra siano al più presto pubblicamente processati ed esemplarmente puniti.
Vogliamo, noi che abbiamo sempre offerto tutto alla Patria ed alla Rivoluzione, che il Fascismo esca puro dalla settaria diffamazione del 25 luglio. Vogliamo, quindi, che i gerarchi, i quali sono stati incolpati di illeciti arricchimenti, provino la loro onestà dinanzi alla Giustizia, perché la nostra sanzione, in ogni tempo auspicata dai veri credenti dell’Idea, raggiunga i colpevoli in modo anche più duro di quello che non avrebbero fatto gli stessi avversari.
Vogliamo che siano colpiti tutti coloro che, pur non avendo ricoperto incarichi politici, hanno anch'essi disonestamente profittato e speculato sulla guerra.
Vogliamo che dalle nostre file siano rigorosamente banditi coloro che non diano sicuro affidamento di fedeltà, onestà indiscussa e dirittura morale; perciò le domande di iscrizione al Partito, al quale chiunque potrà chiedere di appartenere, siano esaminate rigorosamente con giudizio inappellabile.
Vogliamo che i Capi siano eletti dai Gregari.
Vogliamo che nelle file del Partito ognuno abbia uguali diritti e doveri senza privilegi di anzianità di tessera.
Vogliamo che sia consentito alla massa degli iscritti la facoltà di liberamente discutere tutti i problemi del Partito in modo che ciascuno possa, nell’ambito delle rispettive competenze, dare l’apporto della propria esperienza.
Vogliamo che il Partito dedichi ogni sua energia migliore a realizzare il postulato Mussoliniano di annientare il capitalismo parassitario, di costituire, a base della futura economia nazionale, il lavoro per il quale dovrà essere riconfermato il suo diritto intangibile al di fuori e al di sopra della tessera.
Vogliamo che la gioventù fascista repubblicana debba trovare nel Partito libertà di espressione alla propria iniziativa in modo che possa a suo tempo inserirsi utilmente nel Partito stesso a parità di doveri e di diritti con i più anziani (Nota 4).

Oltre alla democrazia interna (con elezione dei capi da parte dei gregari), alla possibilità di discutere liberamente di tutte le questioni, si chiedevano una grande ‘pulizia’ interna e il superamento di ogni privilegio di tessera e di ogni anzianità di iscrizione. Da parte sua «Libro e moschetto» attaccava senza remore il sistema dei privilegi dell’anzianità di tessera dicendo la sua sulla questione delle benemerenze fasciste:

Un qualsiasi benemerito, che potrà indifferentemente chiamarsi sansepolcrista o squadrista o diciannovista, dopo aver dimostrato di non poter dare più nulla nell’assolvimento della sua carica politica alla quale finisce per essere di onere, dovrà venire estromesso dalla vita pubblica per tornare a guadagnarsi il pane come un qualsiasi cittadino privato, senza alcuna possibilità di trasferire la sua incapacità in un altro settore dell’organismo statale per portarvi il negativo fattore dell’incompetenza sua.
Un pluridecorato non capace per mancate facoltà intellettuali ad assurgere a posti direttivi dovrà restare in quelli subordinati, perché le medaglie sul petto non potranno mai sostituire l’intelligenza nel cervello, ove questa manchi.
Un mutilato che agisse nella vita pubblica e privata da disonesto è e rimarrà un disonesto; lo stesso senso che porta al rispetto verso la sua mutilazione dovrà guidare nella riprovazione e nella punizione della sua disonestà. […]
Noi perciò chiediamo [al governo] la soppressione di ogni privilegio politico: basta con i sansepolcristi, con gli squadristi, con gli ante marcia, basta con la formula del riconoscimento pubblico degenerabile in autorizzazione alla pubblica speculazione: unico privilegio dovrà essere quello di avere servito per primi la Patria, unico diritto quello di continuare a servirla per primi dando l’esempio (Nota 5).

Queste posizioni si ritrovano sulla stampa, ma si ritrovano anche nei documenti interni e, per questo, non è corretto giudicarli esclusivamente come espedienti utilizzati da queste componenti di Salò per ‘adescare’ i giovani e portarli al fascismo. Non si può negare che non ci fosse anche questo intento da parte degli articolisti e giornalisti fascisti, ma si trattava comunque anche dell’espressione di una componente ‘reale’ presente a Salò, quella dei rinnovatori, che in gran parte coincideva con la generazione più giovane.
Il congresso del partito tenuto a Verona il 14 novembre si può collocare in questo contesto degli inizi, in cui si insisteva anche per la convocazione di un’Assemblea Costituente che dichiarasse decaduta la «monarchia del tradimento» e sancisse il nuovo Stato dei combattenti e dei produttori.
Il Manifesto approvato a Verona, del resto, dava molto spazio ai punti della riforma sociale e, se pur in forma meno dettagliata, a quelli della riforma istituzionale. Senza dimenticare che in esso si stabiliva che «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». Al punto che a me è sembrato corretto definire il Manifesto di Verona il Programma di uno Stato sociale militarista e razzista (Nota 6). Va detto che il termine ‘sociale’ sarebbe entrato nella stessa denominazione del nuovo esperimento mussoliniano: il Consiglio dei ministri del 25 novembre decideva che dal primo dicembre 1943 esso si sarebbe chiamato «Repubblica Sociale Italiana». Ma è anche vero che quello Stato sociale non si sarebbe, comunque, realizzato, mentre il militarismo, la violenza e il razzismo si sarebbero espressi a tutto campo nei mesi successivi.
Ma già la strage di Ferrara attuata la stessa notte in cui si tenne il congresso del partito, vale a dire fra il 14 e il 15 novembre, e in cui lo squadrismo – come rappresaglia per l’uccisione di Igino Ghisellini, commissario federale di Ferrara – mise in stato di terrore la città prelevando decine e decine di uomini dalle loro case e uccidendone alla fine undici, lasciandoli per strada come stracci (Nota 7), fece pendere il fascismo verso la sponda squadristica insanguinata e brutale, rappresentando una sconfitta per quanti volevano dar vita a un nuovo corso in cui fosse l’esempio combattentistico – e non il terrore – a fare da apripista per le nuove adesioni.
Non solo. Nelle settimane successive Mussolini, che si era ben guardato dal condannare la strage di Ferrara, mentre i tedeschi l’avevano decisamente contestata, tentava la riedizione della manovra che gli era riuscita – ma in ben altro contesto – a inizi anni Venti, dando un colpo sia alla componente squadristica, sia a quella combattentistica dei rinnovatori. Senz’altro Mussolini si prefiggeva, con queste decisioni, di riproporsi come l’unico ago della bilancia anche in quel frangente. Non si deve poi dimenticare che egli, ben sapendo di essere contestato da diverse componenti fasciste, cercava probabilmente per questo di ridurne le prerogative, per ergersi ancora una volta quale capo indiscusso e indiscutibile.
Vediamo il colpo sferrato allo squadrismo.
Venti giorni dopo la strage di Ferrara, il 5 dicembre, Mussolini decideva dello scioglimento delle squadre del partito (ma già il 27 novembre aveva accettato l’incarcerazione – voluta dai tedeschi – dei capi dello squadrismo romano, la cosiddetta ‘Banda Bardi Pollastrini’, incarcerazione resa nota tuttavia solo il 7 dicembre). Il 6 dicembre faceva trasmettere dal ministro dell’Interno ai capi delle province un telegramma con cui li richiamava a eseguire la «disposizione del duce», secondo la quale per tutta «la durata della guerra il Capo della Provincia realizza nella Provincia l’unità del comando politico e amministrativo essendo a capo tanto della prefettura quanto della Federazione repubblicana Fascista» (Nota 8).
Il colpo alla componente dei rinnovatori veniva dato lo stesso 6 dicembre con la circolare indirizzata da Mussolini ai capi delle province con la quale si ripristinava la censura sulla stampa, autorizzandoli anche a «sopprimere e sequestrare» i giornali «del partito e non del partito» che discutevano troppo liberamente e «caoticamente» di repubblica e fascismo e non si attenevano alla «duplicità della disciplina di guerra e della assoluta preminenza da accordare alla guerra sopra qualunque altro argomento» (Nota 9). 
E neppure due settimane successive, dopo aver accettato gli interventi sul «Corriere della Sera» di uomini d’ordine, come Salvatore Morelli, che si dichiaravano contrari all’indizione di un’Assemblea Costituente, faceva rinviare dal Consiglio dei ministri del 18 dicembre la convocazione dell’Assemblea Costituente, un ulteriore vulnus inferto ai ‘rinnovatori’.
Questi ultimi, del resto, erano accusati di non stare portando gli italiani e le italiane, e soprattutto i giovani, a sostenere la guerra dell’Asse e il nuovo governo mussoliniano, nonostante la loro insistenza sulla necessità di un rinnovamento che aprisse le porte anche ai non fascisti.
E qui non si può non dire, anzi va ben detto, che il corso fascista che si apre a metà settembre 1943 non incontra le adesioni della maggioranza della popolazione italiana, la quale, se non parteggia tutta apertamente per la Resistenza, le dà il suo sostegno o non la guarda con disdegno o, comunque, anche là dove cerca di passare quel periodo, in attesa di una veloce fine della guerra, senza fare scelte chiare, non parteggia per la Rsi. E non può parteggiarvi, perché la Rsi significa la continuazione della guerra a ogni costo, mentre la maggioranza assoluta della popolazione desidera la fine della guerra.
Questo ‘dato di fatto’ costituisce il problema dei problemi della Rsi, poiché tutte le sue componenti – compresa quella dei rinnovatori – si ritrovano a parteggiare per la continuazione della guerra, mentre la popolazione non ne vuol sapere.
Il processo di Verona, celebrato dall’8 al 10 gennaio 1944 e conclusosi con l’esecuzione, l’11, di Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi, rappresenta un’altra data periodizzante. Esso chiude ogni processo al Regime, richiesto dai rinnovatori per avviare un nuovo fascismo purificato, ed esalta la figura di Mussolini, ogni contestazione del quale diviene sinonimo di tradimento.
Se si esamina la documentazione relativa al processo di Verona, è infatti palese la decisione di non svolgere un processo al Regime, che avrebbe indubbiamente coinvolto la figura del duce, e di indirizzarsi esclusivamente sul ‘tradimento’ nei riguardi del duce da parte dei firmatari dell’o.d.g. Grandi nella seduta del Gran Consiglio del fascismo della notte fra il 24 e il 25 luglio 1943. Se si considerano le domande rivolte ai testimoni o agli imputati, si vede come tutto si concentri solo sul periodo immediatamente precedente la seduta del Gran Consiglio, per avvalorare la teoria del tradimento e per non allargare il discorso alla realtà del Regime. Mentre gli imputati avevano chiesto di esporre i loro meriti e il loro impegno espressi in diversi lustri nei riguardi del fascismo e di Mussolini.
Ma se si fosse seguita questa linea come si sarebbe salvato il duce? Come si sarebbe salvata la sua ventennale gestione del potere? Come si sarebbe salvata la sua scelta dei ministri e degli altri massimi dirigenti del Regime? Molto più sicuro era attenersi alla ‘teoria del tradimento’…
Mussolini uscì dalla sentenza del tribunale di Verona come capo indiscutibile, e questa fu per lui una indubbia vittoria (trovandosi, come si è detto, contestato da una parte della sua base).
Il 13 gennaio al Consiglio dei ministri egli cercò di riconfermarsi quale capo indiscutibile cercando di sottrarre qualcosa a ciascuna componente e di dare a ciascuna un ‘contentino’. (Da notare che queste decisioni furono prese due giorni dopo l’esecuzione di Ciano e degli altri quattro membri del Gran Consiglio, una coincidenza di date che porta a escludere l’immagine del duce apatico e depresso che si è voluta accreditare con una lettura del processo di Verona esclusivamente come ‘questione privata’ del duce).
I ‘sindacalisti-socializzatori’ sembravano ottenere una prima vittoria con la carta di intenti rappresentata dalla Premessa alla socializzazione del 13 gennaio, ma per undici mesi, sostanzialmente fino alla fine del 1944, la politica sociale avrebbe subito un sostanziale arresto (Nota 10).
Sempre al 13 gennaio 1944 si possono far risalire due scelte importanti che affossavano il rinnovamento del fascismo e che andavano nella direzione della riaffermazione dei vecchi sistemi.
La prima scelta concerneva il Riconoscimento giuridico del Partito fascista repubblicano e la riorganizzazione delle associazioni già dipendenti dal Partito nazionale fascista (Nota 11), un decreto che costituì una tappa non trascurabile nello svuotamento del partito ‘nuovo’.
Certo, si doveva ricucire la frattura dei Quarantacinque giorni, quando con il Rdl 2 agosto 1943, n. 704 (la cui decisione risaliva alla prima riunione del Consiglio dei ministri presieduto da Badoglio) si erano stabiliti la soppressione del Partito nazionale fascista (Pnf) e delle strutture più propriamente «politiche» da esso dipendenti (dai Gruppi universitari fascisti, Guf, ai Fasci femminili, all’Istituto nazionale di cultura fascista) e il trasferimento a diversi ministeri, principalmente alla Presidenza del consiglio dei ministri, degli enti, associazioni, centri, istituti, opere dipendenti dal partito, giudicati di natura assistenziale, educativa, sportiva.
Ricordiamo, per dare un’idea della configurazione del Pnf e della fascistizzazione pressoché integrale della società italiana a inizi anni Quaranta, che al 25 luglio 1943 dipendevano dal Pnf: l’Associazione nazionale famiglie caduti in guerra, l’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, l’Associazione nazionale combattenti, l’Opera nazionale orfani di guerra, il Gruppo delle Medaglie d’oro al valor militare d’Italia, l’Istituto del «Nastro Azzurro» fra combattenti decorati al valor militare, i reparti Arditi d’Italia, la Legione garibaldina, l’Associazione nazionale del «Nastro tricolore» fra decorati al valor civile, di marina e aeronautico, l’Associazione nazionale del pubblico impiego, l’Associazione nazionale della scuola, l’Associazione nazionale dei ferrovieri dello Stato, l’Associazione nazionale dei postelegrafonici, l’Associazione nazionale degli addetti alle aziende industriali dello Stato, il Coni (Comitato olimpico nazionale italiano), il Cai (Centro alpinistico italiano), l’Opera nazionale dopolavoro, il Comitato nazionale forestale e montano, l’Ente nazionale di previdenza ed assistenza per i dipendenti statali. E, ancora, dipendevano dal Partito nazionale fascista: l’Associazione nazionale famiglie dei caduti, mutilati e invalidi civili per bombardamenti aerei, la Legione finanzieri d’Italia, l’Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia, i Reparti d’arma e di specialità (associazioni d’arma) del Regio esercito, i Gruppi marinai d’Italia, la Lega navale italiana, l’Associazione nazionale famiglie dei caduti dell’aeronautica e mutilati del volo, i Gruppi aviatori d’Italia (Nota 12).
Con il decreto del gennaio 1944 sul Riconoscimento giuridico del Partito fascista repubblicano si cercava di ritornare al sistema del Ventennio, definendo tutte le Associazioni, Enti, Istituti che dovevano dipendere dal Pfr e si riconfermavano il potere del partito, cui era attribuita la personalità giuridica, e «tutte le disposizioni di legge comunque riferite al Partito nazionale fascista». Si riproponeva cioè quel «mastodontico organo burocratico di Stato» (Nota 13contro cui si era indirizzata l’insofferenza, che attraversava la più gran parte del fascismo delle province, e che era imputato alla gestione di Achille Starace, significativamente fatto oggetto di aguzzi strali polemici per quella che si individuava come una sua diretta responsabilità nella creazione di un partito pletorico, gerarchico e ingessato negli anni della sua segreteria, vale a dire dal 1931 al 1939.
Il decreto del gennaio 1944 sul Riconoscimento giuridico del partito rappresentava indubbiamente una sconfitta di quanti volevano rinnovare e riformare il fascismo e l’intero sistema politico. Ma sanciva una sconfitta ancor più significativa del fascismo ‘nuovo’ e di ciò che sarebbe dovuta essere la Repubblica sociale italiana il contestuale Riconoscimento delle benemerenze fasciste, perché, reintroducendo i privilegi per sansepolcristi, squadristi, antemarcia, scavava un solco sia tra le generazioni fasciste, sia tra i fascisti di vecchia data e quanti, non fascisti all’8 settembre 1943, avrebbero dovuto entrare alla pari nel Partito fascista repubblicano o aggregarvisi per la salvezza della patria e la costruzione di una vera repubblica (Nota 14).
A metà gennaio 1944 si era già scelto centralmente di ritornare al fascismo vecchio e di fondare la Rsi sul passato.
La reintroduzione delle «Benemerenze per la Causa» annullava anche le proposte dei sindacalisti fascisti di una repubblica fondata sul lavoro, anziché sull’appartenenza politica. Invalidava la prospettiva di una ‘repubblica sociale’, appunto. Del resto, come ci si poteva presentare agli operai delle fabbriche che avevano vigorosamente manifestato alla caduta del Regime, chiedendo fra l’altro e ottenendo la soppressione delle benemerenze fasciste, riportando in vigore i vantaggi economici e di carriera e i premi per squadristi, sansepolcristi, antemarcia? Quale propaganda si poteva fare del tema della socializzazione e dei punti sociali del Manifesto di Verona dopo che si erano riproposte le benemerenze fasciste?
Il dibattito nei primi mesi era stato molto vivace al riguardo, e non a caso in considerazione della posta in gioco della reintroduzione delle benemerenze fasciste. Molto presto la questione fu risolta, come si è visto, rimettendo al centro, quali cittadini di serie A, i sansepolcristi, gli squadristi, gli antemarcia e retrocedendo, quali cittadini di serie B, gli stessi fascisti che non vantavano quelle benemerenze.
Nei mesi successivi ci furono ulteriori giri di vite che andavano nella direzione della riproposizione del fascismo del Ventennio, naturalmente nella nuova situazione caratterizzata dalla guerra totale. Nella primavera si registrarono ancora prese di posizione da parte dei rinnovatori affinché si estromettessero uomini del Regime e si superassero vecchie pratiche che gettavano discredito su quello che si sarebbe dovuto delineare come un nuovo corso. Ma furono voci inascoltate.
Ci fu addirittura chi fece di tutto per figurare fra quanti avevano riaperto le federazioni del partito all’indomani del 15 settembre, anche se si era presentato ben più tardi…
Significativo questo commento sconfortato di fine giugno 1944:

Forse qualcuno c’era. Ma oggi tutti dicono di esserci stati. Oggi è diventato un ritornello nella conversazione di troppe persone dire: “fui io a far questo, io che sono stato il primo colà, io che ho combinato quell’altro, io che ero con il Tizio” (e qui un nome autorevole).
[…] si fa la questione dell’iscritto del  16 o del 17 settembre, delle dieci o delle undici del mattino. […]
Normalmente, sotto tutte queste rivendicazioni di benemerenze, sta un motivo ben saldo e meschino: il posto, l’incarico, la retribuzione, o anche solo la possibilità di parlare a voce alta più di un altro, il diritto di essere ricevuto per primo da un ministro, la possibilità di sfogare qualche vecchio rancore personale (Nota 15).

Qualcuno certo sperava, con una retrodatazione dell’iscrizione al partito, di poter poi godere di nuove benemerenze, così come era stato per quanti avevano ottenuto negli anni del regime i brevetti di sansepolcrista, squadrista, antemarcia. Una foto di gruppo che ci restituisce un’immagine della Repubblica sociale degna di nota e soprattutto molto lontana da quella che si è voluta trasmettere nel dopoguerra da parte dei suoi aderenti. 

In conclusione, e anche solo in ragione degli aspetti che qui si è cercato di evidenziare, possiamo dire che il rinnovamento del fascismo non si attuò e che la Repubblica sociale italiana andò configurandosi come repubblica esclusivamente fascista, poiché il significato ‘sociale’ fu eclissato – di fatto – da quello ‘fascista’, al punto che si sarebbe potuta meglio definire, considerando la sua traiettoria, ‘Repubblica fascista italiana’ o ancora, più semplicemente, ‘Repubblica mussoliniana’.

 

NOTE:

Nota 1 Si legga il radiodiscorso di Pavolini del 17 settembre in Il Segretario del Partito agli italiani, in «La Santa Milizia», 25 settembre 1943. Torna al testo

Nota 2 G. Perticone, La repubblica di Salò. La politica italiana nell’ultimo trentennio (Settembre ’43 – Aprile ’45), Leonardo, Roma 1947, p. 65. Torna al testo

Nota 3 Per una analisi delle componenti del fascismo mi sia consentito rinviare a D. Gagliani, Brigate nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano, Bollati Boringhieri, Torino 1999, in particolare p. 52 e sgg. Si veda anche L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, Garzanti, Milano 1999. Torna al testo

Nota 4 Federazione Fiorentina del Partito Fascista Repubblicano, Proclama, 21 settembre 1943, in «Repubblica» (Firenze), 26 settembre 1943. Torna al testo

Nota 5 Basta coi privilegi, articolo di fondo non firmato, in «Libro e Moschetto», 6 novembre 1943. I corsivi sono miei. Torna al testo

Nota 6 Rinvio a D. Gagliani, Repubblica sociale italiana, in V. De Grazia, S. Luzzatto (a cura di), Dizionario del fascismo, vol. II, L-Z, Einaudi, Torino 2003, p. 494 e sgg. Torna al testo

Nota 7 Sulla strage di Ferrara si veda A. Guarnieri, Dal 25 luglio a Salò. Ferrara 1943: interpretazione della “lunga notte”, Grafis edizioni, Bologna 1993. Torna al testo

Nota 8 Il testo del telegramma, in Archivio della prefettura di Pesaro, Gabinetto, b. 134, fasc. 1943. Situazione politica. Relazioni mensili. Ringrazio il prefetto di Pesaro per avermi consentito l’accesso alle carte di Gabinetto e il personale civile e militare della prefettura per avermene facilitato la consultazione. Torna al testo

Nota 9 Il testo della circolare, che i capi delle province lessero ai direttori dei giornali, fu tenuto «rigorosamente segreto»: E. Amicucci, I  600 giorni di Mussolini (Dal Gran Sasso a Dongo), Faro, Roma 1948, pp. 110-112. Torna al testo

Nota 10 Il consiglio dei ministri il 13 gennaio 1944 votava la Premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell’economia italiana che accoglieva le richieste dei socialsindacalisti. Il decreto 12 febbraio (ma pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» solo il 30 giugno) era invece molto restrittivo e, certo, non di soddisfazione, per i socialsindacalisti. Solo il 22 dicembre si pubblicò il decreto con cui si accoglievano le ragioni dei sindacalisti. Ma ormai, nonostante l’impegno profuso da questi ultimi per rincorrere i tempi, era troppo tardi per vederne una attuazione. Sia sufficiente qui rinviare a S. Setta, Potere economico e Repubblica sociale italiana, in «Storia contemporanea», 2 (1977); G. Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, Bonacci, Roma 1986; M. Borghi, Dal ministero dell’Economia corporativa al ministero del lavoro, in «Rivista di storia contemporanea», 2-3 (1993). Per i testi e le norme di legge, si veda R. Bonini, La Repubblica sociale italiana e la socializzazione delle imprese. Dopo il Codice civile del 1942, Giappichelli, Torino 1993. Torna al testo

Nota 11 Il testo del decreto, in «Gazzetta ufficiale d’Italia», 26 febbraio 1944, n. 47. Il legame con i 45 giorni è immediatamente percepibile dalla premessa: «Il Duce della Repubblica sociale italiana e Capo del governo, Considerata la necessità di modificare quanto previsto dal decreto-legge 2 agosto 1943, n. 704». Torna al testo

Nota 12 L’elenco di tutte le organizzazioni dipendenti dal partito, escluse quelle «politiche» comprese nell’art. 1 si trova nell’art. 5 del Rdl 2 agosto 1943. Torna al testo

Nota 13 È questa una espressione di Pino Romualdi (Fascismo repubblicano, a cura di M. Viganò, Sugarco, Milano 1992, p. 17), che sintetizza uno dei giudizi più diffusi nella Rsi tra i «fascisti integrali». Torna al testo

Nota 14 Il decreto del duce sulle benemerenze fasciste fu pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale d’Italia» il 26 febbario 1944. Con esso si confermavano «le norme e le disposizioni di legge che prevedono particolari vantaggi di carriera o comunque il riconoscimento di benemerenze politiche con effetti economici» per i sansepolcristi e gli ‘antemarcia’; mentre venivano esclusi quanti «se ne siano dimostrati indegni». Gli indegni erano quanti avevano aderito al governo Badoglio, ma soprattutto non avevano aderito al Pfr. Torna al testo

Nota 15 Benemerenze, in «Libro e Moschetto», 24 giugno 1944. Torna al testo

 

Questo contributo si cita: D. Gagliani, Neofascismo o più semplicemente fascismo? Un''analisi della Repubblica sociale italiana, in «Percorsi Storici», 2 (2014)

 

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