Federico Chiaricati, La democrazia nella rete. Resoconto e note a margine

PDF


Torna all'indice

Federico Chiaricati

La democrazia nella rete. Resoconto e note a margine

 

Il 24 maggio 2013, all’interno della quarta edizione della festa “Liberi di (R)Esistere”, la sezione Anpi Marino Serenari di Casalecchio di Reno ha organizzato un incontro con Giuliano Santoro, autore del libro Un Grillo qualunque, e Benedetta Paola Manca, giornalista de «l’Unità» di Bologna, sul tema della democrazia digitale, argomento che negli ultimi anni sta acquistando sempre più importanza. La serata è stata pensata per confrontarsi sulle sfide che la contemporaneità porta alla democrazia e anche al concetto stesso di movimento o pensiero democratico, quindi un doppio confronto, teorico e pratico.
L’incontro è stato incentrato su tre macrotemi. Il primo ha preso le mosse da un’analisi contemporanea dei falsi miti che la rete porta con sé; il secondo, più storico, ha riguardato l’esame dei movimenti che, nel passato, per primi hanno cercato di apportare elementi e caratteristiche di “democratizzazione della rete”; con il terzo e ultimo, invece, si è tornati alla contemporaneità osservando quali sono quei movimenti che attraverso il cosiddetto cyberpopulismo ostacolano il crearsi di quello che, citando una definizione di Carlo Formenti, può essere chiamato cybersoviet, cioè un organismo (o più organismi) digitale di democrazia diretta.
Qui proponiamo alcune riflessioni scaturite in e da quell’incontro e dalla lettura dei contributi pubblicati nel primo numero del 2013 di «Comunicazione Politica», rivista edita da il Mulino, numero speciale dedicato a Grillo e il Movimento 5 Stelle, a cura di Ilvo Diamanti e Paolo Natale.
La prima questione, introduttiva, da affrontare è la definizione del termine “populismo”, non una definizione oggettiva ed universale, ma una definizione che tenga conto di cosa il termine evoca in noi, cioè di quali immagini e situazioni hanno caratterizzato questa categoria politica e culturale negli ultimi anni. Il nostro punto di riferimento quando parliamo di populismo non è certamente quello della Russia del XIX secolo, ma un modo particolare di fare politica e infotainment (information + entertainment), quello inaugurato dalla cosiddetta neo-televisione.
Neo-televisione è una parola coniata negli anni Ottanta per identificare quei cambiamenti – da un lato, la televisione commerciale e, dall’altro, le nuove esigenze di un pubblico diverso da quello degli anni precedenti – che avrebbero portato alla scomparsa della paleo-televisione, aprendo una sorta di conflitto economico/culturale tra Rai e Fininvest, l’una vista come la televisione ideologica e lottizzata, l’altra invece come la televisione democratica che rappresentava la capacità imprenditoriale e la cultura dei consumi (o della nuova estetica dei consumi) degli anni Ottanta. Questa la descrizione che Eco propone del passaggio da paleo a neo-televisione: «C’era una volta la Paleotelevisione, fatta a Roma o a Milano, per tutti gli spettatori, parlava delle inaugurazioni dei ministri e controllava che il pubblico apprendesse solo cose innocenti, anche a costo di dire bugie. Ora, con la moltiplicazione dei canali, con la privatizzazione, con l’avvento di nuove diavolerie elettroniche, viviamo nell’epoca della Neotelevisione» (Nota 1).
Con tale passaggio lo spettatore, da passivo ricevente, in linea teorica si trasforma in attore virtualmente attivo che attraverso il proprio coinvolgimento cambia e modella il programma. Un po’ come accade con tecnologie contemporanee dove il valore di un prodotto viene determinato non più dal tempo socialmente necessario della produzione, ma dalla qualità e quantità delle applicazioni scaricate, quindi dal livello di coinvolgimento del consumatore (Nota 2). Questa concezione, che farebbe in qualche modo cadere il concetto marxiano del valore-lavoro, non si concentra però sul fatto che nei prodotti tecnologici come i tablets è incorporata un’enorme mole di lavoro di stampo “fordista”. I social networks e altre applicazioni connesse non potrebbero mai funzionare senza una produzione di massa di prodotti come tablets, smartphones e così via (Nota 3).
Nell’ottimo lavoro del collettivo Ippolita, Nell’acquario di Facebook (Nota 4), si sottolinea anche come su Facebook tutto il lavoro degli utenti sia plus lavoro, perché non viene pagato. Zuckerberg (il creatore di Facebook) guadagna milioni di dollari vendendo le informazioni relative alla vita, alle relazioni degli utenti, e questo perché è proprietario del mezzo di produzione. Rendendosi conto che informazione e conoscenza sono merci come quelle che si possono acquistare in un supermercato, bisogna «in ogni momento tenere in considerazione sia la fatica che sta alla base della produzione dell’hardware, sia la continua privatizzazione predatoria di intelligenza collettiva che avviene in rete» (Nota 5).
Se si è potuto ormai verificare che, da un lato, l’avvento della televisione non ha portato alla scomparsa degli altri mass media, come la radio o i giornali, e, dall’altro, la neo-televisione non ha cancellato la lottizzazione e l’ideologizzazione dei programmi, occorre ora capire quali siano i falsi miti che l’idolatria telematica porta con sé.
Sicuramente quando vi è un mutamento nelle tecnologie comunicative (e nella comunicazione in sé) si assiste a un cambiamento, sia esso sociale, culturale, economico ecc., perché il linguaggio stesso produce potere (democratico o meno). Prima ancora di chiedersi, quindi, se la rete sia neutra oppure no, bisogna sfatare il mito che internet sia automaticamente un mezzo più democratico. Da una situazione in cui vi sono più persone che leggono più cose, deriva necessariamente che ci siano anche più persone che esprimono più opinioni, che possono discutere?
Questo pensiero, che ricorre oggi per la rete, può essere ritrovato anche durante l’avvento delle prime democrazie liberali. Nell’incontro del 24 maggio, Giuliano Santoro ha giustamente citato l’esempio di Tocqueville, che si pone il problema della dittatura della maggioranza, e del rischio del livellamento in basso del discorso (rischio provocato dalla volontà/necessità di seguire la “dittatura della maggioranza”).
Tale esempio può essere applicato alle notizie veicolate tramite Facebook. Santoro, infatti, ha ricordato la banalizzazione del “caso Islanda” (vale a dire il caso di una piccola nazione che in maniera innovativa, ma nient’affatto rivoluzionaria, ha cercato di uscire dalla situazione di default economico finanziario nella quale si trovava) e di come questo abbia potuto creare messaggi banali e falsi, modellati sull’appartenenza politica di una comunità di condivisione. Su Facebook, infatti, un utente può condividere pensieri, immagini, video, qualsiasi cosa, con la comunità dei propri amici, cioè degli utenti con cui crea una rete di condivisione. Una comunità tende a scartare ciò che non fa parte del proprio universo culturale e quindi le parole usate per esaltare “il caso Islanda” sono cambiate a seconda della comunità che condivideva quel fatto. Se la comunità era più orientata a sinistra ecco che ricorrevano più volte i termini “rivoluzione”, “contro il capitale”, mentre a destra si poteva trovare, ad esempio “si sono ripresi la Nazione”. Il tutto però senza un reale approfondimento della questione, e con i conseguenti problemi di banalizzazione e livellamento “verso il basso”. A questo va aggiunto che su social networks come Facebook un utente è spinto a pubblicare cose che sa che possono piacere anche agli altri, perché più queste cose piaceranno più verranno condivise; in questo modo il pensiero minoritario viene messo da parte, quasi si spegne il dissenso (Nota 6).
La rete, quindi, non è un luogo neutro ed è, anzi, uno spazio di conflitto, che non porta automaticamente maggiore democrazia. La conflittualità che si produce negli spazi pubblici “materiali” si ritrova anche nella rete, rendendo quest’ultima intimamente intrecciata con la vita concreta degli uomini e con gli altri mass media presenti. Come in una metropoli (anche se molto più complicata) all’interno della rete agiscono varie forze, senza che la presenza di queste forze renda la città (o, nel nostro caso, la rete) più o meno democratica. Usare la tecnologia in un ambito sociale, sostiene Morozov, produce “socio-potere”, cioè l’insieme delle forze che condizionano e plasmano i rapporti tra individuo e collettività. La differenza tra “potere” e “socio-potere” è «nei dispositivi: mentre il potere è, in genere, identificato in momenti specifici, il socio-potere è olistico, pervasivo, onnipresente, attivo nell’organizzazione delle cognizioni e nella regolamentazione delle prassi. Il socio-potere non va quindi inteso solo come capacità di determinare con la forza la condotta altrui; piuttosto concerne la più sottile e meno evidente capacità di plasmare, rendere più o meno desiderabile una certa azione, indirizzare, persuadere, generare disposizioni» (Nota 7).
Se un Leitmotiv ricorrente è quello che recita la morte della televisione ad opera della rete, si può osservare invece come nessun mezzo di comunicazione, per quanto innovativo e rivoluzionario, abbia mai cancellato il mezzo precedente. Dopo l’avvento della televisione, la radio continuò ad esistere, così come il cinema e la stampa. Bisogna piuttosto prestare attenzione, ha proseguito Giuliano Santoro nel nostro incontro, a come il rapporto tra televisione e computer si intrecci sempre di più: un esempio è il rapido sviluppo della televisione digitale. Questo favorisce la presenza, nella rete, di elementi e personaggi estremamente televisivi, di cui Grillo è solo uno dei tanti esempi. Ciò che comunque non cambia, se la rete viene utilizzata come mezzo televisivo, è la distribuzione, “dall’alto verso il basso”, di immagini, suoni e informazioni. Spesso, inoltre, come ha sottolineato Benedetta Manca il 24 maggio, il picco di “post” sui social networks si ha in coincidenza di particolari programmi televisivi (talk shows, partite di calcio, dirette televisive, programmi di approfondimento politico) che li rende strettamente connessi con la vita televisiva. Diventa quindi fondamentale avere una profonda connessione con la cultura e gli interessi materiali e non una presunta capacità di diffondere la verità.
Un altro elemento di riflessione riguarda la percezione che spesso il cosiddetto “popolo della rete” ha di sé, ritenendo di essere la maggioranza del popolo italiano. Nonostante internet possa effettivamente definirsi un mezzo di comunicazione di massa (in Italia più di 14 milioni di utenti abituali, di cui la maggioranza in età compresa tra i 25 e i 30 anni), non rappresenta la totalità delle voci.
La cifra, che copre approssimativamente il 25% degli italiani, deve essere analizzata da un punto di vista che osservi come questa incredibile massa di utenti (che, occorre dirlo, ha conosciuto una vera e propria esplosione in circa dieci anni, tra il 1998 e il 2008) usi internet alla luce dei condizionamenti culturali degli ultimi trent’anni, ritornando in questo modo alla neo-televisione e all’egemonia sottoculturale (facciamo riferimento questo caso contemporaneamente sia a Gramsci che a Panarari).
Diventa importante analizzare a questo punto cosa c’è stato prima di questa presunta “rivoluzione digitale” italiana. Quello che viene definito il cyberspazio (luogo sul quale da circa vent’anni viene dibattuta la presenza o meno di forme di intelligenza collettiva, di cui oggi un esempio sembrerebbe Wikipedia (Nota 8)) non nasce con internet e nemmeno con la tecnologia telematica. È un luogo in cui c’è un feedback, una comunicazione che si muove da due lati. La telefonata da casa per rispondere a un quiz, o segnalare l’avvistamento di una persona scomparsa, tipico elemento di interscambio tra conduttore e spettatore, crea un luogo che può essere definito cyberspazio, e questo è ben presente nella neo-televisione. La cultura che circola su internet conseguentemente non è molto dissimile da programmi come “Amici” di Maria de Filippi; inoltre essa tende a costruire una partecipazione dal basso meramente illusoria che può però rivelare lo stato di profondo disagio e degrado di una nazione. La differenza sugli usi della rete tra l’Italia e altre parti del mondo, infatti, secondo Santoro, sta proprio nel fatto che movimenti, come quello di Occupy, che pure hanno utilizzato in maniera preponderante la rete, si sono mossi grazie a competenze e composizioni di classe inserite in determinate strutture economiche (la new economy) che in Italia non erano presenti. In parole povere, mentre la spina dorsale di Occupy Wall Street è stata data dai cosiddetti esclusi del proletariato cognitivo che hanno contribuito essi stessi alla creazione della rete (e che la sanno interpretare), in Italia venti anni di sistematica distruzione culturale hanno portato alla convinzione di poter cambiare le cose con un semplice click o con l’iscrizione a un portale, segno che non vi è una vera e propria conoscenza della rete.
Uno degli altri miti legato e alimentato dalla rete è quello della trasparenza. Attraverso Facebook, si può notare una sostanziale sovraesposizione della propria persona e personalità. Si potrebbe ipotizzare che la morbosità verso i Vip, che la società “gossippara” sostenuta da “intellettuali organici” come Alfonso Signorini (secondo la visione che propone Panarari) ha accresciuto a dismisura negli ultimi venti anni, si sia riversata sul nostro “io”. Ne consegue quindi che non è la collettività, bensì l’utente/individuo che deve trionfare, deve farsi notare, e attraverso la considerazione (sia positiva che negativa) acquistare una posizione nell’immaginario collettivo (Nota 9).
Il modo tutto occidentale di vedere e concepire la rete si basa su altri due miti entrambi provenienti dagli Stati Uniti. Il primo vede la rete come uno spazio sconfinato, quasi una trasposizione del mito dell’Ovest e delle terre libere colonizzate durante il periodo del cosiddetto Far West. Il secondo mito invece consiste nell’abitudine ad associare il blogger che dice qualcosa contro il governo o contro il potere al vecchio dissidente del blocco sovietico. In realtà noi sappiamo che dei tre pilastri che reggono i totalitarismi, censura, propaganda e controllo, solo la censura viene meno nella rete (Nota 10). La propaganda può essere eseguita senza problemi, e anzi, anche in maniera più aggressiva e capillare. Per quanto riguarda il controllo entrano in gioco addirittura relazioni di coinvolgimento degli stessi cittadini, come negli Stati Uniti, dove esiste un canale collegato ad una webcam attraverso la quale le casalinghe americane possono controllare un pezzo di frontiera ed eventualmente denunciare, mentre stanno cucinando, tentativi di sconfinamento illegali.
Il secondo macrotema affrontato nella serata del 24 maggio ha portato il dibattito a una digressione storica. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta gruppi di militanti legati per lo più alle aree della controcultura e influenzati dalla letteratura cyberpunk (un esempio su tutti, William Gibson) hanno cominciato a interessarsi ai temi del cyberspazio e ai rischi e alle opportunità di costruire un “movimento” in rete. Una rivista come «Decoder» può essere considerata quasi pionieristica se non avanguardistica in questo senso, così come i primi collettivi (Ecn, European Counter Network, ad esempio). Analizzare e studiare questi movimenti è molto importante, perché lungo tutto il decennio Novanta, fino circa al 2001 (in particolare dopo il Luglio 2001 e le repressioni post-G8), essi hanno cercato materialmente di costruire “movimento” attorno alla rete.
All’inizio degli anni Novanta, quando ancora internet in Italia non esisteva, era presente una rete chiamata Bbs (Bullettin Board System) per accedere alla quale bisognava collegare un computer al telefono, comporre un numero e scaricare dei messaggi che erano stati inseriti in un nodo dal collettivo Ecn (Nota 11). Il dibattito, interno ai centri sociali, luoghi che per primi sperimentarono le potenzialità di reti telefoniche collegate al computer, fece compiere un grande balzo culturale. Fino a quel momento, infatti, negli ambienti underground il telefono era considerato uno strumento di controllo da parte del potere. Dopo quel primo momento un vero turning point è stato il 1998, non solo per l’affermazione del World Wide Web, ma anche perché tutte le comunità di hacker militanti italiani si sono ritrovate per il primo Hackmeeting. L’altro anno fondamentale è stato il 1999 con l’esplosione del movimento altermondialista di Seattle. La frase espressa da Jello Biafra (storico leader della band Dead Kennedys), «don’t hate the media, become the media» («non odiate i media, diventate i media»), sarebbe stata recepita anche in Italia e avrebbe dato vita a esperienze molto efficienti e strutturate, come Indymedia. Non a caso, a Genova nel 2001, la polizia non ha attaccato solamente la scuola Diaz, ma anche il Media Center all’interno del quale vi erano i computer che conservavano i video girati durante i giorni delle manifestazioni.
Dopo il trauma delle repressioni di Genova 2001 abbiamo assistito ad un sostanziale stallo e anche ad un soffocamento dovuto allo sviluppo di forze come quelle del M5S che non hanno fatto crescere alcune realtà e anzi hanno tolto loro linfa vitale. Citando le osservazioni del collettivo Wu Ming (che si collegano direttamente anche a quelle di Santoro) a tal proposito, «il grillismo ha occupato con un discorso diversivo (contro la «Kasta» invece che contro le politiche liberiste, contro la disonestà degli amministratori anziché contro le basi strutturali di un sistema che mostra la corda in tutto l’occidente, per l’efficientismo «meritocratico» etc.) lo spazio che in altri paesi europei è occupato da movimenti nitidamente anti-austerity, quando non esplicitamente anticapitalistici» (Nota 12).
Quando la rete ha cominciato a diventare un fenomeno di massa, i movimenti degli anni Novanta non sono riusciti a leggere i cambiamenti in atto. Grillo, facendo quello che anni prima avevano già realizzato personaggi come Bossi e Berlusconi, ha costruito un popolo, quello della rete, modellato sulla sua figura (la stessa cosa ha fatto Bossi, a suo tempo, con la Padania, la cui esistenza e il cui popolo sono delle invenzioni) e di cui detiene il monopolio. Un popolo costruito sulle macerie dei partiti che si muove in uno spazio altro, quello del web 2.0, di cui Grillo (e soprattutto Casaleggio) ha una forte conoscenza. Ma l’operazione sociale e culturale non è affatto diversa da quelle che l’hanno preceduta, non c’è nessuna innovazione.
Questo popolo è anche totalmente fidelizzato (come si può osservare con un brand), tanto da rasentare il fanatismo quando il capo viene messo in discussione; non a caso Benedetta Manca il 24 maggio ha sottolineato come ogni tentativo di dialogo o critica venga subissato di insulti e attacchi personali da parte dei grillini.
Le decisioni, nel M5S, inoltre, vengono prese direttamente dall’alto. Questo accade perché la struttura del M5S è profondamente neo-liberale. Le persone che sono state elette sono prive di una reale base sociale e quindi agiscono come individui che quando tornano nei loro territori non hanno delle vere e proprie strutture locali con cui confrontarsi (esistono i meet-up ma sono ininfluenti, lo dimostrano i casi delle epurazioni emiliane). La mancanza di base territoriale è dovuta al fatto che questo tipo di movimento elimina in un qualche modo gli intermediari, i partiti, collegando l’individuo direttamente al portavoce, al capo. Partiti, sindacati ecc. sono considerati la “casta”, marcia e corrotta sia a destra che a sinistra, da cui bisogna scappare.
La serata del 24 maggio scorso a Casalecchio si è conclusa affrontando la concezione che molti movimenti, non solo il M5S, ma anche altri, come il Partito Pirata, hanno della propria posizione politica, che non è “né di Destra né di Sinistra”. Questa posizione sembrerebbe travalicare quelli che potrebbero essere interessi di parte per favorire invece i vantaggi di tutti, di tutta la nazione, di contro ai tornaconti della “casta”. Una delle posizioni della vecchia politica è anche quella che distingue tra fascismo e antifascismo, una distinzione che ha generato contrasti anche all’interno dello stesso M5S. Benedetta Manca ha ricordato come nonostante le dichiarazioni di Grillo sulla morte del 25 Aprile (affermazioni più provocatorie che di contenuto) una parte dei grillini bolognesi sia andata a Marzabotto; e Giuliano Santoro ha sottolineato come il M5S non sia assolutamente un movimento fascista o vicino a quelle posizioni. Quando Grillo incontra il candidato di Casa Pound e dice che l’antifascismo non è affar suo non vuole avvicinarsi al neofascismo, anzi è distante in maniera eguale da entrambe le posizioni. Questo perché l’operazione di Grillo è una manovra di marketing e ha bisogno di qualcosa che non ha una storia e una struttura codificata. Il marketing ha bisogno di un prodotto nel quale ognuno vede quello che vuole, pensando che quel determinato prodotto sia stato concepito ad hoc per la propria persona. Vi è poi una seconda questione legata al marketing: se da un lato il marchio serve per distinguere una casa produttrice da un’altra, dall’altro si vengono a creare il life-style e il mind-style, cioè la produzione di forme di vita e di forme di pensiero e con questo il marketing relazionale. Chi vende un oggetto, ha bisogno di produrre dei valori che devono però essere deboli (Nota 13); l’antifascismo, essendo un valore forte, fa in modo che Grillo non se ne possa appropriare.
All’interno di queste realtà, inoltre, è possibile rintracciare forti elementi di anarcocapitalismo, due termini quasi inconciliabili. Il concetto di libertà secondo uno schema capitalista, “la mia libertà finisce quando inizia la tua”, è sostanzialmente un concetto in negativo, mentre quello anarchico, o più propriamente della grande galassia del socialismo, è al contrario, in positivo, “la mia libertà inizia quando inizia anche la tua” (Nota 14).
Nell’incontro con Manca e Santoro abbiamo anche potuto vedere come il M5S non sia per niente un movimento democratico, e le cosiddette epurazioni emiliane ne sono un esempio. Benedetta Manca, ha posto l’accento sul fatto che i grillini emiliano-romagnoli rappresentano una spina nel fianco per il movimento, in quanto meno inclini di altri alla politica “passiva”. Vari politologi, infatti, ricordano come in Emilia Romagna siano molte le persone impegnate in politica attiva e quindi, nonostante sia una delle regioni in cui il M5S si è affermato per primo, è anche una delle aree in cui lo stesso movimento cerca in un qualche modo una propria autonomia dal centro decisionale. L’esempio è quello di Parma, dove dopo l’insediamento di Pizzarotti, si è dovuto costituire un nuovo comitato contro l’inceneritore. Questo perché dal momento in cui il M5S ha vinto le elezioni ha di fatto chiuso ogni possibilità di autogestione organizzativa del comitato precedente, sostenendo che la presenza in Comune del Movimento, avrebbe assicurato automaticamente le posizioni del comitato. Si tratta in realtà, come ha detto Santoro, di un’evocazione che costruisce un’idea di liberazione.
Molte questioni sono ancora da sviluppare, in particolare alcuni aspetti culturali a prima vista secondari ma che potrebbero rivelare nuovi dibattiti. In primis è molto interessante notare come tra gli italiani intenzionati a votare M5S, sottoposti a sondaggi Ipso tra il settembre e il novembre 2012 (Nota 15), la fiducia verso organizzazioni come Mediaset e Rai fosse rispettivamente del 23,3% e del 12,6%. Un dato, questo, che potrebbe portare a comprendere come in realtà una parte dell’elettorato pentastellato si muova ancora all’interno del dualismo di cui si è parlato all’inizio (Mediaset – privato/democratico, Rai – lottizzazione/ideologia).
Vi è anche un forte elemento simbolico che dovrebbe essere analizzato più a fondo, elemento che non è una peculiarità del M5S ma certamente è presente nel movimento. Il simbolo del movimento, nonostante presenti il link di un sito internet, riporta il nome del personaggio (Beppe Grillo) più rappresentativo. Niente di nuovo sotto il sole se consideriamo che tutti i partiti che si fondano sul carisma di un’unica persona – sostanzialmente quelli legati alla Seconda Repubblica – riportano in bella vista il nome del loro leader nel simbolo (gli unici partiti a livello nazionale che non hanno nomi nei loro simboli sono Federazione della Sinistra, Partito democratico, Centro Democratico, Forza Nuova, Casa Pound, cui si sono aggiunti da poco Italia dei Valori e Sinistra ecologia e libertà) come fosse un’operazione di marketing. Ma nel simbolo del M5S c’è qualcosa di più e cioè la V, che richiama i famosi “V-day” lanciati nel 2007 e che è stata ripresa dal film di successo “V per Vendetta” uscito nel 2006. Il film deriva dalla graphic novel omonima scritta da Alan Moore (e illustrata da David Lloyd) negli anni Ottanta. Senza riportare la trama del film, il simbolo della V all’interno di un cerchio (che potrebbe ricordare vagamente l’A cerchiata anarchica) è stata molto utilizzata in questi anni durante le manifestazioni contro le misure repressive che vari governi hanno adottato per far fronte alla crisi (Italia compresa). Oltre al simbolo si può osservare come ancora oggi molte persone che protestano indossino la maschera del protagonista del racconto, segno che il livello di antagonismo è stato sussunto dall’immaginario tele/cinematografico. Certamente l’immaginario collettivo e le mode hanno giocato sempre un ruolo particolare ma in qualche modo subordinato sia al bisogno etico sia alla rielaborazione estetica (questa a partire dagli anni Settanta-Ottanta in Italia). In questo caso invece il mercato, il marketing, sussume totalmente e “indica la via” alla protesta. Per questo Grillo deve cercare di seguire e alimentare l’evocazione di cui si parlava in precedenza nell’esempio di Pizzarotti.
Altri approfondimenti, per ciò che riguarda figure internazionali legate in qualche modo al “mito della libertà su internet” (Snowden, Assange e Kim Dotcom), agli hacker e all’anarcocapitalismo potrebbero portare ad arricchire il tema, già in discussione da diversi anni, delle radici economico/culturali di questi fenomeni. A questo riguardo molto interessanti risultano le osservazioni di Carlo Formenti nel suo Cybersoviet. Utopie post-democratiche e nuovi media che cita il pensiero di alcuni analisti tra cui McKenzie. Secondo quest’ultimo, infatti, «il riconoscimento della proprietà intellettuale come forma di proprietà […] crea una classe di creatori della proprietà intellettuale. Ma questa classe lavora ancora a beneficio di un’altra classe, ai cui interessi sono subordinati i suoi stessi interessi. Non appena l’astrazione della proprietà privata viene estesa all’informazione, essa produce la classe hacker in quanto tale, come classe che è in grado di fare delle sue innovazioni in astratto una forma di proprietà» (Nota 16). Ma «l’informazione, come la terra o il capitale, diventa una forma di proprietà monopolizzata da una classe, la classe vettoriale, che deve il suo nome dal fatto che controlla i vettori lungo i quali l’informazione viene resa astratta, allo stesso modo in cui i capitalisti controllano i mezzi materiali con cui vengono prodotti i beni e gli allevatori la terra con cui si produce il cibo» (Nota 17).
In pratica, un nuovo modo di produzione, secondo McKenzie, il «vettorialismo» (Nota 18), sarebbe il generatore dei suoi stessi affossatori, gli hacker, “avanguardia” di un nuovo modello produttivo, la cosiddetta «economia del dono». Lo stesso McKenzie, però, deve riconoscere che il potenziale liberatorio e “antagonistico” della classe hacker si scontra con una realtà che vede la persistenza di alcuni vizi che non fanno maturare politicamente questa classe, in primis l’individualismo e il costante spirito competitivo.

Volendo trarre alcune considerazioni conclusive, possiamo dire che dovremmo innanzitutto cominciare a considerare la rete come un luogo, certo immateriale/immaginario, ma comunque uno spazio, che riflette e riproduce i conflitti presenti nel nostro mondo “reale”. Questo spazza via tutti i miti e tutte le illusioni sulla democrazia “naturalmente” presente su internet.
Già da anni sono presenti movimenti e collettivi che si interrogano su rischi e potenzialità dell’universo telematico. Questi movimenti, oggetto di repressione da una parte e di “soffocamento” politico/sociale dall’altra, hanno sollevato quella che è forse la sfida futura per tutti quei soggetti che fanno della cultura di democrazia progressista la propria bandiera. Diventa necessario quindi considerare sia l’informatica (hardware) sia l’informazione (software). La battaglia per il potere non può che diventare la battaglia per il controllo dei dati, dei mezzi di produzione e manipolazione dei dati, quindi, in ultima istanza, di produzione della realtà.

Contributi citati e utilizzati per il dibattito e per la stesura del resoconto (la bibliografia disponibile su questi argomenti è in realtà molto più ampia e varia):

Autistici & Inventati, +kaos. 10 anni di hacking e medi attivismo, Agenzia X, Milano 2012.

M. W. Bruno, Neotelevisione, Rubbettino, Soveria Mannelli 1994.

M. W. Bruno, Promocrazia. Tecniche pubblicitarie della comunicazione politica da Lenin a Berlusconi, Costa&Nolan, Genova 1996.

Collettivo Ippolita, Nell’acquario di Facebook. Ledizioni, Milano 2012.

Collettivo Ippolita, Luci e ombre di Google, Feltrinelli, Milano 2007.

U. Eco, Sette anni di desiderio. Cronache 1977-1983, Bompiani, Milano 1983.

C. Formenti, Cybersoviet, Raffaello Cortina, Milano 2008.

G. Mazzoleni, A. Sfardini, Politica pop, il Mulino, Bologna 2009.

W. McKenzie, Un manifesto hacker, Feltrinelli, Milano 2004.

E. Morozov, L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà su internet, Codice, Torino 2011.

M. Panarari, L’egemonia sotto culturale, Einaudi, Torino 2010.

G. Santoro, Un Grillo qualunque, Castelvecchi, Roma 2012.

 

NOTE:

Nota 1 U. Eco, La trasparenza perduta, in U. Eco, Sette anni di desiderio. Cronache 1977-1983, Bompiani, Milano 1983, p. 163. Torna al testo

Nota 2 Tanto che oggi si è soliti unire la figura del consumatore con quella del produttore, il prosumerTorna al testo

Nota 3 Su questi punti si rimanda a Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi di Amazon e Apple, apparso su Giap, www.wumingfoundation.com/giap. Il livello di supersfruttamento presente nelle sedi cinesi della Foxconn, multinazionale di Taiwan che produce componenti elettrici ed elettronici per conto di aziende come Apple, Amazon e Nokia, è facilmente dimostrabile dall’alto numero di suicidi tra i lavoratori. Livello talmente alto da costringere l’azienda a installare reti anti-suicidio in molte delle sue sedi in Cina. Torna al testo

Nota 4 Interamente consultabile online. Torna al testo

Nota 5 Collettivo Ippolita, Nell’acquario di Facebook, Ledizioni, Milano 2012. Consultato online e privo di numero di pagina. Torna al testo

Nota 6 Stesso esempio è il caso del page ranking di Google. Torna al testo

Nota 7 E. Morozov, L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà su internet, Codice, Torino 2011, citato in G. Santoro, Un Grillo qualunque, Castelvecchi, Roma 2012, p. 65. Torna al testo

Nota 8 Rileggendo un passo dei Grundrisse di Marx, che per primo teorizza il General Intellect (un sapere collettivo epicentro della produzione sociale ed economica), si può osservare come se anche su internet la produzione e condivisione di forme di vita si basi su rapporti di sfruttamento e quindi sulla proprietà privata dei processi cognitivi collettivi, allora anche il risultato di questa produzione (immateriale) sarà caratterizzata dalle stesse contraddizioni presenti in quella otto-novecentesca. Da un lato la liberazione, e dall’altro l’assoggettamento dell’individuo e delle classi sociali. Torna al testo

Nota 9 In questo caso ci si riferisce non solo ai social networks più famosi, ma anche (e soprattutto) a siti come youtube.com dove gli utenti possono caricare liberamente dei video. Negli ultimi anni abbiamo potuto assistere all’esplosione dei “fenomeni di youtube”; innumerevoli “commentatori” della giornata di campionato appena passata (in questo caso si è solamente spostata una consuetudine tipicamente italiana, quella di essere tutti allenatori, dal bar alla webcam), sedicenti ballerini e cantanti. Più volte questi video oltrepassano il segno del grottesco e del cattivo gusto, rendendo da un lato famosi i protagonisti che si rendono ridicoli davanti a milioni di utenti, dall’altro mostrando lo stato di profondo disagio in cui versa il nostro paese. A questo riguardo si consiglia la visione di Lol Rap: così YouTube ha cambiato la musica uscito per la rivista online Wired.it. Torna al testo

Nota 10 Anche se abbiamo visto la tendenza all’annullamento del dissenso. Torna al testo

Nota 11 Va ricordato che il movimento della Pantera, tra il 1989 e il 1990, fu il primo movimento a collegarsi tramite rete fax, per poter diffondere notizie in tempo reale sulle vicende delle occupazioni delle varie facoltà universitarie italiane. Cercò quindi di sovvertire politicamente e culturalmente un mezzo di comunicazione nato con altri scopi, di sperimentare modi conflittuali di usare i network esistenti. Torna al testo

Nota 12 Perché «tifiamo rivolta» nel Movimento 5 Stelle, articolo apparso su Giap il 27 febbraio 2013, www.wumingfoundation.com/giapTorna al testo

Nota 13 Deboli perché c’è bisogno dell’intervento del consumatore, cioè del feedback di cui si diceva riguardo al cyberspazio, per modellare continuamente il concetto che esprime il marchio o l’oggetto prodotto. Attraverso questa relazione si crea un concetto liquido e continuamente in divenire, così come la vita di una persona non è mai uguale secondo dopo secondo. Torna al testo

Nota 14 Per quanto riguarda una lettura della realtà anarcocapitalista si rimanda ai due scritti del collettivo Ippolita, Luci e ombre di Google, Feltrinelli, Milano 2007 e Nell'acquario di Facebook, cit., in particolare il capitolo Il progetto right libertarian alla conquista del mondo: social network, hacker, attivismo, politica istituzionale. Torna al testo

Nota 15 Tabella riportata su «Comunicazione Politica», 1 (2013), p. 52. Torna al testo

Nota 16 W. McKenzie, Un manifesto hacker, Feltrinelli, Milano 2004, p. 17. Torna al testo

Nota 17 Ivi,p. 21. Torna al testo

Nota 18 Che racchiude i produttori di tecnologie digitali, quali gestori di rete, produttori hardware e software. Torna al testo

 

 

Questo contributo si cita: F. Chiaricati, La democrazia nella rete. Resoconto e note a margine, in «Percorsi Storici», 2 (2014)

 

 

 

Questo contributo è coperto da licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.5 Italia