Patrizia Cuzzani, «Viva l'Italia, l'Italia che resiste...»

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Patrizia Cuzzani, «Viva l'Italia, l'Italia che resiste...» 

 

La Resistenza italiana nasce da un moto spontaneo di ribellione in difesa della libertà e della dignità umana, nasce dal popolo, un popolo che resiste al fascismo e che è uno schieramento spontaneo di operai, di contadini, di borghesi, che cerca e crea da sola sua organizzazione, i suoi quadri di lotta, le sue forme di autogoverno, la sua educazione politica. La realtà che si fa avanti con la Resistenza è una realtà sensibile e attiva, produttrice delle sue forme di vita e artefice dei suoi destini.
Anche la musica avverte la Resistenza, comprende che l’espressione musicale partita e adottata dal popolo, cioè dalla gente comune, non è semplicemente sfogo sentimentale, ma è veicolo d’azione in difesa della vita; di protesta se la si nega, di stimolo se la si trasforma, di adesione se la si possiede, quindi canto come coscienza. Il canto, nella Resistenza, diviene parte dell’edificazione della società umana, ed è intervento fattivo nel processo di trasformazione e di costruzione in atto nella società. Dalla fine della guerra ad oggi la memoria e l’immaginario  resistenziale hanno spesso incontrato e segnato significativamente le forme diverse della canzone e della musica, esprimendo attraverso  di esse il senso profondo della esperienza individuale e collettiva del partigianato, seguendo, dal dopoguerra ad oggi, il cammino complesso dell’idea stessa di Resistenza.
In questo articolo vorrei mettere dapprima in evidenza le diverse matrici e radici della canzone resistenziale durante la guerra e, successivamente, il suo esistere e resistere, come luogo della memoria e come radice e riferimento ideale e progettuale, nella storia del dopoguerra. Il focus sulla parte “storica” sarà rivolto con particolare riguardo all’Emilia-Romagna, con brevi accenni anche ad importanti realtà extraregionali che hanno provocato nuove istanze nell’ambito tematico della musica per (e della) la Resistenza, come ad esempio l’Istituto Ernesto de Martino.
I prodotti musicali che la canzone d’uso partigiana ha modificato sono i più disparati: canzoni narrative popolari o popolaresche, canti risorgimentali o quarantotteschi, repertori della prima e seconda guerra mondiale, canti sociali legati al movimento operaio e alle organizzazioni rivoluzionarie del periodo prefascista, motivi in voga e canzonette di consumo, canzoni assunte da repertori rivoluzionari di altri paesi (in particolare la Russia), canzoni goliardiche, dannunziane e molto spesso fasciste, poche canzoni d’autore sia per testo che per musica
Le canzoni partigiane sono canzoni nate per l’uso, non per il consumo o lo spettacolo e tutte vogliono esprimere quanto Italo Calvino, parlando della letteratura partigiana, ha così sintetizzato: «Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo».
Ritengo giusto, in un quadro che richiede completezza anche storica, riportare di seguito alcuni dei brani che hanno accompagnato e accompagnano i racconti storici, sia orali che filmici che riecheggiano sempre durante le commemorazioni e che mi auguro, continuano ad essere cantati da italiani di tutte le età e tutte le estrazioni sociali. Per ognuno ho tracciato una piccola descrizione della sua genesi.
A morte la Casa Savoia: cantata in Romagna nel 1944 dai soldati della Divisione Friuli di Badoglio, tutti ex partigiani della Brigata Bianconcini delle Marche; le parole sono composte sull’aria della canzone Noi siam la canaglia pezzente.
Pietà l’è morta: il testo è di Nuto Revelli, adattato su un’aria intonata dai soldati della prima e della seconda guerra mondiale, cantata soprattutto dai partigiani cuneensi, provenienti per lo più dagli alpini, la cui canzone Sul ponte di Perati, costituisce il diretto antecedente di questa famosa canzone della Resistenza.
Bella ciao: la canzone partigiana più conosciuta nel mondo: è la trasformazione di una versione di Fior di tomba, canzone narrativa entrata a far parte del repertorio degli alpini nella prima guerra mondiale. Il canto ha una particolare diffusione in Emilia (ma anche nel Lazio e in Abruzzo), nell’estate del1944 durante l’esperienza della Repubblica partigiana di Montefiorino.  Il successo che ha ancora oggi, è iniziato nell’immediato dopoguerra, quando viene cantato come il vero e proprio inno dei partigiani.
Compagni fratelli Cervi: le parole sono state composte dai partigiani del Distaccamento “Fratelli Cervi”, operante nel reggiano al comando di Sintoni, appartenente alla 144° Brigata garibaldina “Antonio Gramsci”. Molto nota in provincia di Reggio Emilia , fa parte delle numerose canzoni che hanno adottato la medesima melodia, il più delle volte conservando anche nel testo più di una traccia del modello da cui discendono in questo caso, quello della vecchia canzone irredentista Dalmazia (cantata prima dagli arditi e poi dai dannunziani). I sette fratelli Cervi vengono arrestati nel novembre 1943 a Campegine e fucilati per rappresaglia al poligono di tiro di Reggio Emilia il 28 dicembre dello stesso anno.
Cosa rimiri mio bel partigiano: versione partigiana della canzone narrativa Cosa rimiri mio bell’alpino, a sua volta trasformazione della canzone detta “del marinaio” (O marinaio che vai per mare).Diffusa nel piacentino e nel parmense.
La guardia rossa: canto del 1919 su testo di Raffaele Offidani, dedicato dall’autore a Lenin sull’aria della Valse Brune, poi sostituita con una nuova melodia, con la quale, nel 1933 diviene dapprima l’inno ufficiale del Partito comunista d’Italia, e poi il canto del Battaglione Garibaldi in Spagna. Assai cantato nelle Divisioni Garibaldi durante la Resistenza.
La Brigata Garibaldi: le parole partigiane nascono tra la fine di Marzo e i primi d’aprile del 1944 a Castagneto di Ramiseto (Reggio Emilia), opera comune di più partigiani della Divisione “Aristide”. Il testo è adattato alla musica di una vecchia marcia militare, forse di discendenza risorgimentale ancora oggi nel repertorio dei bersaglieri.
Lasciando la sua casa e la sua mamma: adattamento partigiano della canzonetta Bel soldatin che passi per la via.Il testo è stato scritto dal partigiano Principe nel marzo 1944 sulle alture del Reggiano, ed ha avuto vasta diffusione anche tra i partigiani del Modenese perché tra essi, nella vallata di Nolo, operavano formazioni provenienti dalla provincia di Reggio Emilia.
Addio Bologna bella: si tratta di un adattamento partigiano del 1944 di Addio a Lugano, dell’anarchico Pietro Gori.
Su e giù per le montagne: la melodia è quella della notissima Canzone dello spazzacamino, adattata dai membri della Brigata garibaldina “Costrignano”, comandata da “Filippo” e operante nell’Appennino modenese.
Fischia il vento: l’inno più popolare non solo fra le Brigate garibaldine. Si diffonde con versioni omogenee, sulla melodia della canzonetta sovietica Katiuscia, scritta nel 1938. L’inno è stato composto all’inizio di dicembre 1943 in un casone dell’alta Valle di Andora, all’interno del gruppo comandato dal dottor Felice Cascione “U megu” costituitosi a Magaietto (Diano Castello, Imperia). Il partigiano Giacomo Sibilla, reduce dalla Russia, propose di comporre una canzone dei garibaldini, prendendo come basa l’aria di Katiuscia. Cascione e lo studente Felice Alderisio “Vassili” compongono la prima strofa della canzone. La brigata, a metà dicembre, si trasferisce precipitosamente nei boschi dell’alta Valle di Albenga, sospende la scrittura che viene poi terminata nel Natale dello stesso anno.
La canzone di Marzabotto: riadattamento per il massacro di Monte Sole di un noto canto da cantastorie su una disgrazia avvenuta durante i lavori per la costruzione della galleria del Gottardo (Alle sei e mezza).
Son proletari i partigiani: Le parole sono state scritte nel luglio 1944 da Ernesto Venzi, vicecomandante della 36° Brigata Bianconcini operante sull’Appennino tosco-romagnolo, nella sede del comando di Cà di Vestro, adattandole sull’aria di un canto militare sovietico spesso zufolato dai partigiani russi che combattevano nelle formazioni partigiane italiane. La melodia viene utilizzata anche per la canzone Armata Rossa, assai diffusa tra i partigiani del Nord Italia.
Non ti ricordi la notte fatale: cantato a Bologna, nelle prigioni di San Giovanni in Monte, ove l’autore, Leoni, fu rinchiuso dal 3 febbraio al 21 aprile 1945. Creato collettivamente da alcuni partigiani della Brigata garibaldina “Irma Bandiera”, è sull’aria di Monte Canino, una delle più intense canzoni della prima guerra mondiale, rimasta nell’uso militare anche nella seconda guerra mondiali.
Mi preme ora, particolarmente, scandagliare quanto, nella contemporaneità musicale, la Resistenza ha sollecitato e consolidato.
Sul finire degli anni Cinquanta nasce a Torino il gruppo dei Cantacronache. Si tratta di musicisti, ricercatori, scrittori le cui radici musicali si rifanno inizialmente al teatro musicale brechtiano e ai cantautori francesi (Brel e Brassens), mentre le radici ideali affondano nell’antifascismo e nella Resistenza. Il gruppo scrive canzoni, mette in scena spettacoli, sviluppa un personale metodo di ricerca, di cui Fausto Amodei è il principale fautore. Sua è Per i morti di Reggio Emilia, a cui si affianca Contessa di Paolo Pietrangeli, entrambe nate negli anni Sessanta, contengono riferimenti espliciti all’esperienza partigiana, e lo fanno citando o evocando Fischia il vento di Felice Cascione.
Negli stessi anni inizia l’attività il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano, che darà poi vita al succitato Istituto Ernesto de Martino, e che offre un contributo fondamentale al rinnovarsi degli studi sulla canzone popolare e sulla storia e la cultura delle “classi subalterne” in Italia. Alla Resistenza il gruppo milanese ha dedicato spettacoli importanti come Pietà l’è morta e Bella ciao (presentato al Festival dei Due Mondi di Spoleto). Nel 1962 Michele Straniero e Sergio Liberovici pubblicano presso l’editore Einaudi i Canti della Resistenza spagnola (e subirono un processo per vilipendio nei confronti di un capo estero e della religione cattolica) e l’antologia su disco I canti della Resistenza europea. Negli anni Sessanta I dischi del Sole pubblicano I canti della Resistenza Italiana e, raccolti in dieci album, i libretti del Canzoniere della protesta.
Nel 1966 Enzo Jannacci incide una canzone di Dario Fo Sei minuti all’alba, nella quale si narrano gli ultimi attimi di un condannato a morte per diserzione all’indomani dell’8 settembre 1943. All’armistizio e alle sue conseguenze è dedicata una ballata degli Stormy Six, gruppo  che ha esplorato anche gli scioperi del marzo 1943.
Sul finire degli anni Settanta, e ancor più negli anni Ottanta, la canzone partigiana resta al margine degli studi sulla memoria orale e non trova spazi significativi nella produzione musicale giovanile.
Occorre giungere negli anni Novanta per ritrovare nella complessa produzione del movimento della Pantera, delle Posse, dei centri sociali, il riaffacciarsi di un linguaggio che si richiama all’antifascismo ed alla Resistenza: percorso testimoniato in particolare dall’esperienza che condusse il Comune di Correggio alla realizzazione del cd Materiale resistente (prodotto dal Consorzio Produttori Indipendenti facenti capo a Giovanni Lindo Ferretti, leader dei Csi, ex Cccp).
Fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta c’è una produzione vasta ed eterogenea che, pur “citando” la lotta partigiana, ma non ne fa la protagonista dell’intero canto: così è per Lugano addio di Ivan Graziani.
La canzone italiana si è soffermata anche sugli esiti posteriori: Sergio Endrigo ha scritto La ballata dell’ex (storia nella quale il partigiano si trova alla fine della guerra sul banco degli imputati) negli anni in cui si aprì il dibattito storiografico sulla “resistenza tradita”, e la fa diventare un inno contro il trasformismo e il rovesciamento degli ideali. Pierangelo Bertoli, con la sua Niccolò pone l’attenzione sui pericoli della rinascita di un neofascismo italiano.
Ma la parte del leone, ovviamente, la fa la resistenza combattuta: sempre degli anni Sessanta è Joe mitraglia dei Nomadi, in cui si ripercorrono le motivazioni della lotta partigiana, i suoi protagonisti e le sue negatività sociali.
Recentemente il gruppo modenese dei Modena City Ramblers  si è posto come obiettivo il rilancio di miti, storie e leggende della Resistenza, e lo fa rievocando in musica il retroterra dell’Appennino e della campagna del reggiano: esemplare è la storia di Lilli che rievoca la rappresaglia  compiuta dai nazifascisti che portò, nel 1944, all’uccisione di 32 persone. I MCR avviano una rilettura tesa a presentare la Resistenza italiana come modello di una rivoluzione universale e sempre attuale.  Sulla stessa cifra stilistica è il lavoro di The Gang, che dapprima con Eurialo e Niso (scritta da Massimo Bubola) e poi con La ballata dei sette fratelli (dedicata ai sette fratelli Cervi), ripropongono in tempi recentissimi l’attualità del messaggio della Resistenza italiana. E si tace, ma solo per la vastità, dell’opera del già menzionato Giovanni Lindo Ferretti, culminata negli album del suo gruppo “Per grazia ricevuta”.
Si citano, non per scarsa importanza, ma perché si ritengono solo di carattere evocativo e non rappresentativo, canzoni come Auschwitz di Francesco Guccini, Nove maggio di Ivan Della Mea, 40 giorni di libertà di Anna Identici,  Concerto per la libertà di Giorgio Gaslini, ma tant’è, la scelta doveva essere fatta, Il passaggio dei partigiani di Ivano Fossati, Jimmy di Guccini-Fornili-Curreri, incisa dagli Stadio.
Francesco de Gregori ha scritto una canzone in cui racconta gli ultimi istanti del fascismo visti dagli occhi di un cuoco (il cuoco di Salò); la canzone ha provocato, alla sua uscita, diverse polemiche, sia per la particolare visuale da cui parte de Gregori, sia, soprattutto, la rivisitazione di un momento storico particolarmente dibattuto. Si ricorda anche la canzone Le storie di ieri in cui il cantautore romano ha rievocato il medesimo periodo.
Penso che sarebbe necessario, oggi, riprendere il tema dell’uso pubblico della storia, facendo il punto sulla capacità della musica e delle canzoni di suscitare ancora impegno civile. 

 

Bibliografia:
Stefano Pivato, La storia leggera, il Mulino, Bologna 2002
Gianni Bosio, L’intellettuale rovesciato, Ed. Bella Ciao, 1975
Luciano Bergonzini, La svastica a Bologna. Settembre 1943 - aprile 1945, il Mulino, Bologna 1998

 

 

Questo contributo si cita P. Cuzzani, «Viva l'Italia, l'Italia che resiste...», in «Percorsi Storici», 2 (2014)

  

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