Karlo Ruzicic-Kessler, Il fronte interno. L'occupazione italiana della Slovenia 1941-1943

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Karlo Ruzicic-Kessler

Il fronte interno. L’occupazione italiana della Slovenia 1941-1943

 

Dopo l’invasione della Jugoslavia da parte delle forze dell’Asse nell’aprile 1941, vaste parti di territorio jugoslavo furono messe sotto amministrazione italiana (Nota 1). Con queste conquiste il regime fascista fece un passo avanti nella sua ambizione di dominio su tutte le coste adriatiche e quindi nella creazione di un Mare Nostrum da Trieste fino alle Bocche di Cattaro.
Questo articolo è dedicato alle conseguenze dell’occupazione italiana di territori sloveni durante la seconda guerra mondiale quando, dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943, l’amministrazione italiana in Slovenia si confrontò con una “guerra interna” e con “fronti interni” che avevano poco a che fare con una “classica” guerra tra due forze militari su un fronte ben definito. Nella situazione slovena si possono intravedere tre grandi aree di “fronti interni” che condizionarono lo svolgimento di operazioni militari e l’amministrazione civile in Slovenia. Considereremo innanzitutto l’amministrazione civile della Provincia di Lubiana e il collaborazionismo con gli occupanti di parti della popolazione slovena, che portò ad una spaccatura della società tra un fronte filo-italiano e un fronte antifascista e comunista. Il secondo fronte individuato concerne l’apparato militare italiano e il combattimento contro i partigiani di Josip Broz “Tito”. In questo scenario le forze armate italiane si trovarono di fronte a un nemico invisibile che utilizzava tattiche da guerriglia. Il risultato fu la guerra in ogni villaggio e in ogni città slovena, oltre all’internamento di decine di migliaia di civili. Infine, un terzo fronte viene individuato nei rapporti tra Italia e Germania nella Slovenia spartita tra le forze dell’Asse. Anche in questo caso si vedrà che spaccature e diffidenze tra i due alleati condizionarono l’andamento delle operazioni in Slovenia e incentivarono la “guerra interna”.
Lo scopo di quest’articolo è, dunque, mostrare, sulla base di differenti esempi, quale fu l’impatto della guerra e dell’occupazione sull’amministrazione civile e militare italiana, ma anche sulla popolazione civile slovena. Analizzando il complesso intreccio d’interessi e antagonismi delle diverse parti in causa sullo scacchiere sloveno, sarà possibile evidenziare come differenti azioni politiche, amministrative e militari ebbero effetti e ripercussioni, come anche reazioni, che fecero dell’occupazione italiana della Slovenia un fenomeno che colpì tutte le forze in causa e l’intera popolazione civile.

 

Una società divisa: il collaborazionismo

Innanzitutto la situazione in Slovenia dopo la guerra di aprile deve essere considerata dal punto di vista organizzativo della nuova provincia. Le zone della Slovenia che dopo l’intervento dell’Asse contro la Jugoslavia furono messe sotto amministrazione italiana, furono annesse al regno il 3 maggio 1941. Così nelle settimane successive all’incorporazione della Provincia di Lubiana nel Regno d’Italia, vennero emanati decreti da parte delle amministrazioni civile e militare per dare forma alla futura costituzione della provincia. Questa riorganizzazione dei territori sloveni mostrò immediatamente tutti i problemi e le difficoltà davanti ai quali si trovarono le forze vincitrici italiane e che determinarono la presenza dei “fronti interni” nella provincia di Lubiana.
Basandosi sul carattere sloveno della provincia, una certa autonomia fu garantita nelle questioni amministrative, scolastiche ed economiche. Con decreto del 3 maggio 1941, il potere civile fu dato a un Alto Commissario nominato dal Duce. L’Alto commissario doveva essere sostenuto da consulenti sloveni, provenienti da diversi strati dell’intellighenzia locale. Il bilinguismo fu introdotto nelle scuole della provincia e anche i documenti ufficiali dovevano essere pubblicati in italiano e sloveno (Nota 2).
Il 4 maggio fu promulgata la nuova costituzione per la Provincia di Lubiana. In quel momento la popolazione fu informata che tutto il territorio sotto amministrazione italiana era diventato parte integrante del Regno d’Italia e che alla provincia sarebbe stata garantita un’autonomia parziale, mentre il carattere “etnico” sarebbe stato preservato. Il nuovo Alto commissario nominato dal duce fu Emilio Grazioli (Nota 3).
L’amministrazione italiana contava sulla collaborazione di parte del mondo politico e della popolazione slovena per legittimare il potere fascista e per garantire lo svolgimento degli affari interni alla provincia. Nel campo collaborazionista si possono individuare due forze politiche, il Partito popolare e il Partito liberale. Insieme a esponenti del Partito socialista, questi due blocchi politici crearono un Consiglio nazionale il 6 aprile 1941, garantendo una continuità politica nella regione, escludendo comunque i comunisti (Nota 4). Dunque la nuova amministrazione poteva contare sull’appoggio di diverse forze, le quali perseguivano fini diversi: dal nazionalismo, all’anticomunismo, che li portava a contrastare i partigiani di Tito, fino a una genuina convinzione che il nuovo ordine europeo sotto il fascismo fosse una buona scelta. Come si vedrà, una delle più importanti premesse per il successo della collaborazione fu l’appoggio di personalità di spicco della vita pubblica slovena.
Alla popolazione slovena fu garantita una certa partecipazione all’amministrazione della provincia tramite l’istituzione di una Consulta dopo che il Consiglio nazionale era stato sciolto. Questo corpo era costituito da 14 personalità della vita pubblica slovena, rappresentanti della cultura, della politica e di circoli economici. L’Alto commissario Grazioli informò Roma che la costituzione della «Consulta [è stata] accolta con unanime consenso [e] vivissima soddi[s]fazione [della] popolazione et particolarmente [dai] lavoratori» (Nota 5). Ufficialmente la Consulta serviva come corpo di esperti con funzione di consulenza dell’Alto commissario su questioni concernenti la provincia e la sua popolazione. L’anziano Bano della Dravska Banovina (comprendente i territori sloveni della Jugoslavia), Marko Natlačen, fu nominato capo della Consulta. L’amministrazione italiana voleva trarre profitto dalla stima della quale egli godeva presso la popolazione locale. Natlačen invece aveva come meta quella di alleviare le ripercussioni dell’occupazione italiana attraverso la sua nuova carica. Comunque, già alla fine dell’anno 1941, la Consulta fu sciolta quando i più importanti rappresentati – tra loro anche Natlačen – lasciarono il loro incarico (Nota 6). Questo fu il risultato, da una parte, dell’impotenza che i rappresentati sentivano nei confronti di Grazioli, il quale non si preoccupò di ascoltare i consigli della Consulta. Dall’altra parte, delle minacce di morte ricevute dai rappresentanti di questo corpo collaborazionista, minacce ad opera di quelle forze che non accettavano l’annessione all’Italia. Natlačen, infatti, perse la vita in un attentato il 13 ottobre 1942, durante una campagna partigiana che colpì un certo numero di esponenti del collaborazionismo (Nota 7).
Tra gli alti funzionari sloveni troviamo un altro esponente del sistema collaborazionista nell’ex generale jugoslavo, Leon Rupnik, nominato podestà di Lubiana il 9 giugno 1942 (Nota 8). Quest’ultimo diventò simbolo della collaborazione di parti della popolazione slovena con le forze dell’Asse. Dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943 egli si mise al servizio della Germania. La sua autorità sotto il regime fascista era comunque limitata e le sue decisioni dovevano basarsi su un rigido coordinamento con l’amministrazione italiana. La posizione di spicco di Rupnik fu dovuta al suo orientamento anticomunista, che fece di lui un’arma utile nel combattimento dell’Asse contro i partigiani in quell’area dei Balcani (Nota 9). In un comunicato a Mussolini, Rupnik non si trattenne nell’esprimere la propria devozione per l’incarico ricevuto, dando «assicurazione dell’assoluta lealtà che guiderà [la] mia opera per il bene della città che deve all’Italia fascista la salvezza dalla rovina et che nella Vostra benevolenza troverà il suo destino di serena prosperità» (Nota 10).
Negli altri centri della provincia i sindaci sloveni mantennero la loro posizione sotto il dominio italiano, mentre furono create nuove posizioni amministrative sovraordinate ai sindaci. Questi nuovi commissari erano nominati direttamente dall’Alto commissario Grazioli e avevano vasti poteri a loro disposizione. Infine le corti di giustizia continuarono anch’esse a lavorare normalmente, mentre casi di rilevanza politica o militare dovevano essere giudicati davanti a tribunali speciali istituiti dopo l’annessione (Nota 11).
Nonostante rappresentanti sloveni avessero ricevuto incarichi nella provincia e sebbene le autorità italiane avessero dichiarato l’intento di cooperare con gli sloveni, dando loro libertà di manovra (anche se limitata), rimase sempre una diffidenza latente da parte italiana. Il Servizio informazioni militare (Sim) nell’estate del 1941 informò Roma di contatti tra Rupnik, Natlačen e altri rappresentanti sloveni con emissari tedeschi, contatti finalizzati a chiedere d’incorporare i territori della provincia di Lubiana nel Reich di Hitler. Inoltre le autorità italiane erano persuase che alcuni ufficiali serbi trattenutisi a Lubiana dopo la guerra, facessero parte di una cospirazione di alto livello. Non fu però possibile trovare prove che dimostrassero le accuse del Sim e il caso, su cui fu aperta un’indagine, fu abbandonato (Nota 12). Ciò dimostra come gli italiani si sentissero piuttosto insicuri sul territorio sloveno. Sebbene i collaborazionisti sloveni mostrassero diffidenza verso la Germania nei loro rapporti con Roma, il malessere presente nell’amministrazione italiana di Lubiana portava i fascisti a prendere in considerazione come un pericolo una possibile alleanza tra gli sloveni e i tedeschi.
Un’ulteriore strategia per assicurarsi la collaborazione slovena fu la coltivazione di buoni legami con la chiesa cattolica, dato che la popolazione slovena era percepita come fondamentalmente religiosa e in stragrande maggioranza cattolica. Nelle settimane che seguirono l’occupazione della provincia di Lubiana, il vescovo della città Gregorij Rožman, sostenitore del Partito popolare, fu invitato a incontrarsi più volte con l’Alto commissario. Rožman acconsentì a che il tricolore fosse issato sulle chiese di tutta la regione, mentre domandò a Grazioli di rispettare l’autonomia slovena e di non limitare l’operato della chiesa (Nota 13). Il vescovo diventò uno dei più importanti collaboratori del regime fascista, garantendo la lealtà di vaste parti della popolazione credente.
L’ultimo pilastro del collaborazionismo sloveno fu l’istituzione della Milizia volontaria anti comunista (Mvac) nel territorio della provincia. Le unità della Milizia, reclutate oltre che in Slovenia anche in altre regioni jugoslave sotto dominio italiano, arruolarono nelle loro fila elementi di differenti formazioni filo-italiane presenti sul territorio, ex militari jugoslavi rilasciati da campi di prigionia e volontari (Nota 14). Già nel luglio del 1941 il Sim aveva perso in considerazione i tentativi di Rupnik e Natlačen per inquadrare tutte le forze anticomuniste in una Bela Straža o “guardia bianca”, dalla quale derivò il nucleo delle forze della Mvac (Nota 15). Queste truppe ausiliarie avevano compiti abbastanza importanti nella tutela dell’ordine e nel combattimento contro forze partigiane dell’Osvobodilna Fronta (Fronte di Liberazione, Of) nei territori rurali e diventarono importanti soprattutto nel periodo che va dall’autunno 1942 all’estate 1943. Così un’azione di perlustrazione condotta dalla Mvac a novembre 1942 portò all’arresto di 567 persone (Nota 16). In totale la Mvac poté contare su più di 6.100 individui, ai quali si contrapponeva circa 1.800 partigiani sloveni (e altre migliaia di partigiani provenienti dalla Croazia, Bosnia e Serbia). Questo dimostra come la società slovena si fosse spaccata in fronti rigidamente separati, ma anche come il collaborazionismo fosse riuscito a presentare l’occupazione italiana come “male minore” (Nota 17).
Si può affermare che l’amministrazione della provincia di Lubiana aveva due grandi pilastri sui quali si sosteneva. Da una parte la collaborazione di un’importante parte della popolazione, come mezzo per garantire lo svolgimento pacifico dell’occupazione, che creò una spaccatura nella società slovena, con una parte della popolazione disposta a collaborare con il nuovo regime e un’altra che prese le armi per combattere il fascismo. Il generale Vittorio Ruggero, in un suo scritto indirizzato al vescovo Rožman, riferendosi alla milizia anticomunista affermò che questa «[p]er noi italiani è di grande aiuto, ma tra voi sloveni crea un odio tale, da non essere superabile neppure in cinquant’anni» (Nota 18). Dall’altra parte, le dure misure repressive varate ben presto dall’amministrazione della provincia per contrastare i partigiani, veri e presunti, che minacciavano il nuovo ordine della regione. Così facendo, come si vedrà più avanti, l’amministrazione italiana portò la guerra sul territorio e ne fece un onere per tutta la popolazione slovena.

 

Un fronte invisibile: la guerra contro partigiani e civili e la repressione

Il potere italiano in Slovenia si basava fortemente sull’apparato di sicurezza, il quale aveva come scopo la tutela dell’ordine nell’intera provincia e, man mano che le file dei partigiani crescevano e mettevano a serio rischio l’occupazione italiana, l’attuazione di misure contro i “ribelli” e la “pacificazione” dei territori annessi. Nel caso delle forze armate italiane sul territorio sloveno bisogna tenere a mente che queste si trovarono a contrastare un nemico che usava tattiche di guerriglia, dimostrandosi quasi invisibile. Riprendendo l’argomentazione dei “fronti interni”, le campagne contro i partigiani in Slovenia dimostrano come lo scacchiere militare nella provincia si differenziasse dalla classica guerra su un fronte tra due potenze militari.
Il 13 aprile 1941, ancora durante la guerra contro la Jugoslavia, il comandante della 2ª armata (dislocata in Slovenia e Dalmazia), il generale Vittorio Ambrosio, ordinò alla popolazione slovena di consegnare tutte le armi alle autorità militari italiane, mentre la polizia locale fu messa sotto il comando italiano (Nota 19). Dato l’intento di annettere la regione slovena al regno, il controllo politico, militare ed economico dei territori sloveni era essenziale. La 2ª armata e più precisamente l’XI corpo d’armata di stanza in Slovenia erano gli strumenti per garantire il dominio italiano. L’importanza del controllo militare del territorio divenne ancora più evidente dopo che parti della popolazione si rivoltarono contro il nuovo regime.
Mentre le prime settimane dell’occupazione italiana furono caratterizzate da segnali positivi provenienti da Lubiana, l’estate 1941 si dimostrò essere la prima prova su grande scala per le autorità militari italiane. I partigiani cominciarono ad attaccare militari e rappresentanti italiani in molte località slovene. Così il comandante dell’XI corpo d’armata, generale Mario Robotti, annotò: 

[È] indubbio che il contegno delle popolazioni nel territorio sloveno da noi occupato va lentamente ma sicuramente modificandosi: freddezza ostentata […] nei riguardi delle nostre truppe […] colpi d’arma da fuoco verso pattuglie della Milizia, sempre più numerose scritte antifasciste, anti-italiane e filo-bolsceviche […] Il modo di disingannare queste velleità esiste. Ed è quello di non tollerare nessun gesto di palese o larvata contrarietà ai nostri soldati, […] reprimere sempre più […] ogni manifestazione contraria al nome italiano (Nota 20).

Si può ben immaginare che l’amministrazione militare si trovò ben presto ad essere insoddisfatta della situazione che andò a crearsi dopo i primi episodi d’insurrezione contro il potere italiano. Infatti la lotta contro i “ribelli” diventò il leitmotiv dell’occupazione italiana in Slovenia, attorno al quale ruotarono quasi tutte le decisioni prese.
Un altro fattore importante per il seguito dell’occupazione italiana fu l’istituzione del nuovo comando di polizia a Lubiana il 1° giugno 1941. La polizia diventò nei mesi che seguirono i primi attacchi partigiani contro le forze italiane, uno dei pilastri della repressione contro la popolazione civile. Come viene notato da Tone Ferenc, il comando della polizia a Lubiana era dotato di celle che furono usate per interrogatori e torture (Nota 21).
Per ottenere un controllo omogeneo su tutto il territorio, l’Alto commissario emise un decreto il 13 settembre 1941 con il quale fu fissata la struttura giudiziaria dell’occupazione. È da notare che questo decreto seguì i primi attacchi partigiani dell’estate 1941. Le nuove norme minacciavano di morte tutti coloro che oltrepassavano illegalmente la frontiera e punivano con la pena capitale anche il possesso di armi, il sabotaggio e la propaganda sovversiva (Nota 22). Per giudicare questi reati fu creato a Lubiana un tribunale speciale. Il procuratore, come anche il presidente della corte furono nominati direttamente dall’Alto commissario. L’apparato giudiziario comprendeva anche il tribunale militare di Lubiana; la legge marziale fu proclamata in tutta la provincia il 3 ottobre 1941. Fino alla fine dell’occupazione italiana, le nuove corti giudicarono 8.737 casi, nei quali furono condannati 13.186 sloveni. In tutto furono emanate 83 sentenze capitali e comminati 412 ergastoli, mentre altri 3.082 persone furono condannate a pene di 30 anni di reclusione (Nota 23).
Un effetto abbastanza immediato delle prime ondate d’imprigionamento nella provincia fu che le prigioni e le stazioni di polizia strariparono ben presto di detenuti. Molti dei presunti partigiani non furono neanche giudicati, ma mandati direttamente in campi di concentramento. Così fino alla primavera del 1942, molti dei prigionieri sloveni finirono in strutture come il campo di concentramento di Gonars, in Friuli (Nota 24).
La situazione generale nei mesi dopo i primi attacchi delle forze partigiane peggiorò progressivamente. Fino all’inverno 1941-42 gli attacchi contro le formazioni italiane si intensificarono e le misure repressive, come l’internamento di migliaia di civili, furono la risposta delle autorità italiane. Per di più la distribuzione regolare di volantini contenenti testi diffamatori contro le forze dell’Asse creò un clima sgradevole per i militari italiani. Conseguentemente fu presa la decisione di organizzare una campagna militare su larga scala per arginare le forze partigiane prima che queste diventassero un problema ancora più serio (Nota 25).
Il generale Mario Roatta, che sostituì Vittorio Ambrosio al comando della 2ª armata nel gennaio del 1942, volle occuparsi personalmente della situazione in Slovenia. Il suo piano per la “pacificazione” dei territori annessi fu chiaramente dichiarato in più occasioni: «la Slovenia – come territorio annesso» doveva essere «pacificata al più presto» (Nota 26). Dichiarando questo, Roatta voleva ampliare le direttive emanate dal suo predecessore (Nota 27):

Il provvedimento più importante è quello di far fuori la organizzazione direttiva centrale del movimento sovversivo […] Esso comporta un accuratissimo servizio di informazioni, che disponga di larghissimi mezzi – perquisizioni molto accurate, metodiche ed improvvise – internamento, arresto o soppressione dei capi e loro agenti – internamento preventivo massiccio degli elementi (professori – studenti – etc.) che formano sicuramente o presumibilmente i quadri della organizzazione in parola.

Il tono delle parole di Roatta ci fa comprendere come l’internamento “preventivo” fosse una tattica adottata per risolvere il problema partigiano. Tutti i civili che si sospettava potessero fare parte del movimento insurrezionale sarebbero stati imprigionati senza necessità di prove. Le autorità italiane deliberatamente accettarono d’internare parti sostanziali della popolazione slovena senza processo. Il fine di Roatta era evidente (Nota 28):

[Le direttive] [s]eguono in ordine di importanza: internamento precauzionale di coloro che per una ragione qualsiasi costituiscono materiale di facile reclutamento per i ribelli (studenti – disoccupati – etc.); internamento protettivo di coloro che, essendo stati invitati dai ribelli a fare causa comune con loro, vi si sono rifiutati e ce lo comunicano (quando […] non si possa raccogliere questa gente in bande con noi cooperanti); […] rappresaglie (fucilazioni di ostaggi) per aggressioni proditorie contro militari, agenti di polizia e simili, civili italiani, civili alleati e civili sloveni attaccati o colpiti perché leali nei nostri riguardi; […].

Queste righe dimostrano come l’interesse delle forze militari italiane fosse la soluzione del problema dell’insurrezione attraverso un ampio sistema d’internamento civile. La deportazione d’interi gruppi come studenti e disoccupati prova come le misure adottate mirassero chiaramente a colpire tutti (gli uomini) che potenzialmente ponevano un rischio al nuovo ordine della provincia di Lubiana. Così facendo, però, la guerra fu portata in tutti i villaggi e in tutte le città slovene. Mentre un fronte militare mancava nello scacchiere sloveno, il fronte interno aperto dall’amministrazione italiana contro i partigiani e la popolazione civile rappresentò un notevole peso a carico degli abitanti della Slovenia italiana.
Le misure elaborate per ripristinare la calma nei territori annessi continuarono anche in seguito ad affliggere la popolazione civile. Nel giugno del 1942 fu ordinata la confisca di scarpe e pelli (Nota 29). La popolazione fu informata che era permesso avere solo un paio di scarpe a persona. Inoltre la distribuzione di medicinali fu messa sotto stretto controllo. I viveri invece dovevano essere razionati in modo tale da garantire appena la sopravvivenza della popolazione. L’idea dietro tutte queste misure era abbastanza semplice: i “ribelli” – a causa delle condizioni topografiche – avevano un alto bisogno di scarpe e le avrebbero requisite dai civili. La stessa logica era applicabile anche dal punto di vista dei viveri e medicinali. Dunque, con il passare del tempo i “ribelli” avrebbero sofferto sempre di più della mancanza di materiali necessari per il combattimento, mentre ogni azione per il loro approvvigionamento sarebbe divenuta un onere per la popolazione civile. Le autorità italiane contavano che «[t]ali provvedimenti non avranno un effetto immediato, ma lo avranno certamente in seguito» (Nota 30), inasprendo la frattura nella società slovena e, in questo modo, contribuendo a una vittoria dell’Italia e dei suoi collaboratori.
Infine la campagna militare contro l’insurrezione cominciò su larga scala nel luglio del 1942. In tutta la provincia furono prese misure per attaccare, espellere e annientare la “minaccia ribelle”. Il generale Roatta affermò che le azioni nella provincia «furono solo intraprese a causa delle attività dei ribelli e dei loro sostenitori» e che le forze italiane furono costrette a prendere «misure più determinate» (Nota 31). Le conseguenze delle operazioni dell’estate 1942 (sostenute dai reparti della Mvac) furono ondate d’internamento in tutto il territorio della provincia, fucilazioni di centinaia di partigiani e la distruzione di interi villaggi. Ogni presunto sostenitore dei partigiani doveva essere imprigionato e inviato in un campo di concentramento (Nota 32).
Le campagne contro i “ribelli” nella provincia di Lubiana dimostrano come le forze armate italiane combattendo contro un nemico “invisibile”, riversassero i metodi feroci contro la popolazione civile. Di conseguenza il “fronte interno” tra amministrazione (militare) italiana e popolazione (insorgente) slovena si trovava potenzialmente in ogni villaggio e in ogni casa della provincia e portava la guerra e le sue conseguenze in ogni luogo.

 

Lubiana: una prigione a cielo aperto

Come si può dedurre dalle vicissitudini della provincia di Lubiana presentate fino a questo punto, le difficoltà sul “fronte interno” diventarono un ostacolo sempre più acuto per l’amministrazione dei territori sloveni annessi all’Italia. Tra la rivalità con l’alleato tedesco, la volontà d’insurrezione di vaste parti della popolazione slovena e la sempre più feroce campagna di repressione italiana, la provincia diventò sempre più una regione incontrollabile nella quale ognuno, dal soldato italiano, al civile sloveno, fino all’alta amministrazione, faceva parte di una guerra combattuta senza una linea di fronte tracciata, ma nella quale tutti sentivano gli effetti delle misure di repressione italiane o dei sabotaggi “ribelli”.
Per esemplificare come questa spirale di violenza si manifestò in misure sempre più drastiche, colpendo la popolazione civile, verranno analizzati la città di Lubiana e la sua trasformazione in un campo d’internamento per l’intera popolazione.
Una delle decisioni più significative prese durante l’occupazione della Slovenia fu nel febbraio 1942 la costruzione di una recinzione che correva tutta attorno alla città di Lubiana. Il capoluogo di provincia fu così diviso dal mondo esterno tramite filo spinato, mentre differenti settori dell’area urbana furono separati allo stesso modo. La ragione di questo provvedimento si può rilevare nell’esigenza di rendere più facili le perquisizioni da parte delle autorità italiane e nel tentativo di rendere impossibile l’accesso alla città ai partigiani. Così Lubiana divenne una prigione per i propri cittadini.
Nel febbraio 1942 furono messe a punto le misure preliminari per l’operazione e, nella notte del 22 febbraio, unità italiane cominciarono ad attuare il piano di Robotti. Quest’ultimo notò: «Durante la notte e al mattino del 23 febbraio sono stati collocati i reticolati […]. Alle ore 14 la cintura è stata ultimata in tutti i particolari […]. Con ciò la popolazione si è venuta a trovare nella impossibilità di uscire dalla città e di allontanare da essa materiali di qualsiasi specie» (Nota 33). Dopo che i singoli settori della città furono anch’essi separati, Robotti concluse (Nota 34):

Io spero che, dopo la chiara necessità del “metodo deciso” vi sarà, da parte delle nostre autorità locali, il fermo orientamento verso l’idea che gli uomini sono nulla e che l’unica cosa che conta è il Paese ed il suo prestigio assieme a quello del Regime, prestigio che questa gente, abituata da secoli al polso duro, si piegherà a considerare nelle debite forme soltanto se sarà costretta a riconoscere che alla bontà e alla civiltà nostra fanno riscontro l’indispensabile energia d’un Paese e d’un governo che sa vincere.

Le parole del generale qui riportate mostrano quale fosse la sua attitudine verso la popolazione locale. Gli slavi dovevano essere civilizzati. L’immagine coltivata da decenni del “barbaro” slavo e della civiltà romana per l’amministrazione italiana non poteva collimare con una collaborazione alla pari con la popolazione locale.
Molto presto le misure adottate a Lubiana furono estese ai 35 centri maggiori della Slovenia (Nota 35). La costruzione di nuovi siti di detenzione per il numero sempre più elevato di arrestati divenne necessaria. Dati raccolti dal Vaticano, sicuramente in collaborazione con la chiesa slovena, quantificavano in 30.000 gli sloveni internati in campi italiani nell’inverno 1942. L’amministrazione italiana invece dichiarava esagerate queste cifre e sosteneva che i civili sloveni internati fossero soltanto 17.400 (Nota 36). Considerando una popolazione totale di circa 340.000 persone nell’intera provincia di Lubiana nell’aprile 1941, si tratta comunque di numeri elevati, che dimostrano una politica d’internamento senza scrupoli.
Nell’estate 1942 furono organizzate nuove incursioni contro i “ribelli” a Lubiana. Il generale responsabile per queste azioni era Taddeo Orlando, il quale annotò il 4 luglio (Nota 37)

La città di Lubiana conta circa 80.000 abitanti; di quelli la metà sono donne. Dei 40.000 maschi sono state prese in considerazione le classi dai 16 ai 50 anni […] nello spazio di pochi giorni, quasi tutti gli uomini che possono avere una importanza sotto l’aspetto politico o militare [sono stati esaminati]. Con l’arresto di 2.858 individui e con quello avvenuto nel periodo precedente di altri 3.000 individui, si è tolto dalla circolazione oltre il quarto degli uomini validi di Lubiana […].

Le misure descritte dal generale Orlando ovviamente non miravano soltanto all’internamento di partigiani o dei loro collaboratori. Piuttosto si trattava di eliminare un intero strato della popolazione slovena, la quale potenzialmente minacciava l’occupazione italiana. Questi quasi 6.000 prigionieri furono immediatamente deportati al campo di concentramento di Gonars. Il numero di persone internate da parte delle autorità italiane fu piuttosto impressionante. Come dimostra un documento dell’agosto 1942, nella provincia di Lubiana le autorità militari italiane arrestarono 5.000 persone che furono trasferite al famigerato campo di concentramento sull’Isola di Arbe (Nota 38). Nelle settimane che seguirono questi avvenimenti, altri 15.000 sloveni furono arrestati. Con questo, il numero d’internati dalla provincia di Lubiana raggiunse i 25.000 individui (Nota 39).
Nell’autunno 1942 l’Alto commissario Grazioli spiegò che le misure adottate nella provincia miravano all’internamento preventivo di parti della popolazione: singoli membri di famiglia dovevano essere imprigionati così da impedire ad altri di entrare nelle fila dei partigiani (Nota 40). Comunque va notato che i motivi per l’internamento erano abbastanza vaghi. I termini usati per giustificare l’arresto degli individui si dividevano tra ragioni di “pubblica sicurezza” e internamento “preventivo”. Mentre la prima categoria alludeva a una minaccia derivante dagli individui internati, la seconda doveva essere vista come misura di protezione verso gli internati. In realtà gli internati non vedevano alcuna differenza tra le categorie menzionate: le condizioni di vita, specialmente nei campi della Dalmazia, erano precarie per tutti (Nota 41).
In questo senso si deve anche rilevare che alcuni provvedimenti di scarcerazione da parte delle autorità italiane dovevano dimostrare la clemenza dell’amministrazione della provincia. In occasione delle feste di Pasqua del 1943, ad esempio, 1.300 internati sloveni furono liberati e rimandati alle loro abitazioni (Nota 42). La stragrande maggioranza di questi individui erano donne e bambini rilasciati dai campi dalmati. Per quanto riguarda gli uomini, l’amministrazione italiana supponeva che questi rappresentassero ancora un pericolo e quindi non furono rilasciati (Nota 43). Dev’essere detto che mentre da parte dell’amministrazione italiana questo passo poteva sembrare un modo per dimostrare che l’Italia non era il nemico e che la popolazione non aveva niente da temere se si adeguava alla nuova situazione, il risultato era probabilmente il contrario. Le condizioni degli scarcerati, ammalati e dimagriti a causa della situazione disumana trovata nei campi di concentramento italiani, esercitarono un effetto alquanto negativo sul resto della popolazione. Lungi dall’essere vista come un atto di misericordia, la liberazione di questi individui generò nuova diffidenza verso le autorità italiane e aiutò il reclutamento di forze da parte partigiana.

 

Il fronte italo-tedesco: antagonismo tra gli alleati

Come si è potuto vedere nei paragrafi precedenti, la Slovenia non era luogo di scontro diretto tra forze armate con un fronte ben definito. Invece, il territorio sloveno si dimostrava come luogo dove s’intrecciavano differenti “fronti interni”. L’ultimo di questi fronti che trattiamo in queste pagine è individuabile nell’antagonismo tra Italia e Germania. In questo caso la Slovenia ha un ruolo speciale, essendo l’unico territorio dove l’occupazione italiana e quella tedesca s’incontravano davanti una frontiera comune. Più a sud, lo Stato indipendente di Croazia faceva da cuscinetto tra la Dalmazia annessa all’Italia e i territori serbi sotto governo militare tedesco. Infine, nel caso sloveno, un’entità territoriale e nazionale fu suddivisa tra le forze dell’Asse.
Nelle prime settimane di occupazione le informazioni provenienti dai territori annessi si dimostrarono alquanto positive per l’Italia. La popolazione slovena – come dichiararono ufficiali italiani sul posto – appoggiava l’annessione della provincia all’Italia. Questo dato veniva fatto risalire all’incertezza sul futuro della Slovenia dopo la guerra contro la Jugoslavia e al timore di un dominio tedesco (Nota 44). Un’altra considerazione fatta a Lubiana riguardava la chiesa in Slovenia, la quale favoriva un’occupazione italiana temendo lo spettro del nazismo (Nota 45). La ragione di tale posizione del clero si rintraccia nelle notizie sul comportamento tedesco nei territori occupati dal Reich: «I monasteri furono chiusi immediatamente. Monaci e suore sono stati deportati, vescovi e preti esclusi dalla vita pubblica, intellettuali obbligati al lavoro forzato» (Nota 46). Considerando questi avvenimenti e la frammentazione dei territori sloveni in tre zone[ (Nota 47), si può dedurre che la presunta “soddisfazione” della popolazione sotto dominio italiano fosse in realtà una manifestazione della paura della Germania e del calcolo, che, tutto sommato, il regime fascista fosse il male minore. Questo fatto fu riconosciuto anche da Mussolini nell’estate del 1942 (Nota 48).
Constatando le ragioni per la benevolenza della popolazione, le dichiarazioni provenienti da Lubiana contenevano anche un avvertimento: un atteggiamento troppo fiacco verso la popolazione slovena poteva essere interpretato come debolezza, cosa assolutamente da evitare. Inoltre, lo scontento causato dall’aver tracciato il confine tra la Slovenia tedesca e quella italiana fu espresso in modo netto. Infatti, le autorità tedesche potevano tagliare l’approvvigionamento elettrico di Lubiana in ogni momento, dato che le centrali a nord della città erano in mano tedesca. In più, il trasporto di viveri per la città avveniva attraverso la zona germanica (Nota 49). Insomma, dopo una guerra condotta grazie alle divisioni tedesche e una linea di frontiera tracciata in modo poco soddisfacente per il regime di Roma, la diffidenza e l’antagonismo tra gli alleati dell’Asse si dimostrarono un ostacolo per una convivenza fruttuosa tra le amministrazioni italiana e tedesca, creando un fronte interno che non di rado mise in evidenza la discordia tra gli alleati. Si deve considerare che nel periodo tra le due guerre i territori sloveni non erano mai stati una meta dell’espansionismo fascista nei Balcani. Cionondimeno la nuova situazione creò preoccupazioni da parte italiana. Infatti, dopo la spartizione dei territori jugoslavi, la provincia di Lubiana avrebbe fatto da cuscinetto tra la Germania e i territori “etnicamente” italiani della penisola, mentre alla lunga i territori sloveni avrebbero dovuto essere assimilati (Nota 50).
Nonostante l’Italia si rendesse conto di dover accettare i limiti del proprio dominio sulla Slovenia, nell’estate del 1941 avviò un tentativo per spostare la frontiera tra territorio italiano e tedesco. Il fattore più preoccupante per l’amministrazione italiana era l’annessione tedesca di complessi industriali a nord di Lubiana, come anche di alcune aree suburbane della medesima città. Tuttavia la risposta di Berlino nei riguardi di un ridimensionamento dell’occupazione fu chiaramente negativa: la “linea di Vienna” veniva considerata irrevocabile (Nota 51). Questo fu l’ultimo tentativo italiano per procurare al regno una posizione più vantaggiosa nei territori sloveni, dopodiché venne dato il via libera alla demarcazione della nuova frontiera italo-tedesca, come stabilita da Berlino (Nota 52). Il generale Mario Roatta ricordò nelle sue memorie di guerra che il confine «italo-germanico venne fissato senza tenere il minimo conto dei nostri interessi: l’alta Sava, parallela alla ex-frontiera italo-jugoslava, abbastanza ricca di miniere e di industrie, e la parte più fiorente della Slovenia vennero annesse al Reich. Così l’Italia fu privata di quanto piú le occorreva» (Nota 53). Lo stesso Mussolini disse che «ci siamo trovati sulle braccia la metà di una provincia e, bisogna aggiungere, la metà piú povera» (Nota 54).
Un altro fattore importante per la convivenza tra amministrazione italiana e tedesca nei territori sloveni fu lo spostamento di popolazione coordinato tra le due potenze in loco. Due distinti piani possono essere individuati in questo scenario. Innanzitutto, il piano del Reich prevedeva lo spostamento delle popolazioni di lingua tedesca dalla regione Gottschee a sud di Lubiana verso la Stiria meridionale. Le terre lasciate libere da queste 12.000 persone circa sarebbero state date a coloni provenienti da territori italiani (Nota 55). Inoltre la Germania intendeva trasferire 180.000 sloveni dalle sue zone di occupazione verso la Croazia (Nota 56). Il 1° ottobre 1941 un trattato tra Italia e Germania sancì il trasferimento della popolazione della Gottschee e le modalità di quest’ultimo (Nota 57). La politica tedesca prevedeva lo spostamento di sloveni verso sud, la colonizzazione di questi territori con popolazione tedesca e infine l’assimilazione del resto della popolazione slovena (Nota 58). Fino alla fine della guerra, dei 300.000 individui che avrebbero dovuto essere trasferiti verso la Croazia e la Serbia, ne furono deportati circa 80.000. Si trattò di circa il 10% della popolazione slovena dei territori annessi al Reich (Nota 59). Le conseguenze dello spoliazione di intere regioni dalla forza di lavoro locale fu devastante. Persino le autorità tedesche riconobbero che la loro strategia aveva avuto come risultato un massiccio calo della produttività nelle regioni coinvolte (Nota 60). Le operazioni di spostamento della popolazione tedesca culminarono nel trasferimento della quasi totalità dei 12.000 Gottscheer fino al 1942 (Nota 61).
Nel gennaio 1942 l’amministrazione della provincia di Lubiana poteva affermare che «la metà del lavoro» era già compiuta. Si intendeva dire che la popolazione tedesca aveva oramai quasi completamente lasciato i territori italiani. La seconda metà del lavoro consisteva dunque nel trasferimento di nuove popolazioni verso il meridione della provincia (Nota 62). Una conseguenza negativa di questa politica di trasferimento fu che l’amministrazione italiana si trovò ben presto a dover affrontare l’intrusione di elementi partigiani nelle regioni ex tedesche. Infatti, emissari italiani, incaricati di preparare l’arrivo di nuova popolazione nella regione di Gottschee, furono attaccati da forze partigiane (Nota 63e le «operazioni di ripopolamento» furono arrestate (Nota 64).
Un altro risultato della politica tedesca a nord di Lubiana fu l’afflusso di decine di migliaia di sloveni nella provincia italiana. Già poche settimane dopo la fine della guerra contro la Jugoslavia 27.000 persone varcarono la frontiera tra Slovenia tedesca e Slovenia italiana. I rapporti italiani su questi fatti non lasciarono spazio a dubbi sulle cause dell’esodo, individuato nel «giogo disumano» tedesco. La Germania fu accusata di aver spogliato la terra slovena e di aver tolto alla popolazione locale la base per la sua sopravvivenza. Così facendo, Berlino costringeva la popolazione a cercare un posto meno «barbaro» per la sua esistenza (Nota 65).
Questa retorica sembra alquanto esagerata, considerando il trattamento che la popolazione civile subiva nella zona d’occupazione italiana. Cionondimeno indica il permanere di un forte antagonismo italiano verso la Germania, come anche di un senso di superiorità culturale. Tutto questo faceva sì che una vera cooperazione tra Roma e Berlino non potesse funzionare in Slovenia e dava così anche ai partigiani la possibilità di sfruttare a proprio vantaggio la situazione di tensione interna all’Asse.
Nell’inverno 1941-42 altre centinaia di persone passarono la frontiera tra le due zone d’occupazione per insediarsi nel territorio italiano. Questo afflusso continuo di gente dal nord veniva visto con sospetto dall’amministrazione italiana, la quale temeva che una volta arrivati, specialmente gli uomini, potessero diventare una minaccia per la sicurezza interna della provincia (Nota 66). Queste preoccupazioni però poco importavano alla Germania, la quale accettava volentieri la fuga di migliaia di sloveni oltre frontiera. Nella sola Lubiana si erano insediate fino a 17.000 persone arrivate dal nord. Queste non solo costituivano gruppi di opposizione, almeno al regime tedesco, ma anche un terreno fertile per la propaganda comunista (Nota 67). Così si può concordare con il giudizio di Marco Cuzzi secondo il quale i tedeschi «preferivano liberarsi del problema, permettendo ai partigiani di oltrepassare le frontiere e scaricando sulle autorità italiane l’onere della repressione» (Nota 68). Questa affermazione è anche confermata da interventi di Grazioli presso le autorità tedesche (Nota 69).
Si può dunque argomentare che il mancato coordinamento nei trasferimenti forzati di popolazione tra Germania e Italia (ma anche Croazia) si risolse in una disfatta per i piani di egemonia, assimilazione e dominio italiano e tedesco. L’antagonismo e la diffidenza tra Roma e Berlino aiutarono infine soprattutto le forze partigiane.
In conclusione, dev’essere menzionato un ulteriore fattore di discordia nel “fronte interno” all’Asse. Come per l’amministrazione civile, anche per l’apparato militare italiano le “prove di forza” con l’alleato tedesco erano un problema ricorrente. La Germania, infatti, nei territori sloveni sotto l’amministrazione del Reich doveva affrontare gli stessi problemi dell’Italia. Dunque la leadership tedesca richiese di coordinare le azioni militari nel territorio Sloveno con l’alleato fascista (Nota 70). Nell’aprile 1942 autorità militari tedesche s’informarono presso il comando italiano in zona sulle possibilità di cooperazione oltre la frontiera italo-tedesca in Slovenia, specialmente in caso di attacchi partigiani (Nota 71). Secondo i piani tedeschi in Slovenia avrebbero dovuto essere adottate le stesse misure stabilite nel marzo del 1942 da Italia, Germania e Croazia in un trattato per la cooperazione tra i tre apparati militari durante le campagne contro i partigiani sul territorio croato. L’amministrazione militare italiana in Slovenia e il comando supremo a Roma erano, però, più che scettici verso il piano di Berlino. Infatti, – al contrario della Croazia – «poiché la Slovenia italiana fa parte del territorio nazionale, è necessario sia garantito l’ordine interno coi soli nostri mezzi» (Nota 72). Effettivamente, lo Stato maggiore intravedeva che «a beneficiare» di un cambiamento della situazione «sarebbero sempre i nostri alleati [tedeschi]» (Nota 73). Dunque il tutto si risolse in un nulla di fatto, che può essere spiegato con la latente paura degli organi italiani verso un possibile dominio tedesco all’interno della provincia di Lubiana.
Da parte tedesca la situazione in Jugoslavia e le relazioni con l’amministrazione italiana furono viste con poca soddisfazione. In una riunione tenutasi nel maggio 1942, con la partecipazione dei capi militari tedeschi in Croazia, Bosnia e Serbia, cioè il nucleo delle forze armate tedesche in Jugoslavia, la situazione veniva descritta come segue (Nota 74): «Gli italiani sono molto gentili, ma si è spiati e ingannati [da loro]. [Questo] è insopportabile. Gli italiani si scansano […] non mantengono l’ordine. Il prerequisito di ogni operazione è che gli italiani mettano a posto i loro territori […] [Loro] non vogliono combattere».
Dunque, anziché permettere ai due partner di operare nell’interesse dell’alleanza italo-tedesca e con maggiore efficienza nella guerra anti-partigiana, le spaccature ed i sospetti all’interno dell’Asse condizionarono il fallimento della strategia anti-insurrezionale favorendo il successo delle formazioni partigiane in Slovenia.

 

Conclusioni

In questo articolo si sono voluti mostrare tre distinti esempi di “fronti interni” formatisi in occasione dell’occupazione italiana della Slovenia dal 1941 al 1943. L’importanza di quest’analisi risiede nella particolarità della Slovenia, una regione nella quale la guerra civile e la spaccatura della società si manifestarono in modo straordinario a causa, tra gli altri fattori, delle misure adottate dall’amministrazione civile e militare per ottenere la collaborazione di parti della popolazione slovena, delle campagne repressive contro i civili, del contrasto tra occupazione italiana e tedesca. Spiegazioni per la radicalizzazione dello scontro si possono trovare nell’impossibilità dell’amministrazione italiana di far fronte all’insurrezione e nell’atroce combattimento tra forze nazionaliste, jugoslave e filo-fasciste da una parte ed antifasciste e comuniste dall’altra.
Si può quindi constatare che in Slovenia, mentre non esisteva un fronte militare classico, i “fronti interni” erano alquanto acuti. La tattica italiana che favoriva un collaborazionismo nell’amministrazione e tra le fila militari, alimentò una spaccatura della società slovena in due campi opposti, due campi che non mancarono di dimostrare il loro odio reciproco attraverso attentati e combattimenti spietati. In secondo luogo la dura repressione italiana nei confronti della popolazione civile fu il risultato dell’impossibilità di fronteggiare un nemico, i partigiani, che con le sue tattiche di guerriglia sfuggiva alle forze d’occupazione. In questo modo però tutta la popolazione slovena venne investita dalla guerra anti-partigiana, con il confino di decine di migliaia di civili e la disseminazione del terrore in tutto il territorio sloveno. Infine, con l’antagonismo italo-tedesco e i piani divergenti di dominio della Slovenia, si creò una terza spaccatura, che contribuì anch’essa ad amplificare le sofferenze della popolazione.

 

NOTE:

Nota 1 Per una sintesi sulle pubblicazioni a riguardo si vedano i seguenti volumi e le relative sezioni bibliografiche: D. Rodogno, Il nuovo Ordine Mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Borghieri, Torino 2003; H. J. Burgwyn, L’impero sull’adriatico. Mussolini e la conquista della Jugoslavia 1941-1943, LEG, Gorizia 2006 (ed. or. 2005); C. Di Sante (a cura di), Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati. 1941-1951, Ombre corte, Verona 2005; E. Gobetti, L’occupazione allegra. Italiani in Jugoslavia 1941-1943, Carocci, Roma 2007; Id, Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943), Laterza, Roma 2013; D. Conti, L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della brava gente 1940-1943, Odradek, Roma 2008; E. Aga Rossi, M. T. Giusti, Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940-1945, ilMulino, Bologna 2011. Torna al testo

Nota 2 Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri (d’ora in poi ASMAE), Gabinetto Armistizio Pace (d’ora in poi GABAP), Croazia, b. 1493, Regio decreto di legge 3 maggio XIX, n. 291. Torna al testo

Nota 3 T. Griesser-Pečar, Das zerrissene Volk. Slowenien 1941-1946, Böhlau, Wien 2003, p. 60. Torna al testo

Nota 4 Per una descrizione dettagliata delle forze collaborazioniste si veda M. Cuzzi, La Slovenia Italiana, in: F. Caccamo, L. Monzali (a cura di), L’occupazione italiana della Iugoslavia (1941-1943), Le Lettere, Firenze 2009, pp. 221-256, qui pp. 228-240. Torna al testo

Nota 5 Archivio centrale dello Stato (d’ora in poi ACS), Ministero dell'Interno (d’ora in poi MI), Direzione generale amministrazione civile (dora in poi DGAC), Divisione affari generali e riservati (d’ora in poi DAGR), Podestà e Consulte Municipali Stato, b. 316, Alto commissario Grazioli al ministero dell’Interno, 29 maggio 1941. Torna al testo

Nota 6 T. Griesser-Pečar, Das Zerrisene Volk, cit., p. 62, 66. Torna al testo

Nota 7 M. Cuzzi, La Slovenia Italiana, cit., p. 240. Torna al testo

Nota 8 ACS, MI, DGAC, DAGR, Podestà e Consulte Municipali Stato, b. 316, Alto commissariato per la provincia di Lubiana, 14 giugno 1942. Torna al testo

Nota 9 J. Tomasevich, War and Revolution in Yugoslavia. Occupation and Collaboration, University Press, Stanford 2001, pp. 95-98. Torna al testo

Nota 10 ACS, MI, DGAC, DAGR, Podestà e Consulte Municipali Stato, b. 316, Rupnik a Mussolini, 3 giugno 1942. Torna al testo

Nota 11 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1510, Grazioli al Duce, 22 aprile 1941. Torna al testo

Nota 12 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1510, Sim a ministero dell’Interno, 26 luglio 1941. Torna al testo

Nota 13 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1510, Grazioli a Mussolini, 22 aprile 1941. Torna al testo

Nota 14 M. Cuzzi, La Slovenia italiana, cit., p. 238. Torna al testo

Nota 15 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1510, Sim a ministero dell’Interno, 26 luglio 1941. Torna al testo

Nota 16 D. Conti, L’occupazione italiana, cit., p. 44. Torna al testo

Nota 17 M. Cuzzi, La Slovenia italiana, cit., p. 239. Torna al testo

Nota 18 M. Kacin Wohinz, J. Pirjevec, Storia degli sloveni in Italia 1866-1998, Marsilio, Venezia 1998, p. 72. Torna al testo

Nota 19 Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (d’ora in poi AUSSME), M3, b. 85, Ordine del generale Ambrosio, 13 aprile 1941. Torna al testo

Nota 20 T. Ferenc, La Provincia “Italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Aura, Udine 1994, p. 139. Torna al testo

Nota 21 Ivi, p. 30. Torna al testo

Nota 22 A. Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943, Nutrimenti, Roma 2008, p. 47. Torna al testo

Nota 23 D. Conti, L’occupazione italiana, cit., p. 13; M. Kacin Wohinz, J. Pirjevec, Storia degli sloveni, cit., p. 71. Torna al testo

Nota 24 AUSSME, M3, b. 85, Provvedimenti contro i ribelli in Slovenia, 14.6.1942. Si veda anche il libro: A. Kersevan, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Kappa Vu, Udine 2003. Torna al testo

Nota 25 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1511, Comando della 2ª armata, 15 novembre 1941. Torna al testo

Nota 26 AUSSME, M3, b. 59, Operazioni in Slovenia, Roatta al Comandante XI. CA, Comandante V CA, Comandante il Genio d’Armata, Comandante Aviazione della Slovenia, Generale Intendente, 8 giugno 1942. Torna al testo

Nota 27 IbidemTorna al testo

Nota 28 IbidemTorna al testo

Nota 29 AUSSME, M3, b. 85, Situazione in Slovenia, Robotti a Comando FF.AA. Slovenia-Dalmazia, 21 giugno 1942. Torna al testo

Nota 30 AUSSME, M3, b. 59, Operazioni in Slovenia, Roatta al Comandante XI. CA, Comandante V CA, Comandante il Genio d’Armata, Comandante Aviazione della Slovenia, Generale Intendente, 8 giugno 1942. Torna al testo

Nota 31 AUSSME, M3, b. 59, Proclama di Roatta, 3 luglio 1942. Torna al testo

Nota 32 Per le campagne del 1942 si veda A. Osti Guerrazzi, L’Esercito italiano in Slovenia 1941-1943. Strategie di repressione antipartigiana, Viella, Roma 2011, pp. 81-106. Torna al testo

Nota 33 Mario Robotti, Comando XI C.A., marzo 1942, in A. Kersevan, Lager italiani, cit., p. 51. Torna al testo

Nota 34 IbidemTorna al testo

Nota 35 Grazioli a ministero dell’Interno, 25 marzo 1942 in T. Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima. Confinamenti, rastrellamenti, internamenti nella Provincia di Lubiana: 1941-1943, Inštitut za novejšo zgodovino, Ljubljana 2000, p. 110. Torna al testo

Nota 36 AUSSME, M3, b. 64, Situazione in Slovenia-campi di concentramento, 16 dicembre 1942. Torna al testo

Nota 37 Taddeo Orlando, citazione in A. Kersevan, Lager italiani, cit., pp. 68-69. Torna al testo

Nota 38 ACS, MI, Direzione generale servizi di guerra (d’ora in poi DGSG), Affari generali (d’ora in poi AG), b. 90, Appunto per il Duce dall’Ispettorato per i Servizi di Guerra, agosto 1942. Torna al testo

Nota 39 ACS, MI, DGSG, AG, b. 90, Ispettore per i Servizi di Guerra, 25 agosto 1942. Torna al testo

Nota 40 ACS, MI, DGSG, AG, b. 90, Rapporto di Grazioli, 22 ottobre 1942. Torna al testo

Nota 41 Secondo dati esaminati da Davide Rodogno la mortalità nel campo di Arbe raggiungeva fino a 30 persone al giorno nell’inverno 1942/43. Si veda D. Rodogno, Nuovo Ordine, cit., p. 528. Torna al testo

Nota 42 AUSSME, H1, b. 48, Lubiana, Situazione mese di Aprile 1943, 5 maggio 1943. Torna al testo

Nota 43 IbidemTorna al testo

Nota 44 AUSSME, H1, b. 20, Rapporto del comandante dei CC.RR. della 2ª Armata, 29 aprile 1941. Torna al testo

Nota 45 AUSSME, H1, b. 20, Rapporto sulla situazione a Lubiana, 30 aprile 1941. Torna al testo

Nota 46 ASMAE, Affari Politici (d’ora in poi AP) 1931-1945, Jugoslavia, b. 106, Situazione in Slovenia, 5 maggio 1941. Torna al testo

Nota 47 Oltre all’occupazione tedesca e italiana ci fu l’annessione della piccola regione nordorientale del Prekmurje tramite l’Ungheria. Torna al testo

Nota 48 AUSSME, H5, b. 40, Rapporto del Duce sulla situazione in Slovenia, 31 luglio 1942. Torna al testo

Nota 49 ASMAE, AP 1931-1945, Jugoslavia, b. 106, Situazione in Slovenia, 5 maggio 1941. Torna al testo

Nota 50 H. J. Burgwyn, L’Impero sull’adriatico, cit., 72; E. Gobetti, Alleati del nemico, cit., p. 13. Torna al testo

Nota 51 AUSSME, H1, b. 27, Rettifiche al confine fra Slovenia italiana e Slovenia tedesca, 4 agosto 1941. Torna al testo

Nota 52 IbidemTorna al testo

Nota 53 M. Roatta, Otto millioni di Baionette. L’esercito italiano in guerra dal 1940 al 1944, Mondadori, Milano 1946, p. 165. Torna al testo

Nota 54 AUSSME, H5, b. 40, Rapporto del Duce sulla situazione in Slovenia, 31 luglio 1942. Torna al testo

Nota 55 Sui trasferimenti nella Gottschee si veda A. Suppan, Hitler-Beneš-Tito. Konflikt, Krieg und Völkermord in Ostmittel- und Südosteuropa, Teil 2, ÖAW, Wien 2014, pp. 1159-1166. Torna al testo

Nota 56 In un trattato tra Germania e Croazia fu anche concordato il trasferimento di 200.000 Serbi dalla Croazia verso la Serbia occupata dai tedeschi. Alla fine solo 26.000 sloveni furono deportati in Croazia. Si veda A. Korb, Im Schatten des Weltkriegs. Massengewalt der Ustaša gegen Serben, Juden und Roma in Kroatien 1941-1945, Hamburger Editionen, Hamburg 2013, p. 169; pp. 219-224. Torna al testo

Nota 57 ASMAE, GABAP, Croazia, b. 1493, Appunto ministero Affari esteri, 19 novembre 1941. Torna al testo

Nota 58 J. Tomasevich, War and Revolution, cit., p. 85. Torna al testo

Nota 59 Ivi, pp. 89-91. Torna al testo

Nota 60 A. Suppan, Deutsche Geschichte im Osten Europas. Zwischen Adria und Karawanken, Siedler, Berlin 1998, p. 404. Torna al testo

Nota 61 IbidemTorna al testo

Nota 62 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1510, Rapporto su trasferimento allogeni tedeschi, 24 gennaio 1942. Torna al testo

Nota 63 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1510, Appunto per il ministero dell’Interno, 2 aprile 1942. Torna al testo

Nota 64 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1510, Emona, Pro-memoria per Comando Supremo, Ministero Interno Gabinetto, Ministero Affari Esteri GABAP, 17 maggio 1942. Torna al testo

Nota 65 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1510, Resoconto sulla situazione nella Slovenia occupata dai tedeschi, 22 maggio 1941. Torna al testo

Nota 66 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1510, Cavallero al ministero Affari esteri, 17 novembre 1941. Torna al testo

Nota 67 J. Tomasevich, War and Revolution, cit., p. 90. Torna al testo

Nota 68 M. Cuzzi, La Slovenia italiana, cit., p. 243. Torna al testo

Nota 69 ASMAE, GABAP, Slovenia, b. 1510, Grazioli al Console di Germania, 30 ottobre 1941. Torna al testo

Nota 70 AUSSME, M3, b. 85, Il capitano dei Carabinieri della compagnia di Novo Mesto al Comando di divisione “Isonzo”, 6 aprile 1942; Ivi, Roatta allo stato maggiore R. Esercito, 18 aprile 1942. Torna al testo

Nota 71 AUSSME, M3, b. 85, Cooperazione con reparti alleati di frontiera in operazioni contro i ribelli, 16 aprile 1942. Torna al testo

Nota 72 AUSSME, M3, b. 85, Cavallero a Roatta, 14 maggio 1942. Torna al testo

Nota 73 AUSSME, M3, b. 85, Il capo di stato maggiore al comando FF. AA. Slovenia-Dalmazia, 21 maggio 1942. Torna al testo

Nota 74 Bundesarchiv, RW 40/26, fol. 156-159. Torna al testo

 

Questo saggio si cita: K. Ruzicic-Kessler, Il fronte interno. L’occupazione italiana della Slovenia 1941-1943, in «Percorsi Storici», 3 (2015) [www.percorsistorici.it]

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