Claudio Pavone, La mia Resistenza. Memorie di una giovinezza (Luciano Casali)

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Claudio Pavone, La mia Resistenza. Memorie di una giovinezza, Donzelli, Roma 2015, pp. 112

(Luciano Casali)

 

La Resistenza senz'armi di Claudio Pavone 

1. Claudio Pavone ed io discutemmo per la prima volta del Pil (il Partito italiano del lavoro) poco più di una quarantina di anni fa.
In quel periodo io svolgevo le funzioni di segretario dell’Istituto storico della Resistenza di Ravenna, il cui archivio - dalla metà degli anni Sessanta – era fra i più ricchi e meglio ordinati; così Claudio venne a Ravenna “a dare un’occhiata”… e a fare moltissime fotocopie. Chiacchierando, fra un documento e l’altro, saltò fuori la questione del Pil e del suo predecessore, l’Uli (Unione lavoratori italiani), nato nel corso del 1938, che in Romagna aveva raccolto gran parte delle sue adesioni nel vecchio Partito repubblicano italiano e nella destra del partito socialista e aveva mantenuto, almeno per tutto il 1943, posizioni avverse ad una opposizione anche armata contro i fascisti repubblicani e i nazisti.
Ben poco si sapeva allora di tali partiti/movimenti in Romagna, ma ancor meno si era informati del fatto che un loro ramo consistente aveva posto le proprie radici a Milano e rimasi alquanto sorpreso quando Claudio mi disse che nel 1944 era stato un militante e attivista del Pil provvedendo soprattutto a distribuirne la propaganda.
Parlando fra di noi, apparve subito chiaro – come del resto è ora possibile leggere ne La mia Resistenza – che il «neonato Pil si divise subito in due gruppi. In Romagna rimase la base popolare ereditata dalla Uli […]; a Milano il gruppo dei giovani intellettuali» (p. 87). Ma se nel gruppo di Milano restò costante per tutto il periodo della Resistenza il rifiuto dell’adesione ai Cln e della lotta armata, in Romagna si andò su una strada completamente diversa. Indubbiamente anche a Ravenna e a Forlì ci si trovò di fronte a un lungo periodo durante il quale la componente repubblicana proveniente dall’Uli mantenne anche nel Pil la supremazia e la direzione politica.
Come leggiamo in un raro opuscolo del 1945 (La politica del Partito italiano del Lavoro, stampato probabilmente attorno all’aprile; si tratta di un opuscolo la cui copia in mio possesso non esito a definire “preziosa” perché, provenendo dalle carte dell’Agit-Prop. della Federazione comunista di Ravenna, essa è stata attentamente studiata ed è ricca di sottolineature, appunti, riflessioni e commenti che ci fanno comprendere l’attenzione con cui i comunisti ravennati guardavano e analizzavano quel partito, indubbiamente piccolo, ma ritenuto significativo), nei primi tempi il Pil mantenne «un atteggiamento di assoluta intransigenza […] e di critica e di opposizione nei riguardi dei partiti concentratisi nel C. di L. N. per il loro collaborazionismo» (Nota 1).
Per il Pil, il primo problema da affrontare e risolvere dopo il 25 luglio e l’8 settembre era quello istituzionale: stare nei comitati di liberazione o combattere la guerriglia significava “collaborare” per la sopravvivenza della monarchia e la pregiudiziale antimonarchica era ancora una volta essenziale per i repubblicani, come lo era stata alla fine del XIX secolo, quando li aveva mantenuti per lungo tempo lontani da ogni attività amministrativa che avrebbe significato “collaborare” con i Savoia.
Tuttavia (continua l’opuscolo), a partire dall’estate del 1944

il partito ha partecipato con la sua formazione all’8.a Brigata “Garibaldi” ed ha contribuito alle formazioni Gap e Sap della pianura. Particolarmente si è distinta la formazione della Brigata “Garibaldi” che per la sua compattezza morale e disciplinare riuscì di valido e qualche volta determinante contributo alla splendida lotta condotta dalla Brigata stessa nei mesi di agosto settembre e ottobre [1944] (Nota 2).

Di tutto ciò, a Milano non si seppe assolutamente nulla: evidentemente la struttura organizzativa del Pil lasciava alquanto a desiderare e i collegamenti fra le sue due parti (romagnola e lombarda) erano del tutto inesistenti… Solo dopo il 25 aprile Claudio Pavone e i suoi compagni milanesi appresero del profondo mutamento di “linea” che era avvenuto a Ravenna e Forlì: «Rimanemmo sconcertati – scrive Pavone –: tutta la linea di rimanere fuori dal Cln e dai compromessi […] veniva così sconfessata. Alcuni lo ritennero un tradimento» (pp. 105-106).
Dura era stata la polemica in Romagna e, proprio perché al Pil aderivano gruppi consistenti che provenivano dal repubblicanesimo e dal socialismo, le accuse di comunisti e cristiano-sociali, da “subito” attivi nella lotta anche armata (questi ultimi guidati da Benigno Zaccagnini, che solo alla Liberazione divenne democristiano), erano feroci: come era possibile, per un movimento con così profonde radici “popolari”, “astenersi” dalla lotta attiva contro nazisti e fascisti?
Si veda, ad esempio, cosa si scriveva in un volantino comunista, largamente diffuso quasi certamente nel gennaio 1944:

È un grido di vendetta il nostro, ma ancor più di disprezzo verso quei pavidi che si nascondono dietro i sofismi con cui credono di giustificare l’inazione. Verso Voi responsabili Repubblicani Mazziniani antifascisti che tradite il credo eroico con cui avete affrontato ben altre lotte; verso Voi responsabili Socialisti romagnoli, che avete con noi un patto ideale e concreto e che da giovani avete vissuto i momenti fiammanti di sacrificio dei Fasci siciliani che scossero la classe operaia italiana e aprirono con gloria la via al vostro Partito.
Mario Gordini […] senza di voi ha impugnato le armi contro lo straniero e il tiranno di dentro traditore ed è morto fucilato assieme al compagno Settimio Garavini. Inutilmente per i nemici nelle carceri, tremano e implorano alcuni di voi per viltà personale il tradimento dell’attesismo e, fuori, tutti lo praticate o con sottile perfidia o con l’aria dei saggi sfiniti (Nota 3).

Queste considerazioni e questi “rimproveri” non circolavano fra i “pilisti” milanesi e a questo punto del suo scritto Claudio Pavone fa alcune riflessioni:

Allo sguardo di chi chiama Resistenza solo quella combattuta con le armi, [i “pilisti”] possono apparire ai margini. Ma se si ha, come oggi è indispensabile, della Resistenza un’idea più ampia e complessa che includa tutta la gamma di atteggiamenti sfumati presenti nella società, anche i militanti di quel piccolo partito possono trovarvi il loro posto (pp. 96-97).

E conclude, interrogandosi su se stesso e sulla sua Resistenza:

Debbo tuttavia aggiungere che il mutamento di giudizio storico in me avvenuto non è sufficiente a eliminare tutte le domande che mi pongo sul mio comportamento di astensione dalla lotta armata: e se ci fosse entrata anche la paura? […] Avevo sempre evitato lo scontro fisico e non avevo mai fatto a botte con i miei coetanei; quando sentivo qualcuno di loro dire che in caso di guerra avrebbe subito fatto la domanda per andare in prima linea, lo guardavo stupito […]. Non avevo mai avuto come ideale il maschio combattente e questo era stato certamente un contro veleno all’etica fascista. Ma tutto ciò non basta a rispondere a quella domanda sul mio comportamento (pp. 97-98).

Indubbiamente il Pil era un partito alquanto complesso (e, a mio parere, anche un po’ confuso). Leggiamo ancora ne La politica del Partito italiano del lavoro che si trattava di 

un partito socialista [...]. Ma, a differenza dei grandi partiti socialisti del nostro paese, quello socialista di unità proletaria e quello comunista, il PIL non fonda il proprio socialismo unicamente sulle dottrine marxiste. Esso ritiene anzi che in Italia si perverrà alla edificazione socialista e ad una stabile democrazia soltanto mediante la diffusione della religione civile della libertà, sintesi e superamento insieme tanto delle dottrine marxiste che del pensiero mazziniano […]. D’altra parte il PIL non può confluire nel partito d’azione o in quello repubblicano perché questi sono partiti composti essenzialmente da ceti medi. Ed è nostra convinzione che non si può fare una politica di sinistra con elementi di destra (Nota 4).

Né va dimenticato – e Pavone lo sottolinea (p. 92) – che si trattava anche di un partito profondamente «moralistico», «delineato quasi come un rigoroso ordine monastico: ad esempio, gli iscritti dovevano mettere a disposizione del partito tutti i propri beni». Una scelta che neppure gli stessi “pilisti” riuscivano a chiarire completamente ai loro lettori, come possiamo vedere nell’articolo Conoscerci, pubblicato su uno degli organi del partito, «La Voce dei giovani», il 1° agosto 1944:

Abbiamo udito qualche volta frasi di questo genere a proposito  dell’art. 8 del programma: “Ma questa è una confraternita, una società di mutuo soccorso, una frateria!”. Oppure: “Ma questo è socialismo utopistico”. Senza dubbio chi legge l’articolo 8 [dello Statuto] sull’obbligo dei nostri aderenti di porre a disposizione del partito i beni personali è indotto a fare un raffronto fra noi e i Saint-Simon, gli Owen, i Fourier, i quali credevano di riformare la società per mezzo della propaganda e di piccoli esperimenti. […] Noi sappiamo bene che non si tratta affatto di convincere la borghesia capitalistica, ma di combatterla; riconosciamo che le vie pacifiche non giovano ai fini della edificazione socialista, ma che occorre l’azione rivoluzionaria; e ci rivolgiamo non alla società in astratto con dei sermoni, ma agli uomini del lavoro, ai proletari, ai quali soltanto assegniamo la funzione di instauratori del nuovo ordine collettivista.
E se già nella vita di partito intendiamo anticipare, per quel che è possibile, la società nella quale crediamo, non si tratta per nulla di “esperimenti” […], ma unicamente di una testimonianza diretta e immediata, richiesta a ciascuno dei nostri aderenti.

L’organizzazione della nuova società era comunque rinviata a tempi lontani, postrivoluzionari e non ben definiti e le utopie non sempre erano saldamente ancorate a uno Stato democratico, da costruire chissà quando. «La prova dei fatti – scrive Pavone – era ancora più difficile della correttezza teorica», cosicché «personalmente, nel giudizio storico, in cui devono comunque essere ricondotte anche le utopie, mi sono venuto sempre più discostando dalla impostazione del Pil» (p. 93).

2. Quello di Claudio Pavone attraverso la Resistenza era stato un percorso piuttosto lungo e complesso che, dopo averlo fatto soggiornare in alcune carceri della Penisola, da Roma a Castelfranco Emilia, lo aveva anche condotto da una più o meno salda adesione alla religione cattolica al laicismo e in questo approdo fu determinante proprio l’adesione al Partito italiano del lavoro.
Evidentemente dubbi e dilacerazioni interne erano presenti già da tempo, ma «nella breve esperienza romana con il Psiup il problema religioso era rimasto un fatto privato», dal momento che «la linea del Psiup, come quella del Pci, era di non sollevare questioni religiose per non creare divisioni fra i militanti e, in generale, nella base popolare». Approdando nel Pil, per Pavone la situazione cambiò radicalmente:

Nel Pil trovai invece un clima del tutto diverso: il radicalismo politico trascinava con sé quello religioso e quindi la discussione sui massimi problemi. Io ne rimasi turbato e insieme affascinato: i miei patemi d’animo, i miei dubbi, le mie incertezze venivano allo scoperto e reclamavano una soluzione (pp. 88-89).

In effetti, se sfogliamo la stampa clandestina del Pil, che Claudio Pavone contribuiva a diffondere e che indubbiamente leggeva, vediamo che il problema religioso veniva affrontato continuamente: Politica, morale e religione («Voce dei Giovani», 1° luglio 1944); Noi e la religione («Voce del Popolo», 20 marzo e 25 giugno 1944), Noi e i cattolici («Voce del Popolo», 1° luglio 1944), in quanto «il maggiore ostacolo contro cui urta, in un paese come l’Italia, la religione della libertà è costituito dal cattolicesimo come concezione del mondo e come abito di vita» (secondo quanto scrive quest’ultimo articolo).
Ci furono per Pavone, oltre alla lettura della propaganda “pilista”, lunghe discussioni con Delfino Insolera, lo studio di Storia e dogma di Maurice Blondel. Fino a che, una mattina gli «apparve chiarissimo che la realtà del mondo e il valore della legge morale non avevano bisogno di essere garantiti dall’esistenza di Dio»:

Provai un senso di liberazione e cominciarono a crollare con una rapidità che sorprese me stesso tutte le impalcature che avevo creato per sostenere il castello. Così mi radicalizzai velocemente in senso anticattolico e antireligioso in generale, soddisfatto, potrei dire, di prendermi una rivincita su ciò che mi aveva angustiato e inibito per tanti anni (p. 90).

I primi contatti di Claudio Pavone, dopo l’8 settembre, erano stati proprio con dirigenti cattolici, da Guido Gonella a Giuseppe Spataro, allo stesso Giulio Andreotti, che era stato suo compagno di scuola al Liceo “Tasso”, convinto che «o i cattolici si muovevano subito in senso antifascista o sarebbero stati travolti». Ma la delusione fu enorme («penosa», p. 22) e «finirono i miei contatti con la Democrazia Cristiana» (pp. 17-18), per cui in seguito Claudio non ebbe «nessun desiderio di tornare a bussare alla loro porta» (p. 22).
In Claudio Pavone, la cui madre era devotamente religiosa e il cui padre invece liberale e laico, gli elementi di socialismo che andava assorbendo ne stavano mettendo in crisi il cattolicesimo e nel 1943, di fronte a dirigenti politici cattolici che non si rendevano conto del momento di profonda crisi sociale e della necessità di entrare decisamente in una politica antifascista attiva che implicasse profondi rinnovamenti, le radici cattoliche entrarono in profonda crisi e si “affaticava” «intorno all’aggrovigliato nodo del rapporto fra religione, socialismo e libertà» e cercava «soluzioni di compromesso» arrabattandosi «a tirar fuori un senso antifascista della “dottrina sociale cattolica”» (p. 24). Ne saltò fuori una adesione al partito socialista in compagnia del suo amico Giuseppe Lopresti (poi ucciso alle Fosse Ardeatine) perché era ormai convinto «della necessità di un mutamento profondo della società, tale che non potesse più risorgere il fascismo… e la parola socialismo esercitava su di me una superiore attrazione». Perché non il partito comunista? Perché questo «ci appariva richiedere, prima ancora che come militanti proprio come persone, un’adesione totale, mentre noi volevamo rimanere più disponibili innanzi tutto verso noi stessi» (pp. 22-23). E del partito socialista lo attraeva anche «la possibilità di incontrare operai che erano uomini maturi, esperti della vita, che ricordavano le lotte precedenti al fascismo» (pp. 26-27).
Si trattò di una attività clandestina «molto modesta» – distribuire l’«Avanti!» e altro materiale di propaganda –, ma che comunque costituiva una «grande svolta», perché non ci si limitava più «a fare chiacchiere», anche se va tenuto presente «quanto ci fosse di suggestioni romantiche, risorgimentali, tradizionalmente rivoluzionarie, esaltate dal fascino speciale della vita clandestina» (p. 28). Si trattò in ogni caso di una militanza breve, perché il 22 ottobre 1943 Claudio Pavone venne arrestato; non in maniera eroica: anzi piuttosto in modo abbastanza grottesco.
Si stava avvicinando l'ora del coprifuoco e Pavone pensò fosse opportuno sbarazzarsi della borsa che portava con sé e nella quale c’erano alcune copie dell’«Avanti!», volantini socialisti, moduli ciclostilati per l’organizzazione di bande partigiane:

All’inizio di via Cagliari era parcheggiata una grande macchina nera con il finestrino abbassato davanti ad un portone che mi parve chiuso. Mi sembrò un’occasione eccellente per gettarvi dentro un po’ della stampa di propaganda che avevo con me; poi attraversai la strada e mi avviai verso via Alessandria. Sentii subito il rumore di passi che mi correvano dietro […] e due agenti in borghese senza dire una parola mi ricondussero alla macchina nera. Era questa l’automobile del commendatore Guido Leto, già capo dell’Ovra e poi vicecapo della polizia repubblichina […]. Mi chiusero subito in una camera di sicurezza, con un tavolaccio e una fetida coperta (pp. 31-32).

Comincia così la lunga trafila carceraria durante la quale incontra numerosi altri detenuti, da Ruggero Zangrandi a Tullio Cianetti, ma anche Carlo Muscetta, Leone Ginzburg, Manlio Rossi-Doria, Franco Antonicelli; legandosi particolarmente con Nestore Tursi, assieme al quale il 22 dicembre 1943 fu trasferito a Castelfranco Emilia.
Conosciamo la «opaca pesantezza» (p. 60) del carcere dalle molte autobiografie di quegli anni che sono state scritte; i tentativi di organizzarsi gli enormi spazi quotidiani vuoti, il terrore delle chiamate notturne che preludevano a fucilazioni, le deportazioni in massa per la Germania, la fame, le notizie dall’esterno che comunque arrivavano e non sempre tranquillizzavano: «Che la lotta partigiana si andasse intensificando era a nostra conoscenza e sapevamo anche che questo aumentava i rischi per noi reclusi, materiale umano a portata di mano per le rappresaglie» (p. 60).
Finché il 20 agosto 1944 fu rilasciato.
Trasferitosi a Milano, si trovò isolato politicamente: 

Esitavo a tentare a riprendere i contatti con il Psiup, cosa che comunque non sarebbe stata facile. Ero incerto e confuso. Da una parte c’era in me lo stato d’animo di chi tira un sospiro di sollievo per gli scampati pericoli e sussurra fra sé: ho già dato, ed era evidente anche la paura che la funzione intimidatoria del carcere era riuscita ad inculcarmi […]. D’altra parte, pensavo che avrei dovuto cercare dei contatti per riprendere l’attività antifascista, anche se non sapevo come fare, e mi sentivo quasi in colpa per non farlo (p. 82).

Una fortissima clandestinità dominava dunque nel capoluogo lombardo e fu solo nel successivo novembre che Pavone riuscì a trovare la strada per giungere al Pil, passando i successivi mesi nel diffonderne la propaganda.
La mattina del 25 aprile, per la prima e unica volta, Claudio Pavone si armò di una pistola per recarsi alla fabbrica vicino a Sesto San Giovanni dalla quale un suo compagno di partito, il falegname Baldo, era stato licenziato perché antifascista. Lo scopo era di esigerne la riassunzione con la forza. Ricevuto dal direttore, fu gelato dalla risposta di questi: «Come! È appena finito il fascismo e c’è già chi ne imita i metodi imponendo con la forza la sua volontà ai concittadini?». Non pensò neppure di tirare fuori l’arma, ma batté rapidamente in ritirata… (p. 102).
Era così finito il suo percorso «contorto e abbastanza atipico» nella Resistenza (p. 91).

3. Una complessa ricerca di se stesso, di una propria identità, in una giovinezza (Claudio è nato nel 1920) che ancora non lo ha completamente definito, né politicamente né ideologicamente. È questo, mi sembra, il ritratto che esce da questo libretto di Pavone che, sia pure nel suo particolare viaggio attraverso l’Italia del 1943-1945, costituisce comunque l’immagine di una generazione, uscita dal fascismo e che vuole costruire qualcosa di molto diverso, caratterizzato da una democrazia della quale non tutti i connotati sono chiari e definiti. Convinto che storia e memoria debbano tenersi ben distinte (p. 7), Pavone non aveva voluto usare i suoi ricordi personali in Una guerra civile e ce li propone oggi, ma io sono convinto che essi costituiscono comunque un contributo a quel libro dell’ormai lontano 1991.

 

NOTE:

Nota 1 Archivio privato Luciano Casali, La politica del Partito italiano del Lavoro, 1945, p. 4. Torna al testo

Nota 2 Ivi, p. 5. Torna al testo

Nota 3 Archivio dell’Istituto storico della Resistenza di Ravenna, A. XV. C. 11. Torna al testo

Nota 4 Archivio privato Luciano Casali, La politica del Partito italiano del Lavoro, cit., pp. 3-4Torna al testo

 

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