Laura Savelli, La filantropia politica e la lotta per i diritti delle donne. Le reti internazionali

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Laura Savelli

La filantropia politica e la lotta per i diritti delle donne. Le reti internazionali


La filantropia ottocentesca segna una netta discontinuità rispetto alla beneficenza delle epoche precedenti. A caratterizzarla, infatti, è «un ethos dettato dai sentimenti – come la pietà – che ogni essere umano non poteva non provare» (Nota 1). I philosophes illuministi e giusnaturalisti del XVIII secolo avevano contribuito a forgiare l’idea di una comunità compassionevole verso i suoi membri più bisognosi (Nota 2). La convinzione che le azioni volte a dare conforto e assistenza corrispondessero a un preciso dovere morale era stata diffusa nel mondo cristiano già dalla prima metà del Settecento dai movimenti che intendevano risvegliare dal sonno spirituale le Chiese nate dalla Riforma, per coinvolgere successivamente anche luterani, anglicani, calvinisti. Il movimento sottolineava la necessità di una fede viva, si appellava alle emozioni e al sentimento dei credenti e metteva al centro l’esperienza religiosa individuale. Le donne di fede rivendicavano un ruolo maggiore e la valorizzazione della loro individualità, sia nella vita della comunità sia nelle battaglie umanitarie, fino a proporre la rinascita delle “diaconesse”, il cui impegno sarebbe stato di natura sociale e religiosa: a fianco dei pastori, negli ospedali, negli orfanotrofi, nelle case di accoglienza. Le iniziative con le quali si volle rispondere all’esigenza di offrire sollievo o porre fine alle sofferenze altrui avevano un duplice intento: da una parte, dare aiuto e assistenza ai più poveri; dall’altra, sollecitare riforme capaci di cambiare le realtà all’origine di tanto dolore. Le donne furono in prima fila su entrambi i fronti: da una parte, operarono come visitatrici nelle carceri e nelle workhouses, crearono ricoveri per anziani, asili per i figli delle lavoratrici, case di rifugio per donne maltrattate ed ex-prostitute; dall’altra, elaborarono proposte e si batterono per riforme e interventi dello stato a favore dei cittadini e delle cittadine – riforma carceraria, abolizione della tortura e della schiavitù, regolamentazione delle condizioni di lavoro nelle fabbriche, protezione dei minori e tutela della maternità. Nel corso dell’Ottocento il fenomeno valicava l'ambito protestante e la stessa dimensione compassionevole: le donne vedevano negli esclusi dai diritti, negli operai, negli schiavi l’immagine riflessa della loro condizione; dunque, non potevano prescindere dal rivendicare per se stesse libertà e rappresentanza.

              

1. Bontà attiva e solidarietà femminile

L'Union internationale des amies de la jeune fille – la sola presente significativamente anche in Italia –, la Traveller’s Aid Society for Women and Girls e la Jewish Association for the Protection of Girls and Women iniziarono la loro attività negli anni Settanta-Ottanta del XIX secolo. Le tre associazioni traevano ispirazione dalla rispettiva religione, ma la fede era “active goodness”, e spingeva a scegliere la via della solidarietà militante e della condivisione dei problemi della società, per primi quelli delle altre donne. L’ispirazione religiosa diventava un’arma per l’emancipazione, l’assistenza modello di politica femminile attiva, in cui le donne agivano nello spazio pubblico in maniera autonoma, mettendo a disposizione della società passione e competenza. Negli ultimi decenni dell’Ottocento le battaglie delle donne per il miglioramento delle condizioni dei e delle più poveri e povere diventavano uno degli strumenti di costruzione e di affermazione delle rivendicazioni “femministe”, la parità dei diritti nel mondo del lavoro e nella vita sociale veniva richiesta in nome non solo dell’uguaglianza delle capacità intellettuali tra i due sessi, ma anche della più sviluppata sensibilità femminile e della capacità di cura maturate dalle donne (Nota 3). Virtù che in quegli anni venivano richiamate anche dalle donne attive nella Lega per la pace e la libertà e nel movimento contro i regolamenti di prostituzione, così come dalle prime società per il suffragio femminile, che trovavano numerose aderenti anche nelle nostre tre associazioni.
Sia per i principi che le animavano – solidarietà con le sorelle più povere e sventurate, affermazione del diritto delle donne all’istruzione e lavoro, contrasto allo sfruttamento sessuale di donne e minori –, sia per le attività pratiche in cui s’impegnarono, sia per la vicinanza al riformismo sociale, politico e religioso, queste tre società costruirono tra loro un rapporto privilegiato, collaborando nel tessere una rete internazionale di assistenza, di prevenzione e di promozione. Promozione delle “assistite”, per aiutarle a recuperare il senso della propria dignità e sostenerle nella ricerca di migliori condizioni d’esistenza; e promozione delle stesse assistenti, che nel rapporto con altre donne costruivano un’identità personale e sociale e, grazie all’agire collettivo, un'identità politica: «Militer signifie également exister: exister individuellement, être le sujet de sa propre historie, et exister collectivement, rompre l’isolement, devenir une force, partager les révoltes et les espoirs – choses que les femmes trouvent rarement dans la vie quotidienne» (Nota 4).
Non è, dunque, fuori luogo parlare di «filantropia politica», secondo la definizione proposta da Annarita Buttafuoco, vale a dire:

[...] quella particolare modalità d’intervento nell'assistenza alle donne povere, alle madri illegittime, alle giovani disoccupate, alle “traviate”, alle maestre rurali e così via, che era originata e sostenuta da una precisa intenzionalità politica. Si trattava, cioè, di un'attività finalizzata a far uscire le donne dalla marginalità in cui erano ancora costrette dalle leggi, dal costume, dall'organizzazione sociale nel suo complesso, dando loro, oltre alla coscienza della condizione femminile come prodotto storico-sociale, anche la “coscienza della propria forza”, vale a dire gli strumenti e le occasioni per crescere e rendersi consapevoli del valore della propria esistenza, del proprio ruolo nella vita sociale (Nota 5).

Le associazioni da noi prese in esame condividevano la critica alle leggi e alle istituzioni che limitavano i diritti delle donne, la denuncia della mentalità patriarcale che le teneva subalterne all’uomo, il rifiuto di una doppia morale per i due sessi. Nel trattare di queste esperienze, Alain Corbin e altri dopo di lui hanno posto l’accento sul carattere moralista della loro proposta, che faceva appello al controllo degli istinti, in presenza di altre forze che avrebbero spinto verso una maggiore libertà sessuale (Nota 6). Il modello che esse proponevano, tuttavia, era un po’ più complesso: il decoro era la manifestazione di una raggiunta coscienza della propria dignità e del proprio valore, il controllo degli istinti la dimostrazione di una femminilità raziocinante e non meramente naturale. Questo progetto non era privo di contraddizioni, ma non impediva a queste signore, sia pure in misura diversa da associazione a associazione, da donna a donna, di chiedere maggiori diritti civili e sociali per il loro sesso, anche intervenendo in maniera esplicita su questioni riguardanti il corpo e i comportamenti sessuali, vale a dire temi vietati alle donne oneste.
Le Amiche della giovinetta dichiaravano la loro filiazione dal movimento conto la regolamentazione statale della prostituzione, appoggiato anche dalle altre due società. I regolamenti, sottoponendo le prostitute o presunte tali al controllo della polizia – patente, visite ginecologiche obbligatorie – e dei bordelli legalizzati, apparivano insopportabili anche alle donne “perbene”, non solo per motivi di fede, l’uguaglianza di fronte a Dio, ma anche perché tale uguaglianza era diventata religione laica con la rivoluzione francese. E appariva ancora più insopportabile quando le donne iniziavano a rivendicare collettivamente l’uguaglianza con l’altro sesso. A guidarle era la convinzione che la pratica regolamentazionista mettesse in pericolo le poche libertà riconosciute al loro sesso, e rafforzasse lo sfruttamento delle donne e dei loro corpi attraverso l’alleanza tra lenoni, clienti e Stato.
Il movimento nasceva in Gran Bretagna, dove i regolamenti venivano introdotti nel corso degli anni Sessanta. A contrastarli nasceva nel 1869 la Ladies Association Against Desaeses Acts, che portava avanti un progetto articolato che coniugava assistenza, battaglia culturale e battaglia politica. Nel gennaio 1870 compariva sul giornale inglese «Daily News» una protesta-manifesto firmata da duecento donne, che denunciavano come la causa della prostituzione non fosse l’immoralità femminile, ma la povertà delle donne, la scarsità del loro salario – che non consentiva l’autonomia economica –, e l’impossibilità di accedere a mestieri e professioni qualificate, che gli uomini riservavano a loro stessi; denunciavano il carattere classista della regolamentazione di Stato, mettendo in luce come la costruzione immaginaria e costrittiva della «donna perbene» si riferisse solo alle borghesi, ed escludesse le donne del popolo, considerate prede naturali per i maschi delle classi più agiate (Nota 7). La loro era una battaglia fortemente politica e condotta con strumenti della politica: le donne agivano pubblicamente, con appelli, giornali, meeting, conferenze, congressi, proponendo riforme legislative e facendo pressioni sui membri dei parlamenti nazionali. Negli stessi anni, e in buona parte con le stesse persone, nasceva la National Society for Women’s Suffrage, a cui aderiva Josephine Grey Butler, fondatrice e cuore della Ladies Association. In lei una profonda ispirazione religiosa si coniugava con l’impegno su tutti i fronti della questione femminile, istruzione, lavoro, suffragio, lotta allo sfruttamento sessuale di donne e minori. La tradizione progressista familiare – il padre e la nonna paterna erano stati attivi nel movimento antischiavista – avvicinava Butler al radicalismo liberale inglese e ai democratici del Continente; ammiratrice di Mazzini, ne condivideva l’idea che lo stato dovesse promuovere tra i cittadini e le cittadine i valori di solidarietà, uguaglianza e fratellanza (Nota 8). Nel suo viaggio in Europa, intrapreso nell’inverno 1874-75 con l’intento di trasformare i contatti tra abolizionisti di diversi paesi in una federazione transnazionale, incontrava molti democratici ed emancipazioniste, insieme a pastori protestanti, filantrope e filantropi, deputati e ministri. In Svizzera prendeva contatto con Marie Goegg Pouchoulin, della Lega per la pace e la libertà e fondatrice della Associazione internazionale delle donne, e in Francia con Emilie Neville de Morsier, «grande tessitrice dell’alleanza tra filantropia e femminismo» (Nota 9), ammiratrice e traduttrice di Mazzini. In Italia incontrava Anna Maria Mozzoni, Elena Casati Sacchi, Sarah Nathan e suo figlio Giuseppe. Si fermava a Napoli, dove viveva sua sorella Harriet Grey Meuricoffre, già attivamente impegnata nella battaglia abolizionista insieme alla cognata Sophia Andrae, che sarà tra le prime Amiche italiane (Nota 10). Il viaggio di Butler favoriva la nascita della Fédération britannique continentale et générale pour l’abolition de la prostitution spécialement envisagée comme institution légale et tolérée, che qualche anno dopo prendeva il nome di Federazione abolizionista internazionale (Fai).
Nel settembre 1877 si riuniva a Ginevra il secondo congresso internazionale della Federazione. Delegate e delegati chiedevano agli Stati d’intervenire sulla retribuzione del lavoro femminile, sulla ricerca della paternità, sulla tutela dei minori e degli emigranti, e di sostenere la fondazione di «case protette» per il recupero delle prostitute (Nota 11). Ventidue signore presenti decidevano di creare, come “braccio operativo” della Federazione, un sistema internazionale di protezione che, tramite case d’accoglienza e scambi d’indirizzi e d’informazioni, offrisse sostegno nella ricerca di un lavoro dignitoso alle giovani donne costrette a lasciare la casa paterna per guadagnarsi da vivere, e a tutte le ragazze sole o «mal circondate», aiutandole così a non finire nelle maglie degli sfruttatori e dei procacciatori di carne per i postriboli. Nasceva così l’Union internationale des amies de la jeune fille (Uiajf) (Nota 12).
Le Amiche intendevano operare per la tutela e per la promozione del proprio sesso: l’associazione indicava come principio ispiratore il salvataggio della donna per mezzo della donna. Fare il bene era considerato un atto di solidarietà; non a caso le sue affiliate si chiamavano Amiche, amiche tra loro e delle ragazze che aiutavano, convinte che la forza morale di tutte le donne – signore, lavoratrici, ragazze cadute – potesse creare relazioni sociali più giuste tra i sessi e tra le classi..
Come il movimento continentale abolizionista anche l’Unione internazionale delle amiche stabiliva gli uffici centrali nella svizzera Neuchâtel: le abolizioniste svizzere avevano aperto nei due anni precedenti in varie località asili per il recupero delle prostitute e per l’accoglienza delle giovani lavoratrici disoccupate. Presidente dell’Ufficio centrale dell’Unione fu eletta Marie Humbert, moglie di Aimé, segretario continentale della Federazione, alla cui nascita Marie aveva attivamente partecipato. Al suo fianco, con funzioni di segretaria, venne nominata Anne De Perrod, che con lei aveva fondato la Scuola superiore femminile di Neuchâtel e che dell’Ufficio sarà a sua volta presidente dal 1888 al 1911.
I primi comitati nazionali sorsero in Germania, Gran Bretagna, Olanda e Svizzera, vale a dire paesi a forte o fortissima presenza protestante. All’inizio degli anni Novanta, l’Uiajf aveva sezioni anche in Francia, dal 1884, in Italia, dal 1895, in Irlanda, in Argentina e in India (Nota 13). Se le svizzere mostravano una scarsa propensione, salvo eccezioni, alla questione politica e filtravano la questione sociale attraverso l’esperienza di fede, in Francia donne come Emilie De Morsier e la laica Avril de Saint Croix, a lungo presidente del ramo francese, davano un tono più politico e riformista alle Amiche. Lo stesso avveniva nel ramo italiano, dove a fianco del nucleo base di donne valdesi ed evangeliche si collocavano laiche e persino socialiste come Ersilia Majno Bronzini e Regina Teruzzi.
Nel 1900 le aderenti all’Uiajf erano 8.170, distribuite in quarantuno paesi; salirono a 12.108 (in 46 paesi) nel 1906: erano 720 nei Paesi Bassi, 1.500 in Francia, 700 in Germania, 135 in Gran Bretagna, 1.835 in Svizzera e 450 in Italia; a queste si aggiungevano 486 adesioni «singole» in Belgio, Polonia, Russia, e Costantinopoli (Nota 14). Questi numeri ci consentono di dire che la Uiajf aveva assunto una dimensione “di massa” e un carattere militante, tanto più che la maggioranza delle socie veniva dalla media e piccola borghesia, L’impegno pratico si svolgeva attraverso le Homes, case che accoglievano le giovani rimaste senza lavoro o sfuggite allo sfruttamento sessuale, e attraverso le cosiddette Œuvres de le gare: treni, navi e stazioni erano, infatti, i luoghi preferiti per il “reclutamento” di giovani donne per il commercio sessuale, che le Amiche contrastavano con un vero e proprio servizio in loco d’informazione e di aiuto per tutte le ragazze in arrivo o in transito. Homes vennero aperte in Svizzera, Germania, Francia, Italia, Belgio Stoccolma e fin in Australia; nel 1889 apriva al Cairo, un rifugio per le schiave liberate. Nel 1884 prendeva avvio allo scalo di Ginevra la prima Opera della stazione; e nel 1886 se ne aprivano a Zurigo Basilea e Neuchâtel (Nota 15). Intorno al 1905, l’Uiajf e le associazioni ad essa collegate avevano aperto 1.900 uffici di collocamento in 11 paesi, 439 Homes, Maisons hospitaliers e Heimaten in 21 paesi, e Opere alle stazioni e ai porti in 12 paesi. Inoltre, le Amiche gestivano biblioteche, Maisons de repos e de convalescence, Écoles de couture e de cuisine, e in alcuni paesi tenevano riunioni familiari per giovinette e madri di famiglia (Nota 16).
Per la diffusione delle Amiche e per il sostegno alla loro opera era di grande importanza la collaborazione della Young Women’s Christian Association (Ywca), nata in Inghilterra nel 1855 allo scopo di offrire un sostegno spirituale e sociale alle giovani donne e luoghi di riunione e ostelli per giovani studentesse e lavoratrici, e diffusasi rapidamente nei paesi protestanti e in quelli, come l’Italia, in cui erano presenti nuclei protestanti attivi. Molto stretto si manteneva il rapporto tra le Amiche e la Federazione abolizionista, di cui non solo condividevano gli scopi, ma a cui portavano un importante contributo d’indagini e di competenze, in particolare riguardo alle condizioni delle giovani migranti e il traffico di donne e minori. Nel 1896 il congresso abolizionista di Berna, facendo riferimento alle indagini delle Amiche, che avevano mostrato quanto fosse frequente l’inganno per adescare le donne e sradicarle dal loro paese, e quanto una simile pratica colpisse soprattutto le minori, chiese ai governi una convenzione internazionale per la protezione delle fanciulle e delle donne attraverso le frontiere e norme che considerassero violenza e rapimento l’impiego dei minori a scopo sessuale (Nota 17).
Nel 1885 il giornalista William Stead pubblicava, sull’inglese «Pall Mall Gazette», una serie di articoli sulla prostituzione e sulla tratta dei minori (The Maiden Tribute of Modern Babylon), indagata a partire dai casi di giovanissime inglesi portate nei bordelli del continente, segnalati da Josephine Butler e dalla Salatino Army (Nota 18). Quello stesso anno nasceva la National Vigilance Association (Nva), che si proponeva di prevenire e combattere la tratta delle bianche. Sempre nel 1885, su proposta della Ywca e della Women’s Emigrant Society di Marie Hubbard, nasceva a Londra la Traveller’s Aid Society (Tas), con lo scopo di fornire appoggio alle «respectable girls and women» che si spostavano all’interno del paese e all’estero per motivi di lavoro o altro, evitando loro situazioni pericolose, vale a dire le reti di sfruttamento sessuale e non solo, a cui le esponevano uffici di collocamento inaffidabili, mancanza di conoscenze nei luoghi d’arrivo, l’inesperienza e la sete di autonomia. Alla Tas aderivano singoli individui e società impegnate in attività di recupero e assistenza di donne, lavoratrici, minori, orfani, e tra queste le Amiche, la Nva, e dal febbraio 1886 la Jewish Ladies’ Society for Preventive and Rescue Work, fondata l’anno precedente. Presidente della Tas veniva eletta Frances Balfour, attivamente impegnata anche nel movimento suffragista (Nota 19).
L’ufficio della Tas offriva alle viaggiatrici informazioni su alloggi rispettabili e l’elenco degli uffici di collocamento gratuiti, gestiti dalle associazioni e dai sindacati; ad esso le donne, in procinto di partire con un contratto di lavoro, potevano chiedere d’indagare sulla rispettabilità dell’occupazione offerta e degli uffici contattati. Sezioni della Tas a Southampton, a Bristol, in Scozia e Irlanda affiancavano quella di Londra. A fine secolo le sue volontarie coprivano non solo porti e stazioni di molte città del Regno Unito, ma erano presenti nei porti del Nord della Francia, a Parigi, Bruxelles, Rotterdam, in Australia – Sidney, Melbourne, Brisbane – in Nuova Zelanda, al porto e alla stazione di Città del Capo. La Tas non disponeva diHomes, ma le sue assistite erano accolte in quelle delle Amiche, dell’Ywca e della Jewish Ladies’ Society for Preventive and Rescue Work (Nota 20).
Quest’ultima nasceva nel marzo 1885, per volontà di Constance Rothschild Flower, lady Battersea, figlia di sir Anthony e di Louise Montefiore, attivamente impegnati nelle opere d’assistenza. Constance e la sorella Anne avevano iniziato l’attività filantropica a fianco della madre nella Jewish Benevolent Loan Society, che assisteva le famiglie più povere, e nelle Girls’ Classes, rivolte all’istruzione delle giovani operaie ebree (Nota 21). Constance per di più guardava con interesse all’impegno riformatore, dottrinale e sociale, del cugino Claude Montefiore, esponente del Liberal Judaism, e a lui si rivolgeva per cercare consiglio su come intervenire, quando attraverso l’amica Blanche Pigott veniva a conoscenza dell’attività della signora Herbert, moglie di un pastore, che nell’East End londinese aveva aperto una Mission home (una stanza dove offriva alle «unhappy streetwalkers» riposo e ristoro), e del fatto che questa aveva avuto occasione di soccorrere anche due giovani prostitute ebree. Colpita dall’assenza di simili iniziative nella comunità ebraica, organizzava a casa della sorella Annie un incontro tra alcune signore ebree e la signora Herbert (Nota 22). Quest’ultima rivolgeva un forte appello «for wise, non-sentimental, but helpful methods of work», e da quell’incontro nasceva la nuova società, che eleggeva un General Committee con Lady Emma de Rothschild presidente e Constance Rothschild segretaria (Nota 23). La società, prendendo a modello le associazioni femminili che coniugavano assistenza a sorelle in difficoltà e promozione della condizione femminile, si proponeva di offrire alle ragazze cadute o gravemente a rischio la possibilità di una vita onesta, attraverso istruzione, educazione religiosa e formazione professionale.
Questa iniziativa mostrava come le comunità ebraiche volessero combattere anche al proprio interno lo sfruttamento della prostituzione, ma suscitava anche il timore che gli antisemiti la presentassero come prova delle loro accuse: essere ebrei la maggioranza dei trafficanti, ed ebree la maggior parte delle prostitute. Timori accresciuti da un’associazione di donne per le donne, che intendeva intervenire anche nelle situazioni di sfruttamento e di violenza su donne e minori nelle famiglie ebree. La collaborazione/sorveglianza, dal 1889 di un Gentlemen’s Committee, composto da tre uomini, mirava ad attenuare queste preoccupazioni e a rafforzare la posizione dell’associazione all’interno della comunità ebraica, ma portava a qualche conflitto: quando, nel marzo 1897, l’associazione mutava il proprio nome in Jewish Association for the Protection of Girls and Women (Japgaw), era stato il Gentlemen’s Committee a chiedere di posporre Women a Girls; particolarmente preoccupato dell’intervento delle signore nei casi in cui le mogli accusassero i mariti di sfruttamento sessuale o altre violenze, raccomandava d’intervenire solo dopo approfondite indagini, e nei casi di donne molto giovani e in grave pericolo (Nota 24).
Signore e signorine – queste sempre più numerose col passare degli anni – della Japgaw, pur assai attive nel trovare un lavoro e un marito alle loro assistite, intendevano prepararle a rendersi indipendenti dalla loro protezione (Nota 25). La società, che disponeva di una casa di recupero (Charcroft House), affiancata più avanti da un Hostel per i figli delle ricoverate, istituiva nel 1893 una Domestic Training House, sia per insegnare alle giovani una corretta gestione della propria casa, sia per dare loro una professionalità più elevata per il servizio domestico, occupazione a cui di preferenza indirizzava le proprie assistite. Nel 1895, col lascito destinato a questo scopo da una socia defunta, Sarah Pyke, apriva un ostello per «respectable girls», rivolto a ragazze in difficili situazioni familiari e alle giovani lavoratrici sole in città (Nota 26). Senza tralasciare ulteriori iniziative assistenziali (un’Intermediate House per le migranti in transito e un istituto per bambini abbandonati), la Japgwa fondava nel 1909 una scuola industriale femminile (Montefiore House) con cinquanta posti di convitto, per favorire una migliore collocazione delle ragazze nell’industria e nell’artigianato.

 

2. La battaglia contro la “tratta” e la promozione dei diritti e degli interessi femminili

Il Rapport sulle Opere alle stazioni presentato alla Conferenza internazionale delle Amiche di Neuchâtel, nel maggio 1905, descriveva un intensomovimento di giovani e giovanissime lavoratrici, così inesperte e bisognose d’impiego da intraprendere il viaggio col solo recapito di un’agenzia di collocamento, o di un indirizzo letto su un annuncio di giornale. Le volontarie avevano assistito anche giovanissime, che, dopo aver lasciato il loro paese natale per un lavoro sicuro nelle case altrui o nelle fabbriche, erano state licenziate bruscamente e si rifugiavano nelle stazioni per trovarvi ricovero, senza un soldo per tornare a casa e per mangiare (Nota 27). Il servizio copriva le principali stazioni d’arrivo e di transito in Italia, nell’Europa Centrale e in tutto l’Impero austro-ungarico, in Scandinavia e in alcune città dell’Impero russo. In questo modo il servizio intercettava i flussi di operaie e domestiche, che si muovevano verso le grandi città e verso le aree più industrializzate, di lavoratrici stagionali in agricoltura, e in case e locali pubblici nei luoghi di villeggiatura. Un flusso che si muoveva dall’Europa meridionale e orientale vero nord e verso occidente; mentre governanti e istitutrici viaggiavano per tutto il continente, e piuttosto da Occidente verso Oriente. A Genova come a Napoli l’attività più intensa si svolgeva al porto. Lo stesso accadeva a Marsiglia, dove alcune compagnie avevano accettato di affiggere sulle proprie navi manifesti con le attività di assistenza svolta dalle Amiche; analoghi avvisi sulle navi della linea Rotterdam-New York. In Germania le Amiche lavoravano con la Bahnhofmission, e in Gran Bretagna con la Traveller’s Aid Society. Un servizio d’accoglienza su prenotazione si svolgeva a Stoccolma, a Varsavia e in Belgio, e si stava organizzando a Riga. A Costantinopoli, snodo fondamentale del traffico di donne, non essendo opportuno mandare volontarie alle stazioni, i consolati di vari paesi occidentali si stavano coordinando per organizzare l’Opera con loro agenti. Alle stazioni le Amiche offrivano alle giovani il loro livret con gli indirizzi delle Homes e degli altri servizi, e l’opuscolo preparato dalla Nva, con consigli e indirizzi dei referenti dei comitati anti-tratta. L’opuscolo raccomandava alle ragazze di non fidarsi degli agenti di collocamento e tantomeno degli annunci sui giornali, e di contattare il Segretariato della Nva, che avrebbe svolto indagini sul lavoro che era stato loro offerto (Nota 28).
Anche i Rapporti della Tas e della Japgaw confermavano questo movimento di giovani donne sole e riportavano storie di traffici, di seduzioni da parte di conosciuti, di lavori promessi e bordelli assicurati; storie di disoccupazione, di mogli e compagne costrette a subire violenza, prima ancora che a prostituirsi. Segnalavano un incremento dei viaggi di donne sole, un fenomeno che, seppure percentualmente piccolo rispetto alla massa degli emigranti, colpì fortemente i contemporanei, enfatizzando la preoccupazione per la “tratta delle bianche”. La povertà di vaste aree europee e l’incremento di popolazione immigrata non solo nelle terre “nuove”, ma anche nelle grandi città del continente, e il prevalere tra loro di uomini soli rendono, peraltro, credibile una crescita della prostituzione, e anche del traffico di donne a scopo di sfruttamento sessuale, volenti o nolenti che fossero.
La Japgaw pagava un agente per soccorrere sui docks di Londra ragazze e donne ebree e non ebree in difficoltà, che si muovevano dal resto d’Europa da sole per raggiungere parenti o amici in Gran Bretagna o oltreoceano. L’associazione apriva sezioni a Southampton e Liverpool, e servizi d’assistenza ai porti in altri paesi europei, tra i quali Genova. Nel 1910 si faceva promotrice di una International Jewish Conference sui temi della tratta, del social work, dell’educazione delle giovani. Come le altre due società otteneva che i suoi agenti potessero salire sulle navi degli emigranti (Nota 29). All’interno di un flusso migratorio crescente, aumentava il numero di ragazze e bambini dei due sessi, che fuggivano dalla miseria delle comunità ebraiche dell’Europa orientale e dai pogrom che le colpivano. La loro assistenza impegnò sempre più, col passare degli anni, le risorse della Japgaw, e rese necessario allacciare contatti e sollecitare la collaborazione delle comunità ebraiche di provenienza e d’arrivo delle migranti. Si svilupparono così i rapporti con la Jewish Colonization Association, che coordinava e finanziava l’emigrazione ebraica verso la Palestina, in maniera indipendente dal movimento sionista (Nota 30). La tensione verso l’integrazione della comunità inglese, ancora maggiore nella sua componente femminile, l’intento delle associazioni femminili ebraiche che nascevano in Europa e in America in quegli anni di collaborare col femminismo nazionale e internazionale, l’assenza di riferimenti al movimento nei documenti prodotti dalla stessa Japgaw mostrano, a nostro parere, la lontananza di quest’associazione dal progetto sionista di una patria per gli ebrei, che a fine secolo prendeva corpo nel pensiero e nella propaganda di Theodor Herzl e del movimento da lui guidato (Nota 31).
La Japgwa, nella sua attività a favore delle emigranti e contro la tratta, trovò collaborazione soprattutto, nei Councils of Jewish Women che si andavano costituendo in numerosi paesi occidentali, e fu particolarmente intensa con quello newyorkese, guidato dall’attivissima Sadie American (Nota 32). E nell’Union of Jewish Women, che nasceva nel 1902 con il contributo determinante di Constance Rothschild (Nota 33). La Japgaw collaborava anche con la Jüdischer Frauenbund, fondata nel 1904 in Germania da Bertha Pappenheim, che nella lotta alla tratta individuava un’occasione per la crescita della coscienza femminista tra le donne ebree (Nota 34).
Nel 1910 nasceva in Francia un’Association de la protection de la jeune, presieduta dalla baronessa Adelheid de Rothschild, moglie del barone Edmond, da tempo attiva nell’assistenza alle ragazze e ai bambini, all’interno della comunità ebraica e fuori di essa: nel 1899 la baronessa era stata co-fondatrice della Toit familial, un foyer destinato ad accogliere le ragazze ebree isolate, ed era vice-presidente dell’Association pour la répression de la traite des blanchesfrancese (Nota 35). Forse per evitare di farne bersaglio dell’antisemitismo francese, che aveva mostrato la sua forza in occasione dell’affare Dreyfus, si decideva di costituirla come sezione israelita delle Amiche della giovinetta. Solo nel 1914 si presentava come associazione ebrea ed autonoma, col nome d’Association israélite pour la protection de la jeune fille (Nota 36).
Le associazioni femminili e femministe consideravano la tratta una minaccia per la morale e per la libertà delle donne, e di conseguenza aderirono ai comitati anti-tratta che nascevano in vari paesi, sia pure non concordando completamente, come nel caso delle Amiche, con la loro impostazione (Nota 37). Aderente alla Fai, l’Unione internazionale delle amiche della giovinetta condivideva le preoccupazioni di Josephine Butler, che alla vigilia del congresso internazionale della Nva (Londra giugno 1899), sollecitava i propri compagni a riaffermare che tratta, bordelli, regolamentazione erano strettamente connessi, e che era incoerente condannare, da un parte, il commercio d'un prodotto necessario a una certa industria e, dall'altra, coprire con la protezione della legge l'esercizio della medesima industria (Nota 38). D’altra parte, la mobilitazione anti-tratta incontrava un successo assai più ampio dell’abolizionismo nell’opinione pubblica e negli Stati, forse perché, pur rivendicando dignità e libertà per le donne, pur denunciando i bordelli e la regolamentazione tra le cause del traffico, spostava l’accento sugli atti criminali, cioè la tratta e la seduzione. Il contributo delle nostre associazioni alla lotta fu fondamentale, tanto più che già disponevano di strumenti per indagare e contrastare il fenomeno. Al congresso del Bureau internazionale, che si teneva a Zurigo nel 1904, il segretario William Coote propose che gli Stati affidassero l’assistenza alle emigranti alle tre maggiori organizzazioni impegnate contro la tratta: il Bureau stesso, le Amiche della giovinetta e l’Unione internazionale cattolica per la protezione della giovane (Nota 39). Il Rapport delle Amiche del 1905 costituì la base della discussione sull’assistenza alle lavoratrici migranti al congresso contro la tratta di che si tenne a Parigi del 1906 (Nota 40). Due anni dopo, a Ginevra, la relazione presentata da Amélie Humbert, figlia di Marié e vicepresidente dell’Unione internazionale delle amiche, indicava nel collocamento lo snodo essenziale dei traffici di donne, proponendo di chiedere ai governi di accordarsi per esercitare una stretta sorveglianza sulle agenzie che lo praticavano (Nota 41). Proposta ripresentate da Bertha Turin, presidente delle Amiche italiane, al congresso anti-tratta tenutosi a Madrid nel 1910, e al congresso del Consiglio internazionale delle donne, a Roma nel 1914.
Il congresso di Madrid invitava le associazioni che assistevano donne e ragazze migranti a coordinare le loro attività alle stazioni e ai porti (Nota 42). Nell’ottobre del 1910, l’Uiajf organizzava a Berna il congresso internazionale delle Oeuvres de la gare, a cui partecipavano dieci società: le Tas di Londra e di New York, la Japgaw, l’Unione cattolica internazionale per la protezione della giovine, la Deutsche Bahnhofsmission, l’Evangelischer Hauptverein für deutsche Aussiedler und Auswanderer, l’Österreichische katolische Bahnhofsmission e altre minori (Nota 43). La conferenza adottò le conclusioni del Rapport sur l’Etat actuel des oeuvres des gares, presentato dalla segretaria della conferenza, Esther Richard, che prevedeva scambio d’informazioni tra le società, periodiche conferenze internazionali, e la formazione di una commissione incaricata di prepararle, composta da un numero di rappresentanti uguali delle due maggiori società, vale a dire le Amiche della giovinetta e la Protezione della giovane (Nota 44).
Nel 1921 la conferenza internazionale per la soppressione della tratta di donne e minori proponeva alla Società delle nazioni l’estensione a tutti gli Stati e alle loro colonie dell’accordo internazionale del 1910, per la persecuzione del reato in qualsiasi paese coinvolto e per il rimpatrio dei minori oggetto di tratta. Per contrastare il fenomeno chiedeva che fosse istituita una commissione, formata per metà da rappresentanti degli Stati e per metà da delegati dalle associazioni più impegnate contro la tratta, vale a dire il Bureau internazionale contro la tratta, la Jewish Association for the Protection of Girls and Women, l’Associazione cattolica internazionale per la protezione della giovane e l’Unione internazionale delle amiche della giovinetta (Nota 45).
L’intervento solidale con le donne in difficoltà era un terreno scivoloso, in cui la componente moralista creava difficoltà con le destinatarie dell’intervento e conflitti tra le stesse socie. Al tempo stesso, però, queste associazioni, che ai loro esordi si erano preoccupate soprattutto dei pericoli a cui andavano incontro le giovani lavoratrici lontane da casa, diventavano, nel corso degli anni, un punto di riferimento per le giovani donne in cerca di lavoro, accogliendole nei periodi di disoccupazione, ma anche aprendo ostelli per giovani lavoratrici a prezzi contenuti, sia pure sotto un rigoroso controllo. A questa evoluzione non era estranea la crescita, tra le socie, della presenza di insegnanti, “medichesse e avvocatesse”, giornaliste, imprenditrici, e operatrici “professioniste” del sociale formatesi proprio con queste esperienze. Per iniziativa delle Amiche della giovinetta, le tre associazioni da noi esaminate chiedevano agli Stati, fin dall’ultimo decennio dell’Ottocento, interventi di tutela delle lavoratrici madri e delle lavoratrici migranti, una legislazione che contrastasse violenza e sfruttamento a danno dei minori, e l’introduzione dei reati di tratta e di sfruttamento della prostituzione (Nota 46). Nel 1910 Bertha Turin, presentando al congresso anti-tratta di Madrid i risultati dell’indagine condotta dalle Amiche sugli uffici di collocamento, chiedeva che alle agenzie fosse vietato mandare all'estero minorenni senza passaporto e senza uno specifico libretto, che fossero istituiti controlli sui contratti fatti a operaie minori di 21 anni, e che i datori di lavoro venissero obbligati a provvedere al loro rimpatrio in caso di cessazione dell’impiego (Nota 47). Al congresso dell’International Council of Women, che si svolgeva a Roma nel marzo 1914, Turin teneva la relazione De la protection de la jeune fille et surtout des Bureaux philanthropiques de placement, nella sezione assistenza e previdenza. A conclusione del tema venivano votate alcune risoluzioni, con cui si chiedeva agli Stati di restringere il numero degli uffici mercantili, di sovvenzionare quelli filantropici, sindacali e professionali, e di esercitare un controllo sulle condizioni contrattuali proposte dagli uffici, autorizzando solo contratti scritti e con formule fissate e tariffe stabilite dalle autorità (Nota 48).
L’International Council of Women, nato negli Stati Uniti e in Canada nel 1888, si proponeva di raccogliere tutte le associazioni di promozione della donna, e individuava come campi d’intervento la legislazione, l’istruzione, il lavoro, l’emigrazione e la pace. Le associazioni da noi considerate furono tra le prime aderenti e le loro dirigenti svolsero un ruolo determinante nella nascita delle sezioni nazionali. Constance Rothschild fu la prima presidente della sezione britannica, fondata nel 1895; Berhta Turin era tra le fondatrici, nel 1899, del Consiglio nazionale delle donne italiane, di cui fu segretaria e vice-presidente. L’interesse per il suffragio femminile non si traduceva in un’adesione alle associazioni pro-voto: una battaglia in tal senso non era contemplata dagli statuti di fondazione e probabilmente non raccoglieva il consenso di tutte le socie. Tuttavia non poche di loro erano impegnate anche su questo fronte, a cominciare da dirigenti come Frances Balfour, la francese e Amica Ghenia Avril de Saint-Croix, e le Amiche italiane Maria Grassi Könen, Alice Schiavoni Bosio, Ersilia Majno Bronzini, Regina Teruzzi (Nota 49).
Anne-Marie Käppeli ha scritto: «Ce qui caractérise les féministes des deux siècles c’est la solidarité entre femmes, c’est à-dire la disponibilité des femmes d’entrer avec d’autres femmes dans une vie engagée, expression d’une éthique sociale» (Nota 50). Una tale definizione ben si addice alle nostre tre associazioni; ma ci preme sottolineare che nell’alveo del femmnismo le collocava il senso che esse davano allo loro attività: non solo espressione di un sentimento solidale, ma anche via d’accesso alla cittadinanza per le donne, laboratorio politico nazionale e internazionale e modello per gli interventi statali.

 

NOTE:

Nota 1  S. Salvatici, Nel nome degli altri. Storia dell’umanitarismo internazionale, il Mulino, Bologna 2015, p. 26. Torna al testo

Nota 2 Ibidem. Torna al testo

Nota 3 Cfr. G. Bock, Le donne nella storia europea, Laterza, Roma-Bari 2001 (ed. or. 2000), pp. 188-214; e K. Offen, European Feminisms, 1700-1950: a political history, Stanford University Press, Stanford 2000, in particolare pp. 120-126; N. Brekovitch, From Motherhood to Citizenship, John Hopkins University Press, Baltimora 1999; S. Rowbotham, Dreamers of a new day. Women who invented the twentieth Century, Verso, London-New York 2011, pp. 103-124. Torna al testo

Nota 4 A. M. Käppeli, Sublime croisade; éthique et politique du féminisme protestant 1875-1928, Edition Zoé, Ginevra 1990, p. 25. Torna al testo

Nota 5 A. Buttafuoco, Una “filantropa politica”. Profilo di Nina Rignano Sullam, in «Il Risorgimento», a. XLI, 2 (giugno 1989), p. 150. In proposito è da vedere anche il suo volume Questioni di cittadinanza. Donne e diritti sociali nell’Italia liberale, Protagon Editori Toscani, Siena 1995. Nina Rignano Sullam era una delle fondatrici, insieme a Ersilia Majno Bronzini, dell’Asilo Mariuccia per le bambine discole e avviate alla prostituzione e alla delinquenza, un esempio di filantropia pratico-politica studiato da Buttafuoco stessa; cfr. Le Mariuccine. Storia di un’istituzione laica: l’Asilo Mariuccia, FrancoAngeli, Milano 1984. Torna al testo

Nota 6 Cfr. A. Corbin, Donne di piacere: miseria sessuale e prostituzione nel diciannovesimo secolo, Mondadori, Milano 1995 (ed. or. 1978). Torna al testo

Nota 7 L’appello in J. Butler, Personal Reminiscences of a Great Crusade. New Edition dedicated to the Memory of Sir James Stansfeld, Horace Marshall & Sons, London 1910, pp. 9-11. Torna al testo

Nota 8 Cfr. E. A. Biagini, Progressisti e puritani. Aspetti della tradizione liberal-laburista in Gran Bretagna 1863-1992, Lacaita, Manduria 1995. L’ampio spettro del femminismo anglosassone e le articolate origini del suffragismo, tra Ottocento e inizi Novecento sono state ricostruite da Anna Rossi Doria nel volume La libertà delle donne, Rosenberg & Sellier, Torino 1990Torna al testo

Nota 9 A. M. Käppeli, Sublime croisade, cit., p. 57. Torna al testo

Nota 10 I fratelli Meuricoffre, svizzeri d’origine, erano banchieri e imprenditori; la famiglia viveva a Napoli dalla metà del Settecento; cfr. E. Capriati, Ritratto di famiglia. I Meuricoffre, Millennium, Napoli 2003; e la voce Tell Meuricoffre curata da D. L. Caglioti, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 74, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 2010. Sul viaggio, cfr. J. Butler, Personal Reminiscences, cit., pp. 60-102. Torna al testo

Nota 11 I paesi rappresentati erano Gran Bretagna, Svizzera, Francia, Italia, Olanda e Belgio: cfr. Fédération Britannique, Continentale et Générale, Resolutions du Congrès de Genève 22 septembre 1877, Bureau du Bullettin Continental, Neuchâtel 1877. Torna al testo

Nota 12 Union Internationale des Amies de la Jeune Fille, Constitution, Bureau Central de l’Union, Neuchâtel s.d. [ma 1888], p. 3. Su questa assciazione vedi: T. Fallot, Une noble entreprise: l’Union internationale des amies de la jeune fille, Typ. A. Ducros, Valence 1902; 1877-1927. Cinquante ans d’activité de la Fédération internationale des Amies de la jeune fille, Bureau Central International, Genève s.d [ma 1927]; L. Savelli, Assistenza alle lavoratrici migranti e battaglie civili di un’associazione di donne. Le «Amiche della giovinetta» 1877-1914, «Passato e presente», 95 (2015), pp. 49-74. Sulle Amiche in Belgio, V. Piette, Maintenir les servantes dans le droit chemin. Un engagement des bourgeoises fin-de-siècle, «Sextant», 10 (1988), p. 47; per la Svizzera, M. Chaponnière, Devenir ou redevenir femme: l’éducation des femmes et le mouvement féministe en Suisse, du début du siècle à nos jours, Paperback, Genève 1992. Torna al testo

Nota 13 Cfr. «Journal du Bien Public» XXI 10 (ottobre 1896). La rivista si pubblicava a Neuchâtel ed era organo della Uiajf. Torna al testo

Nota 14 Cartolina postale per l’Esposizione universale di Milano, 1906, preparata dalla sezione milanese delle Amiche della giovinetta; cfr. Archivio Unione femminile, Fondo Unione femminile, b. 60, fasc. 2, Unione internazionale Amiche della giovinetta. Torna al testo

Nota 15 Cfr. «Journal du Bien Public», XIV 7 (luglio 1889). Torna al testo

Nota 16 Cartolina postale per l’Esposizione universale di Milano, 1906, cit. Torna al testo

Nota 17 Fédération abolitionniste internationale, Lettre aux membres de la Conférence de Londres sur la Traite des Blanches par un membre du Comité exécutive, V. Giard & E. Vrièrie, Paris 1899. Torna al testo

Nota 18 Cfr. J. Jordan, Josephine Butler, cit.,pp. 217-235. Cfr. TAS, Report for the year 1886, Cavendish Square, London, s.d. Torna al testo

Nota 19 Frances Balfour (1858-1931) era figlia del duca di Argyll. I genitori erano attivi sostenitori del partito liberale e impegnati in molte campagne di riforma sociale, a cui Frances aveva partecipato fin da giovanissima. Frances sposò Eustache Balfour, appartenente a una famiglia Tory e fratello di Arthur, futuro primo ministro. Nel 1887 fu tra le fondatrici della Liberal Women's Suffrage Society, e dal 1896 presidente, per diciotto anni, della Central Society for Women's Suffrage, associazione moderata vicina ai liberali e aderente alla National Union for Women’s Suffrage Societies; cfr. Joan B. Huffman, “Balfour, Lady Frances (1858-1931)”, Oxford Dictionary of National Biography, Oxford University Press, 2004; L. P. Hume, The National Union of Women's Suffrage Societies, 1897–1914, Garland, New York 1982. Torna al testo

Nota 20 Vedi i Report di Frances Balfour, per gli anni 1893-1905, presso London School of Economics, Women’s Library, b. FL201, fasc. 4TAS. Torna al testo

Nota 21 Cfr. C. Rothschild, Reminiscences, MacMillan and Co, London 1922, pp. 412-414. Torna al testo

Nota 22 Ivi, pp. 418-422. Del cugino Claude così scrive in Reminiscences: «His genial simplicity he inherits from his father, also his modesty and quaint humour [sic], whilst the reforming spirit that in grandfather’s case produced a revolt against some aspect of orthodoxy and bondage to Talmudical precepts, reappears in the grandson, and has caused him to found a synagogue of so called Liberal Judaism, where he himself officiate…»: p. 20. Torna al testo

Nota 23 University of Southampton, Hartley Library, Special Collection, Jewish Archives Collection MS173, Jewish Association for the Protection of Girls Women and Children (d’ora in poi JAGWC), b. 2/1/1, Minute books of the general committee (March 1885-November 1888), meeting del 23.3.1885 e 17.4.1885. Nel 1947 la società entrava a far parte del Board of Guardians for the Relief of the Jewish Poor, che si occupava di soccorsi ai più poveri, di sanità, d’istruzione professionale e di assistenza agli emigranti; cfr. S. L. Tananbaum, Jewish Immigrants in London, 1880–1939, Routledge, London 2015, pp. 131-148. Emma de Rothschild era moglie di Nathan, cugino di Constance, e proveniva dal ramo tedesco della famiglia Rothschild; cfr. J. Bouvier I Rothschild, Editori Riuniti, Roma 1984 (ed. or. 1984). Torna al testo

Nota 24 JAPGWC, b. 2/2/5, Minute book of Gentlemen’s Committee from 2 July 1899-20 Jan 1900, meeting del 25.10.1899. Torna al testo

Nota 25 Ivi, b. 2/2/4, Gentlemen's committee: report of the honorary secretary upon work done at the port of London during 1893, 18.3.1894. Torna al testo

Nota 26 Cfr. C. Rothschild, Reminiscences, cit., p. 422; e JAPGAW b. 2/1/2, Second minute book of General Committee, meeting del 15.3.1895. Torna al testo

Nota 27 Uiajf, L’Œuvre des Arrivantes. Deuxième rapport […] présenté par le Bureau Central à la Conférence Internationale de Neuchâtel en Mai 1905, Paul Attinger, Neuchâtel 1905. Torna al testo

Nota 28 Cfr. Committee of the English Vigilance Association and International Bureau for the Suppression of White Slavery Traffic,A friendly warning to Young Women Leaving their own country, London, 1908, in Archivio Unione femminile, Fondo Unione femminile, b. 72, fasc. 1. L’opuscolo era pubblicato in inglese, tedesco, francese, olandese, finlandese, norvegese, danese, svedese, spagnolo; l’edizione 1912 anche in italiano. Torna al testo

Nota 29 Cfr. C. Rothschild, Reminiscences, cit., p. 422. Torna al testo

Nota 30 Cfr. JAPWAG. B. 2/2/5, Gentlemen’s Committee, meeting 6/5/1900, nel corso del quale Montefiore suggeriva un incontro a Parigi con il dottor Hirsch, direttore del J.C.A del Sud-America. Torna al testo

Nota 31 In linea con l’atteggiamento delle più importanti famiglie ebree europee; cfr. D. J. Goldberg, Verso la Terra promessa. Storia del pensiero sionista, il Mulino, Bologna 1999 (ed. or. Londra 1996). Sui rapporti tra i Rotschild e il sioninismo vedi, J. Bouvier, I Rothschild, cit., pp. 256-258. Torna al testo

Nota 32 JAPGWC, b. 2/3/1/, Minutes of the Council, meeting del 21.7.1907. Sadie American era anche presidente dell'Immigration Aid Committee. Constance Rothschild e Claude Montefiore avevano incontrato Carrie Wise, rappresentante di Sadie American. Si era parlato, in particolare, delle donne che, respinte ai controlli di Ellis Island, venivano rimandate al porto di provenienza, senza alcun aiuto per tornare al loro paese d’origine. Era stato concordato che il Council of Jewish Women di New York comunicasse questi casi alla Japgaw, che avrebbe contattato “brave persone” nei porti di provenienza, ricorrendo all’aiuto delle comunità ebraiche locali e della Tas. Sull’attività dei consigli nazionali contro la tratta cfr. E. Bristow, Prostitution and Prejudice. The Jewish fight against prostitution, Clarendon Press, Oxford 1982. Torna al testo

Nota 33 Cfr. S. L. Tananbaum, Democratizing British Philanthropy: The Union of Jewish Women (1902-1930) in «Nashim. A Journal of Jewish Women’s Studies & Gender Issues», 20 (2010), pp. 57-79. Torna al testo

Nota 34 M. A. Kaplan, The Jewish Feminist Movement in Germany. The Campaigns of the Jüdischer Frauenbund, 1904-1938, London, Greenwood Press, 1979, p. 104. Da vedere anche M. A. Kaplan e D. Dasch Moore (a cura di), Gender and Jewish History, Indiana University Press, Bloomington 2011. Torna al testo

Nota 35 C. Leglaive Perani, L’Association israélite de protection de la jeune fille et la lutte contre «la traite des blanches» au début du XXème siècle, in «Revue d’histoire de l’enfance “irrégulière”», 10 (2008), pp. 139-154. Edmond De Rothschild, banchiere e collezionista di opere d’arte, è ricordato anche per il sostegno dato alla Jewish Colonization Association con l’acquisto di vaste estensioni di terreno in Palestina; cfr. E. Antébi, Edmond de Rothschild: l'homme qui rachéte la Terre Sainte, Éditions du rocher, Monaco 2003. Torna al testo

Nota 36 C. Leglaive Perani, L’Association israélite, cit. Torna al testo

Nota 37 Cfr. L. Savelli, Assistenza alle lavoratrici, cit. Sulla tratta vedi S. Limoncelli, The politics of trafficking: the first international movement to combat the sexual exploitation of women, Stanford Up, Stanford 2011; E. Bristow, Prostitution and Prejudice, cit.; S. Ercolani, La Tratta delle Bianche. Storie di traffici (secc. XIX-XX), Tesi di laurea magistrale, Università degli studi di Pisa, a.a. 2012-13. Sul traffico di esseri umani, G. Turi, Schiavi in un mondo libero. Storia dell’emancipazione dall’età moderna ad oggi, Laterza, Roma-Bari 2012. Torna al testo

Nota 38 Fédération abolitionniste internationale, Lettre aux membres de la Conférence de Londres, cit. Torna al testo

Nota 39 Rapport du Comité National britannique et du Bureau Internationale pour la répression de la Traite des Blanches, in Fédération abolitionniste internationale, Conférence internationale pour la répression de la traite des blanches tenue le 15 et 16 septembre 1904 à Zurich, Ginevra 1904, pp. 78-82. Torna al testo

Nota 40 Cfr. Mémoire sur la question de l’émigration, présentée par Esther Richard, in Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, Atti del Congresso Internazionale Femminile, Roma 16-23 maggio 1914, Tip. Alpina, Torre Pellice 1915, p. 449. Esther Richard era diventata segretaria dell’Ufficio centrale dell’Unione internazionale delle Amiche, in sostituzione di Amélie Humbert, eletta vice-presidente. Amélie Humbert era stata anche segretaria personale di Josephine Butler quando la salute di questa aveva cominciato a declinare; cfr. A. M. Käppeli, Sublime croisade, cit., p. 40. Torna al testo

Nota 41 Mémoire sur la question de l’émigration, cit., p. 448. Torna al testo

Nota 42 Ivi, p. 449. Torna al testo

Nota 43 Cfr. «Journal du Bien Public», XXXV 4, (avril 1910). Torna al testo

Nota 44 Mémoire sur la question de l’émigration, cit. Torna al testo

Nota 45 Cfr. International Convention for the Suppression of the White Slave Traffic and Final Protocol, in League of Nations, Treaty Series, Genéve 30.9.1921, vol. 9. Torna al testo

Nota 46 Cfr. L. Savelli, Assistenza alle lavoratrici, cit. La Fai e le Amiche italiane organizzavano nel 1908 una raccolta di firme per chiedere una riforma della legislazione minorile, riguardo non solo alla violenza sessuale, ma anche al riconoscimento di paternità, alla patria potestà, e all’innalzamento a 14 anni dell’età d’ammissione al lavoro. Torna al testo

Nota 47 Cfr. B. Turin, Enquête sur le placement faite par l’Union internationale des amies de la jeune fille, Uiajf, Neuchâtel 1913. Torna al testo

Nota 48 Atti del Congresso Internazionale Femminile,cit., pp. 433-436. Al congresso Tekla Necker Meuricoffre, figlia di Harriett Grey e delegata delle Amiche svizzere, leggeva una Mémoire sur la question de l’émigration présentée par M.lle Esther Richard: ivi, pp. 448-453. Torna al testo

Nota 49 Cfr. L. Savelli, Assistenza alle lavoratrici, cit. Torna al testo

Nota 50 A. M. Käppeli, Sublime croisade, cit., p. 19. Torna al testo

 

Questo saggio si cita: L. Savelli, La filantropia politica e la lotta per i diritti delle donne. Le reti internazionali, in «Percorsi Storici», 4 (2016) [www.percorsistorici.it]

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