Vito Banco, La mobilitazione femminile a Bologna (1915-1918)

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Vito Banco

La mobilitazione femminile a Bologna (1915-1918)


1. La Grande Guerra al femminile

Tra il 2014 e il 2015, in coincidenza con i rispettivi centenari dello scoppio della Grande Guerra e dell’entrata del nostro paese in quella che viene definita la prima immane carneficina dell’uomo europeo, si sono moltiplicati gli studi riguardanti il primo conflitto mondiale. Molti sono stati rieditati, altri scritti su foglio bianco e altri ancora sono stati frutto di conferenze tenutesi in ogni parte d’Italia per celebrare gli eventi. Tuttavia, se guardiamo ai titoli e ai contenuti, in proporzione sono stati pubblicati più contributi inerenti la Grande Guerra combattuta al fronte che studi specifici sul fronte interno nazionale e sui singoli “fronti interni” locali. Tra questi ultimi ancor meno sono quelli riguardanti il ruolo delle donne nel corso del conflitto.
Anche se ciò che si sviluppò dietro gli eserciti è meno noto ed esaltante, è stato tuttavia determinante per l’esito della guerra poiché, la mobilitazione della società e dell’economia, quanto mai complessa e articolata, fornì ai combattenti le risorse necessarie e nel medesimo tempo provocò modificazioni durevoli nella struttura degli Stati, dei sistemi di produzione e dei rapporti internazionali (Nota 1). È ormai noto che il primo conflitto mondiale fu anche la prima “guerra totale”, la prima guerra moderna di lunga durata, nella quale vi era una partecipazione che partiva dalla donna impiegata in fabbrica e arrivava fino al soldato in prima linea e ai comandi militari. Lo stesso termine di “fronte interno” fu un’invenzione della prima guerra mondiale tanto in Italia quanto negli altri paesi belligeranti (Nota 2). Un termine nato dal carattere della guerra che si stava combattendo, le cui sorti erano affidate alla capacità di mobilitare tutta la popolazione e l’insieme delle energie pratiche e morali dei singoli paesi (Nota 3). Tutti i cittadini, a qualsiasi categoria sociale e professionale appartenessero, dovevano sentirsi coinvolti e impegnati in prima persona nel conflitto in atto.
Il concetto di “fronte interno” non comprende soltanto le fabbriche, esso include anche la struttura stessa delle città: le caserme, gli ospedali militari (spesso ricavati dalla requisizione delle scuole), i campi di internamento e i magazzini. Fu dunque tutto l’apparato cittadino a mobilitarsi in favore della guerra (Nota 4). Nella definizione generica di “fronte interno” ricadono non solo le strutture cittadine, riadattate per favorire il passaggio delle truppe e per ospitare i comandi militari, ma anche i soggetti individuali quali le donne, i bambini e in generale tutti gli uomini che non avevano ricevuto la chiamata alle armi. Una sorta di “esercito in borghese” direttamente mobilitato, come le migliaia di donne impiegate nelle fabbriche, oppure, destinatario – mi riferisco in questo caso ai bambini e ai ragazzi – di una intensa campagna di propaganda che mirava alla colpevolizzazione del nemico e alla glorificazione della guerra italiana in corso.
Proprio le donne furono coloro che più di altri sentirono in patria tutto il peso della guerra. Costrette a sostituire gli uomini richiamati alle armi, esse ricoprirono gli impieghi più disparati. L’idea che la guerra mondiale modificò completamente il ruolo della donna nella società italiana è ormai condivisa da larga parte degli storici che nell’ultimo trentennio si sono occupati della Grande Guerra. Proprio in questi ultimi decenni, nei quali hanno preso campo la storia delle donne e la “storia di genere”, si sono moltiplicati gli studi sul rapporto tra le donne e la Grande Guerra.
Si possono delineare tre tipi di donne attive durante il conflitto: la donna operaia, la donna crocerossina e la dama di carità, quest’ultima appartenente agli ambienti della media e alta borghesia. In Italia poco meno della metà della popolazione era costituita da donne e tenuto conto dell’arruolamento di oltre cinque milioni di uomini, esse divennero la netta maggioranza dei civili (Nota 5). Come afferma Antonio Gibelli, il fronte interno fu anche “fronte femminile” e la storia del rapporto tra le donne e la guerra è ormai divenuto un capitolo fondamentale per comprendere lo svolgimento del conflitto.
Ma analizziamo in breve questi tre tipi di “donne in guerra”. Secondo i dati forniti dai Comitati regionali della mobilitazione industriale, relativamente agli stabilimenti impegnati nelle lavorazioni belliche, nel 1918 le donne costituivano il 25% della manodopera negli stabilimenti ausiliari di Torino, il 31% in quelli di Milano, l’11% in quelli di Genova, e rispettivamente il 16, il 22 e il 20% in quelli non ausiliari delle stesse città (Nota 6). In totale negli stabilimenti ausiliari le donne occupate erano circa 80.000 alla fine del 1916, salirono a 140.000 alla fine del 1917 per toccare quasi le 200.000 unità alla fine del 1918 (Nota 7). Cifre considerevoli che denotano uno squilibrio del tessuto sociale se si tiene conto che molte di queste donne provenivano da contesti sociali e lavorativi completamente diversi; parte rilevante infatti aveva esercitato in passato lavori agricoli e domestici. Le donne furono preferite ai giovani, i quali erano ritenuti spesso spavaldi e insubordinati e il loro ingresso in fabbrica fu guardato con diffidenza anche dalla classe operaia tradizionale. Una diffidenza dovuta al timore della concorrenza, alla gelosia del mestiere, ma soprattutto alla mentalità maschilista e familista ampiamente diffusa tra gli operai (Nota 8). Contrariamente a quanto pensava la classe operaia maschile, però, le donne furono le protagoniste di importanti episodi di lotta per il miglioramento dei salari e delle condizioni di vita in fabbrica, spesso condotti anche in nome e per conto di operai maschi. Le nuove venute davano il nerbo e il tono alle manifestazioni per il caroviveri. Una inedita folla vociferante per le strade, più difficile da contenere che le dimostrazioni maschili in tempo di pace (Nota 9).
Uno dei settori più tradizionali di applicazione dell’impegno femminile in guerra rimaneva quello delle infermiere. Allo scoppio del conflitto la Croce rossa italiana si mise in moto per mobilitare le infermiere volontarie che furono coinvolte nelle opere di assistenza sanitaria nelle immediate retrovie del fronte, nei treni-ospedale e negli ospedali del paese. Anche le donne furono contagiate dall’entusiasmo di chi aveva deciso di partire volontario ed era stato richiamato alle armi. Secondo Stefania Bartoloni, se molte provarono sentimenti ambivalenti e nutrirono forti preoccupazioni, per altre l’adesione al conflitto riuniva insieme l’esigenza di una rigenerazione nazionale e personale (Nota 10). Nel 1917 le infermiere della Croce rossa erano quasi 10.000 e altrettante quelle organizzate da altre associazioni di soccorso (Nota 11). L’infermiera divenne l’angelo consolatore del soldato, colei che doveva lenire i suoi dolori; ella introdusse una nota di grazia e di dolcezza nello scenario sanguinoso della guerra. Con l’impegno nelle attività infermieristiche molte donne riuscirono a varcare i confini della famiglia e ad assumere rilevanza pubblica e utilità sociale (Nota 12). Nei diari delle crocerossine emergono spesso sentimenti di pietà e dolore per lo strazio dei feriti e sentimenti di soddisfazione per l’occasione offerta di mostrare il proprio valore.
Un terzo settore nel quale le donne furono molto attive fu quello della assistenza patriottica. Giungiamo così al terzo tipo di donna in guerra, la “dama di carità”. Si può dire che tra gli aspetti della mobilitazione femminile che ebbero maggiore visibilità, maggiori echi nella propaganda, c’erano quelli assistenziali. Nell’assistenzialismo patriottico confluirono tre tradizioni: una caritativa tipica del mondo cattolico, una filantropica di impronta laica e una che vedeva istanze di impegno e di riconoscimento elaborate dal femminismo. Quest’ultima fu messa in atto da donne provenienti dal mondo alto borghese e aristocratico, lo stesso al quale apparteneva la maggioranza delle crocerossine. Le cosiddette “dame di carità” o “dame visitatrici” si occuparono delle pratiche sociali di beneficenza mettendosi a disposizione, tra gli altri, dei vari Uffici assistenza e Uffici dono sorti un po’ dovunque nel corso della guerra (Nota 13). Questi uffici avevano il compito di recare aiuto, sostegno e conforto alle famiglie dei mobilitati nonché agli stessi soldati quando si trovavano in licenza, nelle retrovie e negli ospedali (Nota 14). Donne e signorine raccoglievano piccoli doni da portare ai soldati per rallegrarli e consolarli. Allo stesso modo delle crocerossine, anche in questo caso veniva esaltato il ruolo materno della donna che si mostrava amorevole e piena di cure nei confronti del soldato. Come vedremo in seguito le donne si impegnarono oltre che nei laboratori di cucito e per la confezione di indumenti militari, anche nella raccolta della lana per la realizzazione di indumenti adatti a proteggere i soldati dal freddo.
Dunque con lo scoppio delle ostilità molte donne uscirono dalle mura domestiche e ottennero una visibilità prima di allora sconosciuta. Tramviera, postina (Nota 15), telegrafista, impiegata, maestra e addetta agli uffici di propaganda: tutte queste nuove professioni prima della guerra insolite per le donne (fatta eccezione per la maestra), suscitarono reazioni diverse. Ad alcuni apparve nobile e curioso, mentre altri, seppur allarmati per lo scambio dei ruoli, rimandarono tutte le questioni al dopoguerra, sicuri che con il ritorno della normalità le donne avrebbero ripreso la “canonica via di casa” (Nota 16).
Le “donne in guerra” fin qui descritte le troviamo presenti, tra il 1915 e il 1918, su tutto il territorio italiano mobilitato per il conflitto. Nelle singole realtà locali queste figure si attivarono per alleviare non solo le condizioni di chi era al fronte, ma anche di chi rimaneva in patria. Si analizzerà, nel corso di questo saggio, l’attività delle donne nel contesto relativo al fronte interno bolognese. Anche nella città felsinea, il primo grande centro urbano nelle immediate retrovie del fronte, per la presenza di un imponente snodo ferroviario e per la grande quantità di caserme e di istituti, ritroviamo le tre figure sopra delineate. In una città come Bologna, dove da sempre era stato molto forte il ruolo della assistenza civile, le iniziative portate avanti da “signore e signorine” furono numerose, grazie anche all’importanza raggiunta in città dal patriottismo femminile. L’attività delle donne a Bologna durante la guerra si esplicò principalmente in due contesti o più in generale nelle due forme di mobilitazione attivatesi in città all’indomani dell’ingresso nel conflitto, ovvero quella socialista che verteva sulle politiche zanardiane (Francesco Zanardi, primo sindaco socialista di Bologna, era stato eletto nel giugno 1914) e quella borghese, concentrata sull’attività del Comitato di azione civile, fondato dal marchese Giuseppe Tanari nel marzo 1915. È bene ricordare che l’attività comunale e quella privata procedettero parallelamente ma non di rado si giunse ad accordi fra il sindaco e i membri del Comitato di azione civile per evitare un’inutile duplicazione dell’assistenza.
Il lavoro che segue, tratto dalla mia tesi di Laurea magistrale in Scienze storiche, non sarebbe stato realizzabile senza la preziosa documentazione custodita presso la Biblioteca-Archivio del Museo del Risorgimento di Bologna. La Biblioteca, nata insieme al Museo nel 1893, iniziò nel 1915, a poche settimane dall’entrata in guerra dell’Italia, la raccolta di materiale relativo al conflitto in corso. Tra la documentazione sulla Grande Guerra mi sono servito in particolare di circa trenta opuscoli riguardanti il fronte interno (scelti fra circa 1.216 pubblicazioni e custoditi in 14 buste) e di 143 manifesti (custoditi in 5 buste), questi ultimi emessi dal Comune, dalla prefettura, dai comandi militari e dai circoli patriottici cittadini nel periodo 1915-1918. Oltre agli opuscoli e ai manifesti ho usufruito anche di alcune fonti fotografiche. L’Archivio conserva circa 10.000 fotografie custodite in fondi; alcune di queste, inerenti gli asili, gli educatori e le donne bolognesi, sono state inserite nel testo. Tra il materiale messo a diposizione dall’Archivio ho ritenuto utile consultare anche i numeri mensili del 1915 della rivista del Comune di Bologna, «La Vita Cittadina» (ormai interamente digitalizzata), avviata nei primi mesi del 1915.

 

Bologna, febbraio 1917. Donne “spazzine” occupano il posto dei mariti inviati al fronte

Fonte: Museo Civico del Risorgimento di Bologna ©


2. Le donne della “mobilitazione socialista”. Dame di carità e nobildonne bolognesi nella gestione degli educatori e delle colonie comunali

I giorni immediatamente successivi all’ordine di mobilitazione generale del 22 maggio 1915, furono frenetici. La giunta socialista, che già aveva approvato nel corso dell’anno precedente l’istituzione dei negozi Zanardi, i quali vendevano generi alimentari a prezzi ribassati, fu costretta ad adottare misure straordinarie per la difesa della città e della popolazione dai rischi della guerra. In tale contesto si inserirono gli aiuti alimentari alla cittadinanza erogati dalla giunta stessa.
Contemporaneamente all’applicazione dei bandi contro le incursioni aeree e di quelli disciplinanti l’istituzione degli alloggi militari venne anche applicato il piano d’emergenza, preparato da tempo, per l’assistenza civile ai familiari dei richiamati alle armi e ai giovani. I sussidi alimentari concessi dal Comune affiancarono quelli in denaro erogati dallo stato. Lo stesso Zanardi, il giorno prima dell’inizio delle ostilità disse:

i giornali fautori della guerra hanno, come era loro diritto, magnificato le virtù militari del popolo italiano, ma nessuno ha pensato che vi era anche una vita civile da difendere; vita che si svolge nelle famiglie, espressione dei più puri affetti in tutte le classi sociali […]; ma il governo, anche dopo le ultime deliberazioni, distribuisce sussidi inadeguati ai bisogni della vita cittadina; ed allora il municipio di Bologna, primo in Italia, distribuisce fin dal 17 maggio alle famiglie dei richiamati generi alimentari in misura più che sufficiente (Nota 17).

L’erogazione di sussidi alimentari venne stabilita nel corso della seduta del 12 maggio, quando la Giunta constatò che il richiamo sotto le armi degli uomini validi al lavoro, in vista della mobilitazione, era divenuta «ragione di infinite miserie per vecchi, donne e bambini privati dell’unico mezzo di sostentamento» e stabilì che la distribuzione dei generi alimentari avrebbe dovuto tener conto delle condizioni economiche e del numero dei componenti delle singole famiglie (Nota 18). L’amministrazione Zanardi aveva preso con un mese di anticipo le decisioni che sarebbero state impartite dalla sede centrale del Partito socialista. Infatti, oltre alla distribuzione dei sussidi, il Comune dava assistenza al popolo bolognese, anche mediante i ricreatori scolastici; attraverso l’assistenza scolastica si alleviavano le condizioni di quei bambini che, orfani di madre, non avrebbero avuto per la mancanza del padre nessuna forma di aiuto domestico (Nota 19).
Il 31 maggio 1915, a una settimana dall’entrata in guerra, Zanardi nominò una commissione di consiglieri formata da Mario Longhena, Giacomo Ciamician, Francesco Tonolla e Raul Natali per definire la struttura dei comitati atti a presiedere allo svolgimento di tutte le attività del Comune per la preparazione civile (Nota 20). La commissione incaricata di costituire i comitati si radunò il 1° giugno 1915 e ripartì in tre ambiti le attività riservate al Comune: assegnazione dei sussidi alle famiglie bisognose; assistenza ai bambini nelle scuole; assistenza sanitaria della città (Nota 21). A tale scopo il Comune destinò la somma di 20.000 lire che sarebbe aumentata con il denaro ricavato da sottoscrizioni pubbliche (Nota 22). I quattro comitati, con il compito di gestire l’erogazione degli aiuti, erano i seguenti: il Comitato finanziario, al quale era delegata la firma dei mandati e il disbrigo di pratiche finanziarie, presieduto da Francesco Zanardi; il Comitato per l’assegnazione dei sussidi, presieduto da Oreste Vancini; il Comitato di assistenza dei bambini delle scuole, che aveva al suo interno figure di spicco quali Mario Longhena, Demos Altobelli e Genuzio Bentini e il Comitato di assistenza sanitaria della città. Ogni settore meriterebbe un approfondimento a sé stante ma il comitato sul quale occorre qui soffermarsi è il terzo, quello relativo all’assistenza ai bambini.
Notevoli energie furono investite dal Comune verso l’assistenza ai figli dei richiamati alle armi. Una ulteriore commissione creata a tale scopo, presieduta dallo stesso Zanardi e probabilmente dipendente dal Comitato di assistenza dei bambini delle scuole, approvò i provvedimenti presi dal Comune in merito all’istituzione di «colonie campestri» per quei bambini figli di vedovi impossibilitati ad accudirli e di «educatori» e asili per quelli che, avendo la madre occupata al lavoro, sarebbero rimasti senza assistenza durante il giorno (Nota 23). La prima colonia scolastica venne istituita a Ozzano e accolse, tra maggio e giugno del 1915, un gruppo di bambini orfani di madre e fino a quel momento accuditi presso parenti o amici di famiglia (Nota 24)[8]; la seconda colonia venne inaugurata al quartiere S. Viola. Nello stesso tempo vennero istituiti 11 educatori e asili per i bambini al di sotto di 6 anni (Nota 25).
All’interno della commissione vennero istituite due sottocommissioni, una amministrativa e una didattica. A tali sottocommissioni si aggiunse un Comitato di vigilanza, presieduto dalla marchesa Eleonora Tanari e formato quasi interamente da donne bolognesi nobili e benestanti tra le quali occorre ricordare: Albertina Malvezzi, Marcella Levi, Argentina Altobelli, Gianna Tosi Bellucci e soprattutto Elena Sanguinetti Ghiron (Nota 26). Quest’ultima nel corso della guerra avrebbe gestito autonomamente, attingendo anche al proprio patrimonio personale, l’attività di sei asili per l’infanzia legati all’attività del Comitato di azione civile.
Le colonie e gli educatori erano governati dall’Ufficio d’istruzione del Comune, il quale stabiliva le ammissioni dei bambini alle strutture. Tuttavia, una componente fondamentale della macchina assistenziale era proprio il “comitato delle signore”, le quali nelle colonie e negli educatori, avevano il delicato compito di vigilare sui numerosi bambini in essi ospitati. Attraverso queste strutture l’amministrazione Zanardi volle estendere, specialmente in un periodo di grave emergenza quale quello che si stava vivendo, l’assistenza all’infanzia nei sobborghi più lontani della città, con l’istituzione di alcuni asili di tipo misto, ma anche incentivare le istituzioni postscolastiche, quali erano di fatto gli educatori. L’istituzione delle nuove strutture per l’infanzia non fu priva di difficoltà poiché in seguito alla requisizione di numerosi edifici scolastici da parte delle autorità militari, e la trasformazione di alcuni di questi in ospedali o caserme, mancarono al Comune i locali adatti ad ospitare i bambini. Per rimediare, già nei giorni precedenti all’entrata in guerra, l’Ufficio d’istruzione del Comune aveva cercato di conservare, in ogni rione della città, una scuola in condizioni tali da permettere che in essa fosse istituito un educatorio (Nota 27); nello stesso tempo si cercò di provvedere alla mancanza di strutture chiedendo ad altri enti locali ampi giardini e parchi.
Fra le scuole cittadine che ospitarono gli educatori occorre ricordare quelle di via Saffi, di via S. Isaia e di Via Orfeo, le quali, prese in affitto dal Comune, raccoglievano i bambini della parte occidentale della città. Molte scuole distanti dal centro non furono requisite e istituire gli educatori fu più facile; tra le zone prese in considerazione vi erano anche quelle di S. Ruffillo, Corticella e Arcoveggio. In particolar modo l’educatorio di Corticella, che ospitava circa 300 bambini, fu ottenuto dalle concessioni di un nobile locale che cedette anche una parte del grande bosco della sua villa. Fra le strutture extra urbane vi era anche l’educatorio di Villa Aldini, una antica villa immersa nel verde, nella quale vennero ospitati centinaia di bambini.

 

L'asilo di S. Viola

Fonte: «La Vita Cittadina», 6 (giugno 1915), pp. 38-39 ©


Strutture adatte ad ospitare i bambini furono realizzate ai Giardini Margherita e anche l’Istituto di Belle arti mise a disposizione del Comune tre grandi cameroni e un vastissimo prato nei pressi dell’istituto. Negli educatori la vita dei bambini scorreva in maniera diversa; infatti, mentre quello di via Saffi era dotato di un piccolo cortile soleggiato ma non amplissimo, la struttura concessa dall’Istituto di Belle arti, in via Irnerio, era circondata da un prato di oltre 5.000 mq, nel quale i bambini potevano giocare e respirare aria pura (Nota 28). In tutte le strutture si alternavano ore di attività intellettuale e di apprendimento a momenti di svago e di esercizi fisici. Le maestre spingevano i bambini all’esecuzione di piccoli lavori manuali, mentre in tutti gli educatori femminili veniva particolarmente curato l’insegnamento dei cosiddetti «lavori donneschi» (Nota 29). Gli obiettivi principali degli insegnanti erano quelli di togliere dalla strada quei fanciulli non circondati dall’assistenza e dalle cure dei genitori e di «educarli a sentimenti umani» (Nota 30).
La colonia di Ozzano fu inaugurata invece nei primi giorni di giugno e sorgeva in un’ampia abitazione appartenente alla vasta proprietà dell’Opera pia dei poveri vergognosi; vi erano ampi dormitori e ariose stanze ma anche grandi prati e boschetti (Nota 31). Nella colonia trovarono accoglienza circa 40 bambini e bambine, tra i 6 e i 13 anni, orfani di madre e i cui padri erano stati richiamati alle armi.

 

La prima colonia comunale di Ozzano

 

Fonte: «La Vita Cittadina», 6 (giugno 1915), pp. 41-42 ©

 

3. Le donne della “mobilitazione borghese”. Nobildonne, operaie e crocerossine nella sezione femminile del Comitato di azione civile

Si è detto che allo scoppio della Grande Guerra si delinearono a Bologna due forme di assistenzialismo cittadino: la prima frutto della mobilitazione comunale legata alla giunta socialista e la seconda legata invece al mondo dell’alta borghesia cittadina e dell’aristocrazia, tutta raccolta attorno all’istituto del Comitato di azione civile del marchese Tanari, ex sindaco di Bologna. Nelle iniziative della “mobilitazione borghese” influì certamente l’aspirazione dei ceti dirigenti tradizionali a recuperare il ruolo politico che avevano perduto in seguito alle elezioni amministrative. Per quanto riguarda la “mobilitazione socialista”, questa ebbe come fine quello di alleviare le difficili condizioni in cui versavano, per effetto della guerra, i ceti popolari, rivendicando nello stesso tempo autonomia rispetto alle iniziative dello Stato o dei gruppi interventisti (Nota 32). È bene ricordare però che diverse politiche concepite in seno alle amministrazioni “rosse” furono sostenute o almeno non osteggiate dalle autorità di governo; ne sono un esempio le iniziative prese dal Comune di Bologna in merito alla distribuzione di sussidi alimentari alle famiglie dei richiamati. Le due “mobilitazioni” si incrociarono e talvolta collaborarono; lo si è visto in occasione della creazione, da parte del Comune, del Comitato di vigilanza o "comitato delle signore", per la gestione delle colonie e degli educatori. Ma passiamo adesso ad analizzare il ruolo della componente femminile all’interno del Comitato di azione civile.
Nato nel febbraio 1915 come Comitato di preparazione civile, esso cambiò nome nel maggio divenendo Comitato di azione civile. Il Comitato fu diviso in cinque grandi sezioni comprendenti tutti i campi d’azione che si intendevano coprire. Se si guarda all’organigramma, emerge la presenza di importanti nomi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia bolognese. Tra questi occorre ricordare il conte Piero Bianconcini con la moglie, la contessa Lina Cavazza, il duca Lamberto Bevilacqua e il senatore Francesco Pullè.  Le sezioni erano le seguenti: sezione I – servizi pubblici, presieduta dal conte Piero Bianconcini; sezione II – previdenza e assistenza sanitaria, con a capo il professor Luigi Silvagni, ex radicale; sezione III – difesa sussidiaria, gestita dal colonnello Italo Porta; la sezione IV – propaganda, presieduta dal senatore Francesco Pullè e infine la sezione V – femminile, gestita dalla contessa Carolina Isolani, già presidentessa del Comitato assieme a Tanari (Nota 33).
Quest’ultima sezione era legata all’ambito dell’assistenza sanitaria, nella quale un ruolo di primo piano spettava alle donne. Quello che si vuol fare qui è una descrizione breve, ma il più possibile completa, di tutte le aree di competenza della sezione femminile del Comitato, suddivisa in undici uffici. Le attività erano numerose e spaziavano dal campo sanitario a quello dell’infanzia e dall’ambito economico a quello legato all’assistenza dei congiunti dei militari rimasti in patria. Almeno fino al 1916 la struttura degli uffici rimase immutata, ma nel prosieguo della guerra essi si trasformarono, si fusero o cessarono la loro attività, perché non più necessaria.

 

ATTIVITA’ DELLA SEZIONE FEMMINILE

 

Ufficio I (uffici pubblici)

Formazione personale femminile per servizi pubblici; propaganda prestito nazionale.

Ufficio II (assistenza infanzia)

Laboratorio indumenti infantili e organizzazione asili.

Ufficio III (cucine economiche)

Gestione di tre cucine economiche (fino al maggio 1916).

Ufficio IV (corrispondenza)

Sezione bolognese dell’Ufficio notizie alle famiglie dei militari.

Ufficio V (direzione ospedali)

Organizzazione ospedali e assistenza morale.

Ufficio VI (direzione infermiere)

Formazione infermiere e gestione gruppo infermiere di Croce Bianca.

Ufficio VII (raccolta ospedale)

Raccolta mobili, utensili e arredi per gli ospedali del Comitato e altri ospedali cittadini.

Ufficio VIII (pirotecnico)

Ufficio di collocamento per operaie destinate al Pirotecnico o ad altri stabilimenti (fino a metà del 1917).

Ufficio IX (informazioni)

Raccolta informazioni mediante visite domiciliari per il collocamento del Comitato.

Ufficio X (lavoro)

Gestione del laboratorio indumenti militari (250 operaie interne e 12.000 esterne).

Ufficio XI (ricreatori)

Gestione dei sette asili creati dal Comitato di azione civile (circa 2.300 bambini).

Fonte: F. Degli Esposti, Mobilitazione e militarizzazione della società civile  cit., p. 144

 

Dato che l’Ufficio XI per l’assistenza all’infanzia fu il primo ad essere costituito e a funzionare immediatamente dopo la mobilitazione, si inizierà proprio da questo. Elena Sanguinetti Ghiron, una ricca signora bolognese, ancor prima dello scoppio della guerra era stata vicina ai poveri e soprattutto ai bambini orfani e aveva finanziato, attingendo anche al proprio patrimonio, la costruzione di strutture di accoglienza. Una donna abituata ai salotti, alle conversazioni erudite e colte che si dedicò interamente al soccorso dei deboli e di coloro che erano stati danneggiati dalla guerra.
Avuto l’incarico dal Comitato di occuparsi dei bambini dei richiamati, Elena Sanguinetti cercò locali ampi ed arieggiati con giardino e prato adatti ad accogliere il maggior numero di bambini. Spesso sopperì col proprio denaro a tutte le spese che non sarebbe stato possibile coprire con il solo assegno del Comitato. I primi locali ottenuti furono quelli della Società sportiva Fortitudo, in via Saffi, dei ricreatori di via Frassinago e via Toscana, delle Scuole comunali di via Zamboni (cedute da Zanardi) e di un appartamento in via Castiglione (Nota 34). Sanguinetti fece stampare apposite schede per l’accoglienza dei bambini e aprì le iscrizioni per l’assistenza gratuita; le volontarie offertesi furono circa 350, ma poco tempo dopo l’inaugurazione delle strutture molte di queste rinunciarono all’incarico (Nota 35). La dichiarazione di guerra trovò dunque già pronta, seppur da perfezionare, una forma di soccorso per le famiglie dei richiamati. Gli asili ufficiali del Comitato di azione civile per i figli dei richiamati, aperti all’indomani della mobilitazione, furono sei, distribuiti in varie zone della città: in via Saffi, via Barberia, via dell’Oro, via Mascarella, via Jacopo Della Quercia e all’Arcoveggio (precisamente a Villa Ronzani) (Nota 36); a questi ne venne aggiunto un altro nel maggio del 1919 in S. Ruffillo. Inizialmente vi erano iscritti 500 bambini, ma questi aumentarono costantemente, tanto che in agosto erano già 1.300. In totale, al febbraio del 1918, negli asili erano iscritti 1.800 bambini, i quali sarebbero aumentati a 2.300 alla fine del 1919; in ogni asilo i bambini erano divisi in tre sezioni: da uno a tre anni, da tre a cinque anni e da cinque a sei anni (Nota 37).

 

L’asilo di via Saffi. L’ora della ginnastica

Fonte: MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VII (1-87), fasc. 67, L’opera di una donna nel periodo di guerra, cit.©

 

In ogni struttura due maestre si prendevano cura dei bambini, insegnando loro ginnastica e canto, mentre i più piccoli erano sorvegliati dalle bambinaie. Ai bambini più grandi veniva impartita l’istruzione necessaria per farli entrare poi nelle scuole comunali, mentre si provvedeva per l’ammissione agli istituti cittadini per quelli che non potevano, causa l’età, essere accolti negli asili. Gli asili accoglievano sia maschi che femmine e ad essi venivano dati tre pasti al giorno: caffè e latte la mattina, minestra a mezzogiorno e merenda alle 17; l’orario degli asili era il seguente: dalle 8,30 alle 18,30 in estate e dalle 9.00 alle 18.00 in inverno. La sorveglianza dei locali era affidata all’Ufficio comunale d’igiene e le singole cure ai medici della Clinica pediatrica, i quali visitavano ogni bambino prima dell’ammissione all’asilo (Nota 38). Il Comitato provvedeva invece a tutte le medicine e due volte l’anno distribuiva degli indumenti.
A Villa Ronzani, oltre all’asilo esterno erano accolti stabilmente anche 50 bambini orfani di padre o di madre, e 50 profughi (maschi fino a 6 anni, femmine fino a 12), provenienti dalle zone invase dopo la ritirata di Caporetto. Tra la fine del 1918 e il 1919 i bambini profughi aumentarono a 69; dispersi o le cui famiglie erano impossibilitate ad accudirli (Nota 39), spesso venivano ritrovati abbandonati alla stazione, dopo la fuga dalle terre invase ed erano accolti a Villa Ronzani fino al ritrovamento della famiglia e alla liberazione dei loro paesi d’origine dopo la guerra. I posti, progressivamente lasciati da coloro che avevano ritrovato la famiglia, venivano occupati da bambini rachitici o da orfani di guerra gracili o tubercolotici (Nota 40). Nell’estate del 1916 il Comitato aprì anche la colonia di Calamosco, la quale, nelle estati del 1916 e 1917 ospitò circa 300 bambini che vi si recarono per le necessarie cure.

 

L’asilo di via dell’Oro. La danza

Fonte: MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VII (1-87), fasc. 67, L’opera di una donna nel periodo di guerra, cit. ©

 

In totale i bambini profughi ammessi negli asili della città furono oltre un centinaio e avevano lo stesso trattamento e le stesse cure dei figli dei richiamati alle armi. Gli orfani di guerra, sia di padre che di madre, circa 140 nel dopoguerra, ebbero invece un trattamento speciale per tutta la permanenza negli asili; veniva regalato loro un abbondante corredo e sul finire della guerra anche un libretto con 50 lire e un paio di scarpe (Nota 41). Una novità furono i piccoli spacci, appoggiati dal prefetto Quaranta e aperti all’interno degli asili; alcuni generi di prima necessità venivano venduti alle mamme a prezzi ridotti. In merito alle spese degli asili, queste ammontavano circa a 80.000 lire annue e oltre al Comitato vi concorrevano anche la prefettura e la Cassa di risparmio di Bologna (Nota 42). In totale, alla fine della guerra, le spese per gli asili e le colonie estive ammontarono a 563.407 lire (Nota 43). Dopo quattro anni guerra, nel 1919 gli asili chiusero, non senza aver dato un prezioso aiuto ai bambini dei richiamati alle armi. Un’altra iniziativa di rilievo di Elena Sanguinetti fu la creazione, nel 1917, del Segretariato per l’Infanzia, collegato con quello delle operaie e diretto dalla contessa Camilla Isolani Beccadelli, che funzionò fino al 1918 e grazie a quale sorsero gli ambulatori per lattanti (Nota 44). Il Segretariato, divenuto poi Ente morale, oltre a offrire assistenza ai bambini, sia sani che ammalati, dai primi giorni della nascita fino a 12 anni, si prendeva cura delle mamme con la distribuzione di farine e latte e rimaneva un punto di riferimento per coloro che si rivolgevano ad esso per la richiesta di sussidi, libri, vestiti e lettere di raccomandazione (Nota 45).

 

L’asilo di via Barberia. Il coro

 

Villa Ronzani. I piccoli profughi friulani e veneti

 

MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VII (1-87), fasc. 67, L’opera di una donna nel periodo di guerra, cit. ©


Un ufficio che segnò l’attività del Comitato di azione civile fu l’Ufficio IV, con competenze sulla gestione del collegamento tra le famiglie rimaste in patria e i soldati al fronte. L’attività dell’Ufficio notizie, il primo ad essere costituito in coppia con quello di Elena Sanguinetti, fu talmente importante che, pur nascendo in un contesto locale quale quello bolognese, ebbe rilevanza a livello nazionale, tramite l’istituzione di tante sezioni e sottosezioni sparse per la penisola. Anche questo ufficio nacque dall’iniziativa di una nobildonna bolognese, Lina Bianconcini Cavazza. Non mi soffermo oltre sulla struttura e il funzionamento di questo ufficio poiché è stato approfonditamente analizzato da Lucia Gaudenzi (Nota 46).
Tra le iniziative del Comitato di azione civile, spiccavano però, per quantità e complessità, quelle di ambito assistenziale volte alla popolazione provata dalla guerra. A tal proposito occorre ricordare l’Istituto casa e famiglia”, nato nel gennaio del 1917; una struttura, creata in collaborazione con la Croce rossa e finanziata direttamente dal marchese Tanari e dal conte Cavazza, destinata ad ospitare le famiglie dei militari gravemente feriti o ammalati degenti nelle strutture ospedaliere bolognesi (Nota 47). L’Istituto sorse dal grande Comitato generale di assistenza per i militari ricoverati, divenuto ente a sé stante all’inizio del 1917; quest’ultimo aveva il compito di coordinare e rendere uniforme l’opera di assistenza e conforto ai soldati feriti o ammalati (Nota 48). L’Istituto si sviluppò in relazione alle vicende della guerra e al maggiore o minore numero di militari degenti negli ospedali della città. Signore dedite alla beneficienza e dame infermiere si occupavano dell’assistenza morale e del disbrigo delle pratiche; all’assistenza materiale si provvedeva invece con la concessione di un alloggio e di pasti quotidiani. Dopo Caporetto vennero prestati aiuti anche ai profughi, in particolar modo a coloro i quali avevano congiunti degenti negli ospedali, e si procurò loro anche un lavoro in base alle attitudini personali. Dal 1917 al 1918 vennero assistite circa 3.170 persone (Nota 49).
Uno degli uffici nei quali fu più evidente l’interesse della sezione femminile per l’assistenza fu l’Ufficio V (direzione ospedali) che aveva come compito la sorveglianza sui cinque ospedali ai quali l’Azione civile aveva dato arredamento e lavoro: Ospedale oftalmico, San Leonardo, Istituto Rizzoli, Casa di misericordia, Istituto S. Anna e Seminario. L’Ufficio, dopo i primi anni di guerra, si fuse con il Comitato di assistenza morale, il quale aveva il compito di assistere moralmente i militari ricoverati negli ospedali di Bologna. Il Comitato di assistenza morale istituì, negli ospedali, dei corsi di lezioni elementari di arti e mestieri e creò laboratori artigianali dove i soldati potevano svolgere piccoli e utili lavori ottenendo alla fine un guadagno in denaro (Nota 50). Per migliorare la gestione delle scuole e delle lezioni all’interno degli ospedali, il Comitato propose la designazione di un ispettore scolastico, il quale ebbe la responsabilità sulla coordinamento dei corsi di studio e sulla preparazione delle varie sessioni d’esami riconosciuti dalle autorità militari. A pochi mesi dall’istituzione, il Comitato di assistenza morale fu riconosciuto dall’autorità militare e la gestione dei laboratori ottenne i finanziamenti dal Comitato di azione civile.
Un altro ufficio nel quale era esaltato il ruolo delle donne all’interno della “mobilitazione borghese” fu l’Ufficio VI (direzione infermiere), strettamente legato alla direzione ospedali. Preceduta da un lavoro preparatorio dal febbraio al maggio 1915, la sezione infermiere si formò sotto la presidenza della contessa Carolina Isolani e la direzione di Margherita Barattini assumendo in seguito il nome di Infermiere di Croce bianca. La sezione si componeva di 250 infermiere, per la maggior parte volontarie (Nota 51), le quali furono riconosciute ufficialmente dalla sanità militare di Bologna.
Allo scoppio della guerra, un gruppo di infermiere prestò subito servizio presso l’Ospedale oftalmico – adibito dal Comitato di azione civile a Ospedale chirurgico – e presso l’Istituto Rizzoli, dove si era creato, già dopo i primi mesi di guerra, un reparto per i soldati mutilati; un altro gruppo prese servizio presso l’Ospedale di malattie infettive. Spesso all’opera delle infermiere volontarie si unì quella delle suore di S. Vincenzo, delle Grazie e delle Domenicane, come avvenne nella gestione dell’Ospedale del Seminario. All’Istituto Rizzoli e all’Oftalmico vennero poi avviati alcuni laboratori per soldati mutilati agli arti e al volto, sovvenzionati dall’Azione civile e utili, come si è visto, per l’attività del Comitato di assistenza morale. Legata all’attività dell’Ufficio VI (direzione infermiere) vi era l’opera dell’Ufficio VII (raccolta ospedale)il quale, gestito da dodici signore volontarie, si occupava della raccolta di mobili, utensili e arredi per gli ospedali del Comitato e per gli altri luoghi di cura della città (Nota 52).
Oltre che nell’ambito dell’assistenza sanitaria, l’attività delle donne si esplicò anche nel settore prettamente organizzativo e burocratico del Comitato di azione civile, in particolar modo nella gestione dell’Ufficio I (uffici pubblici),il quale si occupava della formazione del personale femminile per l’impiego nei servizi pubblici. Venne istituita una scuola di telegrafiste e si avviarono trattative con la Società cittadina dei tram per l’assunzione delle donne al posto degli uomini partiti per il fronte. L’Ufficio dispiegò la sua attività anche in opere di propaganda e assistenza: prestiti di guerra, raccolta di offerte d’oro alla patria, opere di assistenza per i combattenti e gestione di un laboratorio di indumenti per i profughi (Nota 53). La proposta per la raccolta dell’oro partì dal Comitato cittadino per le offerte d’oro e d’argento alla patria e per coordinare le donazioni il prefetto delegò la sezione femminile. Le offerte, che dovevano essere consegnate dai cittadini al pianterreno del palazzo dell’Archiginnasio, furono numerose: dal 7 aprile al 30 giugno 1917 si registrarono 1.137 offerenti per un totale di otto chilogrammi d’oro e ventotto di argento (Nota 54). Giornalmente le offerte venivano consegnate alla Banca d’Italia per la trasmissione al Tesoro dello Stato e i nomi degli offerenti venivano pubblicati nei giornali cittadini.
Di notevole rilievo fu l’aiuto dato dall’Ufficio I ai combattenti. Fin dall’inizio della guerra l’Ufficio aveva preso parte al Comitato Pro-Esercito, sorto sotto gli auspici del Comitato di azione civile e della Società Dante Alighieri (Nota 55). Il Comitato Pro-Esercito ampliò le iniziative che spaziavano dalla preparazione e invio di doni alla spedizione, nelle trincee, di abbigliamento antiparassitario e zanzariere (Nota 56). Notevole fu anche la produzione di scalda-rancio, la quale raggiunse l’apice nell’inverno del 1916-17; nonostante un rallentamento della produzione dopo Caporetto (a causa della difficoltà di reperimento della paraffina), dal gennaio al maggio 1918 furono confezionati cinquantacinque quintali di scalda-rancio, utili per riscaldare i soldati nel freddo delle trincee.
Infine, tra le attività dell’Ufficio I, occorre ricordare anche il laboratorio di indumenti per i profughi di Caporetto, istituito nella sede del Comitato Pro-Esercito e funzionante anch’esso con l’aiuto di numerose signore e signorine – spesso studentesse dei licei e degli istituti tecnici – che a turno venivano a lavorare gratuitamente alla sede oppure prendevano il lavoro da eseguire a domicilio (Nota 57). Il laboratorio si occupò prevalentemente di indumenti femminili e oltre alle collaboratrici volontarie ebbe anche operaie retribuite a giornata, scelte tra le profughe venete. Nel gennaio del 1918 il laboratorio entrò a far parte del Comitato prefettizio di assistenza ai profughi residenti a Bologna. L’opera del Comitato di azione civile a favore dei profughi, in relazione all’attività del laboratorio indumenti può dividersi in tre periodi: il primo, che comprende il mese di novembre del 1917, immediatamente successivo alla ritirata, segnò il momento massimo di produttività del laboratorio, il quale riuscì a confezionare e distribuire 6.742 indumenti; il secondo periodo, che va dal dicembre del 1917 al giugno 1918, vide una diminuzione della produzione a 2.350 capi mensili, a causa dell’assorbimento del laboratorio da parte del Comitato prefettizio e dell’avocazione a quest’ultimo di parte dell’assistenza ai profughi prima spettante al Comitato di azione civile (ridotta adesso al solo aiuto ai profughi di passaggio) (Nota 58); il terzo periodo che va dal giugno 1918 al febbraio 1919 fu segnato dalla continuazione del soccorso ai profughi in transito per Bologna ma anche agli abitanti delle terre invase e liberate (dopo il novembre del 1918) e vide una riduzione della produzione a 111 capi al mese (Nota 59). Altri indumenti furono poi inviati agli abitanti della Carnia.
Tornando agli uffici generali della sezione femminile, uno tra quelli più vicini all’assistenza ai poveri fu l’Ufficio III (cucine economiche), il quale, seppur ebbe vita breve, fu utile ad alleviare le sofferenze della parte più povera della popolazione. Le cucine si trovavano in via Lame (presso le suore del Buon Pastore), in via Saragozza e in via Irnerio e distribuivano pasti giornalieri agli indigenti della città (Nota 60). Le minestre venivano vendute al modico prezzo di 15 centesimi e nel corso della breve esperienza delle cucine ne vennero distribuite circa 104.000 (Nota 61). L’attività delle cucine economiche fu sospesa alla metà di maggio del 1916, poiché non se ne riscontrò più il bisogno e vista la grande quantità di rancio rimasto nelle caserme, si decise di distribuirlo ai poveri.
Gli uffici fin qui analizzati si occupavano degli ambiti assistenziali classici, tipici dei comitati di azione civile, a Bologna come in altre parti d’Italia. All’assistenza si affiancarono rapidamente iniziative di carattere economico e industriale, in cui i dirigenti locali svolsero un’importante funzione di cerniera fra gli apparati dello Stato e i ceti produttivi della regione (Nota 62). Fra le attività volte in tal senso bisogna ricordare il Comitato civile per il munizionamento, costituito nell’agosto del 1915 e gestito dal presidente Tanari, da Alessandro Zabban e dall’ingegner Pellegrino Bernabei. L’idea era partita dal sottosegretario al Ministero delle Armi e munizioni, Alfredo Dallolio, conscio delle difficoltà che le piccole imprese dell’area bolognese avrebbero incontrato nell’assicurarsi commesse statali, e dei pericoli che esse correvano di finire nelle mani di speculatori senza scrupoli. Il Comitato sorse per volontà dell’Azione civile e della Camera di commercio di Bologna, mediante un capitale di fondazione di 250.000 lire (Nota 63), e aveva il compito di coordinare le commesse per il munizionamento a piccole e medie imprese dell’Emilia-Romagna.
Nello specifico il programma, che si svolse con la cooperazione di 36 officine sparse per la regione – delle quali 19 a Bologna e 17 in provincia – previde l’assunzione delle forniture di proiettili allo Stato, con pagamento integrale alle officine, meno una quota di riserva da distribuire per 2/3 alle stesse officine e 1/3 a opere di previdenza di guerra (Nota 64). A questa attività di mediazione il Comitato decise poi di affiancare una sua produzione diretta, affidata ad un’officina creata ex novo, la Standard, che occupava prevalentemente forza lavoro femminile. Nel corso del conflitto furono prodotti circa due milioni di proiettili (circa 4.000 pezzi al giorno) e vennero portate a compimento due importanti ordinazioni: la prima di 570.000 granate, la seconda di 750.000. Nonostante nel corso del 1918 si fosse manifestata la situazione critica degli approvvigionamenti e attuato il blocco della produzione in molte officine, al mese di novembre si ebbe un utile realizzato, dall’inizio della guerra, di 1.737.750 lire e l’erogazione di quasi dieci milioni di lire di salari (Nota 65).
Oltre al Comitato per le munizioni, anche altri due uffici erano direttamente legati al mondo del lavoro e dell’industria, in particolare l’Ufficio VIII (pirotecnico)e per concludere l’Ufficio X (lavoro).L’Ufficio pirotecnico era diretto dalla stessa vicepresidente generale e presidentessa della sezione femminile, la contessa Carolina Isolani e si costituì anch’esso dietro sollecitazione del sottosegretario Alfredo Dallolio, il quale intendeva creare una sorta di ufficio di collocamento privilegiato per le assunzioni nel grande Opificio pirotecnico e in altri stabilimenti dell’industria bellica (Nota 66). Per questo l’Ufficio VIII operò in collaborazione con l’Ufficio IX (informazioni), guidato dalla marchesa Eleonora Tanari, il cui personale effettuava visite a domicilio e raccoglieva informazioni sulle donne che cercavano lavoro presso gli stabilimenti militari, in particolare il Pirotecnico, l’arsenale di Casaralta e il Laboratorio indumenti militari (Nota 67). Il criterio di scelta – dietro consiglio delle autorità militari – fu quello di aiutare le donne più bisognose e fra queste, in particolar modo, le appartenenti alle famiglie dei richiamati alle armi, ma anche le vedove dei caduti in guerra e le mogli dei militari feriti gravemente; non venivano tralasciate però indagini anche sulla “moralità” delle famiglie (Nota 68). All’inizio del 1916 l’Ufficio aveva raccolto informazioni su 2.600 donne, le quali sarebbero aumentate a 9.000 alla fine del conflitto (Nota 69); sempre nel corso del 1916 l’Ufficio tentò di fornire alle donne in cerca di impiego anche un’istruzione professionale nelle operazioni di tornitura, al fine di favorirne l’ingresso negli stabilimenti per il munizionamento. Intorno alla metà del 1917 l’Ufficio pirotecnico cessò di funzionare, poiché, vista la grande richiesta di forza lavoro, i criteri di selezione del personale furono notevolmente allentati (Nota 70). Per gli stabilimenti del munizionamento, cresciuti a dismisura durante il conflitto, le forme di selezione delle assunzioni furono abbandonate, almeno fino al 1918.
L’ultimo ufficio da analizzare, forse il più complesso fra quelli della sezione femminile, è l’Ufficio X (lavoro), incentrato sulla realizzazione degli indumenti militari. La preparazione di indumenti militari e di altri oggetti di corredo per le truppe fu un’attività concepita, fin dalle prime fasi della guerra, come uno strumento attraverso cui lo Stato poteva erogare forme di sussidio supplementari alle famiglie dei militari (Nota 71). Fu costituita una Commissione centrale per gli indumenti militari, con lo scopo di coordinare le iniziative sorte a livello locale. In una circolare ai prefetti dell’agosto del 1915, il suo presidente, Barzilai, invitava a costituire commissioni a livello provinciale, con il preciso obiettivo di coinvolgere massicciamente le donne. Tale compito, a Bologna, venne affidato al Comitato di azione civile e in particolare all’Ufficio X della sezione femminile. Fin dall’inizio della guerra questo funzionava sotto la presidenza di Tina Livi e si occupava della confezione di indumenti per le truppe ma con un carattere esclusivo di beneficienza; presto fu diviso in due sezioni ben distinte: il laboratorio gratuito, di cui era direttrice la Livi, il quale funzionava a un livello prettamente domestico (Nota 72), e il laboratorio a pagamento, presieduto dalla contessa Camilla Beccadelli Isolani. Stando ai documenti del Comitato di azione civile, il laboratorio della contessa Isolani si staccò dall’Ufficio centrale e sviluppandosi autonomamente, dopo il ritiro di Tina Livi, riuscì a radunare sotto di sé tutte le competenze dell’Ufficio X (Nota 73).
Il laboratorio a pagamento prese il nome di Laboratorio indumenti militari; nacque da una scuola di pizzi cittadina, la Punto Bologna, e per volontà del Comitato di azione civile fu composto interamente da manodopera femminile. Il 1º dicembre del 1916 il Laboratorio ricevette il crisma ufficiale ed entrò a far parte del corpo delle istituzioni dell’Azione civile. Iniziò i propri lavori con quattro operaie interne e 600 esterne, ma alla fine della guerra le lavoratrici aumentarono a 250 all’interno del laboratorio cittadino e a circa 12.000 nelle fabbriche esterne alla città e nei 79 comuni della provincia (Nota 74). Il Laboratorio ebbe quattro sedi diverse: il locale del Laboratorio pizzi Scuola Beccadelli Isolani, presso la Società di previdenza e assistenza; il Palazzo Isolani; i locali dell’Istituto Venturoli, in via Centotrecento e infine la sede in via Falegnami (Nota 75).
Il personale operaio veniva reclutato tra le donne più bisognose della città e dei dintorni; la direzione del Laboratorio assumeva le operaie tra coloro che avessero fatto richiesta di lavoro all’Ufficio informazioni della sezione femminile e il personale interno veniva scelto fra le donne distintesi anche per capacità lavorativa. Dopo Caporetto le selezioni si allentarono e si assunsero tutte le donne profughe richiedenti lavoro, tra le quali venivano comunque privilegiate quelle più bisognose, con parenti richiamati alle armi e quelle più adatte alle lavorazioni del Laboratorio (Nota 76).
Le ordinazioni dei lavori venivano assunte per contratto con i vari enti militari o dalla Commissione provinciale di Bologna, dalla quale provenivano le richieste dello Stabilimento di riserva vestiario e equipaggiamenti di Milano tramite il locale comando del Corpo d’armata. I lavori assunti dal Laboratorio erano di duplice natura: a) confezione di indumenti nuovi: indumenti del corredo militare, sacchi, pagliericci, lenzuola, briglie per le cassette di munizioni, sacchetti di garza per proiettili di artiglieria, occhiali protettori, maglie, calze, corazze, panciere ecc.; b) riadattamento di indumenti usati, raccolti sul campo di battaglia o negli ospedali da campo, disinfettati e lavati allo stabilimento militare di Borgo Panigale.
Il personale interno preparava il lavoro che sarebbe stato poi affidato alle operaie esterne; esso riguardava il taglio e la stiratura delle stoffe. Ogni reparto tagliatrici era soggetto a un’operaia capo sala, la quale era responsabile del lavoro eseguito sotto la sua sorveglianza e teneva nota dei capi realizzati durante la giornata. A fine giornata, ogni tagliatrice doveva rendere conto, alla propria capo sala, del lavoro compiuto, e quest’ultima a sua volta ne riferiva all’amministrazione, alla quale doveva comunicare sia la quantità degli indumenti realizzati che le operazioni di pagamento per ogni operaia tagliatrice (le operaie venivano pagate a cottimo) (Nota 77). Ogni lavoratrice era munita di un libretto personale in cui l’amministrazione annotava il nuovo lavoro consegnato e il lavoro compiuto. Ogni otto giorni le operaie cucitrici esterne ritiravano le stoffe per la fase successiva di lavorazione. Il lavoro finito, consegnato dal personale esterno, veniva poi controllato e collaudato; il pagamento avveniva dopo l’approvazione del prodotto e la registrazione della somma dovuta. Oltre al pagamento del lavoro compiuto veniva registrato anche il nuovo quantitativo affidato, da consegnare la settimana successiva. Terminate le operazioni di collaudo interno, gli indumenti venivano confezionati e depositati nei magazzini per ricevere poi l’approvazione dell’autorità militare. Gli indumenti rifiutati al collaudo interno venivano riparati da un settore speciale del personale.
Per quanto riguarda i lavori di riadattamento di indumenti o attrezzature usate, venivano impiegate donne anziane e bambine. Gli indumenti usati, abbandonati sul campo di battaglia, venivano prima disinfettati, scuciti e riparati in laboratorio e poi inviati alle operaie esterne per il riadattamento e la trasformazione (Nota 78). Tutto il materiale era sfruttato al massimo rendimento, tanto che i ritagli di stoffa inutilizzabili venivano tagliati in “quadri” di diverse misure e utilizzati per la pulitura delle macchine utensili delle fabbriche di munizioni (Nota 79).
All’interno del Laboratorio indumenti militari fu istituito, nel marzo del 1917, un Segretariato di fabbrica, sorto per un bisogno particolarmente sentito delle operaie, le quali oltre a trovare nel Laboratorio aiuto materiale, chiedevano anche un sostegno morale. Il Segretariato aveva il compito di assistere le famiglie dei soldati nei rapporti con le autorità civili e militari, facilitando eventuali agevolazioni e forme di assistenza. La sua opera si limitò dapprima al personale interno al Laboratorio e poi si estese a tutta la popolazione della provincia, svolgendo pratiche di varia natura riguardanti esoneri, licenze, pensioni, trasferimenti, sussidi, indennità e matrimoni (Nota 80). Il Segretariato funse spesso anche da ufficio di collocamento, occupandosi delle ammissioni delle operaie nei locali stabilimenti militari; assunzioni che portarono, conseguentemente, al disbrigo delle pratiche necessarie per l’affidamento dei bambini delle operaie agli asili nido del Comitato di azione civile. Nel corso della guerra vennero sbrigate circa 6.600 pratiche, delle quali 3.603 con esito favorevole (Nota 81). Il Segretariato creò anche una piccola biblioteca circolante, ricca di parecchie centinaia di libri, utili per ricreare le operaie interne ed esterne nelle ore di riposo, e un punto vendita di generi alimentari e di beni di prima necessità.
In totale dal gennaio 1916 al 31 dicembre 1918 vennero realizzati dal Laboratorio indumenti militari 1.773.867 capi per commissione dei seguenti enti: il Commissariato militare di Bologna, lo Stabilimento autonomo per le lavorazioni civili, lo Stabilimento di riserva vestiario e equipaggiamenti di Milano, il Laboratorio pirotecnico di Bologna, il 35º reggimento fanteria, la Direzione artiglieria di Bologna e la Direzione del genio. Gli indumenti e gli oggetti in stoffa riadattati furono invece 1.535.181 (Nota 82). Tenendo conto anche dei materiali di casermaggio e di armamento, in totale gli oggetti costruiti e trasformati nel Laboratorio furono 16.496.579 per 6.538.201 metri di stoffa impiegata.
Alla luce di quanto detto emerge un dato incontrovertibile: a Bologna la presenza delle donne durante tutto il conflitto fu costante e determinante. Soltanto grazie alle loro attività, come si è visto attuate in ogni campo, un’ampia parte della popolazione civile riuscì a resistere ai sussulti della guerra. Conoscere quanto da loro fatto è dunque cruciale per capire lo stravolgimento urbano, sociale ed economico causato dalla Grande Guerra, troppo spesso conosciuta soltanto come un susseguirsi, lungo quasi cinque anni, di attacchi, contrattacchi, fango e trincee.

 

Un gruppo di “signore e signorine dedite all’assistenza” donano fiori e ventagli a i feriti

Fonte: Museo Civico del Risorgimento di Bologna ©

 

NOTE:

Nota 1 M. Isnenghi, G. Rochat, La Grande Guerra, il Mulino, Bologna 2014, p. 297. Torna al testo

Nota 2 A. Gibelli, La Grande Guerra degli italiani 1915-1918, Rizzoli, Milano 2014, p. 174. Torna al testo

Nota 3 Ibidem. Torna al testo

Nota 4 M. Carrattieri, Fronti interni. Territori e comunità nella Grande Guerra, in A. Scartabellati, M. Ermacora e F. Ratti (a cura di), Fronti interni. Esperienze di guerra lontano dalla guerra 1914-1918, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 2014, p. VIII. Torna al testo

Nota 5 A. Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, cit., p. 175. Torna al testo

Nota 6 Ivi, pp. 183-184. Torna al testo

Nota 7 Ibidem. Sulla manodopera femminile cfr. S. Peli, La classe operaia nella Grande guerra, in M. Isnenghi (a cura di), Operai e contadini nella Grande Guerra, Cappelli, Bologna 1992, pp. 237-248 e la parte I di S. Peli sulla nuova classe operaia in guerra in A. Camarda, S. Peli, L’altro esercito. La classe operaia durante la prima guerra mondiale, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 21-56. Torna al testo

Nota 8 A. Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, cit., p. 184. Torna al testo

Nota 9 M. Isnenghi, G. Rochat, La Grande Guerra, cit., p. 336. Torna al testo

Nota 10 S. Bartoloni, Italiane alla guerra. L’assistenza ai feriti 1915-1918, Marsilio, Venezia 2003, pp. 124-125. Torna al testo

Nota 11 A. Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, cit., p. 201. Torna al testo

Nota 12 Ivi, p. 203. Torna al testo

Nota 13 Sulla mobilitazione delle donne nella Grande Guerra cfr. A. Molinari, Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra, il Mulino, Bologna 2014. Torna al testo

Nota 14 A. Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, cit., p. 197. Torna al testo

Nota 15 Queste nuove figure femminili in divisa alludono palesemente al movimento e a una trasformazione di ruolo: M. Isnenghi, G. Rochat, La Grande Guerra, cit., p. 336. Torna al testo

Nota 16 Ibidem. Tra i dati censuari del 1911 e del 1921 risulta che, tranne nell’industria, in tutti gli altri settori (trasporti e comunicazione, commercio, banche e assicurazioni, amministrazione pubblica e privata, professioni e arti liberali) la presenza di manodopera femminile aumentò in cifre assolute. Nei trasporti e soprattutto nelle banche e nelle assicurazioni la manodopera femminile passò dal 3,5% al 11,4%; nell’amministrazione e nelle professioni dal 4,7% al 12,9%. Torna al testo

Nota 17 N. S. Onofri, La Grande Guerra nella città rossa. Socialismo e reazione a Bologna dal ’14 al ‘18, Edizioni del Gallo, Milano 1966, p. 148. Torna al testo

Nota 18 «La Vita Cittadina», 5 (maggio 1915), pp. 7-8. Torna al testo

Nota 19 N. S. Onofri, La Grande Guerra nella città rossa, cit., p. 149. Torna al testo

Nota 20 Ibidem. Torna al testo

Nota 21 «La Vita Cittadina», 6 (giugno 1915), p. 1. Torna al testo

Nota 22 Ibidem. Torna al testo

Nota 23 Ivi, p. 3. Torna al testo

Nota 24 Ibidem. Secondo il Decreto Luogotenenziale n. 873 del 13 giugno 1915, le famiglie bolognesi che avevano cura dei figli dei richiamati alle armi, erano invitate a presentare una domanda con la quale specificare il tipo di aiuto richiesto dopo aver specificato che genere di sussidio era già stato accordato loro dallo Stato, dai comitati o dagli enti locali. Per richiedere ulteriori aiuti era necessario lo stato di famiglia, il luogo di abitazione dove era accudito il bambino. Vennero prese in considerazione anche domande per figli naturali o illegittimi e in ogni caso per i bambini che vivevano a carico di militari alle armi. Potevano essere accolte solo domande «per i figli di famiglie in grado di dimostrare di avere avuto speciale e grave danno dallo stato di guerra». Notizie contenute in Biblioteca-Archivio del Museo del Risorgimento di Bologna (d’ora in avanti MRBO), Fondo BG2, Manifesti bolognesi prima guerra mondiale 1914-1918, b. 1 (gennaio-dicembre), manifesto n. 41/2, Il prefetto della provincia di Bologna. Per l’assistenza dell’infanzia nel Comune di Bologna, 5 agosto 1915. Torna al testo

Nota 25 «La Vita Cittadina», 6 (giugno 1915), p. 3. Gli educatori vennero istituiti a Villa Aldini, S. Ruffillo, Pescarolo, Corticella, Arcoveggio e Cà dei Fiori ma anche in via S. Isaia, via Saffi, via Irnerio (collegio S. Marta), via Orfeo (Scuola professionale femminile) e nell’Istituto Aldini Valeriani. Gli asili vennero invece istituiti a Corticella, Cà dei Fiori, Arcoveggio, Pescarolo, S. Viola, S. Giuseppe e S. Ruffillo. Torna al testo

Nota 26 Ibidem. Torna al testo

Nota 27 Ivi, p. 38. Torna al testo

Nota 28 Ivi, p. 40. La permanenza dei bambini negli educatori durava dalle 8.00 fino alle 18.00. Torna al testo

Nota 29 Ivi, p. 41. Torna al testo

Nota 30 Ibidem. Torna al testo

Nota 31 Ibidem. Torna al testo

Nota 32 F. Degli Esposti, Mobilitazione e militarizzazione della società civile durante la prima guerra mondiale: il caso di Bologna, in P. Del Negro, N. Labanca, A. Staderini (a cura di), Militarizzazione e nazionalizzazione della storia d’Italia, Unicopli, Milano 2005, p. 136. Torna al testo

Nota 33 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VIII (1-100), fasc. 98, Situazione finanziaria al 3 dicembre 1919 e liquidazione della situazione finanziaria del Comitato bolognese di Azione civile, cit., p. 7. Nel gennaio del 1915 il consiglio direttivo della Federazione femminile emiliana, il quale vedeva emergere la figura di Carolina Isolani fu chiamato dal marchese Tanari a formare la quinta sezione del Comitato. Torna al testo

Nota 34 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VII (1-87), fasc. 67, L’opera di una donna nel periodo di guerra. 1915-1918, Stabilimenti Poligrafici Riuniti, Bologna 1919, pp. 12-13. Torna al testo

Nota 35 Ibidem. Torna al testo

Nota 36 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. I (1-66), fasc. 34, Comitato di Azione Civile di Bologna. Situazione finanziaria al 28 febbraio 1918, Tip. Paolo Neri, Bologna 1918, p. 13. Torna al testo

Nota 37 Ibidem. Torna al testo

Nota 38 Ibidem. Torna al testo

Nota 39 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VIII (1-100), fasc. 98, Situazione finanziaria al 3 dicembre 1919 e liquidazione della situazione finanziaria del Comitato bolognese di Azione civile, Tip. Paolo Neri, Bologna 1919, p. 12. Torna al testo

Nota 40 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VII (1-87), fasc. 67, L’opera di una donna nel periodo di guerra, cit., p. 17. Torna al testo

Nota 41 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VIII (1-100), fasc. 98, Situazione finanziaria al 3 dicembre 1919 e liquidazione della situazione finanziaria del Comitato bolognese di Azione civile, cit., p. 12. Torna al testo

Nota 42 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. I (1-66), fasc. 34, Comitato di Azione Civile di Bologna. Situazione finanziaria al 28 febbraio 1918, cit., p. 13. Torna al testo

Nota 43 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VIII (1-100), fasc. 98, Situazione finanziaria al 3 dicembre 1919 e liquidazione della situazione finanziaria del Comitato bolognese di Azione civile, cit., p. III. Torna al testo

Nota 44 Uno di questi fu l’Aiuto materno del S. Orsola. Torna al testo

Nota 45 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VII (1-87), fasc. 67, L’opera di una donna nel periodo di guerra, cit., p. 21. Torna al testo

Nota 46 L. Gaudenzi, La Grande guerra e il fronte interno attraverso le carte dell'Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, in «Storia e Futuro», 41 (2016) (http://storiaefuturo.eu/la-grande-guerra-e-il-fronte-interno-attraverso-le-carte-dellufficio-per-notizie-alle-famiglie-dei-militari-di-terra-e-di-mare/). Torna al testo

Nota 47 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VIII (1-100), fasc. 98, Situazione finanziaria al 3 dicembre 1919 e liquidazione della situazione finanziaria del Comitato bolognese di Azione civile, cit., p. 27. Torna al testo

Nota 48 Ivi, p. 22. Torna al testo

Nota 49 Ibidem. Torna al testo

Nota 50 Ivi, p. 23. I corsi vennero tenuti all’Ospedale militare S. Leonardo ma anche all’Istituto Rizzoli, al S. Croce e al Pascoli; questi ultimi sovvenzionati dal Comitato Pro-Mutilati e dal municipio di Bologna. I laboratori vennero istituiti al S. Leonardo, all’Istituto Rizzoli – dove si realizzavano delle collane con perle veneziane, oggetti in legno intagliato e in terracotta –, all’Istituto De Amicis – dove i soldati si dilettavano nella costruzione di scatole, ceste, cartelle e penne – e all’Istituto S. Croce, in cui si realizzavano lavori di scultura, di fabbricazione di mobili e lavori di intaglio di ferro e legno. Un laboratorio del tutto particolare fu quello dedicato ai soldati ciechi e istituito all’Ospedale oftalmico. Torna al testo

Nota 51 Ibidem. Torna al testo

Nota 52 Ivi, p. 9. Torna al testo

Nota 53 Ivi, p. 17. Torna al testo

Nota 54 Ivi, p. 18. Torna al testo

Nota 55 Ivi, p. 19. Il Pro-Esercito ebbe dapprima la denominazione di Comitato Pro-Scaldarancio, perché il suo scopo era principalmente la confezione degli scalda-rancio di carta alla paraffina, utili nelle trincee per scaldare i soldati e per cuocere il cibo. Torna al testo

Nota 56 L’attrezzatura antiparassitaria, per la quale si ebbero molte richieste, veniva spedita in casse per mezzo dell’Ufficio doni o per pacco postale direttamente al soldato che ne faceva domanda. Nel luglio e agosto 1918 vennero confezionate 750 zanzariere che furono spedite ad alcuni raparti del basso Piave. Torna al testo

Nota 57 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VIII (1-100), fasc. 98, Situazione finanziaria al 3 dicembre 1919 e liquidazione della situazione finanziaria del Comitato bolognese di Azione civile, cit., p. 19. Torna al testo

Nota 58 Veniva data assistenza anche ai militari in licenza appartenenti alle terre invase e provenienti dal fronte. Torna al testo

Nota 59 Ivi, p. 28. In totale i capi prodotti nel corso della guerra dal laboratorio indumenti per i profughi furono circa 21.854, per una spesa di 58.079 lire. Torna al testo

Nota 60 Ivi, p. 9. Torna al testo

Nota 61 Ibidem. Torna al testo

Nota 62 F. Degli Esposti, Mobilitazione e militarizzazione della società civile, cit., p. 146. Torna al testo

Nota 63 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VIII (1-100), fasc. 98, Situazione finanziaria al 3 dicembre 1919 e liquidazione della situazione finanziaria del Comitato bolognese di Azione civile, cit., p. III. Torna al testo

Nota 64 Ibidem. Torna al testo

Nota 65 Ibidem. In base allo Statuto gli utili furono ripartiti nel seguente modo: 1.170.500 lire alle officine quale compartecipazione di utili e 567.250 lire al Comitato di munizionamento da erogarsi in favore delle varie istituzioni di previdenza di guerra. Delle 567.250 lire il Comitato ne erogò: 267.143 a favore del Comitato di azione civile, della Casa di rieducazione per mutilati, della Croce rossa e delle Istituzioni di previdenza di guerra dei comuni nei quali le officine avevano sede e proporzionalmente alla loro produzione; 200.000 ai profughi dopo la ritirata di Caporetto e 10.000 a favore delle province invase. Torna al testo

Nota 66 F. Degli Esposti, Mobilitazione e militarizzazione della società civile,cit., p. 147. Torna al testo

Nota 67 Ibidem. Torna al testo

Nota 68 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VIII (1-100), fasc. 98, Situazione finanziaria al 3 dicembre 1919 e liquidazione della situazione finanziaria del Comitato bolognese di Azione civile, cit., p. 10. Torna al testo

Nota 69 Ivi, p. 28. Torna al testo

Nota 70 F. Degli Esposti, Mobilitazione e militarizzazione della società civile, cit., p. 148. Torna al testo

Nota 71 Ibidem. Torna al testo

Nota 72 MRBO, Fondo Grande Guerra 1914-18, cart. VIII (1-100), fasc. 98, Situazione finanziaria al 3 dicembre 1919 e liquidazione della situazione finanziaria del Comitato bolognese di Azione civile, cit., p. 10. Nonostante la natura artigianale del laboratorio di Tina Livi, questo riuscì a produrre fino alla fine del 1916, quando venne assorbito dall’Ufficio indumenti militari, circa 5.400 indumenti per i soldati e 10.889 indumenti per gli ospedali con il contributo di operaie volontarie e di anziane signore. Torna al testo

Nota 73 Ibidem. Torna al testo

Nota 74 Ivi, p. 13. Torna al testo

Nota 75 Ibidem. Torna al testo

Nota 76 Ibidem. Negli stabilimenti del Laboratorio, interni ed esterni alla città, furono ammesse oltre 300 donne profughe. A favore dei profughi il Laboratorio contribuì anche con il rifornimento di vestiario ai vari comitati cittadini, confezionando gratis molti indumenti: 1.404 capi di biancheria, 122 di vestiario, 121 coperte da letto, 35 vestiti per bambini. Torna al testo

Nota 77 Ibidem. Torna al testo

Nota 78 Ivi, p. 14. Torna al testo

Nota 79 Ibidem. Torna al testo

Nota 80 Ibidem. Torna al testo

Nota 81 Ibidem. Torna al testo

Nota 82 Ivi, p. 16. Torna al testo

 

Questo contributo si cita: V. Banco, La mobilitazione femminile a Bologna (1915-1918), in «Percorsi Storici», 4 (2016) [www.percorsistorici.it]

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