Barbara De Angelis, Fabiola Del Vecchio, Ana Maria Montenegro, Philipp Botes, Conoscere e agire: percorsi partecipati per rompere il circolo della violenza di genere. L'esperienza delle donne boliviane

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Barbara De Angelis, Fabiola Del Vecchio, Ana Maria Montenegro, Philipp Botes

Conoscere e agire: percorsi partecipati per rompere il circolo della violenza di genere. L'esperienza delle donne boliviane 

 

1. Introduzione

La violenza contro le donne è un fenomeno radicato ancora profondamente nella società boliviana. Si tratta di una chiara violazione dei diritti umani scaturita dalla cultura maschilista e patriarcale che vede le donne sottomesse e subalterne (Nota 1). Tale fattore socio-culturale "giustifica" e alimenta, insieme alla violenza, l’intero apparato della disuguaglianza di genere, come la mascolinizzazione degli spazi pubblici, l’uso di un linguaggio sessista, l’imposizione di ruoli secondari assegnati dalla società alle donne. Tuttavia, a livello sociale, si assiste ad un importante cambiamento che scavalca il silenzio e l’incomprensione caratterizzante, in molte occasioni, il fenomeno della violenza maschile sulle donne, tanto che oggi si tende a respingere socialmente tale fenomeno riconoscendolo di fatto come un grave problema da affrontare.
In base ai dati forniti dal Cidem (Nota 2), La Paz, Cochabamba e Santa Cruz risultano essere le regioni della Bolivia dove la violenza di genere è più diffusa: da gennaio ad ottobre del 2014 sono state uccise 169 donne in tutto il paese, di cui 128 nelle regioni su nominate (Nota 3). Per quanto riguarda il primo trimestre del 2015, secondo i dati forniti dalla Fuerza Especial de Lucha Contra la Violencia (Felcv), sono state presentate 8.000 denunce per violenza di genere di cui il 70% (5.600) per violenza domestica e familiare (Nota 4).
Dal punto di vista istituzionale, il fenomeno della violenza sulle donne è stato affrontato con la promulgazione della Legge Integrale per una vita libera dalla violenza (Nota 5) che si approfondirà più avanti.
La graduale presa di coscienza rispetto al fenomeno e l’attuazione di nuove misure legislative nascono da un lungo cammino di lotte e resistenza percorso dalle donne boliviane tra i secoli XlX e XX che le ha viste protagoniste di battaglie per i diritti civili e nella costruzione di una cittadinanza finalmente inclusiva delle differenze. Un percorso ancora in costruzione ogni giorno, passo dopo passo, per rendere concrete ed effettive quelle libertà che consentono oggi l’autodeterminazione e la partecipazione delle donne alla vita civile (Nota 6).

 

2. Il percorso storico dei movimenti femminili e femministi

Parlare delle donne boliviane significa riscattare e valorizzare la loro attiva partecipazione in tutte le lotte che hanno caratterizzato la convulsa e complessa storia della Bolivia, significa quindi conoscere quali sono state le diverse forme organizzative che esse hanno adottato nei differenti processi storici.
Se fin dagli albori delle lotte per l’indipendenza, collocabili fra la fine del secolo diciottesimo e gli anni Venti del diciannovesimo, emergono i nomi di Bartolina Sisa, Gregoria Apaza e Juana Azurduy fra coloro che hanno dato un contributo attivo per la liberazione dall’oppressione spagnola, occorre attendere la seconda metà dell’Ottocento per incontrare la figura considerata la vera pioniera del movimento femminista in Bolivia, Adela Zamudio (1854-1928) (Nota 7), scrittrice, poetessa, pittrice ed insegnante, fondatrice della prima scuola per pittrici e della prima scuola laica, iniziative attraverso le quali ribadiva concretamente le sue idee riguardo all’educazione delle donne ed al laicismo.
Contemporaneamente alla sua passione per l’insegnamento e alla sua attività letteraria, Adela Zamudio realizzò una significativa attività socioculturale a favore dell’emancipazione intellettuale e sociale delle donne e promosse l’uguaglianza dei diritti tra donne e uomini (Nota 8).
Nel corso del XX secolo occorre evidenziare una serie di tappe particolarmente significative in merito alla presa di parola da parte di gruppi organizzati di donne; fra queste, di seguito, si elencano le principali.
Nel 1923 fu fondato a La Paz l’Ateneo Femenino, una società femminile autonoma, tra le cui finalità c’era lo studio dei problemi sociali, in maniera particolare di quelli che riguardavano la condizione civile e giuridica delle donne.
Nel 1927 nacque la Federazione operaia femminile (Fof) che raggruppava diverse organizzazioni e sindacati di donne indigene dell’area urbana – operaie, artigiane, commercianti, domestiche, venditrici ambulanti – che avevano come base ideologica la comune appartenenza ad organizzazioni anarchiche.
Nel 1929 l'Ateneo Femeninoconvocò la Convenzione femminile, nella quale si svilupparono le basi ideologiche dell’istituzione, tra le quali: l’emancipazione femminile, il diritto di possedere un documento di identità, il diritto a disporre della propria eredità. Veniva inoltre denunciata l’ideologia patriarcale come responsabile delle guerre e dei conflitti in tempo di pace (Nota 9).
Questa Convenzione, grazie alla partecipazione delle donne della Fof, mise, infine, in evidenza la diversità d’impostazione delle lotte nell’universo femminile boliviano. Alle donne intellettuali, di classe media ed alta, infatti, interessavano il diritto al voto, l’emancipazione e l’indipendenza economica, mentre le donne della Federazione operaia – molte delle quali indigene provenienti dalle zone rurali – rivendicavano il diritto all’educazione, la giornata lavorativa di otto ore. In questo periodo apparvero diverse riviste femministe: «Feminiflor», «Eco Femenino», «Indice», «Nosotras», dove venivano proposti argomenti quali il divorzio (Nota 10), il diritto al voto, all’educazione.
Grazie alle battaglie condotte dall’Ateneo femminile, nel 1936 fu promulgata la legge che istituiva il divorzio.
Nel 1944 il governo adottò misure di grande importanza che raccoglievano il lavoro svolto dalle organizzazioni femminili e femministe per rafforzare il diritto alla cittadinanza attiva; tali misure comprendevano, tra le altre, il diritto delle donne d’inoltrare pratiche senza la previa autorizzazione del marito, la legalità delle unioni di fatto così come i diritti dei figli naturali e l’uguaglianza dei coniugi.

 

3. Le tappe fondamentali

Nel 1945 il Comitato delle donne, costituito dall’Ateneo Femenino, dalla Federazione Boliviana de Empleadas Católicas (che riuniva le domestiche di orientamento cattolico), dalla Asociación Indígena Católica e dal Centro politico di donne socialiste, chiese al governo il riconoscimento dei diritti civili e politici, l’uguaglianza dei salari e l’accesso libero all’educazione superiore.
Nello stesso anno, le donne alfabetizzate ottennero il diritto al voto nell’ambito delle elezioni municipali. Fra il 1947 ed il 1949 venne riconosciuto alle donne il diritto di voto attivo e passivo e diverse furono elette oltre che come consigliere anche come sindaca. È il caso di Alcira Senzano che fu la prima donna ad essere eletta prima cittadina della regione di Santa Cruz.
Questi risultati significarono sicuramente un importante passo in avanti compiuto dai movimenti; tuttavia si rendeva necessario continuare nella battaglia per i diritti, primo fra tutti l’estensione universale del diritto al voto fino a questo momento riservato solo alle donne istruite, che si ottenne con la Rivoluzione nazionale del 1952.
Tale rivoluzione costituisce una tappa fondamentale nella storia contemporanea della Bolivia poiché produsse un cambiamento profondo del paese attraverso la nazionalizzazione delle miniere, la riforma agraria ed il suffragio universale che ampliò il diritto di cittadinanza politica a tutte le donne e alla popolazione indigena del paese (Nota 11).
Questo processo vide come protagoniste le Barzolas, un gruppo di donne del Movimento nazionalista rivoluzionario che decisero di ricordare attraverso il proprio nome Maria Barzola, un’operaia delle miniere uccisa nel 1942 mentre lottava con i minatori per la rivendicazione dei loro diritti. Le Barzolas proclamarono lo sciopero della fame chiedendo l’amnistia politica che diede un forte slancio al loro partito fino a vincere le elezioni; un risultato che però non venne riconosciuto dal governo in carica e che sbocciò nella Rivoluzione nazionale del 1952. Tra queste donne c’era Lidia Gueiler Tejada che fu presidente ad interim della Bolivia nel periodo di transizione alla vita democratica del paese, dal novembre del 1979 al luglio del 1980, quando fu deposta da un colpo di stato militare (Nota 12).
Nel periodo della dittatura militare – siamo agli anni Settanta – un’altra donna si distinse per le sue lotte sindacali nel Comité de Amas de Casa de Siglo XX (Nota 13), si tratta di Domitila Barrios de Chungara, che lottò per la rivendicazione dei diritti dei minatori e sopravvisse al massacro dei minatori perpetrato dal governo militare nel 1967. Nel 1975 Domitila partecipò in Messico all’Anno internazionale della donna e fece conoscere a livello internazionale la sua posizione di lotta dichiarando, con le parole e il suo agire, che la liberazione delle donne era legata fondamentalmente alla liberazione socioeconomica, politica e culturale del popolo (Nota 14).
Nel 1979, durante la dittatura del presidente Banzer, insieme ad altre quattro donne del Comité, Luzmila Rojas, Angélica Romero, Aurora Villarroel y Nelly Collque, Domitila Barrios de Chungara indisse uno sciopero della fame chiedendo l’amnistia politica, la liberazione dei dirigenti minatori ed il ritorno alla democrazia. A loro si unirono altre personalità e diversi movimenti. L’azione ottenne la concessione delle richieste fatte e la fine della dittatura.
Sempre nel 1979, fu fondata la Federazione democratica delle donne della Bolivia (Fedembol) con lo scopo di favorire il dialogo e unificare l’esperienza di quante sostenevano l’esigenza di condividere con gli uomini la lotta politica per l’ottenimento dei diritti del lavoro e di quante invece ritenevano necessario mantenere separati i percorsi poiché altre erano le esigenze specifiche del femminismo a partire dall’urgente bisogno di emancipazione. Col sopraggiungere della crisi economica, la Federazione optò per operare in due direzioni, promuovendo attività di formazione al lavoro e al contempo progetti centrati su problematiche specifiche avanzate dalle donne.
Se tutto questo avviene nell’Occidente boliviano, nell’oriente la situazione è decisamente diversa, poiché i gruppi di donne organizzati si mossero nell’ambito conservatore, tanto che nel periodo che va dagli anni Cinquanta agli Ottanta, si riunirono attorno al Comitato civico femminile (Ccf) in appoggio a quello maschile. La loro principale lotta, attraverso marce e scioperi, ebbe come obiettivo quello di poter gestire regionalmente i tributi legati allo sfruttamento del petrolio. Inoltre, si opposero alla realizzazione della riforma agraria, poiché ritenevano che avrebbe danneggiato i loro interessi di donne appartenenti alla classe alta latifondista. Il Ccf, infine, appoggiò i colpi di stato perché riteneva che i militari garantissero la lotta contro il comunismo ateo (Nota 15).
Negli anni Ottanta, con il ritorno della democrazia e dopo un lungo e progressivo processo di organizzazione delle donne indigene contadine, nacque la Federazione nazionale delle donne contadine della Bolivia “Bartolina Sisa” (Fnmb-BS) che, oltre a organizzare e formare le donne dell’area rurale, promuoveva la loro partecipazione attiva nelle rivendicazioni sociali, economiche e politiche. La forte connotazione andina (Nota 16) della Federazione non impedì che questa diventasse un punto di riferimento anche per le donne indigene dell’oriente boliviano, le quali a poco a poco aprirono spazi di partecipazione all’interno della Centrale indigena dell'Oriente boliviano (Cidob) fino ad occupare ruoli dirigenziali anche nell’ambito nazionale.
Nel decennio successivo, gli anni Novanta, le donne boliviane, progressivamente influenzate dal crescente sviluppo dei movimenti femministi nel continente, si sono raggruppate intorno a Ong e settori accademici progressisti (Nota 17). Erano donne che rivendicavano la questione di genere come obiettivo prioritario, la cui visione nasceva dalla Piattaforma di Pechino – ovvero il documento finale della IV Conferenza mondiale sulle donne tenutasi a Pechino nel 1995 – che inseriva l’approccio di genere all’interno delle politiche di sviluppo (Nota 18). In questi anni è stata istituita la Sottosegreteria di genere ed in tempi più recenti il viceministero delle Pari opportunità che nel 2008 ha proposto il Piano Nazionale per le Pari Opportunità denominato “Donne che costruiscono la Nuova Bolivia per il Vivir Bien” (Nota 19).
L’incorporazione dell'ottica di genere nelle politiche pubbliche ha dato vita anche alla promulgazione di diverse leggi promosse dalle organizzazioni di donne, fra queste, nel 1995 la legge contro la violenza familiare o domestica, e nel 1997 la riforma del regime elettorale che ha istituito la rappresentanza minima delle donne in Parlamento.
Tuttavia il modello di femminismo delle Ong è stato anche fortemente attaccato. È accaduto, ad esempio, con il movimento femminista Mujeres Creando, gruppo nato nel 1992 con una forte connotazione anarchica, il quale critica la "tecnocrazia di genere" che avrebbe “omogenegizzato” le diverse organizzazioni sminuendone la forza e l’orizzonte di lotta; detta tecnocrazia rischia di ridurre il contenuto della lotta includendolo all’interno del progetto egemonico: questa sarebbe “l’idea più perversa e conservatrice di fronte alle lotte femministe nel mondo” (Nota 20).
Ciò che viene fortemente contestato è dunque quello che viene definito “l'addomesticamento” del femminismo e la resa al patriarcato, infatti Mujeres Creandosostiene l’urgenza di combattere per recuperare l’agenda femminista e la soggettività sociale e politica delle donne, rompendo la gabbia delle pari opportunità e dell’inclusione. Occorre insomma, per dirla con le parole di Maria Galindo, una delle fondatrici del movimento, depatriarcalizzare per decolonizzare.

 

3.1. I passi avanti compiuti con la nuova Costituzione

Il XXI secolo costituisce per la Bolivia una tappa storica. Si avvia un processo di cambiamento socio-politico, sorto come conseguenza delle ribellioni popolari che contestano fortemente il neoliberismo, le sue politiche di riforme e gli aggiustamenti strutturali; tutto ciò, infatti, ha provocato nel paese l’aumento di povertà, diseguaglianze, discriminazioni e sfruttamento. I protagonisti delle diverse lotte in questo secolo sono i movimenti sociali ed i popoli indigeni; vale la pena menzionare a questo proposito le denominate “Guerra dell'acquadel 2000 e la “Guerra del gas”del 2003 a difesa dei beni comuni, contro le privatizzazioni e per la ridistribuzione della ricchezza. Di grande rilevanza sono le marce dei popoli indigeni che chiedono una nuova Assemblea costituente che trasformi il Paese riconoscendo il diritto alla terra e all’autodeterminazione. Le diverse richieste confluiscono nella così denominata “Agenda di ottobre” del 2003 fortemente antineoliberista, antisistemica e anticoloniale. Le lotte provocano: la fuga del Presidente Sanchez de Lozada, due presidenze ad interim e finalmente le nuove elezioni vinte, nel 2005, da Evo Morales Aima, il dirigente dei sindacati dei produttori di coca che accoglie l’Agenda e la richiesta di una a nuova Costituente.
Nel 2006 viene convocata l’Assemblea costituente alla quale partecipano 88 donne su un totale di 255 rappresentanti, scelte, dalle loro comunità e dalle organizzazioni di appartenenza, tra coloro che erano state in prima fila nelle ribellioni contro le misure neoliberiste.
Nel febbraio del 2009 viene promulgata la nuova Costituzione politica dello Stato (Cpe) che: incorpora nel testo le proposte delle lotte sociali dei popoli indigeni, contadini e afroboliviani; assume la proposta dei movimenti sociali dichiarando l’acqua un diritto umano; riconosce le risorse naturali come proprietà del popolo boliviano e quindi la giusta ridistribuzione delle ricchezze. Inoltre riconosce i diritti delle donne, integra i criteri di genere lungo il testo costituzionale e accredita: i diritti sessuali e riproduttivi; l’uguale remunerazione per uguale lavoro; il diritto alla partecipazione politica (Nota 21); il diritto all’accesso alla terra e quello fondamentale di vivere libere dalla violenza (Nota 22).

 

3.2. La legge per il contrasto al fenomeno della violenza di genere

In questo ampio quadro di aggiornamento legislativo, per quanto riguarda il tema della violenza sulle donne, viene promulgata nel 2012 la Legge integrale contro la tratta e traffico di persone (L. 263); è invece del marzo del 2013 la Legge integrale per garantire alle donne una vita libera dalla violenza (L. 348).
Tra gli aspetti rilevanti della legge possiamo sintetizzare i seguenti:

  • Lo sradicamento della violenza viene enunciato come tema di priorità nazionale e come problema di salute pubblica. Si dà grande rilevanza alla prevenzione, alla protezione delle donne in situazioni di violenza e alle sanzioni per gli aggressori.
  • Il testo riconosce sedici forme di violenza che dovranno essere considerate nell’ambito penale, fra queste il femminicidio, la molestia sessuale, la violenza familiare o domestica, la sterilizzazione forzata, lo stupro. Inoltre, viene incorporata come delitto contro le donne, poiché molto diffusa, anche la violenza economica.
  • Si stabilisce che i delitti contro le donne sono delitti di azione pubblica, il che prevede che l’inchiesta sarà effettuata d’ufficio dal Pubblico ministero in coordinamento con la Forza speciale di lotta contro la violenza (Felcv).
  • Si sottolinea che in caso di femminicidio non si può configurare l’accusa di omicidio per emozione violenta, eliminando così l’attenuante dell’onore.
  • Viene prevista, già in fase di inchiesta, l’applicazione immediata di misure di protezione per salvaguardare la vita, l’integrità fisica, psicologica e sessuale delle vittime di violenza, nonché i loro diritti patrimoniali, economici, lavorativi, e quelli degli eventuali dipendenti.
  • Si evidenzia che il personale degli enti pubblici, in contatto diretto con la donna in situazione di violenza, deve applicare il principio fondamentale del trattamento degno per evitare loro la rivittimizzazione o vittimizzazione secondaria (Nota 23).

Per quanto riguarda i servizi, la Legge 348 determina:

  • di rafforzare i servizi esistenti assegnando risorse;
  • di creare punti di attenzione nei livelli autonomi dello Stato – come per esempio le Università pubbliche – per le donne in situazione di violenza;
  • l’apertura di Case comunitarie per le donne dell’area rurale;
  • la creazione di servizi per la riabilitazione degli aggressori;
  • l’obbligo per i governi regionali di istituire le Case di accoglienza e rifugio temporale per le donne in situazione di violenza;
  • la creazione della Forza di lotta contro la violenza all’interno del corpo della Polizia per i compiti di prevenzione, soccorso, inchiesta, identificazione e cattura dei responsabili di fatti di violenza contro le donne anche attraverso unità mobili.

L’ente responsabile della applicazione della Legge 348 è il ministero di Giustizia; ad esso compete l’obbligo di coordinare le politiche integrali di prevenzione, attenzione, sanzione e sradicamento della violenza contro le donne.
La legge prevede che il Consiglio della magistratura implementi progressivamente i tribunali per i casi di violenza contro le donne, includendo nei curricula di studi dei giudici corsi di specializzazione in materia di genere, diritti umani e violenza.
Anche i funzionari e le funzionarie degli enti pubblici che offrono servizi di attenzione alle donne in situazione di violenza, devono ricevere una formazione adeguata.
La Legge 348 inoltre proibisce la conciliazione fra la vittima e il suo aggressore anche se in via del tutto eccezionale potrà essere richiesta dalla vittima una volta sola; i funzionari e le funzionarie che di loro iniziativa proporranno la conciliazione saranno sanzionati.
A distanza di più di due anni dalla promulgazione, si verifica che la Legge 348 nella sua applicazione deve ancora essere ottimizzata. Secondo uno studio realizzato dall’Alleanza libere senza violenza e la Comunità dei diritti umani, emerge come si debbano ancora concretizzare maggiori impegni nella formazione e sensibilizzazione del personale addetto al fine di applicare il principio di trattamento degno alle vittime e ai familiari che denunciano i fatti di violenza. Inoltre, lo studio raccomanda al governo centrale e alle istituzioni territoriali autonome di dare priorità alle risorse destinate a rafforzare i servizi dedicati all’attenzione e accoglienza delle vittime di violenza (Nota 24).
Altri pareri critici vengono avanzati da diverse organizzazioni, prima fra tutti la già citata Cidem, che sottolineano come le istituzioni non abbiano compiuto i necessari passi per l’attuazione di quanto previsto dalla Legge, con la conseguenza che l’indice della violenza di genere in Bolivia continua ad essere il più alto dell’America Latina.

 

4. Il contesto socio-culturale, il percorso della ricerca, la proposta progettuale

Alla luce del quadro fin qui delineato emerge come la violenza di genere sia un fenomeno di grandi dimensioni che, sebbene assunto come priorità nazionale, influisce fortemente sulla qualità di vita delle donne e della società.
È emerso inoltre che il più alto grado di coscienza politica caratterizza l’Occidente del Paese, cioè la zona andina, mentre l’Oriente boliviano si distingue per la sua società maggiormente conservatrice e tradizionalista. Qui la cultura patriarcale e maschilista pervade ancor più trasversalmente ogni ambito, tanto che Mujeres Creando, che da qualche anno opera anche a Santa Cruz de la Sierra, la più grande città dell’Oriente, definisce una sfida lavorare in questo contesto dove le stesse istituzioni sono “classiste e omofobiche” (Nota 25).
I dati riguardanti la violenza di genere nella regione di Santa Cruz sono addirittura allarmanti: nel 2014 le denunce per violenza domestica o familiare accolte dalla Felcv ammontano a 6.700 (Nota 26).
In questo quadro sociopolitico, si trova il Municipio di San José, dove si è svolta la nostra ricerca; si tratta di un territorio con circa ventimila abitanti, prevalentemente originari di etnia chiquitana e ayorea (Nota 27), con una rilevante presenza di immigrati della zona andina.
I nuclei familiari appartenenti alle classi sociali più svantaggiate sono prevalentemente monoparentali, composti da donne con una media di sei-otto figli. La sussistenza è legata ad attività informali come il lavoro domestico e altri lavori occasionali, caratterizzati dalla precarietà e da bassi introiti.
Nonostante i passi avanti dovuti alle varie leggi a tutela dei diritti delle donne e dell’infanzia, la cultura fortemente maschilista è ancora diffusa, con importanti conseguenze fra coloro che soffrono per la mancanza di opportunità lavorative e quindi di emancipazione economica a causa di un basso livello d’istruzione. La situazione di povertà viene ancora più aggravata dalla violenza domestica, dalla diffusione dell’alcool e della prostituzione – particolarmente fra i giovani – e da un alto tasso di maternità precoci.
In tale contesto, l’associazione Donne per la solidarietà, insieme al suo omonimo partner locale con cui conduce progetti di cooperazione, riscontra sul campo il problema della violenza di genere come fenomeno diffuso che, oltre ad una pericolosità immediata, comporta una serie di sottili ma pervicaci conseguenze, rivelandosi come fattore limitante il cambiamento personale e sociale delle vittime e determinante le loro scelte formative e lavorative.
Per elaborare una risposta significativa a tale problematica, si è deciso di procedere con una fase di ricerca e raccolta dati a livello nazionale, regionale e locale secondo due prospettive: quantitativamente e qualitativamente rispetto alle tipologie di violenza emerse, ma anche con l’analisi di vari interventi messi in atto da istituzioni e Ong di cui si sono valutate: metodologia, potenzialità e fragilità.
Nello specifico territorio di riferimento, ovvero quello di San José de Chiquitos, un primo contatto si è avuto con l’ufficio del governo locale preposto, lo Slim (Nota 28), ossia il Servizio legale integrale per la donna, presso il quale operano una psicologa e un’avvocatessa che hanno fornito i dati statistici relativi ai casi assistiti nel biennio 2012-2013. Questi hanno evidenziato una crescente tendenza di richieste di assistenza, ma non permettono di comprendere se ad aumentare siano i casi di violenza o piuttosto le denunce dovute ad una maggiore consapevolezza dei propri diritti e ad una volontà di uscire dall’oppressione.
Non si riscontrano, inoltre, informazioni circa i fatti avvenuti a seguito dell’attivazione del servizio e dunque gli esiti del percorso iniziato presso la struttura.
Un altro dato emerso dall’incontro con le operatrici riguarda l’urgenza di una formazione adeguata in merito alla globalità del fenomeno per quanti operano in questo settore, un aggiornamento relativo ai cambiamenti seguiti alla promulgazione del nuovo testo legislativo ed in generale maggiori competenze comunicative.
Il percorso di ricerca applicato al contesto ha permesso di elaborare una proposta progettuale e una serie di interventi per contrastare il problema della violenza maschile sulle donne.
Allo Slim è stata presentata l’idea progettuale di una serie di interventi di contrasto al fenomeno della violenza di genere con la richiesta di collaborare alla promozione e diffusione del progetto, richiesta rispetto alla quale l’ufficio ha manifestato la propria disponibilità.
Successivamente si è proceduto ad incontrare altre realtà associative quali le Organizzazioni territoriali di base (Otb), due associazioni di donne artigiane nonché la Direzione dell’unità educativa permanente Cea (Nota 29).
Anche con loro è stata condivisa, e accolta come positiva e necessaria, l’idea progettuale.
Tanto da parte delle Otb, quanto dal Centro per la formazione permanente e dai gruppi di donne artigiane, è stato assunto l’impegno di diffondere al proprio interno l’iniziativa sostenendo la partecipazione dei propri membri.
In seguito numerosi sono stati gli interventi nel corso di trasmissioni radiofoniche e televisive di emittenti locali per la raccolta di ulteriori dati e non ultimo il volantinaggio sui temi della proposta, nelle zone “più calde” come i mercati, la stazione ferroviaria, il terminal dei pullman; materiali appositamente prodotti sono stati affissi sia per richiamare l’attenzione  sul progetto sia per selezionare campioni significativi di donne alle quali distribuire questionari  per raccogliere  ulteriori informazioni.
A questa prima fase di diffusione, ascolto e socializzazione dell’idea progettuale è seguita una seconda fase in cui si è proceduto all’organizzazione di interventi formativi laboratoriali e alla strutturazione dei materiali formativi.
Gli obiettivi da raggiungere con l’attuazione dei tali interventi erano i seguenti:

  • Conoscere le diverse tipologie di violenza di genere.
  • Riconoscere le situazioni di violenza nella quotidianità.
  • Conoscere e mettere in atto gli strumenti per rompere il circolo della violenza.

Obiettivi, dunque, che dovevano avviare un processo di empowerment per capovolgere la situazione delle donne, dando loro degli strumenti con i quali rafforzare la crescita costante e consapevole delle loro potenzialità, accompagnata da una corrispondente crescita dell’autonomia.

 

5. L'intervento formativo

Gli interventi laboratoriali sono stati strutturati seguendo le indicazioni sperimentate dall’educazione popolare, la metodologia educativa elaborata da Paulo Freire (Nota 30) negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso con la quale si sostiene che in qualsiasi tipo di incontro formativo sia importante sempre partire dal vissuto, dalla pratica, cioè da quello che le persone sanno, vivono e sentono, dalle diverse situazioni e problemi che affrontano nella loro vita e che diventano i temi da sviluppare nei percorsi educativi.
È a partire da questa pratica, infatti, che si comincia a sviluppare un processo di teorizzazione, sistematico, ordinato e progressivo rispetto al ritmo dei partecipanti, che permette di scoprire gli elementi teorici da approfondire gradualmente sia sul piano individuale sia collettivo.
Il processo di teorizzazione così organizzato consente quindi di rileggere le esperienze quotidiane, immediate, soggettive e parziali inserendole all’interno di una dimensione sociale, collettiva, storica e strutturale.
Vedere, giudicare, agire – i tre verbi cardine di detto metodo – sono dunque diventati negli incontri formativi condotti: «conosciamo le diverse forme di violenza agite sulle donne, le sappiamo riconoscere, abbiamo conoscenze, competenze e strumenti per intervenire e trasformare la nostra realtà».
I pensieri e i saperi gradualmente emersi sono stati analizzati, discussi, a volte decostruiti e rifondati in forma collettiva, nella consapevolezza che il gruppo-comunità avrebbe amplificato le opportunità formative, dal momento che, nel facilitare una presa di coscienza via via più critica della realtà, si sarebbe promossa la partecipazione alla ricerca della soluzione dei problemi che si incontravano e si sarebbero favoriti: l’apprendimento della capacità dinamica del dare e del ricevere, del parlare e ascoltare, dell’agire e essere agiti, e soprattutto quello di riuscire a prendere posizione e a individuare il proprio ruolo nella trasformazione collettiva della realtà.
Infatti è nella dinamica individuo-comunità che si impara a conoscersi, a diventare soggetto nella misura in cui si diventa responsabili delle proprie emozioni e azioni (Nota 31), si apprende la centralità dell’autostima, si prendono le redini della propria vita e ci si va liberando dalle dipendenze e dai vincoli (Nota 32). Infine è la comunità che consente la mobilitazione per il riscatto dei propri diritti perché nel gruppo si confrontano gli obiettivi comuni (Nota 33).
Nei percorsi laboratoriali svolti è stata anche stimolata la narrazione di sé, del proprio vissuto e dell’immaginario attraverso la proposta di materiali appositamente predisposti, nei quali, con domande, con situazioni presentate attraverso vignette, con pensieri stimolo “interroganti”, con articoli di giornali, nonché attraverso racconti di vita, si sono fornite linee guida di riflessione e narrazione, al fine di “promuovere processi di potenziamento del sé, costruzione e maturazione dell’identità, esplorazione e conoscenza finalizzate all’auto-orientamento” (Nota 34).
Infatti dare rilievo alla narrazione, ai racconti dei soggetti che vengono coinvolti nei processi educativi e formativi, costituisce la base per un ribaltamento nella lettura del proprio vissuto e di quello altrui e soprattutto serve per produrre azioni e cambiamenti intenzionali. La riflessione sul proprio vissuto, sui propri percorsi formativi, sull’ascolto dell’altro, sull’empatia manifestata nel mettersi in comunicazione, insieme agli eventi e alle vicende vissute e rievocate – magari proprio mentre l’altro narra la propria storia personale – diventano consapevolezza e riconoscimento delle proprie carenze, delle potenzialità non emerse, dell’esigenza di cambiamento (Nota 35).
Se in una prima fase di conoscenza del fenomeno a livello nazionale sono stati usati strumenti di indagine prevalentemente quantitativi, nel percorso laboratoriale si è dato spazio ai racconti di vita poiché i metodi biografici, in un’ottica narrativa e attraverso la riflessione sulla ricostruzione delle proprie esperienze di vita, formative e professionali, permettono di riconoscere, verbalizzare quei saperi, anche taciti, che pur non riconosciuti da un titolo formale fanno parte del bagaglio di conoscenze della persona e, quindi, possono essere valorizzati (Nota 36) all’interno di nuovi percorsi esistenziali.
Attraverso una narrazione a volte spontanea, altre suscitata e attraverso la ricerca di senso consapevole e della possibilità di una ricollocazione di sé nel mondo, si è andata costruendo una circolarità temporale tra passato, presente e futuro, capace di condurre i soggetti alla consapevolezza di avere finalmente il diritto di essere attori della propria vita e di gestirla come tali (Nota 37).

 

6. Gli strumenti del progetto e le partecipanti

Per quanto riguarda nello specifico gli strumenti utilizzati, occorre distinguere come precedentemente accennato fra i diversi momenti del lavoro condotto: nella prima fase, la raccolta dei dati si è basata sia sulle statistiche fornite a livello nazionale e regionale dal corpo speciale di polizia Felcv (Nota 38) sia sulle risposte ai questionari compilati da campioni significativi di donne, rappresentativi dei dati che si intendeva raccogliere ovvero raggruppabili per età, provenienza sociale e culturale, residenza nell’area urbana, nelle periferie e nelle aree rurali. Nell’ambito dei percorsi laboratoriali sono state invece utilizzate anche schede predisposte per facilitare le narrazioni di vita e le riflessioni su situazioni proposte: si poteva ricorrere alla lettura di racconti biografici sui temi trattati; alla tecnica del brainstorming sulle parole generatrici di significati; al lavoro in coppia e in piccolo gruppo seguendo le sollecitazioni e le consegne fornite su supporto cartaceo. La condivisione dei risultati avveniva nel gruppo allargato, la loro socializzazione in seduta plenaria.
Le donne che hanno partecipato quindi agli incontri sono state in totale 45, di età compresa fra i 19 e i 57 anni. Il livello di scolarizzazione del gruppo è risultato essere quello di base, conseguito con la frequenza del primo ciclo di studi, mentre sotto il profilo economico si tratta di appartenenti ad una fascia socialmente fragile caratterizzata da precarietà economiche con occupazioni occasionali come domestiche o lavandaie presso famiglie, sarte, ricamatrici, venditrici di alimenti da esse stesse elaborati.
Va tuttavia considerato che, se tali attività rimandano tutte ad un ambito di precarietà occupazionale, denunciano al tempo stesso una volontà di creare una sorta di autoimprenditorialità caratterizzata dalla capacità di rimettersi costantemente in gioco, di analizzare le opportunità occupazionali con versatilità e spirito di iniziativa.
All’interno del campione in esame, diverse donne hanno raccontato di aver già partecipato a corsi organizzati dal Municipio di San José, in essi però hanno rilevato una distanza, quasi una frattura culturale rispetto alla propria realtà quotidiana, un linguaggio spesso eccessivamente astratto, una metodologia assai poco coinvolgente unita a suggerimenti scarsamente praticabili nel contesto sociale in oggetto.

 

7. L'analisi dei dati

Nel corso degli incontri, attraverso gli strumenti e i metodi già descritti, è stata condotta un’attenta analisi delle tipologie di violenza di genere di cui le donne partecipanti potevano aver avuto esperienza diretta o più spesso indiretta attraverso i racconti, le confidenze o le notizie che avevano raccolto.
La maggior parte delle esperienze e degli episodi riguardavano donne della famiglia (sorelle, madri, cognate, figlie) e amiche, riguardavano l’ambito domestico e riferivano diverse tipologie di violenza. Si sono così ricavate conoscenze in merito a situazioni di:

- violenza psicologica: attacchi verbali (derisione, insulto, svalorizzazione), limitazioni alla libertà personale (possibilità di uscire di casa solo in certi orari e con determinate compagnie), controllo e gestione della vita quotidiana, comportamenti dispregiativi e denigratori (parole sprezzanti ed offensive, umiliazioni, ridicolizzazione, rimproveri); controllo sulle azioni quotidiane (orari, spese, abbigliamento, relazioni, scelte);

- violenza fisica: percosse, spintoni, lesioni;

- violenza sessuale: rapporti indesiderati.

Dai racconti si è cercato di individuare quali fossero le cause alle quali le donne sembravano attribuire le manifestazioni di violenza. Dall’analisi dei dati è risultata una certa tendenza a giustificare questi fenomeni: si riteneva ad esempio che fossero dovuti all’aver preteso un’eccessiva indipendenza e libertà di movimento (uscire con le amiche, andare a ballare, vestirsi in maniera appariscente), o al possedere una scarsa capacità di organizzare la vita domestica secondo le consuetudini (i pasti non preparati per l’ora stabilita o la casa non opportunamente in ordine). Altre motivazioni per giustificare i comportamenti violenti del partner venivano attribuite alla sua stanchezza o allo stato di stress, all’abuso di alcool o in definitiva ad un istinto aggressivo considerato “tipico” del genere maschile, in quanto innato.
Ci si è anche chiesti se quanto riscontrato non fosse invece frutto di un costrutto culturale che tradizionalmente ha attribuito maggior capacita di autodeterminazione e maggior potere decisionale alla figura maschile rispetto a quella femminile; ci si è dunque interrogati sull’origine e la validità di tale discriminazione, sulla possibilità di autodeterminazione delle donne, sulla veridicità di una violenza insita negli uomini, non contenibile e da tollerare soprattutto in momenti di scarsa capacità di autocontrollo.
Decostruite quelle che potremmo definire le cause percepite, si è cercato di indagare più a fondo le cause socio-culturali alla base di tali manifestazioni di violenza e discriminazione.
Negli incontri, attraverso esempi quotidiani si è messa in discussione la presunta minorità delle donne rispetto all’autosufficienza e dunque all’autonomia e all’autodeterminazione; è emersa la possibilità che i comportamenti violenti abbiano alla base piuttosto una concezione culturale della donna equiparabile ad un oggetto e/o ad una proprietà di cui disporre.
Lo step successivo è stato quello di “minare” la convinzione che esistano giustificazioni ai comportamenti violenti, sia nelle forme in cui si manifesta nella dimensione domestica, sia più ampiamente nella società. È a questo proposito che è emersa una sostanziale tendenza delle donne stesse ad esprimere giudizi negativi su donne vittime di violenza che si siano rese, a loro dire, responsabili della violenza stessa, per aver messo in atto comportamenti socialmente poco accettabili come quelli sopra descritti che hanno a che vedere con un esercizio ritenuto “eccessivo” delle proprie libertà (prevalentemente quando scelgono di uscire sole o con abiti che possono essere ritenuti in qualche modo vistosi). È emersa cioè un’interiorizzazione dei limiti e dei giudizi socialmente imposti anche se a proprio discapito, come dettagliatamente descritto da Freire che afferma come durante la fase iniziale della lotta, anziché lottare per la libertà, gli oppressi tendono a convertirsi loro stessi in oppressori, o in sub-oppressori. La stessa struttura del pensiero risulta infatti condizionata dalle contraddizioni della situazione esistenziale concreta, e fa sì che le persone oppresse adottino un’attitudine di adesione in relazione all’oppressore: tale adesione impedisce loro di vedere l’oppressore con sufficiente lucidità e anzi provoca l’identificazione con l’oppressore stesso che viene introiettato (Nota 39).
Lo stesso atteggiamento giudicante emerge fortemente anche in relazione ai casi di violenza sessuale subita sia in ambito domestico, sia esterno.
Si è anche avviata una lunga discussione riguardo al linguaggio utilizzato dai media nella narrazione di abusi: è emerso come la colpevolizzazione della vittima sia spesso insita nella cronaca e indotta nell’opinione pubblica; il tema del linguaggio ha riguardato anche i commenti e gli apprezzamenti rivolti alle donne negli ambienti pubblici, smascherando gradualmente il sessismo in essi contenuto che pur avvertito dalle donne come fastidioso, veniva considerato normale e inevitabile e quindi da accettare.
Giunti a questo punto, i gruppi ai quali sono stati rivolti i vari interventi hanno potuto constatare come gli atteggiamenti di violenza – tanto all’interno dell’ambito familiare quanto all’esterno – possono avere una matrice comune nella cultura dominante, riproposta in forme uguali e di generazione in generazione, all’interno della famiglia e dei gruppi sociali.
Anche in questo contesto, come nella maggior parte delle popolazioni del mondo, la cultura dominante considera deboli, perdenti o effeminati gli uomini che non mostrino caratteristiche di aggressività: i figli maschi vengono educati e cresciuti con l’idea che i sentimenti, le emozioni e la loro libera espressione sono caratteristiche tipicamente femminili (Nota 40), mentre dalle femmine ci si aspetta una maggiore accondiscendenza, arrendevolezza, disponibilità ai lavori di cura e ad accettare in silenzio eventuali rimproveri.
È risultato evidente, pertanto che la violenza domestica dipende anche dall’insegnamento e dall’esempio ricevuto all’interno del nucleo familiare, dal tipo di rapporto che si osserva fra i genitori, dal riconoscimento o meno della figura femminile in termini di libertà, capacità, potere decisionale. In termini di educazione, si è riflettuto sulla riproposizione di stereotipi come quello che intende il rifiuto opposto da una donna come elemento di un gioco prestabilito e come tale privo di valore; l’uomo rifiutato pertanto risulta legittimato ad atteggiamenti persecutori o a comportamenti violenti.
Edificanti sono state infine le analisi sul circolo della violenza, su come ci si comporta quando già c’è stato un episodio di violenza nella coppia, sul perché tante donne siano portate solitamente a perdonare. Si è infatti considerato come tale circolo costituisca un grave pericolo anche perché mina a poco a poco la fiducia in se stesse e rende le donne insicure e vulnerabili, tanto da condurle ad assumere su di sé il senso di colpa delle azioni violente compiute da altri verso di loro (Nota 41).
L’ultimo approfondimento affrontato con i laboratori ha riguardato il potere delle donne di gestire il proprio denaro o, comunque, di amministrare nell’economia domestica delle somme senza forme di controllo da parte del partner. Oltre il 90% delle donne ha dichiarato di subire forti pressioni, controlli delle spese personali e familiari, se non addirittura di vedersi ritirare completamente i propri guadagni o comunque di non di disporre di una parte dei guadagni in modo da trovarsi poi costrette a ricorrere al partner per le spese quotidiane e le necessità della casa. È emersa anche in questo caso una grande diffusione della violenza economica (Nota 42) ma non percepita come tale e quindi non oggettivata, sebbene avvertita come limitante in quanto esercitata come strumento di controllo e privazione di libertà elementari.
La terza fase del progetto ha riguardato, la ricerca e l’analisi dei possibili percorsi da seguire per ipotizzare, attuare e verificare processi di cambiamento rispetto alle realtà emersa, in una dialettica di azione e riflessione che rende consapevoli della necessità di assumere il proprio ruolo sociale e civile in quanto soggetti della storia e come tali capaci di creare e ricreare la realtà determinando la storia (Nota 43).
Le linee tracciate sono state fondamentalmente: quelle legate ad una maggiore attenzione ai rapporti in famiglia, finora visti come naturali e non modificabili sia in relazione alla coppia, sia nell’educazione dei figli e delle figlie; quelle connesse alla possibilità di creare una rete di sostegno per donne in situazione di violenza ricorrendo alle vie istituzionali e legali.
In merito a questo ultimo punto è stata riscontrata nelle donne una conoscenza decisamente limitata dei propri diritti e delle possibilità di intervento, come pure una mancanza di preparazione del personale addetto alle strutture di assistenza: diverse donne hanno raccontato che gli stessi servizi preposti ad accogliere le denunce e ad offrire tutela psicologica e legale tendono solitamente a consigliare la conciliazione, proponendo e promuovendo una sorta di “reciproca sopportazione” anche in casi di violenza fisica grave con ricorso alle cure mediche ospedaliere.
Tali episodi risultano ovviamente demotivanti, aumentano la sfiducia nelle istituzioni e nelle loro reali possibilità di aiuto.
Proprio per potenziare la conoscenza dei diritti e promuovere l’uso degli strumenti legali a disposizione delle donne, è stato dedicato un ampio tempo all’analisi e alla socializzazione delle risorse proposte nella nuova legge contro la violenza di genere, legge di cui, tanto le donne partecipanti agli incontri, quanto le operatrici del settore, hanno dimostrato una scarsissima conoscenza.
Sono stati dunque letti, esemplificati e discussi diversi articoli del testo della Legge integrale contro la violenza sulle donne.
Molte donne hanno manifestato la necessità di continuare questo tipo di percorso con una nuova fase operativa volta a creare una rete di sostegno “civica”, orizzontale e non istituzionale, capace di accogliere e accompagnare le donne in situazione di violenza in un percorso di liberazione e autodeterminazione.

 

8. Risultati, prospettive, conclusioni: l’autonarrazione come strumento di lotta alla violenza di genere

Le attività finora descritte sono state discusse e valutate in due sedi differenti: comunitariamente, con le donne che hanno partecipato ai laboratori per quanto riguardava nello specifico questa fase dedicata agli incontri, e all’interno dell’associazione Donne per la solidarietà per quanto concerneva invece il percorso-processo nella sua totalità e complessità.
La discussione relativa al percorso laboratoriale è stata svolta attraverso tre strumenti: un brainstorming articolato attorno alla domanda «cosa so di nuovo», gli interventi liberi a commento dell’esperienza vissuta ed infine la distribuzione di cartoline con la richiesta di scrivere un pensiero che fosse conclusivo di questa tappa.
Le donne partecipanti sono state concordi nel sottolineare l’importanza e l’utilità della modalità narrativa che, attraverso la lettura e la sollecitazione delle storie di vita, ha permesso loro di conoscere più a fondo i propri pensieri, gli stati d’animo e le emozioni, e che il raccontarsi le ha aiutate ad assumere un atteggiamento di maggior empatia con le altre donne. Si è dunque verificato come «le storie di vita […] sono preziosi momenti di incontro fra persone che proprio attraverso l’ascolto reciproco rinsaldano oltre al senso di sé il rispetto dell’“altro” (Nota 44)». Inoltre, hanno riconosciuto di sentirsi più pronte a ravvisare i comportamenti violenti, a cercare e dare aiuto, a conoscere i propri diritti e le strutture a cui rivolgersi in caso di bisogno. Sanno che ciò che è comune, come la violenza all’interno della coppia, non è normale e inevitabile e che è possibile rompere il circolo della violenza, che è necessario intervenire quando si ascolta o si assiste a parole, scene o immagini che le umiliano direttamente o che umiliano altre donne, e che è necessario evitare discriminazioni e stereotipi nell’educazione dei bambini e delle bambine. Allo stesso modo sono state concordi nel riscontrare la necessità di attuare quanto prima un cammino articolato in tappe che preveda una formazione ancor più approfondita e che le affianchi e le sostenga nell’organizzarsi in una rete di mutuo soccorso orizzontale, composta cioè da donne preparate che in ogni quartiere e area rurale siano in grado di prestare attenzione e intervenire a favore delle altre, ma che funzioni anche da stimolo e pungolo per esigere dalle istituzioni il compimento di quanto previsto dalle leggi a tutela dei diritti delle donne e di un approccio da parte del personale di maggior conoscenza e vicinanza alla loro realtà quotidiana, che la professionalità non sia sinonimo di distanza ma di empatia, coinvolgimento e volontà di affrontare nel profondo i problemi per i quali vi si ricorre.
I limiti dell’esperienza laboratoriale sono stati riscontrati essenzialmente nei tempi, che si sarebbero voluti più distesi, e nell’impossibilità di procedere “a caldo” con la seconda fase sollecitata.
Per quanto riguarda la discussione dei risultati interna all’associazione, questa è stata condotta assieme al partner locale con il quale era stata valutata sul campo la necessità del progetto e si era concordato l’intervento in ogni sua fase. Attraverso l’elaborazione di un modello Foda (Nota 45) anche conosciuto come Swot (Nota 46), si è proceduto nella valutazione delle positività e negatività emerse dall’avvio del lavoro alla sua conclusione.
Fra i punti di forza più evidenti risulta sicuramente la buona conoscenza del contesto e l’esperienza pluriennale del lavoro sociale nel contesto stesso, il coinvolgimento del partner locale e della comunità. La conoscenza del target beneficiario del progetto ha infatti consentito delle scelte metodologiche adeguate, la creazione di un buon ambiente di lavoro, la partecipazione testimoniata dalla stabilità delle presenze, l’interesse e il coinvolgimento evidenti nella richiesta di incontri aggiuntivi e tempi più lunghi. Altro punto di forza viene riconosciuto nella replicabilità del progetto stesso, data dalla flessibilità e adattabilità.
La debolezza più evidente risulta essere quella economica: il progetto finora svolto è stato totalmente autofinanziato in forma di progetto-pilota, ma affinché acquisti quelle caratteristiche di sistematicità ravvisate come necessarie, ha bisogno di un finanziamento stabile.
Le opportunità offerte dal territorio sono sicuramente legate al bisogno da più parti testimoniato di continuare l’esperienza avviata ampliandola come più volte enunciato, e l’interesse dimostrato da alcuni mezzi di comunicazione locali che settimanalmente hanno richiesto interviste per presentare e approfondire le attività del progetto, aggiornando e sensibilizzando l’opinione pubblica.
Sempre rispetto al contesto, le difficoltà riscontrate sono invece legate alle ripetute critiche ricevute, prevalentemente maschili, in base alle quali interventi come quelli condotti minerebbero la stabilità delle famiglie perché volti a sovvertire delle tradizioni culturali che garantiscono l’ordine sociale.
È da questo bilancio che esce rafforzata l’idea di dover continuare a lavorare su due direttrici: riproporre ad altri gruppi questo che potremmo definire un progetto-pilota, quasi un modulo base, e al contempo proseguire con un secondo step di rafforzamento delle competenze acquisite per rispondere alle richieste e alle proposte avanzate dalle donne che con noi hanno svolto questo percorso.
Il lavoro svolto a San José de Chiquitos può essere sintetizzato nei tre obiettivi fondamentali raggiunti: imparare a conoscere e riconoscere le diverse forme in cui si manifesta la violenza maschile sulle donne ed acquisire gli strumenti per contrastarla.
È stato un cammino compiuto fra donne verso la conoscenza dei propri diritti e la consapevolezza di essere soggetti di questi diritti, donne non più disposte ad attendere il proprio turno per vedersi concedere sotto forma di dono o privilegio quelle libertà e quelle garanzie che sono frutto delle battaglie di secoli.
Se dunque la narrazione storica ufficiale ha relegato al margine le donne, quando non le ha direttamente escluse, si ritiene tuttavia che la volontà di recuperare e narrare la storia di quante hanno contribuito – ciascuna con la propria specificità – a mantenere viva la voce delle donne, ha risposto al bisogno, proposto fin dall’inizio di questo percorso, di testimoniare sia la loro presenza attiva nella sfera pubblica sia il loro contributo al cambiamento dell’immagine del Paese.
In questo ampio respiro della Storia, si è avuta inoltre la pretesa di affiancare questo intenso e significativo percorso di consapevolezza e riscatto ottenuti attraverso la presa di parola, all’importanza della narrazione e l’auto-narrazione del vivere quotidiano per spostare in avanti di qualche passo il valore dell’autodeterminazione e della “sorellanza”.

 

NOTE:

Nota 1 M. Galindo, No se puede descolonizar sin despatriarcalizar, Mujeres Creando, La Paz 2013. Torna al testo

Nota 2 Centro de Información y Desarrollo de la Mujer. Torna al testo

Nota 3 L. Peňaranda, «La escoba», 23 (2014). Torna al testo

Nota 4 A. P. Villagómez, «Erbol», 6 aprile 2015. Torna al testo

Nota 5 Legge 348 del 2013. Torna al testo

Nota 6 M. Novillo, Paso a paso Asì lo hicimos. Avance y desafíos en la participación política de las mujeres, CM-Idea, La Paz 2011. Torna al testo

Nota 7 V. Aillón, Debate en el feminismo boliviano: de la Convención de 1929 al proceso de cambio, in «Ciencia y cultura», 34 (2015). Torna al testo

Nota 8 Ibidem. Torna al testo

Nota 9 A. M. Lema, M. E. Choque, M. Jiménez, La participación de las mujeres en la historia de Bolivia. Coordinadora de la Mujer, La Paz 2006. Torna al testo

Nota 10 L. R. Beltrán, Feminiflor: un hito en el periodismo femenino de Bolivia, Cimca, La Paz 1987. Torna al testo

Nota 13 Siglo XX, situata nella zona settentrionale della regione di Potosí, è una località che prende il nome dalla  miniera attorno alla quale si è sviluppata. Torna al testo

Nota 14 M. Viezzer, “Si me permiten hablar…”: testimonio de Domitila, una mujer de las minas de Bolivia, Siglo XXI, Ciudad del México, 1977. Torna al testo

Nota 15 A. M. Lema, M. E. Choque, M. Jiménez, La participación de las mujeres, cit. Torna al testo

Nota 16 T. Montes, Las organizaciones sociales de las mujeres indígenas y su relación con la política formal, in «Ciencia y Cultura», 26 (2011). Torna al testo

Nota 17 M. Lamas, Género, desarrollo y feminismo en América Latina, in «Pensamiento Iberoamericano», 0 (2007). Torna al testo

Nota 18 V. Aillón, Debate en el feminismo boliviano, cit. Torna al testo

Nota 19 Plan Nacional para la igualdad de oportunidades, Viceministerio de Género y Asuntos Generacionales, La Paz 2008. Torna al testo

Nota 20 M. Galindo, No se puede descolonizar sin despatriarcalizar, cit. Torna al testo

Nota 21 Anche la legge elettorale progressivamente stabilisce i criteri di alternanza e parità di genere (50%) per tutte le candidature. Torna al testo

Nota 22 S. Rico, G. Brozovich, Construyendo nuevos pactos y articulaciones entre mujeres, Coordinadora de la Mujer, La Paz 2011. Torna al testo

Nota 23 L. Rossi, L’analisi investigativa nella psicologia criminale. Vittimologia: aspetti teorici e casi pratici, Giuffrè, Milano 2005. Torna al testo

Nota 24 Informe sobre el cumplimiento del estándar della debida diligencia en la atención a mujeres en situación de violencia y trata de personas, Alsv, La Paz 2015. Torna al testo

Nota 25 M. Mansilla, «Página 12», 10 luglio 2015. Torna al testo

Nota 26 A. P. Villagómez., «Erbol», 8 gennaio 2015. Torna al testo

Nota 27 San José de Chiquitos. Pasado y presente, Mega Color, Santa Cruz 2011. Torna al testo

Nota 28 Servicio Legal Integral para la Mujer. Torna al testo

Nota 29 Centro de Educación Alternativa. Torna al testo

Nota 30 P. Freire, La pedagogia degli oppressi, Ega, Torino 2002. Torna al testo

Nota 31 B. De Angelis, P. Botes, Progettare l‘inclusione attraverso le performing arts, in Nessuno escluso. Trasformare la scuola e l'apprendimento per realizzare l'educazione inclusiva, Università di Bergamo, Bergamo 2016 (http://inclusion2.wixsite.com/inclusione/atti-convegno-nessuno-escluso). Torna al testo

Nota 32 A. P. Esclarin, Educación para globalizar la esperanza y la solidaridad, Fé y alegria, Caracas 2004. Torna al testo

Nota 33 C. Boff, Como trabajar con el pueblo, Tierra Nueva, Quito 1993. Torna al testo

Nota 34 B. De Angelis, Educazione e Narratività, in G. Martini e D. Iannotta (a cura di), Le strade del narrare. La costruzione dell’identità, Effatà, Torino 2012, pp. 44-55. Torna al testo

Nota 35 Ibidem. Torna al testo

Nota 36 P. Di Rienzo, La narrazione come risorsa per il riconoscimento delle competenze invisibili nella formazione e nella medicina narrativa, Dispense del Master universitario I percorsi dello storytelling. Teorie, tecniche e contesti delle narrazioni, Università degli Studi Roma Tre, 2015, inedito. Torna al testo

Nota 37 Ibidem. Torna al testo

Nota 38 Fuerza Especial de Lucha contra la Violencia. Torna al testo

Nota 39 P. Freire, La pedagogia degli oppressi, cit. Torna al testo

Nota 40 N. Muscialini, Di pari passo. Percorso educativo contro la violenza di genere, Settenove, Cagli (PU) 2013. Torna al testo

Nota 41 Ibidem. Torna al testo

Nota 42 Tipologia di violenza di genere riconosciuta dall'art. 7 della Legge 348/2013. Torna al testo

Nota 43 P. Vittoria, Narrando Paulo Freire. Per una pedagogia del dialogo, Carlo Delfino, Sassari 2008. Torna al testo

Nota 44 B. De Angelis, Narratività, storie di vita e narrazioni, in B. De Angelis, Progettualità educativa e qualità pedagogica, Anicia, Roma 2012. Torna al testo

Nota 45 D. Selener, Manual de Sistematización partecipativa, Abya Yala, Quito 1997. Torna al testo

Nota 46 Strenght, Weakness, Opportunities, Threats. Torna al testo

 

Questo saggio si cita: B. De Angelis, F. Del Vecchio, A. M. Montenegro, P. Botes, Conoscere e agire: percorsi partecipati per rompere il circolo della violenza di genere. L'esperienza delle donne boliviane, in «Percorsi Storici», 4 (2016) [www.percorsistorici.it]

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