Sonia Residori, L’ultima valle. La Resistenza in val d’Astico e il massacro di Pedescala e Settecà (30 aprile-2 maggio 1945) (Luciano Casali)

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Sonia Residori, L’ultima valle. La Resistenza in val d’Astico e il massacro di Pedescala e Settecà (30 aprile-2 maggio 1945), Cierre Edizioni - Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea della provincia di Vicenza, Sommacampagna (VR) 2015, pp. XX-345

(Luciano Casali)

 

Una strage impunita, una memoria divisa



1. Pedescala e Settecà sono due paesi della val d’Astico, in provincia di Vicenza, che, durante gli ultimi giorni di guerra — fra il 30 aprile e il 2 maggio 1945, quando altrove si festeggiava già la Liberazione —, furono teatro di eventi sanguinosi. «In un feroce massacro furono uccise dalle truppe tedesche in ritirata 82 persone [più esattamente: 63 a Pedescala e 19 a Forni-Settecà, pp. 323-325], in maggioranza civili, comprese nove donne e il giovane parroco di Pedescala, don Fortunato Carlassare» (p. 5) (Nota 1).
Immediatamente dopo la liberazione, il 6 maggio, l’ufficiale britannico Christopher M. Woods inviava un rapporto alla commissione alleata per i crimini di guerra e il giorno 7 fu formalizzata la creazione di una commissione di indagine che iniziò a interrogare i testimoni per far luce sulle stragi. Il 2 maggio 1946 tutto il materiale raccolto fu inviato al governo italiano, ma il fascicolo finì — come tanti altri — nel cosiddetto “Armadio della vergogna” e dimenticato per decenni nei locali della Procura generale militare a Palazzo Cesi, a Roma.
La ferocia degli avvenimenti è facilmente deducibile dalle dichiarazioni agli inquirenti americani di don Emilio Campi, arciprete di Arsiero:

A Pedescala, giudicando dagli atti dei tedeschi, ogni segno d’umana decenza era scomparso. La scena non può essere descritta adeguatamente. La distruzione sembrava essere stata fatta senza alcuno scopo se non quello della distruzione fine a se stessa. Tutti i segni della civiltà umana erano scomparsi. Era pura bestialità. (p. 282).

Ma era stato lo stesso Christopher Woods a dare il segno dello sgomento che quegli avvenimenti provocavano:

Essi uccisero tutti quelli che trovavano per le strade, entrarono nelle case e costrinsero il rimanente della popolazione ad uscire e li obbligarono a portare i corpi nelle case. Dopo di ciò essi chiusero le porte e bruciarono le case (p. 6).

La val d’Astico era diventata, dopo la liberazione di Vicenza da parte degli Alleati, la strada obbligatoria, in pratica l’unica, lasciata ai tedeschi per tentare di fuggire verso il Brennero e il nord e, negli ultimi giorni dell’aprile 1945, fu un continuo passaggio di truppe, sia fascisti repubblicani che della Wehrmacht. Si trattava di unità a volte ancora in perfetta efficienza, organizzate e guidate dai loro ufficiali, ma anche di «reparti operativi logorati da lunghe ed estenuanti campagne di guerra», o gruppi eterogenei formatisi per aggregazione spontanea e casuale di uomini dispersi o sbandati. In ogni caso e per tutti era essenziale «il controllo del territorio, la messa in sicurezza della zona attraversata in una situazione di difficoltà militare com’è il ripiegamento» (p. 197).
Su ciò che accadde a Pedescala non ci troviamo di fronte a una memoria condivisa né a un racconto concorde da parte degli abitanti, sia dei pochi ancora viventi dopo settanta anni, sia delle generazioni successive.

A Pedescala si era formata una memoria orale, avallata anche da giornalisti del salotto buono televisivo, secondo la quale la strage sarebbe stata originata dall’uccisione di un certo numero di soldati tedeschi, in seguito a un agguato partigiano contro le truppe germaniche che si stavano ritirando, desiderose solamente di tornare a casa, dal momento che la guerra era già terminata. In modo arbitrario si faceva terminare prima del tempo un conflitto […], si trasformava il soldato tedesco da carnefice in vittima sacrificale (p. 9).
Identificarono un colpevole, un capro espiatorio… e non c’è dubbio che i partigiani […] si prestassero molto a incarnare quel ruolo, diventando la causa prima del massacro (p. 11).

Non andò tuttavia come parte dell’opinione pubblica ancora oggi racconta, quella parte che nei paesi ritiene i partigiani “responsabili” di quelle stragi. Ma, se «fosse stato ucciso un militare tedesco, i suoi commilitoni ne avrebbero raccolto il corpo, si sarebbero premurati di darne notizia alle famiglie e ai propri superiori […].  Il Deutsche Dienststelle di Berlino ne conserverebbe traccia, ma non avrebbe avuto molto importanza perché la rappresaglia, la ripulitura del territorio, era già stata decisa» (p. 230). I partigiani non avevano attaccato i militari in fuga, ma per questi era necessario potersi allontanare dagli Alleati, che avanzavano, quanto più rapidamente e “tranquillamente” che fosse possibile «proteggere e agevolare l’azione militare vera e propria […], la risalita sull’Altopiano di Asiago, mediante un’operazione di pulizia del territorio» (p. 305).

2. Quelle vicentine non furono le sole stragi compiute sul finire della guerra, le uniche “stragi dell’ultimo giorno“.
Fra il 24 e il 25 aprile 1945 nel Parmense almeno 59 persone furono massacrate dall’esercito tedesco in ritirata e costrette a seguire forzosamente l’unica via di fuga che era rimasta parzialmente aperta verso il nord e il fiume Po. Ma sul conto di queste stragi non esistono né inchieste né tantomeno processi. Anche in questo caso non ci furono azioni partigiane a determinare una “risposta” da parte nazista e dei militari in fuga, ormai consapevolmente sconfitti, ma che avevano «interiorizzato quella “mentalità stragista” imposta dai comandi». O, come la ha definita Lutz Klinkhammer, un «intreccio di istigazione dall’alto e disponibilità ad uccidere a livello subordinato» (Nota 2).
Anche in questo caso ci si trovò di fronte a

donne e bambini uccisi senza pietà e con crudele freddezza, bombe a mano lanciate a caso nelle abitazioni, contadini colpiti senza ragione, uccisi nelle loro case, nei campi e nelle stalle […], percossi con pugni e con i calci dei fucili; una violenza mai vista in quelle zone (Nota 3).

Anche per il Parmense la “ripulitura del territorio” era stata decisa previamente e anche nel Parmense — come, negli stessi giorni, nel Vicentino — l’esercito tedesco in ritirata avanzava «con i civili portati come ostaggi, costretti a camminare in una lunga processione davanti e dietro le truppe», come scrive  (p. 197) Sonia Residori e conferma Marco Minardi (p. 286), sottolineando così una particolare coincidenza di metodi nel comportamento terroristico portato avanti nelle due diverse regioni.
Esiste tuttavia una differenza di fondo, in quanto nel Parmense esiste «un tratto di intimità (…) tra la memoria di quegli eventi e la comunità» e i luoghi degli eccidi costituiscono  “luoghi della memoria”, di una memoria condivisa fra la popolazione (Nota 4). Nel Vicentino ci troviamo di fronte  a una querelle piuttosto astiosa, come ricorda Emilio Franzina, «a cui avevano dato la stura figure e comitati paesani di parenti o discendenti degli uccisi» che già nel 1983 avevano rifiutato la Medaglia d’argento al valor militare proposta a Pedescala dal presidente Pertini, «con la motivazione che i partigiani avrebbero “aizzato la rabbia dei tedeschi” prima sparando loro contro e poi sparendo, ossia dileguandosi dal teatro degli avvenimenti all’atto del massacro», dividendo così famiglie, quartieri, paesi (Nota 5). Aiutati in questo dall’orribile libro (privo di qualsiasi validità storiografica e di una seria ricerca documentaria) di Paolo Paoletti, che, nel 2002, egualmente accusava i partigiani di essere i “responsabili” degli avvenimenti di Pedescala (Nota 6).
A Parma, monumenti e lapidi, voluti dalle piccole comunità, si trovano anche nelle frazioni in cui si consumarono le stragi, mentre nei comuni della bassa sono i cippi posti sui luoghi degli eccidi a ricordare le vittime del 25 aprile e non c’è un “rifiuto” né della Resistenza né dei partigiani. Anzi: si tratta di zone in cui proprio l’influenza delle brigate partigiane aveva condotto a una decisa egemonia politica ed elettorale del partito comunista.

3. Nel Vicentino regnò sin dall’inizio del post-liberazione una situazione non semplice, in continuazione di quanto era accaduto a lungo nelle formazioni partigiane locali che erano state fortemente infiltrate di spie, provocatori, agenti più o meno segreti: «Nel dopoguerra gli interrogatori degli uomini di Carità, resi alla magistratura delle Corti d’Assise straordinarie, fornirono un quadro dell’elevata penetrazione nelle file partigiane» e anche gli uomini legati alle Sd «furono in grado di infiltrarsi un po’ in tutte le brigate partigiane» (p. 164). Molto più e più profondamente — per quanto ne sappiamo — di quanto avvenne in altre zone del centro-nord.
Fu un clima generale che si ripeté al momento delle indagini che tentarono di ricostruire ciò che era avvenuto nei giorni delle stragi:

In realtà le indagini per la ricerca dei colpevoli del massacro furono caratterizzate fin dall’inizio da deviazioni e manipolazioni di indizi e sospetti. Troppi agenti dei servizi segreti erano presenti sulla scena dei massacri di Pedescala e Settecà: i fratelli Caneva con alcuni componenti della Banda Carità, Victor Piazza probabilmente assieme al gruppo di [fascisti] toscani di stanza a Rovereto aggregati al kommando Andorfer, Alberto Sartori sotto le spoglie di partigiano del quale nessuno o quasi dubitava… tutti impegnati a mettere in evidenza le proprie capacità di poter essere riutilizzati [come agenti e spie] una volta finita la guerra (p. 306).

Ciò che soprattutto ci ha meravigliato, leggendo il libro di Residori, è stata la moltiplicazione nel Vicentino di archivi personali, spesso composti di documenti falsi, falsificati o attentamente costruiti a posteriori, manipolando fotocopie e originali e tutti comunque tali da indurre in errori anche macroscopici aspiranti storici e studiosi locali, oltre che di apparire con titoli di scatola sui quotidiani che davano spazio enorme a presunti scoop. Ma in quelle trappole dei falsi documenti cadde anche «uno studioso pur non sprovveduto e dell’acribia, in altri frangenti sperimentata, del compianto don Pierantonio Gios» (Nota 7). E la presenza di personaggi che, con un eufemismo, possiamo definire ambigui non aiutò certo a comprendere fino in fondo gli avvenimenti.
Fra tutti spicca Alberto Sartori, sul quale crediamo che varrebbe la pena di condurre una attenta ricerca biografica per riuscire a comprendere quale fu veramente il suo ruolo non solo nel 1943-1945, ma anche e soprattutto negli anni successivi. Se leggiamo la sua biografia (1917-2015) che si incontra in Internet, ci viene raccontato di trovarci di fronte a un uomo fortemente impegnato nel partito comunista fin da giovanissimo, capo di una missionealleata paracadutata nell’agosto 1943 in Piemonte, comandante e commissario di brigate partigiane; una attività “eroica” che gli meritò la Medaglia d’argento al valor militare (Nota 8). Nulla o quasi nulla di tutto ciò è vero o è “completamente” vero, tranne la decorazione al valor militare. Non ci interessa particolarmente — anche se varrebbe la pena saperlo con più particolari— ciò che fece una volta finita la Seconda guerra mondiale, a partire dalle sue strette relazioni con Giovanni Ventura, il neofascista accusato di aver compiuto la strage di Piazza Fontana il 12 dicembre 1969, o l’essere stato probabilmente agente del servizio tedesco Bundesamt für Verfassungsschtz. Nell’agosto 1938 aveva ottenuto il passaporto grazie alle “amicizie” con dirigenti fascisti come Nino Dolfin e Filiberto di Savoia-Genova duca di Pistoia e si era recato a Parigi, dove — secondo quanto egli stesso affermava, ma non ne abbiamo le prove — entrò in contatto con esuli comunisti. Ciò che sappiamo è che si arruolò nella Legione straniera dove rimase fino al novembre 1940. Della Missione alleata Costa, di cui ha sempre affermato di aver fatto parte, non si trovano tracce negli archivi e il suo ingresso nella Resistenza quasi certamente avvenne dietro sollecitazione degli Alleati per potere riferire loro dall’interno. Un personaggio che definire “ambiguo” costituisce un eufemismo e al quale si dovettero non pochi dei dissapori che si crearono in val d’Astico dopo il 1945.
E non va dimenticato Gianni Marostegan, partigiano della Pasubiana, emigrato in Argentina nel 1947 e rientrato nel 1975, che, alla fine degli anni Novanta mostrò «una notevole capacità di manipolare le persone  e la stampa» attraverso una «voglia di protagonismo» esplosa in lui a tarda età assieme  al «rancore mai sopito nei confronti ai altri partigiani» (p. 308).
Anche se a Pedescala numerosi furono i partigiani, specialmente fra gli alpini reduci dalla campagna di Russia, e nel centro del paese un bunker sotterraneo (era stato costruito durante la Grande guerra) nascondeva il Comando della brigata Pasubiana, il magazzino viveri e le armi — segno evidente di una diffusa solidarietà popolare —; non mancarono le contraddizioni. Né va dimenticato che le brigate Garibaldi non riuscirono sempre ad avere una accoglienza favorevole per l’eccesso di segni esteriori comunisti che troppo spesso le caratterizzò, nonostante le sollecitazioni dei comandi ai combattenti a non sbandierare appartenenze di partito, ma a sottolineare la loro appartenenza agli organismi unitari della lotta di Liberazione.
Come scrive Sonia Residori,

il comunismo allora si presentava come ateo e sovversivo, ma soprattutto come un’altra dittatura, del proletariato ovvero delle frange più deboli della società, tesa a una più equa giustizia sociale, ma sempre di dittatura si trattava. A molti giovani, per preparazione culturale o per carattere, doveva apparire paradossale dover combattere contro un regime, che aveva arrecato tante ferite e danni alla società italiana come quello fascista, con il pericolo di subirne un altro non meno terribile. La svolta di Salerno di Togliatti non era riuscita — ma neanche poteva farlo — a tranquillizzare la coscienza di chi combatteva nelle fila della Resistenza per motivi diversi da quelli dell’idea comunista (pp. 110-111).

Si trattò di una serie di incertezze e di contraddizioni che si moltiplicarono nella Valle.
I sopravvissuti alla strage raccolsero accuratamente e conservarono tutte le tracce che gli assassini avevano lasciato durante la loro permanenza nei paesi che si era protratta per due giorni:

Era [stata] la gente di Pedescala, i sopravvissuti, a raccogliere tutto il materiale abbandonato dai massacratori che si erano installati nel paese per ben due giorni, mangiando e dormendo tra l’odore acre di fumo misto a quello di carne bruciata. Su quelle lettere e su quei documenti stavano scritti i nomi e i cognomi, talvolta anche l’indirizzo di casa, di coloro che avevano commesso un crimine così atroce […]. Eppure non sono mai stati perseguiti o ascoltati per una deposizione, nonostante le indagini svolte per anni dalla magistratura militare. Nessuno ha mai creduto che quel materiale fosse appartenuto ai massacratori, nessuno ha mai creduto alle vittime (p. 302).

Si diffuse così e si consolidò una «astiosa divisione» (come la definisce Franzina) (Nota 9) fra una parte di coloro che avevano perduto i loro cari nelle stragi e i protagonisti della Resistenza, dividendo in tal modo famiglie, quartieri e paesi.

4. La fatica di Sonia Residori per ricostruire le vicende partigiane della Valle e le realtà sulla strage è stata notevole e le è stato necessario attingere «robustamente» a fonti di prima mano raccolte in Italia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, misurandosi a più riprese «con la frequente aleatorietà di memorie, post-memorie e testimonianze» italiane delle quali è stato necessario diffidare il più delle volte «per fondate ragioni» (Nota 10).
Abbiamo già accennato alla falsificazione e costruzione di fonti che ha caratterizzato la val d’Astico e vanno ricordati le pubblicazioni e i libri che sono stati scritti basandosi su tali “fonti”. Non è necessario insistere particolarmente sulla moralità di tali operazioni, che hanno contribuito profondamente a dare vita a “memorie” non certo connesse con la realtà degli avvenimenti; va anche ricordata la assoluta mancanza di metodo storico in coloro che hanno usato “fonti” palesemente falsificate senza sottoporle al necessario vaglio critico. Tuttavia va anche tenuto presente che, recentemente, anche la Corte di Cassazione ha dettato una sentenza nella quale si prende in esame accuratamente la questione della “verità” nelle pubblicazioni e del metodo di “scrivere la storia”.
Vale la pena — anche se si tratta di una citazione abbastanza lunga — considerare che cosa è stato scritto:

La nozione di critica storica è stata oggetto di elaborazione soprattutto da parte delle sezioni penali di questa Corte di legittimità; ma può accettarsi anche ai fini civilistici che l’espressione di un giudizio di critica storica esige la ricorrenza di un metodo scientifico d’indagine, mediante l’accurata, se non esaustiva, raccolta del materiale utilizzabile e lo studio delle fonti dalle quali esso è stato prelevato, la correttezza od l’appropriatezza di linguaggio, l’esclusione di attacchi personali o polemici: affinché l’indagine storica assuma il carattere scientifico è necessario, tra l’altro, che le fonti siano esattamente individuate, che esse siano varie, che esse siano interpellabili o riscontrabili, che il fenomeno che si vuole studiare sia ampio e riguardato sotto le più varie sfaccettature e, in sostanza, che la ricerca, la raccolta e la selezione del materiale da sottoporre a giudizio, sia la più completa possibile (per tutte: Cass. Pen.,11 maggio/29 settembre 2005, n.34821, Lehner ed altro) […].
In altri termini (Cass. Pen., 8 gennaio/2 aprile 2015, n. 13941, Ciconte), nella ricostruzione “storica” la “verità” o la ragionevole e probabile verosimiglianza […] pretende una più attenta denunzia e una più accurata verifica delle fonti; è perciò lo stesso uso di una “fonte” singola o di fonti parziali, come “notizia” o fatto o perfino mera voce corrente, che, non rispondendo più ad alcun bisogno o interesse attuale, non può ritenersi consentito o comunque non sufficiente a scriminare la ricostruzione obiettivamente diffamatoria.
E se è vero che per nessuna “storia” raccontata può richiedersi che sia del tutto imparziale perché anche la semplice connessione dei dati è operazione eminentemente soggettiva, comunque requisito minimo di un resoconto “storico”, non soggetto all’impellenza della cronaca, è tuttavia la completezza e l’affidabilità dei dati che lo compongono (v. Cass. Pen. n.8042 del 15 dicembre 2005/7 marzo 2006, Perna ed aa.) e su cui esso si regge: affidabilità, con tutta evidenza, commisurata alla riscontrabilità obiettiva delle fonti utilizzate (Nota 11).

Ovviamente non possiamo pensare di fare ricorso alle aule dei tribunali per verificare se un libro o una ricostruzione sono tali da obbedire alle regole della ricerca e della scrittura storica: spetta agli studiosi e ai ricercatori giudicare, ma soprattutto spetta a chi vuole scrivere di storia attenersi alle “regole” che la scienza storica presume. Sono opportune le precisazioni di Giuseppe Palma: «Il giudice non può mai entrare nel merito dell’ipotesi scientifica avanzata dall’Autore [...]. Se lo facesse, minerebbe i fondamenti stessi dello Stato democratico». È quindi compito della «comunità scientifica di riferimento […] confutarne l’ipotesi scientifica con un lavoro di segno anche parzialmente opposto» (Nota 12).
Si tratta comunque di operazioni non sempre semplici e non sempre esistono le possibilità di discriminare nettamente le opere “scientifiche” da quelle “non scientifiche”. Spesso vengono considerate “storiche” anche le opere «di dilettanti senza né arte né parte» solo perché scrivono del passato e vantano l’uso, più o meno corretto, di qualche fonte, senza tuttavia per questo diventare «affidabili» (Nota 13).
Tutto ciò per troppe volte è accaduto nel Vicentino e questo ha lasciato tracce consistenti per quanto concerne la conoscenza diffusa degli avvenimenti e soprattutto nella memoria degli abitanti di val d’Astico. Così che il ricordo degli avvenimenti del 1943-1945 non sempre coincide con la realtà degli avvenimenti stessi.

Il lavoro di Sonia Residori, dunque, oltre che particolarmente complesso, di fronte alla necessità di analizzare e leggere criticamente “fonti” e testimonianze tutt’altro che affidabili, ha anche un altro merito, che non va sottovalutato né dimenticato. Giungendo infine a delineare con affidabilità e precisione ciò che accadde, è giunta ad una ricostruzione che mira a onorare «il vecchio mestiere di storico e la memoria stessa di tante vittime innocenti» (Nota 14).

 

NOTE:

Nota 1 Una puntuale ricostruzione in Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia:Pierluigi Dossi, Pedescala Valdastico, 30.4.1945-2.5.1945 [http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=4680] e Id., Forni-Settecà, 30.4.1945-2.5.1945 [http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=4683]. Torna al testo

Nota 2 Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-1944), Donzelli, Roma 1997, p. 140. Ma vedi anche Friedrich Andrae, La Wermacht in Italia. La guerra delle forze armate tedesche contro la popolazione civile 1943-1945, Editori Riuniti, Roma 1995. Utile la messa a punto sul dibattito relativo alla partecipazione alle stragi di tutti i reparti armati tedeschi in Massimo Storchi, Anche contro donne e bambini. Stragi naziste e fasciste nella terra dei fratelli Cervi, Imprimatur, Reggio Emilia 2016, pp. 7-39. Torna al testo

Nota 3 Marco Minardi, Stragi dell’ultimo giorno, in Luciano Casali, Dianella Gagliani (a cura), La politica del terrore. Stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli-Roma 2008, pp. 281, 285. Torna al testo

Nota 4 Ivi, p. 288. Torna al testo

Nota 5 Emilio Franzina, Prefazione, in S. Residori, L’ultima valle, cit., pp. IX-X. Torna al testo

Nota 6 L’ultima vittoria nazista. Le stragi impunite di Pedescala e Settecà 30 aprile 1945 – 2 maggio 1945, Menin, Schio (VI) 2002. A quanto pare il Paoletti si era specializzato in quegli anni a “ricostruire”, sempre in maniera provocatoria e scientificamente inaffidabile, alcune delle stragi nazifasciste in Italia; cfr. ad esempio La strage di Fossoli 12 luglio 1944, Mursia, Milano 2004. Torna al testo

Nota 7 E. Franzina, Prefazione, cit., p. XIII. Torna al testo

Nota 8 http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1784/alberto-sartoriTorna al testo

Nota 9 E. Franzina, Prefazione, cit., p. X. Torna al testo

Nota 10 Ivi, p. XI. Torna al testo

Nota 11 Corte di Cassazione, Civile, Sez. 3,  Sentenza n. 6784 del 22 dicembre 2015, Anno 2016, Presidente Salmè Giuseppe, Relatore De Stefano Marco, Data di pubblicazione: 7 aprile 2016; leggibile e scaricabile in www.italgiure.giustizia.it. Torna al testo

Nota 12 Giuseppe Palma, Le principali differenze giuridiche tra le pubblicazioni di carattere scientifico (art. 33 comma I della Costituzione) e quelle strettamente attinenti all’espressione del libero pensiero (art. 21 comma I della Costituzione, in «Diritto Costituzionale», 11 giugno 2013. Torna al testo

Nota 13 Ivo Mattozzi, Il venditore di storie e lo storico, in Dianella Gagliani (a cura), Fascismo/i e Resistenza. Saggi e testimonianze per Luciano Casali, Viella, Roma 2015, pp. 225-226. Torna al testo

Nota 14 E. Franzina, Prefazione, cit., p. XVII. Torna al testo