Dianella Gagliani, La generazione delle antifasciste e le loro antenate, ovvero le donne di cui Fiorenza voleva tramandare la storia

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Dianella Gagliani

La generazione delle antifasciste e le loro antenate, ovvero le donne di cui Fiorenza voleva tramandare la storia

 

«Io parlo della generazione delle antifasciste». Fiorenza fu molto determinata nello scegliere l'argomento della sua relazione al convegno che doveva chiudere la nostra ricerca pluriennale sulle donne nella guerra e nella Resistenza. Eravamo nell'inverno 1996-1997: il convegno, con il titolo Donne guerra politica. La Resistenza in Emilia Romagna,  si sarebbe svolto il 28 e 29 maggio 1997.
E così fu. Fiorenza trattò della generazione delle antifasciste, e fu bene.
Prima, tuttavia, di parlare di quella esperienza che ci unì molto e che mi portò a conoscere le sue vere 'passioni' storiografiche, vorrei ripercorrere un po' la storia del nostro incontro e della nostra amicizia.
Fiorenza ed io agli inizi della nostra vicenda universitaria appartenevamo a mondi diversi, allora persino separati, l'uno facente capo alla Facoltà di Lettere, l'altro a quella di Magistero. Per una qualche ragione, a noi più giovani sconosciuta, i due Istituti di storia medievale e moderna non comunicavano. Certo, potevamo supporre qualche vecchia ruggine fra i rispettivi ordinari o direttori, ma i motivi precisi di quella incomunicabilità ci erano ignoti.
Per quanto non fossimo tipi da dar valore a degli screzi che non ci riguardavano, coltivavamo anche ricerche diverse, le sue incentrate sull'Ottocento, le mie sul Novecento, e allora la distinzione pesava facendo capo anche – in assenza di una tradizione di studi in ambito accademico – a due diverse istituzioni esterne: il Museo del Risorgimento e l'allora Deputazione regionale per la storia della Resistenza (oggi Istituto Parri). Ripensandoci ora, viene certo da sorridere…
Fu la nascita del dipartimento di Discipline storiche che mise a contatto ricercatori e ricercatrici di diverse Facoltà e interruppe quelle paratie. Per me significò nell'immediato la frequentazione degli spazi di largo Trombetti, dove aveva lo studio Fiorenza insieme ai colleghi di Magistero e dove ora erano ospitate la biblioteca, la fotocopiatrice e – novità assoluta – una sala informatica. Quei due o tre computer messi a disposizione di tutti i docenti insieme a un tecnico che, fra le altre incombenze, aveva quella di darci una mano con quel nuovo strumento mi resero in quella stagione forse la frequentatrice più assidua di largo Trombetti fra quanti provenivano da via Zamboni. L'ambiente inoltre era congeniale allo studio, con le pareti delle diverse stanze tappezzate di libri e di annate complete di riviste che si potevano consultare direttamente senza alcuna mediazione-ostacolo. Il lavoro, poi, poteva protrarsi fino a tarda ora, cosa impensabile in via Zamboni.
Fu forse la mia affezione agli spazi di largo Trombetti che unì all’inizio Fiorenza e me (chissà, forse dimostravo, come suggerì un amico, che non tutti i colleghi di Lettere erano degli 'spocchiosi'). Poi vennero gli incontri del seminario di storia delle donne organizzati da Maura Palazzi, della Facoltà di Economia ma anche lei entrata nel dipartimento di Discipline storiche. Fu un momento importante di crescita intellettuale e di sviluppo di nuove amicizie (con Maria Clara Donato e Lucia Ferrante, per fare due nomi importanti). Lì ci misurammo anche personalmente. Tenevamo il seminario nella sala di lettura della Biblioteca di storia economica e sociale in fase di trasloco e sedevamo fra scatole e scatoloni e tra scaffali il cui contenuto assumeva ogni volta una forma diversa. La sala certo non era delle più idonee, ma non ce ne curavamo: per noi non era la qualità del luogo a decidere del valore di una iniziativa. Non è che non ci rendessimo conto che il seminario meritava un luogo migliore, ma  il comune sentire che ciò che valeva veramente era altro ci fece più vicine.
Gli anni Novanta furono anni centrali. Nella prima metà, grazie a Mariuccia Salvati, alle sue riflessioni, al suo intuito e alle sue doti 'formattative', tenemmo il convegno su La sfera pubblica femminile e il seminario su Donne e spazio nel processo di modernizzazione, entrambi confluiti nei «Quaderni del dipartimento di Discipline storiche» (il n. 2 del 1992 e il n. 9 del 1995). Fiorenza contribuì a entrambi, al primo con il saggio Solidarietà sociale e associazionismo femminile, al secondo con Il tempo libero delle donne tra Otto e Novecento.
Ritornerò su questi studi. Ora vorrei dire che nella prima metà degli anni Novanta Fiorenza, Alberto Preti ed io organizzammo un seminario laureandi in cui confluirono i nostri studenti che svolgevano ricerche in campi diversi ma fondamentalmente incentrati sulla seconda guerra mondiale (sotto il profilo sociale, politico, culturale). Gli incontri erano mensili e si tenevano in uno studio di largo Trombetti. Fu un'esperienza impegnativa ma, penso, anche importante per le studentesse (erano infatti tutte donne) nella quale ebbi modo di apprezzare Fiorenza sotto il versante della relazione didattica e di constatare la sua curiosità intellettuale. Diverse di quelle studentesse sarebbero state impegnate di lì a poco nella ricerca che poi sarebbe confluita nel convegno del maggio 1997.
La ricerca nasceva da un progetto ideato nel 1993 da un piccolo gruppo di studiose, alcune interne, altre esterne all’università, in vista del cinquantenario della Resistenza. Il suo titolo iniziale era Resistenza e 'passione' politica delle donne in Emilia Romagna e si proponeva fondamentalmente di raccogliere le storie di vita di partigiane prima che fosse troppo tardi. Demmo conto del progetto in «Italia contemporanea» e anche in riviste storiche locali, mentre noi coordinatrici ci dividevamo da una località all’altra per far conoscere e discutere il progetto.
Ci trovavamo in un momento particolare in cui l'interesse storiografico per l'argomento, su un piano nazionale e internazionale, si combinava con le sollecitazioni che venivano dalla società civile e dal mondo studentesco. Decidemmo di puntare sulla costruzione di un archivio della memoria delle donne della Resistenza anche in considerazione del fatto che la documentazione approntata e utilizzata nei decenni precedenti anche per convegni importanti si trovava dispersa, anche perduta.
In quegli anni si poteva contare su eventuali finanziamenti da parte del comitato regionale emiliano-romagnolo e di quello nazionale per le celebrazioni del cinquantennale della Liberazione, e cogliemmo quella occasione. E non fummo sfortunate.
Così partì l’impresa, poiché si trattò di una vera e propria impresa che coinvolse, oltre a noi ricercatrici, soggetti diversi, dal dipartimento di Discipline storiche a personalità individuali, ai coordinamenti femminili dell'associazionismo della Resistenza, con i quali si dava vita a un Comitato promotore allo scopo di sostenere l'iniziativa. Queste le aderenti (insieme a Dianella Gagliani, Elda Guerra, Laura Mariani, Mariuccia Salvati, Fiorenza Tarozzi, che eravamo le coordinatrici scientifiche del progetto): Giancarla Codrignani, Laura Governatori, Olga Prati, Mara Valdinosi, Emma Casari, Maria Cervi, Vittorina Dalmonte, Laura Polizzi, Diana Sabbi.
Il progetto di raccogliere oltre cento storie di vita su nastro e altro materiale biografico delle testimoni era impegnativo e richiedeva la congiunzione di ricerca e organizzazione della stessa. Basti pensare alla formazione di un gruppo di ben sedici ricercatrici (Magda Abbati, Luisa Baraldi, Sandra Bellini, Giuliana Bertagnoni, Lucia Bonini, Monica Casini, Silvia Corigliano, Mirella Plazzi, Angela Politi, Rossella Ropa, Carla Tonini, Adele Valcavi, Mara Valdinosi, Cinzia Venturoli, Angela Verzelli, Paola Zappaterra). Si doveva approntare un questionario, certo non chiuso, ma comunque una traccia sensata di domande che si volevano porre alle protagoniste. La discussione sul questionario richiese molto tempo, ma fu anche positiva perché intanto si mettevano a fuoco temi che avremmo voluto fossero presenti nella narrazione delle storie di vita. Una testimonianza orale, sappiamo, ha una sua autonomia, indipendentemente da chi raccoglie la testimonianza; ma è anche vero che, se chi intervista non ha idea di cosa chiedere, molti aspetti importanti rischiano di non emergere e di non essere neppure sfiorati.
Nei mesi il progetto iniziale, incentrato sulle donne della Resistenza, si allargò a comprendere l'esperienza della guerra per le donne, anche in ragione di interessi che alcune di noi andavano maturando e di cui lo stesso seminario laureandi di cui parlavo più sopra era una testimonianza. Accanto al tema della 'scelta', della ribellione, del riscatto, fece la sua comparsa il tema enorme della violenza di guerra, anche della violenza sessuale, taciuta fino allora. Emergevano in tutta la loro portata anche la violenza razziale e altre terribili forme di violenza di cui la ricerca storica non si era mai occupata ma che erano centrali per comprendere il periodo, il contesto stesso della Resistenza e, spesso, le ragioni della scelta della Resistenza.
Da qui il titolo del convegno Donne guerra politica, che fu trasportato identico nel volume che ne raccoglieva gli atti con il sottotitolo Esperienze e memorie della Resistenza (Nota 1). Nel volume venne a cadere il riferimento all'Emilia Romagna sia per la presenza di una parte corposa dedicata alle ricerche nelle altre regioni italiane con gli interventi delle maggiori studiose, sia perché gli stessi interventi 'regionali' travalicavano per la problematizzazione il caso locale.
E qui ritorno alla relazione di Fiorenza su La generazione delle antifasciste.  Metterò in evidenza solo alcuni aspetti. Le antifasciste sono nella maggioranza le donne della generazione 'anziana' della Resistenza, quante hanno più di trent'anni e a volte si avvicinano ai quaranta nel periodo 1943-1945, la maggior parte provenienti dalle classi popolari e con una esperienza dura di lavoro, molte con una fase di vita vissuta in esilio insieme ai famigliari 'cacciati' dall’Italia per la loro opposizione politica.
Fiorenza metteva subito a fuoco due aspetti: i motivi della scelta (il rifiuto dei soprusi) e la tempra delle antifasciste (il non voler stare alla finestra a guardare). «Rifiuto della passività e determinata volontà di non accettare quanto accadeva al di fuori, oltre quella finestra, non fermarsi a subire e soffrire le violenze, non stringersi o costringersi all’interno di quelle pareti codificate nel tempo come femminili (la casa, la famiglia, il ruolo materno), ma accettare di mettere in gioco la propria vita: è questa la risposta che la generazione delle antifasciste emiliano-romagnole fa emergere con forza dalla memoria della propria vita».
Significativamente tracciava una linea di continuità con la tradizione delle lotte contadine e operaie di fine Ottocento e inizi Novecento e con quella del repubblicanesimo e del socialismo nelle sue varie accezioni (anarchico, municipale, cooperativo, umanitario…). Ricordava la presenza di donne come attiviste e organizzatrici, da Argentina Bonetti Altobelli a Maria Goia, da Alda Costa, a Concetta Quartieri, e l’uscita di periodici femminili, «Eva» a Ferrara, «La donna socialista» a Bologna. Ma doveva anche rilevare come nella memoria delle antifasciste mancasse ogni riferimento a queste 'pioniere' e a queste iniziative, mentre tornavano i nomi di Andrea Costa, Giuseppe Massarenti, Genunzio Bentini.
Mi sembra interessante che Fiorenza, riflettendo su questo 'vuoto di memoria', considerasse l'assenza di 'luoghi della memoria' e la difficoltà di queste donne a pensare a un agire femminile individuale.
Sull'assenza di 'luoghi della memoria' rilevava che «è difficile – se non quasi impossibile – ritrovare, almeno fino al secondo dopoguerra, esempi di intitolazione di strade o piazze o altri luoghi pubblici a donne (a meno che non fossero regine!)», e riandava ai decenni finali dell'Ottocento, quando la classe dirigente bolognese intitolò vie e piazze ai martiri, agli eroi, agli eventi del Risorgimento «per perpetuarne la memoria e rafforzare nei cittadini il senso dell'identità nazionale». «Ebbene – scriveva Fiorenza – in quell'occasione non venne proposto il ricordo di nessuna donna, neppure quello di Anna Grassetti Zanardi, che pure aveva attivamente preso parte ai moti cospirativi preunitari subendo anche la dura esperienza del carcere pontificio. Invece fu scelto di intitolare uno spazio pubblico (i giardini o, come allora si diceva, 'il passeggio') alla Regina Margherita». Su Anna Grassetti Zanardi Fiorenza sarebbe tornata in un'altra occasione, tracciandone una concisa e densa biografia (Nota 2).
Quanto alla difficoltà a pensare a un agire femminile individuale, se non come a una eccezione, Fiorenza metteva l'accento sulla tradizione delle donne delle classi popolari dell'Emilia Romagna ad agire collettivamente. Si doveva notare il loro impegno diretto nelle associazioni e nelle dimostrazioni degli ultimi decenni dell'Ottocento, con la modifica che Manuela Martini aveva già sottolineato della loro presenza in piazza, da forme 'tradizionali' di protesta a dimostrazioni politicamente consapevoli (Nota 3). Fino alla stessa Resistenza, in cui le dimostrazioni politicamente consapevoli, come quella di Imola del 29 aprile 1944, si coniugarono con la tendenza all'azione collettiva.
Fiorenza, poi, voleva anche trasmetterci il sentimento di solidarietà e fraternità presente fra i vicini, il borgo, la cooperativa, insieme con le dure condizioni di lavoro e le lotte altrettanto dure dei contadini a causa della protervia degli agrari allora difesi dallo Stato. La famiglia Pondrelli ben esemplificava questi momenti, con lo sfratto subìto nel 1911 e 1913, ma anche con la solidarietà del borgo che vedeva stagliarsi la figura di un socialista della tempra di Giuseppe Massarenti. Novella Pondrelli, della generazione delle antifasciste, continuava quella tradizione della famiglia e del borgo e delle sue donne, forti e determinate.
Viene naturale accostare queste considerazioni con quelle che Fiorenza aveva espresso alcuni anni prima in Solidarietà sociale e associazionismo femminile (Nota 4), là dove scriveva che fra «i caratteri permeanti l'associazionismo ottocentesco nelle sue varie forme di espressione (mutualistico, cooperativo, di resistenza, sindacale)» si dovevano annoverare «la solidarietà, il sentimento di reciproco aiuto morale e materiale tra i membri di una comunità, la fraternità, l’accordo profondo tra uomini e donne liberati dai condizionamenti e dagli egoismi propri degli interessi individuali. Valori, tutti, rappresentanti ideali antichi che nella società moderna significano la scelta di un profondo rinnovamento che apre nuovi orizzonti alla convivenza civile».
Per gli uomini l'associazionismo – scriveva Fiorenza – «ha significato solidarietà, ma anche possibilità e capacità di provvedere ai propri bisogni senza aspettare l'aiuto esterno, molto spesso concesso per malinteso spirito filantropico, come elemosina in se stessa carica di umiliazioni. Non beneficenza, ma mutua assistenza», momento di crescita individuale e collettiva (anche per i corsi di alfabetizzazione e la creazione di biblioteche) nonché  'luogo' in cui «nascono e crescono le strutture di base dell’aggregazione politica».
Le donne erano meno organizzate degli uomini, certo, ma anche quante si organizzarono non sembra abbiano lasciato traccia della loro storia. Significativamente Fiorenza apriva ai 'vuoti' nella documentazione riguardanti le Società operaie femminili, come quella importante di Forlì, nata nel 1862 e retta da Giorgina Craufurd Saffi, o come quella di Bologna.
Questo primo associazionismo mutualistico femminile conteneva, sì, in sé aspetti moralizzatori, con l'obbligare, per esempio, le associate a «condurre vita morigerata e laboriosa» (pena l'espulsione), ma incentivava, altresì, le donne all'istruzione: «e qui – scriveva Fiorenza – l'impegno delle società operaie femminili si dispiegò molteplice e ricco di iniziative», sia che fossero rette da donne sia che fossero guidate da uomini. Sicuramente, però, il fatto che la società operaia di Lugo, a differenza di quella di Bologna, avesse Ernesta Stoppa alla sua presidenza comportò un'attenzione maggiore ai bisogni e ai problemi femminili. Ernesta non solo si impegnò a favore dell'istruzione ma denunciò gli ingiusti salari delle operaie, troppo bassi perfino dopo i due-tre anni di mancanza di compenso per imparare il mestiere, e 'inventò' il Fondo sussidio di maternità, istituito nel 1876 – scriveva la Stoppa – «col ricavato di una lotteria di beneficenza […] per la qual cosa era bello il  vedere la gara di ogni socia acchè l’opra iniziata fosse coronata di felice successo».
Ernesta Stoppa anticipava di alcuni decenni forme di previdenza che a livello statale si sarebbero decretate nel Novecento e, soprattutto, la sua soluzione era stata discussa con le operaie le quali si erano anche impegnate per la realizzazione dell'iniziativa (ciò che sappiamo non avvenne per la decretazione nazionale).
In conclusione del suo saggio, a Fiorenza premeva sottolineare quanto aveva sostenuto la Stoppa «circa la partecipazione collettiva, forte, impegnata delle socie a dare corpo, sostenere e fare crescere un'istituzione a favore di bisogni specifici. È un'altra dimostrazione della capacità e della volontà delle associazioni mutualistiche di essere luoghi di incontro, di discussione, ma anche luoghi fattivi di iniziative, dove non solo si parlava, e affrontandoli si prendeva coscienza, dei numerosi problemi che si accompagnavano alla questione femminile e alla questione sociale, ma si offrivano anche strumenti e idee per risolverli».
Solidarietà, lotta alla povertà, alle umiliazioni e alle ingiustizie, acquisizione di autonomia, di dignità, desiderio di istruzione e di crescita, responsabilità…
C’è un filo che collega gli interventi di Fiorenza qui considerati e che si rintraccia anche in altri suoi scritti (Nota 5). Pertinente mi sembra questo passaggio di Ines Oddone Bitelli edito nel 1905 su «La donna socialista»:

Non filatrice di lana e di lino, non regina delle corti d'amore, non isterica contemplatrice delle bellezze divine di un Cristo d'avorio o d'argento nelle solitudini tetre dei chiostri; non mite ancella del marito, non istrumento cieco di piacere o di lavoro servile, ma produttrice di ricchezza sociale, ma lontana da ogni sterile sentimentalismo, ma compagna dell'uomo e lavoratrice intelligente ed energica che assume nella vita la sua parte di responsabilità civile e morale e non ripara all'ombra della protezione maritale o paterna, come pianta parassita che sola non sa o non può vivere […]. Donna moderna per noi quella che, libera dai pregiudizi medioevali, resa serena e forte da una concezione giusta della vita, spezza il giogo secolare che l'uomo le impose secondo la vecchia teoria del diritto del più forte e, pur rimanendo femminilmente dolce e buona, sa difendere la propria dignità e mettere un prezzo al proprio lavoro.

Era del resto questo il testo con cui Fiorenza apriva il suo saggio su Il tempo libero delle donne tra Otto e Novecento (Nota 6).
Il modello di emancipazione proposto da Ines Oddone Bitelli era sicuramente severo, ma l'invito a uscire dai vecchi canoni del femminile, ad alzare la testa, a difendere la propria dignità e autonomia, a inserirsi in un contesto sociale più ampio rispetto a quello della famiglia o della chiesa, era un richiamo che Fiorenza intendeva sottolineare, insieme al valore della solidarietà, alla lotta contro i soprusi e le ingiustizie, all'impegno a risolvere i problemi e i bisogni sociali e insieme anche alla conquista di una maggiore libertà di movimento e di nuovi spazi fisici esemplificati nel «passeggiare nelle strade, entrare nei caffè, partecipare a un meeting, viaggiare».
Come si vede, il modello proposto da Ines Oddone Bitelli nell'analisi di Fiorenza si addolciva, contemplando momenti di divertimento e di svago, ma non meritava di essere fatto oggetto di critica in quanto anch'esso andava nella direzione dell'emancipazione delle donne, di una loro maggiore libertà e autonomia.

Cara Fiorenza, cara amica mia, il mio è voluto essere solo un primo tentativo di ripercorrere questa parte del tuo lavoro, specialmente per chi non ne è, o ne è parzialmente al corrente, ma il groppo alla gola mi ha seguito in ogni passo, ed è inutile dirti che mi manchi.



NOTE:

Nota 1 D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani, F. Tarozzi (a cura di), Donne guerra politica. Esperienze e memorie della Resistenza, «Quaderni del dipartimento di Discipline storiche», n. 13, Clueb, Bologna 2000. Torna al testo

Nota 2 F. Tarozzi, Le mazziniane. Dal rivoluzionarismo di Anna Grassetti Zanardi all'emancipazionismo di Gualberta Alaide Beccari, in F. Tarozzi e E. Betti (a cura di), Le italiane a Bologna. Percorsi al femminile in 150 anni di storia unitaria, Editrice Socialmente, Bologna 2013, in particolare pp. 74-75. Torna al testo

Nota 3 Fiorenza citava M. Martini, Divisione sessuale del lavoro e azione collettiva nelle campagne padane di fine Ottocento, in D. Gagliani e M. Salvati (a cura di), Donne e spazio nel processo di modernizzazione, «Quaderni del dipartimento di Discipline storiche», n. 9, Clueb, Bologna 1995, pp. 75-110. Torna al testo

Nota 4 Contenuto in D. Gagliani e M. Salvati (a cura di), La sfera pubblica femminile. Percorsi di storia delle donne in età contemporanea, «Quaderni del dipartimento di Discipline storiche», n. 2, Clueb, Bologna 1992. Torna al testo

Nota 5 I caratteri delle 'antenate' si ritrovano sottolineati in altri lavori di Fiorenza. Oltre a quelli già citati, ricordiamo (con Mirtide Gavelli) Il delinearsi di modelli. Alle radici della contemporaneità negli anni dell’unificazione nazionale, in F. Tarozzi e E. Betti (a cura di), Le italiane a Bologna, cit. e (con Elda Guerra) Emancipazionismo politico, emancipazionismo sociale: voci e protagonismi femminili della Romagna, in «Romagna Arte e Storia», vol. 81. Torna al testo

Nota 6 Contenuto in D. Gagliani e M. Salvati (a cura di), Donne e spazio nel processo di modernizzazione, cit. Si veda anche F. Tarozzi, Spazi e modelli di tempo libero per le donne nell’Ottocento, in «Storia in Lombardia», 1-2 (1995). Torna al testo

 

Questo contributo si cita: D. Gagliani, La generazione delle antifasciste e le loro antenate, ovvero le donne di cui Fiorenza voleva tramandare la storia, in «Percorsi Storici», 5 (2017) [http://www.percorsistorici.it/numeri/]

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