Angelo Varni, Giovanbattista Ercolani: il "Risorgimento" di uno scienziato

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Angelo Varni

Giovanbattista Ercolani: il "Risorgimento" di uno scienziato (Nota 1)

 

Seconda metà del 1862. L’unità italiana è stata proclamata da appena un anno e Giovan Battista Ercolani, fervido e partecipe sostenitore del, per tanti aspetti, miracoloso percorso risorgimentale scrive al ministro della Pubblica istruzione, il collega dell’università di Pisa Carlo Matteucci, nell’intento di esprimergli i suoi motivi di dissenso in merito al progetto di riforma dell’istruzione, certamente uno degli obbiettivi prioritari del ceto dirigente nazionale.
C’è in tali righe molto della personalità di questo scienziato, già noto a livello internazionale per la vastità e l’originalità degli studi, convinto lungo tutto il corso della sua vita che attraverso le ricerche sperimentali e l’osservazione dei fenomeni naturali fosse possibile il progresso dell’umanità.
Lui che ricevette per gli esiti felici delle sue scoperte le congratulazioni di Darwin, ma che comunque – come ebbe a dire nel commosso ricordo che gli dedicò l’amico Marco Minghetti il 23 novembre 1884 ad un anno dalla morte – sapeva bene arrestare il suo positivismo alle soglie dell’inconoscibile, di quanto riguardava il soprannaturale, l’anima, il destino dell’uomo: «Riconosco – riferiva Minghetti le parole dell’amico – che ci sono questi problemi […] parmi che l’umanità vi risponda col cuore e non colla mente […] [e] la legge morale a me si presenta così chiara, precisa, imperativa, che non arrivo neppure a concepire la possibilità di negarla, o di contraddirla» (Nota 2). Non restava a Minghetti che commentare con un «Felice natura […], nella quale i dettati della giustizia non trovavano alcun dubbio nella teorica, alcuno ostacolo nella pratica!» (Nota 3).
Aveva il tono, dunque, il suo rivolgersi al ministro di chi, pur senza iattanza ma neppure finta modestia, riteneva di aver il diritto per scienza e conoscenza di offrire consigli sugli assetti generali della cultura nel nostro paese, se non altro per la comune appartenenza alla ristretta cerchia di quanti avevano creduto nell’indipendenza della penisola. Intanto, lo rassicurava di essere convinto dell’onestà e della cultura del ministro e di credere nella sua volontà di elevare il livello dell’istruzione nel paese, la causa maggiore ai suoi occhi di decadenza della società. «L’ignoranza – precisava – è una fonte perenne le cui acque melmose e pestilenti s’infiltrano da per tutto e tutte le forze vive per quelle si fiaccano ed annientano onde è che la miseria solo cresca e rigoglia spaventosamente» (Nota 4). Certo di volere la stessa cosa del ministro, Ercolani, «onesto – afferma – quanto il Ministro» (Nota 5), gli esprime il suo pensiero difforme dalla strada che sembrava aver imboccato l’ipotesi di riforma.
Non era, infatti, opportuno ai suoi occhi rivolgere il maggior impegno ad allargare la base dell’istruzione per tutti, bensì dedicarsi a «piantare gli apici, e gli apici sono le scoperte che solo possono fare gli scienziati; l’umanità traduce e applica quelle scoperte nell’infinito campo delle industrie e così la base si allarga e tanto più si eleva la piramide quanto più quel tal apice o scoperta era feconda di applicazioni» (Nota 6).
Il procedere doveva essere, dunque, inverso, dall’alto al basso, perché anche se in un anno si dovesse cancellare – come scriveva – «la piaga dell’analfabetismo in Italia […] La base della piramide sarà larghissima, ma non avremo la piramide, o in altri termini non avremo analfabeti ma avremo l’ignoranza» (Nota 7). C’era certo in questo l’occhio di un ottimate impegnato in una costruzione nazionale pur sempre democratica e liberale, che non poteva non venire da uno sguardo dall’alto; ma nel contempo anche una ferma lezione di realismo e di rifiuto di ogni facile demagogia, tanto da porre il problema ancor oggi apertissimo nel nostro paese della massificazione della cultura livellata al basso e sfiorante, appunto, l’ignoranza.
Nella sua proposta di soluzione affrontava il tema, già allora dibattutissimo, della diffusione delle università periferiche ed anche in questo caso Ercolani si discostava dall’opinione più diffusa e dall’ipotesi ministeriale di chiudere i piccoli atenei ritenuti fonte di spesa improduttiva, convinto com’era che pure in questi luoghi di ricerca scientifica venisse un contributo a «quei sommi veri che fecondano le arti e le industrie umane da cui la grandezza e la prosperità del paese» (Nota 8). Senza mezzi termini avvertiva il ministro che «la via che avete cominciato a battere è sbagliata non solo ma grandemente dannosa». Per concludere con l’affermazione che «Le troppe università d’Italia non sono un male perché sono troppe, sono un male perché non sono buone. Volete voi migliorarle» (Nota 9).
Del resto, già tra luglio ed agosto Ercolani aveva lungamente scritto al neo ministro in merito all’esigenza di dare la meritata dignità scientifica agli studi di veterinaria, dimostrandone l’assoluta importanza per l’esistente connessione tra l’anatomia patologica umana e quella animale, l’urgenza di garantire ai giovani basi di conoscenza ad un tempo teoriche e pratiche, la capacità degli studi applicati agli animali di aiutare il progresso scientifico della clinica e delle connesse terapie, bastava pensare al caso dei vaccini. Ma non è mio compito entrare, in questa sede, nello specifico della sua attività di scienziato capace di aprire nuove vie in una molteplicità di campi legati alla natura umana ed animale, come pure in quella di organizzatore di istituzioni didattiche e di ricerca, fino alla segreteria perpetua dell’Accademia delle Scienze nel 1865, alla presidenza della Facoltà medico-chirurgica e di medicina veterinaria nel 1872, al rettorato tenuto dal 1878 al 1883.
Desidero, però, proseguire il filo ininterrotto del suo ragionare su questa esigenza di affrontare l’organizzazione della pubblica istruzione nell’Italia del post risorgimento ed ancora nel 1872, svolgendo il discorso inaugurale dell’anno accademico, ribadiva quanto scritto al Ministro dieci anni prima che, cioè, «L’istruzione salutare e feconda pei popoli, è come la luce del sole, che scende dall’alto e non dai bassi fondi del semplice alfabeto» (Nota 10). «Il tempio della Scienza è nelle Università: e sono queste che oggi [ricordo che siamo a quasi centocinquant’anni fa] sono in Italia più specialmente colpite, ed è per l’alto insegnamento che pubblicamente si afferma, che il contributo degli insegnanti alla scienza è così scarso nelle troppe Università d’Italia, da doverne sentire vergogna il paese» (Nota 11). La sua reazione era fermissima, bollando di calunniatori quanti disprezzavano il lavoro svolto negli Atenei «e sarà lecito a noi il dire che delle ripetute ed ingiuste accuse siamo stanchi, che la tolleranza fastidiosa concessa alle Università ci offende […] Dove sono in Italia le Biblioteche ed i Laboratori indispensabili per le ricerche degli studiosi? Quanto si fa è un miracolo di abnegazione, e chi ci accusa si provi e poi mantenga le accuse» (Nota 12).
E poi non mancava il richiamo al ruolo dell’Alma Mater, senza dubbio isterilitosi rispetto alle antiche glorie quando Bologna «non chiese mai all’insegnante, di dove vieni? ma solo, che cosa sai? Che cosa insegni? E se tutta Europa veniva qui ad apprendere è pur giusto dire che il fiore d’Europa veniva qui ad insegnare , ed il dotto straniero solo per questo diveniva concittadino» (Nota 13).
A questa tradizione doveva, dunque, riandare l’Ateneo bolognese, nel rispetto inoltre della libertà di coscienza conquistata con l’ingresso in Roma. Concludendo con la solenne affermazione che «Libertà assoluta e tolleranza piena sono la rugiada feconda della scienza che nella continua ricerca del vero, vuole spaziare sicura per giovare all’umanità» (Nota 14).
Ed ancora sei anni dopo, il 19 maggio 1878, parlando all’Associazione Costituzionale delle Romagne riprendeva queste tematiche formative che rappresentavano per lui – e senza dubbio per la gran parte del più avvertito ceto dirigente liberale – lo snodo cruciale per l’auspicata crescita civile e materiale della penisola. Tornava esplicita la difesa dell’esistenza di tutti i luoghi deputati al sapere, Atenei od Accademie che fossero, con un sottolineato richiamo al valore della locale Accademia delle Scienze. Ribadendo come non fosse rilevante il loro numero, bensì la qualità e per questa Ercolani precisava una serie di modalità sostanzialmente rivolte a premiare, anche economicamente, i docenti migliori nella didattica e nella ricerca, allontanando gli altri dalle cattedre.

Accorato il suo grido d’allarme che possiamo ancor oggi fare nostro:

Disgraziatamente in Italia la cultura scientifica non è diffusa; la lingua italiana è poco coltivata fuori, e questi due elementi congiunti fra loro, fanno sì, che le pubblicazioni scientifiche e che non hanno attinenza diretta col pratico esercizio o non solleticano i sensi, i librai naturalmente rifuggono e con maggior ragione non le intraprendono gli stessi scienziati ai quali in Italia manca il mercato per la loro merce che fuori non è richiesta (Nota 15).

Per questo Ercolani ironizzava con quanti avrebbero voluto un’università indirizzata solo a corsi pratici, dall’immediata dimostrabilità e fruibilità e non rivolta a «ritemprare la mente dei giovani nelle alte sfere del pensiero» (Nota 16).
È quindi significativo che fra le carte della corrispondenza Ercolani sia conservato il lunghissimo scritto dedicato alla commemorazione proprio del ministro Matteucci, a sua volta illustre fisico, elaborato dal collega Pier Luigi Perotti ed inviato ad Ercolani con deferente gratitudine. In esso, infatti, vi è un’entusiasta introduzione riguardante le conquiste raggiunte dall’umanità nell’ultimo secolo in tutti i campi della scienza, chiedendosi però al termine quale fosse stato il contributo dell’Italia: «a dir vero dalla patria di Galileo, di Galvani e di Volta sarebbesi aspettata maggior cooperazione a questo gran lavorio» (Nota 17). Dopo aver minutamente illustrato le benemerenze scientifiche e non del celebrato, Perotti chiudeva rendendo «il dovuto omaggio al carro del progresso» (Nota 18), sicuro di incontrare l’approvazione del suo interlocutore.
È evidente che un simile atteggiamento di fervida attenzione ad una crescita culturale del paese si inscriveva nella sempre ribadita militanza di Ercolani fra quanti ritenevano il Risorgimento una sorta di dovere morale, un riscatto da perseguire dopo i secoli della dipendenza dallo straniero e di una frammentazione politica che era stata pure un abbandono del cammino verso lo sviluppo civile, materiale e culturale. Al punto che nell’elogio funebre di Elmer Reynolds, illustre membro della Società Antropologica di Washington, letto in traduzione in una seduta della bolognese Società Agraria, prima di enumerare le sue importanti ricerche e scoperte, e prima di inserire l’elenco dei suoi innumerevoli lavori scientifici e letterari, venne dato rilevante spazio alla «sua assoluta avversione contro ogni ingerenza straniera». E se ne descrisse l’intera parabola delle scelte politiche, iniziate – a dire del biografo statunitense – «colla invasione austriaca del 1848. Fin d’allora egli consacrò tutto il suo ingegno e tutta la sua capacità alla cosa pubblica» (Nota 19).
Ed anche Albano Sorbelli, nella sua veste di direttore dell’Archiginnasio, ringraziando per la scelta degli eredi di donare alla biblioteca cittadina la preziosa collezione libraria raccolta da Ercolani (6.795 le opere tra volumi, opuscoli, manoscritti), sottolineò in uno scritto del 1912 come «Gli avvenimenti del Risorgimento Italiani trovarono in lui un’anima calda e compresa della nobiltà del fine, e giovane ancora si dedicò alla politica e all’affermazione di quei principi che dovevano condurre alla unità d’Italia e alla sua liberazione dallo straniero» (Nota 20).
Egli, infatti, nato nel 1817, si trovò ancora fanciullo alle prese con le vicende dell’insurrezione del 1831, maturando da subito una ferma avversione contro il governo teocratico, senza per questo abbracciare mai le posizioni più estreme e barricadiere. Laureato in medicina e chirurgia nel 1840 e presto assistente di Antonio Alessandrini privilegiando l’attività di ricerca nell’anatomia comparata e veterinaria, appartenne alla cerchia dell’alta borghesia e nobiltà bolognese convinta dell’urgenza, ad un tempo, di spingere il governo pontificio lungo una strada di riformismo che guardasse, in politica, alle grandi monarchie costituzionali europee ed in economia ad una liberalizzazione dai vincoli burocratici e corporativi; e d’altra parte di operare sul piano educativo, per formare un mondo del lavoro – da noi soprattutto agrario – consapevole dei traguardi raggiunti dalle tecniche più avanzate impiegate oltralpe.
Una cerchia di intellettuali ed imprenditori di cui facevano parte, tra gli altri, i Berti Pichat, i Tanari, gli Aglebert, gli Audinot, i Pepoli, i Pizzardi, i Massei, i Ranuzzi e che avevano in Marco Minghetti la figura più eminente e rappresentativa. E che si esprimevano, soprattutto, attraverso le pagine ricche di consigli pratici ai coltivatori dei campi del settimanale «Il Felsineo», fondato nel 1840, appunto, da Berti Pichat, nella cui dimora si riuniva, per altro, la neonata Società Agraria dall’evidente scopo di modernizzare lo statico mondo della realtà pontificia.
Proprio sul «Felsineo» del 28 ottobre 1847 troviamo un suo originale articolo sui benefici della leva militare, distinguendone gli scopi in tempo di pace ed allora utile a togliere dalla società i «disoccupati, i maleducati, gli oziosi, gli immorali, i maleducati»; mentre nei tempi di guerra dovevano essere i migliori cittadini a scendere in campo, disposti ad incontrare «le ambasce e gli strazi di una tremenda lotta col sorriso sulle labbra, perché da un tale sanguinoso e giocondo banchetto sorgerebbe immancabilmente Grande, Libera, ed Indipendente la fin qui serva e prostrata Nazionalità Italiana».
Nessuno strappo rivoluzionario, dunque, era auspicato da questi uomini, nessuna lotta di religione contro il Pontefice sovrano, ma solo la ferma volontà di portarlo verso il rifiuto dell’assolutismo teocratico e per Ercolani in particolare all’indipendenza dallo straniero.
Una speranza che risultò presto vana ed alla quale Ercolani – almeno a dare credito alla testimonianza di Minghetti nel citato discorso commemorativo all’Archiginnasio – mai credette: «quando nel 1847 parve spuntare un’alba di risorgimento, per opera di Pio IX, quando popoli e principi sorgevano nel nome da lui acclamato; e dal Bosforo come dal Gange venivano oratori a prestare omaggio al Pontefice; egli partecipò poco o nulla all’universale entusiasmo, perché non aveva alcuna fede che da fonte teocratica potesse mai venire un’onda di civiltà» (Nota 21). Certo, dunque, era il suo credo democratico e liberale, ma ne temeva gli eccessi che potevano portare alla tirannia ed auspicava un governo in grado di evitarli senza per questo trascendere nell’autoritarismo.
Di questo atteggiamento politico ed ideale diede, del resto, sofferta testimonianza nel turbine del 1848-49 e nel decennio seguente di esilio vissuto lontano dalla propria città e, soprattutto, dal proprio Ateneo. Fu, infatti, eletto alla Costituente Romana ed in tale veste rappresentativa, coerente con i propri principi, votò contro la proclamazione della Repubblica Romana e tutto quanto distogliesse da un ordinato procedere riformatore.
È Luigi Farini a narrare nella sua storia dello Stato Romano, quasi così ad anticipare le sue future scelte a fianco della monarchia piemontese, come Ercolani in assemblea zittisse le lamentele del Cernuschi in merito alla dichiarazione di guerra all’Austria di Carlo Alberto senza aver prima avvisato la Roma insorta, esclamando «Noi andremo alla guerra, e lo sapremo così quando saremo sul campo» (Nota 22).
Con tutta evidenza la sua scelta di essere parte attiva della vicenda romana rientrava nel già citato rifiuto di ogni presenza straniera nel nostro paese. Lo conferma con enfatiche ma persuasive parole la testimonianza dell’amico Audinot, riportata da Minghetti nel discorso commemorativo, là dove afferma esserci stato in Roma

un fascio di uomini, non tutti appartenenti […] alla demagogia; ma tra essi molti uomini devoti ai principî d’ordine, devoti alla monarchia; e vidi quel fascio d’uomini lanciarsi coscientemente, volontariamente senza speranza di vittoria, senza conforto di lode, lanciarsi nella voragine di Curzio, per mantenere integra la protesta contro lo straniero invasore […] per redimere col sangue il nome italiano vituperato e contaminato dagli insulti della reazione furente in Europa (Nota 23).

Per questo accettò di mettere a disposizione della Repubblica le sue competenze di medico. Quattro lettere depositate al Museo del Risorgimento di Bologna e pubblicate da Giovanni Maioli nel bollettino dell’Archiginnasio del 1926, ne testimoniano, tanto, le motivazioni della proposta fattagli (essere cioè docente all’Ateneo bolognese, «occupare in Roma un onorevole posto nel Consiglio supremo militare», «essere infine fornito di non comune dottrina»), quanto alcuni compiti relativi all’organizzazione del servizio ambulanze e all’amministrazione dell’ospedale di San Giacomo in Augusta, nonché gli ordini riguardanti lo smistamento e il ricovero dei feriti. A questi ultimi Ercolani fece seguire una sua piccata nota che ne illustra bene le convinzioni: essendogli stato impedito da padre Gavazzi e da due signore di spostare, secondo le indicazioni ricevute, dalla prima linea di San Pancrazio un’autoambulanza dove i tre si erano installati avendone ricevuto il consenso a questo dallo stesso governo, il Nostro rispose seccamente: «In una Repubblica dove comandano i frati e le puttane i cittadini rassegnano i mandati ricevuti. Salute e Fratellanza». Subito dal ministero della Guerra giunse la preghiera di recedere dal proposito di dimissioni, assicurando che «l’Autorità Suprema del Governo vorrà portar rimedio ai mali deplorati dal vostro rapporto» (Nota 24).
Alla caduta di Roma, nessuna amnistia gli fu concessa ed iniziò per lui un decennio di esilio, prima a Pistoia e a Firenze contando sulla mitezza di Leopoldo II, che però, nel 1851, si adeguò alla diffusa repressione degli altri principi italiani, costringendo il Nostro a riparare, come il fior fiore dell’attivismo risorgimentale italiano, in Piemonte. Lì poté ritrovare lo spazio per i suoi studi, ottenendo presto la cittadinanza ed una supplenza alla appena nata scuola di veterinaria, fondando, pure, il glorioso «Giornale di veterinaria» ed arrivando nel 1859 alla direzione della scuola torinese. Nel contempo maturarono – e non poteva essere altrimenti considerando le sue motivazioni ideali – stretti rapporti con il mondo ruotante attorno a Cavour, con D’Azeglio, come con Farini, con Castelli, come con Mamiani e con, ovviamente, Marco Minghetti.
Non mancò certo all’appuntamento del 1859 quando fu eletto deputato per Bologna all’Assemblea nazionale dei popoli della Romagna, quella che votò la decadenza del potere temporale del Papa e l’annessione al Regno di Sardegna.
L’immenso dolore causatogli dalla morte di parto della figlia parve indurlo ad abbandonare ogni attività politica e scientifica per tornare nella sua Bologna, dove però fu convinto ad rinunciare a simili propositi allettandolo con l’offerta di dirigere la scuola bolognese di veterinaria.
Non si estraniò, per altro, completamente dalla vita politica, venendo più volte eletto al consiglio comunale nel 1863, 1872, 1877, 1882 ed in Parlamento nel 1860, 1866 e 1880, schierandosi sempre a fianco dell’amico Minghetti. Anche se da allora, per i due restanti decenni di vita (scomparve, infatti, a Bologna il 16 novembre 1883) si dedicò soprattutto ai suoi impegni didattici e alle importanti ricerche scientifiche che illustrò in 130 pubblicazioni.
Tra le tante cerimonie che ne onorarono l’attività, la prima forse fu svolta già il 25 novembre dello stesso 1883 presso l’Accademia delle Scienze, che lo volle celebrare quale – come prima detto – segretario perpetuo, mentre il Comune, l’anno dopo, gli dedicava una lapide apposta sulla sua casa in via Castagnoli, commissionando l’epigrafe ad Ernesto Masi, dove veniva definito «anatomico naturalista, scopritore di nuovi veri alla scienza, uomo d’austera virtù, cittadino propugnatore di libertà, coll’esilio decenne, coll’incrollabile costanza dei pensieri dei sentimenti delle opere» (Nota 25).
Spettò poi all’università cittadina dedicargli un busto ed una lapide nell’atrio, con una cerimonia che vide la presenza di molti colleghi delle altre facoltà veterinarie d’Italia, che non mancarono di sottolineare la sua grandezza di scienziato in grado di esprimersi in un ambito ancora percepito come assai meno nobile di altri. Al punto che il direttore della Scuola modenese giunse a lodarlo in quanto «Lui patrizio, di nobilissima schiatta, non disdegnò di vivere tra i veterinari», dedicandosi quindi ad una professione «tenuta a vile» e giudicata «ignobile».
Da parte sua l’oratore designato a commemorarne la figura, il professor Cocconi della Scuola veterinaria di Milano, non mancò di rimarcare la marginalità della disciplina scientifica, riprendendo indirettamente certe tematiche relative al miglioramento degli studi care – come s’è visto – ad Ercolani, dicendo:

maturò e condusse a termine le sue minute ricerche in poverissimi laboratori, ritraendo potente energia dalla stessa deficienza dei mezzi. Non fu grande la mancanza, spesso tanto lamentata in Italia, dei grandi laboratori, di cui dispongono gli stranieri, impedimento al lavoro efficace dello scienziato, se vedemmo la sua grande attività non infrangersi contro questi ostacoli, ma riuscirne splendidamente vittoriosa.

 

NOTE:

Nota 1 Relazione svolta il 30 novembre 2017 al convegno organizzato dalla Società medica chirurgica in occasione dei duecento anni dalla nascita di Ercolani. Torna al testo

Nota 2 Discorso di Marco Minghetti pronunziato nell’Archinnasio bolognese il23 novembre 1884, Regia Tipografia, Bologna 1884, p. 28. Torna al testo

Nota 3 Ivi, p. 29. Torna al testo

Nota 4 Lettera di Ercolani al ministro Matteucci, in Manoscritti Ercolani, carteggio V, n. 22. Torna al testo

Nota 5 Ivi. Torna al testo

Nota 6 Ivi. Torna al testo

Nota 7 Ivi, carteggio V, n. 29. Torna al testo

Nota 8 Ivi. Torna al testo

Nota 9 Ivi. Torna al testo

Nota 10 R. Università di Bologna, Discorso inaugurale letto dal Prof. Gio. Battista Ercolani e parole del Rettore per l’inaugurazione del monumento ad Antonio Bertoloni, Società Tipografica dei Compositori, Bologna 1873, p. 12. Torna al testo

Nota 11 Ivi. Torna al testo

Nota 12 Ivi, p. 15. Torna al testo

Nota 13 Ivi, p. 18. Torna al testo

Nota 14 Ivi, p. 21. Torna al testo

Nota 15 Associazione Costituzionale delle Romagne, Sull’ordinamento degli Istituti Scientifici in Italia. Brevi considerazioni presentate dal socio Prof. G. B. Ercolani, Zanichelli, Bologna 1878, pp. 9-10. Torna al testo

Nota 16 Ivi, p. 14. Torna al testo

Nota 17 Manoscritti Ercolani, carteggio IV, n. 16, Pier Luigi Perotti, Commemorazione di Carlo Matteucci, autografo, in Archiginnasio di Bologna. Torna al testo

Nota 18 Ivi. Torna al testo

Nota 19 Elogio del conte Giambattista Ercolani fatto da Elmer Reynolds, membro della Società Antropologica di Washington, Tipografia di G. Cenerelli, Bologna 1887, p. 5. Torna al testo

Nota 20 A. Sorbelli, I manoscritti Ercolani, in «L’Archiginnasio», VII, (1912), p. 30. Torna al testo

Nota 21 Discorso di Marco Minghetti, cit., p. 31. Torna al testo

Nota 22 Cit. ivi, p. 33. Torna al testo

Nota 23 Ivi, p. 32. Torna al testo

Nota 24 In «L’Archiginnasio», XXI (1926), pp. 240-246. Torna al testo

Nota 25 In «Gazzetta dell’Emilia», 24 novembre 1884, riportato in Cronaca e fatti vari. Torna al testo

 

Questo contributo si cita: A. Varni, Giovanbattista Ercolani: il "Risorgimento" di uno scienziato, in «Percorsi Storici», 5 (2017) [http://www.percorsistorici.it/numeri/]