Elena Lamberti, Montréal e il Sessantotto canadese. Una storia da scoprire

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Elena Lamberti

Montréal e il Sessantotto canadese. Una storia da scoprire

 

1. L’isola che non c’era

Le storie legate al 1968 canadese richiedono chiavi di lettura di quel momento storico un po’ diverse da quella che è diventata nel tempo – e in occidente – la narrazione dominante a livello transnazionale. Pur se inscritto nel sistema mondo, il 1968 a Nord degli USA segna infatti un momento fondamentale più per la definizione dello stesso Canada che per la volontà di rinnovamento o di cambiamento di un dato ordine (politico, economico, culturale, sociale), che pure si registra. Toronto, Montreal o Vancouver non sono le prime città che ci vengono in mente quando si parla di quegli anni. Non a caso, le riflessioni sul Canada di quel periodo si radicano in seno ad un paradigma che è soprattutto letterario-culturale (il multiculturalismo letterario, figlio del postcoloniale e del postmoderno), non solo storico, anche se il primo è strettamente connesso al secondo. Le ‘storie’ letterarie e culturali del Canada di quegli anni, ivi comprese quelle di critica letteraria, sono, infatti profondamente inscritte nella Storia della nazione e, anzi, diventano territori utili a comprenderla. Sono territori concettuali, luoghi simbolici di un percorso che definisce il Canada quale realtà occidentale diversa sia dall’Europa che dagli Stati Uniti proprio a partire dal decennio 1960-1970. Il 1968 in Canada è, infatti, un’altra cosa: è il periodo in cui il Canada si affranca dalla madre patria britannica ed avvia un percorso di riforme interne che lo trasformeranno, nel giro di due decenni, in un modello di società inclusiva e multiculturale. Le proteste che caratterizzano il resto del mondo occidentale saranno qui molto più sfumate e meno impetuose poiché il nuovo governo Trudeau e i nuovi movimenti culturali avviati in seno alle stesse università porteranno già novità politiche, sociali e ambientali, che renderanno le proteste canadesi quasi folkloristiche se paragonate a quelle che hanno luogo, nello stesso decennio, a sud del confine nazionale o in altre nazioni europee. In Canada, gli scontri più importanti non si avranno nelle università o nelle piazze, dove le manifestazioni diventeranno più occasioni di critica all’imperialismo statunitense che all’establishment locale; si avranno invece nell’unica provincia di cultura francofona, il Québec, già Upper Canada, che vede nella fase post-coloniale l’opportunità di affrancarsi non solo dal Regno Unito, ma anche dallo stesso Canada. Il sogno di un ‘Québec libero’ è un sogno nel ‘68 canadese e tale rimarrà: la lotta armata verrà sconfitta già nel 1970, la lotta politica resisterà, pur se con alti e bassi, fino agli inizi del ventunesimo secolo. Ad eccezione di (pochi) scontri violenti che si concentreranno nel periodo 1963-1970, la storia del ’68 canadese è una storia di rivoluzioni abbastanza tranquille e, anche, di rivoluzioni in fondo riuscite, se con questo si intende la realizzazione di una progettualità condivisa trasversalmente e in seno alla nazione. E’, invece, oggi, nei primi decenni del ventunesimo secolo, che il Canada sta rimettendosi in discussione: le celebrazioni dei centocinquant’anni di vita della nazione sono diventate l’occasione per fare i conti con alcune questioni del passato (coloniale e no) lasciate in sospeso, soprattutto nei confronti delle popolazioni native. Ma questa è un’altra storia.
Quello che si costruisce attorno al 1968 in Canada è dunque un progetto politico e culturale nuovo, che si perfeziona a cento anni dalla nascita della prima Confederazione (Nota 1)e che matura nella prima fase postcoloniale della nuova nazione canadese; nel Canada di quegli anni, la necessità di costruire una identità nazionale infine libera dalle influenze politiche e culturali britanniche prevale sulle istanze sessantottine che caratterizzano il resto del mondo. Il governo, le province e i territori del Canada devono convergere su una progettualità che è prima di tutto legata alla definizione di una idea di nazione chiaramente distintadalla ex-madrepatria; solo successivamente potrà diventare anche progettualità legata al ruolo che il Canada potrà occupare in seno al mondo, occidentale e non. Negli Anni Sessanta, il nuovo progetto politico e culturale canadese poggia così su qualcosa che prima non c’era o, almeno, non era visibile. Proprio come le isole costruite ex novo per l’Esposizione Internazionale di Montréal del 1967, progetto considerato utopico e destinato a fallire perfino nelle proiezioni statistiche di un computer interrogato all’epoca per studiarne la fattibilità (Nota 2). Invece, grazie alla determinazione di un team guidato dall’allora nuovo sindaco di Montreal Jean Drapeau, il materiale di risulta proveniente dagli scavi della metropolitana venne riutilizzato per ampliare l’isola di Sainte Hélène e creare ex novo quella che oggi va sotto il nome di isola di Notre Dame (sulla quale si correrà, dal 1978, il gran premio del Canada di Formula 1). Allo stesso modo, il Canada guidato da un giovane primo ministro liberale, Pierre Eliot Trudeau, eletto proprio nel 1968 saprà rinnovare la nazione riorganizzando il sostrato umano e culturale che la compone e che viene alla luce proprio in quel decennio, il primo di un Canada pienamente postcoloniale. Originario del Québec, enclave francofona in un territorio dominato dalla cultura e dalle tradizioni britanniche, sarà proprio il montrealese Trudeau a fermare drasticamente lo slancio indipendentista che matura, in quel decennio, nei territori divenuti britannici dal 1759. Trudeau sta al Canada come Jean Drapeau sta all’Expo 67: sono due ingegneri della nazione capaci di progettare realtà destinate a tradurre idee astratte in luoghi tangibili e permanenti. Luoghi che possono essere compresi meglio se si pensa al periodo che ruota intorno al 1968 come alla data che segna uno spartiacque tra un Canada coloniale e un Canada post-coloniale.

 

2. Il contesto intellettuale: il mezzo è il messaggio

In quegli anni, anche nelle università canadesi si inizia a registrare la voglia di cambiamento, la necessità di ascoltare e dare voce a nuovi soggetti culturali e politici; ma la ‘ribellione’ non parte tanto o solo dagli studenti. All’Università di Toronto un professore di letteratura innesca una enorme rivoluzione accademico-culturale: dal suo Centro per la Cultura e la Tecnologia istituito ufficialmente nel 1964, Marshall McLuhan cambia l’idea di ‘comunicazione’ e la inscrive in una idea di ‘ambiente’ complesso, in continua evoluzione proprio per effetto della relazione dinamica tra gli individui, le loro estensioni tecnologiche e la realtà che insieme abitano (Nota 3). Dal campus dell’Università di Toronto, McLuhan riconosce e ufficializza le controculture dell’epoca, le studia nei suoi corsi come manifestazioni inscritte nel nuovo villaggio globale – da lui tradotto anche in termini di nuovo tribalismo elettrico – che rende obsolete molte delle istituzioni dominanti, scuola compresa, oltre che le idee di nazione e confini. McLuhan osserva la nuova realtà socio-tecnologica e suggerisce come il mondo stia andando più veloce dei vecchi programmi scolastici; scandalizza la vecchia guardia accademica perché afferma, anche in modo provocatorio tra l’artistico e il visionario, che per capire la realtà del tempo occorrano nuove mappe mentali e cognitive, occorra abbandonare la linearità del mondo gutemberghiano (ordinato e gerarchico) per aprirsi alla nuova sinestesia percettiva dell’era elettrica (poi elettronica e oggi digitale), per sua natura acustica, inclusiva, ecologica. Il cosiddetto pensiero generalista di McLuhan ben si sposa con il rinnovato olismo culturale delle nuove generazioni e quel centro di ricerca universitario diventa, in pochissimo tempo, luogo catalizzatore di idee innovative e meta di pellegrinaggi costanti, tanto di vecchi politici che di giovani artisti. Famosa, tra le tante, è rimasta la visita di John Lennon e Yoko Ono, a colloquio per ore con McLuhan. In questo caso, la rivoluzione culturale parte sì da una università, ma non è dettata dagli studenti in protesta, bensì da un gruppo di docenti in forza a quella università (che non avranno, naturalmente, vita facile). All’università di Toronto, gli scontri più importanti, quelli decisivi, non sono tanto in piazza, bensì nelle stanze dei bottoni di quella istituzione. E’ una lotta intestina tra conservatori e progressisti: non c’è, in questo senso, una rottura generazionale così violenta come in altre realtà occidentali.
Naturalmente, non è che non vi siano manifestazioni nelle accademie canadesi, ivi inclusa la realtà in cui opera McLuhan; però, a ben guardare, le proteste (poste in essere più a Vancouver che a Toronto; quella di Montréal è, invece e come vedremo, una situazione unica e complicata dalla presenza del movimento per l’Indipendenza del Québec) non hanno tanto come bersaglio il governo del Canada o la società canadese, ma piuttosto la realtà degli Stati Uniti d’America e il ruolo degli USA nel mondo, ovvero una certa idea di ‘modello occidentale’ nel quale il Canada non si riconosce. Certo, si rivendicano anche i diritti delle minoranze, ma sulla questione femminile e su quella delle prime nazioni, ci si soffermerà soprattutto negli anni settanta (la Royal Commission for the Status of Women, istituita nel 1967, darà i suoi frutti nei primi anni Settanta, mentre l’Indian Act del 1876 verrà emendato solo a partire dal 1985 e, ancora, nel 2002 ed oggi). Nei campus universitari, la protesta studentesca contesta soprattutto l’imperialismo americano, la guerra nel Vietnam e, così facendo, contribuisce a delineare una specificità canadese unica e originale rispetto a quella statunitense, sfumando l’idea di un Nord America schierato compatto su un unico modello liberal, legato a nuovi colonialismi economico-finanziari. Il Canada non può e non deve essere imperialistaperché come nazione è stata assoggettata a sua volta ad un impero, quello britannico. Proprio negli anni Sessanta, il Canada come nazione si definisce infatti in chiave prettamente post-coloniale. La Confederazione Canadese, che porta quattro colonie britanniche (compreso il Québec) a riunirsi sotto il dominio britannico nel 1867 celebra nel 2017 i suoi centocinquant’anni. Oggi le province sono dieci alle quali si uniscono tre territori, l’ultimo dei quali, istituito il 1 aprile del 1999 è il Nunavut: è il più grande e il meno popolato, separato dai Territori del Nord Ovest per riconoscere l’identità di popolo agli Inuit e dare loro un luogo definito in seno alla nazione. Fino al 1931, l’Inghilterra ha potere legislativo sul Canada, un potere poi rivisto con quello che va sotto il nome di “Statute of Westminster”, perfezionato nel 1949 con la concessione fatta dall’Inghilterra al Canada di poter emendare direttamente la costituzione, ma non in tutti i casi. Il ‘Citizen Act’ è del 1947: da quel momento chi nasce sul territorio canadese non è più suddito britannico ma cittadino del Canada. Il “rimpatrio di costituzione” dall’Inghilterra al Canada (termine tecnico col quale si indica il trasferimento di un potere governativo da una ex madre patria ad una nazione da poco indipendente) avrà invece luogo solo nel 1982.
Il Canada negli anni sessanta è, dunque, una giovane nazione post-coloniale che sta ancora rivedendo la propria carta costituzionale, ovvero una nazione che si sta ridefinendo nel suo progetto politico, culturale e identitario. Ed è qui che diventa utile recuperare il paradigma letterario, che si configura come luogo simbolico per definire cosa sia stato soprattutto il 1968 (e tutto quel decennio) in Canada.

 

3. Il Rinascimento del Nessuno Canadese

Il decennio 1960-70, infatti, viene connotato nei manuali di letteratura canadese come “Rinascimento Letterario”, ovvero momento in cui il Canada inizia ad esprimere una letteratura davvero autonoma, capace di creare nuovi canoni e nuovi classici slegati dai modelli inglesi dominanti fino a quel momento (e, infatti, gli stessi manuali parlano di due fasi letterarie precedenti quel Rinascimento, in termini di ‘prima’ e ‘seconda’ fase imitativa, rispettivamente dal 1867 al 1945, dal 1945 al 1960) (Nota 4). È una letteratura che segue perfettamente la storia del Canada, che si è trovato a passare da una fase coloniale a una fase postcoloniale in un tempo piuttosto breve, passando, per dirla con il poeta Robert Kroetsch, da una fase di pre-nazione a una fase di post-nazione senza mai essere diventato veramente una nazione (Nota 5). Non a caso, lo stesso McLuhan definì, in quegli anni, il Canada come un ‘nessuno’, di fatto come una nazione in divenire. Non è una definizione negativa, anzi. Secondo McLuhan, «Il nessuno canadese può avere il meglio di due mondi: da un lato, la dimensione umana della piccola nazione e, dall’altro, i vantaggi immediati derivanti dalla sua prossimità con una grande potenza» (Nota 6). Negli anni sessanta, il Canada è dunque una realtà in movimento tra due estremi: la vecchia Europa e la giovane America made in USA, ovvero una realtà in movimento tra il vecchio e il nuovo imperialismo.
Il dominio britannico in Canada non è però comparabile a quello britannico in India o in altre realtà del mondo, se non nei confronti delle popolazioni autoctone, di fatto sterminate non tanto con le armi, quanto con strategie di dominazione che portano alla negazione costante di diritti primari e al genocidio culturale. Già dai primi del settecento, i bianchi hanno conquistato e dominano il Canada e le guerre sono soprattutto guerre europee giocate sul territorio canadese, con i nativi schierati con l’una o con l’altra fazione: francesi contro inglesi, con questi ultimi trionfatori assoluti dalla metà del Settecento. La minoranza francofona resiste nell’antico Upper Canada, oggi Québec, e si rifarà sentire, a livello nazionale, a partire dal decennio che ci interessa. Di conseguenza, la dominazione britannica sul Canada è relativamente ‘tranquilla’: dal sistema scolastico a quello parlamentare a quello culturale, la nuova confederazione canadese fondata nel 1867 si connota più in contrapposizione agli Stati Uniti (che per tutto quel secolo minacceranno di espandersi verso Nord, soprattutto sulla costa orientale) che all’Inghilterra (e non a caso, già all’epoca della Rivoluzione Americana sono molti i lealisti che trovano rifugio nel grande Nord; così come, dal 1834 erano stati molti gli schiavi in fuga verso il Canada, colonia britannica che aveva abolito la schiavitù in conformità alle decisioni di Londra). Nella storia del Canada bianco manca così un episodio fondante comparabile a quello di altre ex-colonie (come, ad esempio, la rivoluzione americana o, nel secolo scorso, le lotte del movimento per l’indipendenza dell’India): dalla fine del Settecento alla metà del Novecento, la storia costituzionale di questa nazione si costruisce attraverso una serie di trattati e di negoziazioni che portano, nel tempo, il Canada dominio britannico ad acquisire via via nuove autonomie legislative e politiche, che si perfezionano, come si diceva, nel secondo dopoguerra. Il prezzo della libertà e dell’autonomia canadese viene pagato, infatti, anche attraverso un numero elevatissimo di morti durante le due guerre mondiali, essendo le truppe canadesi truppe di sudditi al servizio, di fatto, di sua Maestà Britannica.
Il Canada giunge, per così dire, a maturazione come nazione indipendente proprio nel momento in cui il mondo occidentale delle realtà nazionali viene messo in discussione dall’interno, dai movimenti di protesta degli anni sessanta. La storia della letteratura canadese, come da manuale, lo conferma: per effetto di quella maturazione, il Canada passa da una idea vittoriana a una idea postmoderna dell’arte. Il dibattito sull’esistenza o meno di una fase ‘modernista’ o ‘nazionale’ della letteratura canadese è molto recente e si accende solo nel ventunesimo secolo, con una serie di progetti editoriali guidati dall’Università dell’Alberta (Nota 7). La storia letteraria sembra così confermare il passaggio suddetto, quello che porta il Canada da una fase di pre-nazione (esiste la confederazione ma si è culturalmente ancora profondamente influenzati dall’Inghilterra – prima e seconda fase imitativa) ad una fase post-nazionale (il Canada che apre la carta costituzionale al Multiculturalismo, prima e unica nazione al mondo a dare veste giuridica alla complessità culturale di una realtà multietnica, tipicamente post-coloniale) (Nota 8). Il grande autore e poeta canadese, prima nominato, Robert Kroetsch, ha proprio sottolineato come la Storia abbia eletto il Canada a luogo perfetto per diverse istanze post-moderne sottolineando come le discontinuità nazionali abbiano reso il Canada maturo per le discontinuità del postmoderno. Non è, in fondo, un caso che sia canadese una delle maggiori voci teoriche del postmoderno, quella di Linda Hutcheon. Il Rinascimento degli anni sessanta porta infine il Canada al centro dell’attenzione della comunità accademica quale nazione culturalmente contrapposta agli USA, capace di proporre progetti artistici in sintonia con il mondo libero e orientato a nuove forme di giustizia sociale, ecologica ed economica. Ovvero: romanzi e opere del postmoderno, che inglobano tutte le istanze di altri post dell’epoca, il post-coloniale in primis.
Le rivoluzioni che hanno luogo in Canada in quel decennio sono così rivoluzioni un po’ diverse da quelle che hanno luogo nelle altre realtà occidentali, pur inscrivendosi in quel percorso di ribellione e protesta. Anche nella pur pacifica Vancouver, così come in altre città canadesi, si trovano cartelli affissi nei negozi che pregano gli Hippies di entrare dalla porta sul retro (viene in mente la scena iniziale del celebre film Easy Rider, allorché i bikerssi vedono rifiutare una stanza in un Motel che, al loro arrivo, annunciava ‘vacancies’ – l’insegna viene rapidamente cambiata in ‘no vacancies’, tutto esaurito, dal proprietario spaventato alla vista di uomini “veramente” liberi). Ma la rivoluzione di cui ancora si parla in Canada quando si pensa al decennio 1960-70 non è tanto quella legata ai movimenti della protesta studentesca, quanto quella che ha avuto luogo in Québec, nel Canada francofono, e che è passata alla Storia come ‘rivoluzione tranquilla’, anche se in realtà ebbe onde di rimbalzo violente, sorprendenti per la nazione. 

 

4. La rivoluzione tranquilla di Montréal

Il concetto di ‘rivoluzione tranquilla’ è, infatti, un concetto tipicamente canadese, una sorta di ossimoro che ben definisce il cliché culturale su cui si fonda, nell’immaginario collettivo, la differenza identitaria delle due grandi realtà nordamericane: la war mentalitystatunitense opposta alla peace mentalitycanadese, ovvero l’imperialismo contro la negoziazione diplomatica e civile. E’ un luogo comune identitario sottointeso in molta letteratura e in molta cinematografia contemporanea. Il cliché è stato, per esempio, tradotto in memoria collettiva da una divertente pellicola diretta da un giovane Michael Moore, Canadian Bacon (1995): finita la guerra fredda, l’industria bellica statunitense è in crisi; urge, quindi, trovare un nuovo nemico, una nuova minaccia per fare ripartire il mercato delle armi e il livello di occupazione interno. Gli spin-doctorsal servizio del presidente americano si inventano così la minaccia canadese: altro che pacifici, i canadesi si stanno insinuando tra la popolazione degli Stati Uniti minandone pericolosamente abitudini ed economia. Un gruppo di americani di frontiera prende la minaccia sul serio e decide di invadere Toronto, di fatto senza incontrare resistenza poiché i canadesi non ne vogliono proprio sapere di combattere; anzi, non capiscono nemmeno di essere attaccati, tanto è lontana da loro l’idea di guerra e radicata, invece, quella di buon vicinato. John Candy (che, ironicamente, era canadese), Alan Alda, Rhea Pearlman e Kevin Pollak sono nel cast che dà vita ad una delle invasioni più improbabili della storia del cinema nordamericano, satira ironica dei due modelli identitari antitetici che abitano quella regione. Lo stesso Moore ha poi consolidato il cliché in una serie di camei cinematografici sul Canada pacifico e sugli USA guerrafondai in quasi tutti i suoi successivi docu-fiction (Canadian Baconresta a tutt’oggi la sua unica pellicola interamente di finzione).
Il concetto canadese di “rivoluzione tranquilla” non è però solo cliché culturale, astratto o astorico, anzi è connotato e datato in modo preciso: è stato coniato in Canada per incorniciare il periodo qui preso in esame e indicare l’insieme dei cambiamenti culturali, politici e sociali che hanno caratterizzato la provincia del Québec. Per questo, Montreal è la realtà urbana più interessante per parlare di 1968 e dintorni rispetto al Canada. E sempre a Montreal è ambientato il romanzo canadese che segna quel passaggio culturale e politico, ormai assurto a classico della letteratura canadese del Rinascimento, dunque sessantottina: Beautiful Losers, di Leonard Cohen, scritto tra il 1964 e il 1965, pubblicato nel 1966, accolto con perplessità, per così dire, dalla critica coeva e canonizzato dalla fine del decennio successivo come romanzo postmoderno e postcoloniale. Il linguaggio osceno e provocatorio di quel romanzo fa da controcanto alla rivoluzione tranquilla e avvia una serie di riflessioni sulle grandi questioni lasciate fino a quel momento in sospeso, due su tutte: la voglia di autonomia e di indipendenza della comunità francofona concentrata nella provincia del Québec, che si risveglia con la rinnovata autonomia canadese dalla dominazione britannica; la storia negata delle prime nazioni, che a Montreal e in Québec è stata condizionata anche dalla presenza soffocante della Chiesa Cattolica. Sono proprio queste due questioni a connotare il 1968 di Montreal, con la prima capace di innescare ribellioni per nulla pacifiche e piuttosto violente.
Nel 1960, il Québec passa, per così dire, dal Medioevo al Rinascimento. Con l’elezione del liberale Jean Lesage alla guida del governo provinciale termina l’epoca dei conservatori dell’Unione Nazionale di Maurice Duplessis (epoca che è andata alla storia con il termine di Grande Noirceur / Great Darkness, ovvero la grande oscurità) e inizia la rivoluzione tranquilla del Québec, oggi ricordata come processo di secolarizzazione che pone in essere una serie di misure istituzionali che anticipano e accolgono istanze sessantottine: un sistema scolastico laico, pubblico e gratuito (fino a quel momento il Québec è l’unica provincia in cui l’educazione era demandata alla Chiesa Cattolica – in Canada, il sistema scolastico è organizzato su base provinciale); un welfare pubblico. Si svuotano, letteralmente, i conventi, sia perché molte suore lasciano, sia perché sempre meno ragazze prendono i voti. La presenza femminile nelle istituzioni si consolida, così come la rivendicazione di diritti specifici (lo stesso governo federale approverà l’aborto proprio negli anni 1968-69). Emblematicamente, Beautiful Losersruota intorno alla figura della prima vergine irochese, Catherine Tekakwitha, convertita dai gesuiti nel XVII secolo (e canonizzata da Benedetto XVI nel 2012) e a quella di Edith, la moglie di origini native del protagonista; due figure femminili, entrambe vittime di una società bianca, coloniale, patriarcale, cattolica e gerarchica che la rivoluzione tranquilla scardina nelle sue fondamenta (e nel romanzo di Cohen, il protagonista recita, di fatto, un lungo mea culpa, seppure tradotto in termini visionari e, spesso, sgradevoli). Anche in questo caso, il cambiamento sociale segue una elezione democratica, viene avviato prima dentro le istituzioni e, poi, arriva nelle piazze, spesso in forma di rinnovamento culturale.
Accanto al rinnovamento politico, il governo provinciale e la municipalità di Montreal avviano anche nuove politiche di sostegno a progetti culturali e artistici che porteranno a rinnovare lo spazio urbano: il progetto di una grande piazza delle arti è di quegli anni, altro luogo simbolico del cambiamento identitario di quella provincia e, anche, della nazione. Place des Arts, la ‘Piazza delle Arti’, è infatti il nome della piazza centrale della città, ideata in quegli anni, luogo in cui si concentrano i musei e le istituzioni culturali più importanti di Montreal, nonché, in periodo estivo, vero e proprio teatro all’aperto di una serie ininterrotta di manifestazioni ed eventi artistici (Nota 9). Ovvero: l’arte diventa volano del cambiamento e gli investimenti pubblici e privati non mancano. In quegli anni, a Montreal e a partire da quella piazza, il motto sessantottino ‘la fantasia al potere’ non stona. Così come non stona, a livello nazionale, il motto ‘Give Peace a Chance’. Sarà lo stesso Pierre Eliot Trudeau a pronunciare la frase: «devo dire che ‘give peace a chance’ mi è sempre sembrato un consiglio ragionevole» (Nota 10). Così buono, da lasciare aperta la porta ai giovani americani renitenti alla chiamata alle armi che trovano rifugio in Canada, accolti dall’amministrazione Trudeau. In breve: in quel decennio, il Canada inizia a porsi come realtà nazionale capace di tradurre nei fatti istanze rivendicate dalle proteste dei movimenti giovanili, quasi fosse la materializzazione dell’isola che non c’è verso cui tendono nuovi Peter Pan.

 

5. L’isola che non ci sarà

Il 27 aprile del 1967, giorno di apertura, furono oltre 300.000 i visitatori che invasero il territorio dell’Expo di Montreal, di fatto un percorso costruito sull’estensione artificiale dell’isola di Sainte Hélène e sulla nuova isola di Notre Dame. Quel territorio artificiale, costruito a tempo di record e sfidando ogni pronostico, celebra non solo il mondo ma anche il posto che da quel momento il Canada vuole avere nella nuova geografia politica del ventesimo secolo: a cento anni dalla nascita della Confederazione canadese, l’ex colonia si propone come realtà giovane, aperta, libera e multi-etnica. O, almeno, queste sono le intenzioni. Il paradosso, anche storico, è che quella celebrazione va in scena nell’unica provincia del Canada che sta seriamente operando per diventare indipendente. Lo sa bene il francesissimo De Gaulle che, proprio nel luglio dello stesso anno, nel corso di una visita ufficiale in Québec pronuncerà la famosa frase «Vive le Québec libre», equiparando la situazione locale a quella della Francia occupata dalle truppe naziste nel corso della seconda guerra mondiale. Una frase che non è banale né retorico definire ‘incendiaria’ e che darà nuova linfa all’azione di un gruppo paramilitare sorto in quegli anni che si identifica con la sigla FLQ e che ha, sul Québec, idee precise.
Fondato nel 1963, il Fronte di Liberazione del Québec dominerà la scena politica provinciale e nazionale fino al 1970, anno in cui termineranno ufficialmente le attività. Si presenta come gruppo separatista, che si muove in clandestinità e che sceglie tecniche di azione violente e, per questo, viene considerato gruppo terroristico. Le prime bombe molotov vengono lanciate nello stesso anno contro obiettivi strategici in Québec (la sede del reggimento dei Victoria Rifles, il Dipartimento delle entrate, la linea ferroviaria che collega Montreal e la città di Québec) mentre il primo morto si registra nel mese di aprile: è l’operaio William O’Neill, in servizio presso il Centro di Reclutamento dell’Esercito Canadese a Montreal. Nel corso dei sette anni di attività, saranno nove le persone morte per azioni del FLQ, quasi duecento gli attacchi di guerriglia e due i rapimenti di rappresentanti politici, uno conclusosi con l’uccisione dell’ostaggio. Nel romanzo Beautiful Losers, il personaggio di F., eletto al parlamento provinciale, è un membro del FLQ; le sue ragioni sono esposte in monologhi surreali e folli, le sue idee di indipendenza sono alternate alla storia della dominazione bianca sulle prime nazioni (la conversione di Catherine Tekakwitha viene infatti riletta in chiave postcoloniale, come storia di assimilazione culturale imposta con l’antico pretesto di salvare anime). E’ un personaggio complesso e a tratti ripugnanti, dalla morale dubbia (seduce minorenni, è l’amante del protagonista maschile – la voce narrante del romanzo –, così come della di lui moglie), che progetta di mettere una bomba presso la statua della regina Vittoria in occasione della visita della regina Elisabetta. Verrà smascherato e preso, rinchiuso in un manicomio criminale dal quale riuscirà ad evadere con la complicità di una finta infermiera, come annunciato dalla radio che irrompe nella narrazione: «Pochi minuti fa un Capo Terrorista non identificato è scappato dall’Ospedale per Pazzi Criminali. Si teme che la sua presenza in città scatenerà nuovi estremismi rivoluzionari» (Nota 11).
Nel suo romanzo definito spesso come ‘una allucinazione’, Leonard Cohen mappa in realtà il presente canadese con lucidità e utilizza quella che i critici hanno classificato come storiografia metafinzionale (Nota 12) per raccontare i corsi e ricorsi storici e culturali di quel lembo di terra, creando personaggi che sono contemporaneamente vittime e carnefici, aguzzini e perseguitati: la comunità francofona ha annullato quella nativa, quella britannica ha dominato quella francofona (con la complicità delle gerarchie della Chiesa cattolica, quasi più preoccupate dei britannici rispetto all’idea di un Québec indipendente), in un gioco delle parti che segue il divenire storico. Cohen parla come osservatore privilegiato e parte in causa e, per questo, il suo romanzo ha una profonda valenza politica. Di origine ebraica, originario di Montreal e autore in lingua inglese, Cohen incarna in sé la complessità identitaria di quel luogo: è ad un tempo minoranza (ebreo nella cattolicissima Montreal) e maggioranza (appartiene alla comunità anglofona che ha dominato il Canada dal 1867 e che è élite nel Québec), comunque bianco e dunque colpevole verso le prime nazioni, sembra aver fatto suo il motto manzoniano per cui il torto e la ragione non si dividono mai con un taglio netto. Attorno al 1968, è Montreal la zona grigia del Canada, la realtà in cui accanto al Rinascimento culturale portato dalla Rivoluzione tranquilla e dalle nuove politiche governative, emergono istanze antiche che danno significato diverso all’idea di postcoloniale: per il FLQ, il Québec ha ora il dovere di rivendicare la propria autonomia, ha il dovere di autodeterminarsi. Non viene scelta, in quegli anni, la via democratica (referendum e elezioni) ma quella della lotta armata. Il progetto fallirà nel giro di sette anni e il Québec non diventerà mai altro dal Canada. Sarà proprio un montrealese ad impedirlo: Pierre Eliot Trudeau. Federalista convinto, Trudeau ebbe a dire, commentando la situazione in Québec condizionata dalle azioni del FLQ: “Sto cercando di mettere a posto il Québec – e il posto del Québec è nel Canada e da nessun’altra parte” (Nota 13). ]Il Québec libero e indipendente rimarrà così l’isola che non c’è e costituirà, negli anni a venire, un progetto perseguito da una forza politica democratica: il partito quebecchese (sconfitto e, di fatto, quasi spazzato via nelle ultime elezioni provinciali del 2014).
E proprio dal 1968, l’anno in cui fu eletto premier della nazione, riprendono, dopo un periodo di apparente calma, le azioni del Fronte, stimolato dal nuovo clima di protesta transnazionale: nuovi attentati, attacchi all’università anglofona di Montreal (la McGill), il dirottamento su Cuba di un volo della compagnia americana National Airlines e, nell’ottobre del 1970, il rapimento del diplomatico britannico Richard Cross e del ministro del lavoro del Québec, Pierre Laporte (quest’ultimo verrà ucciso). L’ottobre nero del Québec segna tanto la fine della rivoluzione tranquilla che quella del FLQ (la lotta per l’indipendenza del Québec continuerà negli anni successivi sul fronte politico e democratico, con fortune alterne). E’ il mese in cui il governo di Trudeau respingerà le richieste dei rapitori e emanerà il War Measure Act per la provincia del Québec: con un discorso alla nazione trasmesso in diretta televisiva, Trudeau annuncerà l’adozione di misure per lui ripugnanti ma ora necessarie, l’invio dell’esercito nella provincia francofona e la sospensione delle libertà civili per il periodo necessario a ripristinare l’ordine, ovvero a smantellare il FLQ. “Just watch me” aveva risposto ad un giornalista che gli chiedeva fino a che punto era pronto a spingersi per contrastare le azioni del Fronte: e, di lì a poco, lui che veniva da quella provincia (e che lì visse al termine della sua carriera politica), che osteggiava la politica imperialista statunitense (Trudeau fu la bestia nera di Johnson e di Nixon) non esita a usare il pugno di ferro. Nel suo discorso alla nazione, Trudeau fa leva sull’idea di democrazia, sul fatto che chi vuole lottare per l’indipendenza del Québec non ha nessuna ragione per farlo violentemente, perché la costituzione federale lascia ampio margine alle province per andare in quella direzione (negli anni successivi, il Québec indirà più volte il referendum per la separazione). Insiste nel dire che chi prende il potere con la forza e la paura, non potrà che governare con la forza e con la paura, elementi contrari al progetto politico e culturale del Canada postcoloniale. Trudeau sarà convincente, la misura estrema da lui adottata avrà il consenso della popolazione, anche in Québec; il governo di Trudeau si rafforzerà e il premier verrà rieletto. Sarà sempre lui, negli anni successivi, ad accelerare il rimpatrio di costituzione e ad avviare politiche multiculturali innovative per quegli anni. Se Cohen incarna le contraddizioni e la complessità di un Canada che si è costituito in chiave coloniale, Trudeau incarna l’immagine di una nazione che si ripensa in termini di mosaico culturale e di dialogo. Il suo nome, lo ricorderà lui stesso, non è né francese, né inglese, ma canadese: Pierre Elliott, un nome che unisce senza assimilarle diverse componenti identitarie, proprio come la nazione che guida e che, nel 1968, sceglie di diventare un progetto politico e culturale alternativo in occidente.
L’isola di Notre Dame e quella di Sainte Hélène, nate per accogliere l’expo nel decennio del 1968 non sono mai diventate luoghi di protesta e, nel tempo, si sono trasformate e sono diventate zone verdi a disposizione della città: sulla prima, si trovano l’autodromo e un popolare casinò, mentre sulla seconda si trova il parco Jean Drapeau, che ospita un museo della biodiversità oltre che centri per attività sportive e ricreative. Sono isole integrate nel tessuto urbano, parti attive e vive di Montreal; i padiglioni creati per l’Expo che ancora restano non sono rovine abbandonate, ma luoghi recuperati, trasformati e donati ad una comunità che è stata capace di ripensarsi. Quella realtà, così come Beautiful Losers, ha viaggiato e viaggia nella storia e nelle storie: il 1968 rimane per Montreal e per il Canada, uno spartiacque reale e simbolico, una data che segna l’inizio di nuove, difficili ma originali, narrazioni. 

 
NOTE

Nota 1 La Confederazione Canadese viene sancita con l’Atto Costitutivo firmato il 1 luglio 1867 a Charlotte Town, città capitale dell’Isola di Prince Edward, dai rappresentanti di quattro province: Ontario, Québec, Nuova Scozia e Nuovo Brunswick. Torna al testo 

Nota 2 L’Expo del 1967 avrebbe dovuto essere organizzata non a Montréal ma a Mosca, come da designazione del comitato internazionale riunitosi a Parigi nel 1960. Quando, nel 1962, Mosca ritirò improvvisamente la candidatura adducendo ragioni finanziarie e motivi di sicurezza, il sindaco Jean Drapeau convinse il governo canadese a ripresentare la candidatura di Montréal. L’incarico fu ufficialmente dato nel novembre di quello stesso anno; i lavori partirono di fatto solo verso la metà del 1963, dopo una serie di vicissitudini locali che rischiarono di compromettere il successo dell’evento. In realtà, a tutt’oggi si considera Montréal 1967 come l’esposizione di maggior successo del Novecento, per numero di paesi espositori e per numero di visitatori. Torna al testo

Nota 3 “The Toronto School Initiative” è un progetto inaugurato in coda ad un importante convegno dedicato alla Scuola di Toronto che ha avuto luogo nel mese di ottobre 2016 allo scopo non solo di storicizzare quell’esperienza unica e straordinaria, ma anche per recuperare l’esperienza innovativa e interdisciplinare già catalizzata dal Centro per la Cultura e la Tecnologia, stimolare nuove strategie e nuove opportunità di ricerca condivisa. L’idea, promossa e coordinata dall’italiano Paolo Granata, docente all’Università di Toronto, promuove oggi le scienze umane per l’innovazione sociale e si sviluppa in una serie di collaborazioni internazionali aperte a studiosi e professionisti di diverse aree. Per saperne di più: http://thetorontoschool.ca. Torna al testo

Nota 4 Cfr. N. Frye, Divisions on a Ground: Essays on Canadian Culture, Ed. James Polk, Anansi, Toronto 1982; G. Capone, Canada. Il villaggio della terra, Patron, Bologna 1977 e A. Gebbia, La letteratura Anglocanadese, in A. Lombardo (a cura di), Le Orme di Prospero. Le Nuove letterature di lingua inglese: Africa, Carabi, Canada, La Nuova Italia Scientifica, Roma1995. Torna al testo

Nota 5 R. Kroetsch, The Lovely Treachery of Words: Essays Selected and New, Oxford UP, Toronto 1989.Torna al testo

Nota 6 Si veda M. McLuhan,Canada. The Borderline Case, in D. Staires (ed.),The Canadian Imagination, HUB, MA, Cambridge 1977, p. 228. Torna al testo

Nota 7 “Editing Modernism in Canada at the University of Alberta” è, infatti, tra i progetti più interessanti, promosso da Paul Hjartarson, docente di letteratura canadese e cultura digitale, con il supporto del Social Sciences and Humanities Research Council del Canada; ha come fine il recupero di importanti archivi letterari (Sheila e Wilfred Watson, Martha Ostenso, ecc.), nonché la promozione di attività seminariali e di ricerca sull’idea di Modernismo canadese in relazione al divenire dell’identità della nazione. Torna al testo 

Nota 8 Il Canadian Multiculturalism Act è stato approvato nel 1988, momento conclusivo di un lungo percorso avviato, nel 1971, da Pierre Elliot Trudeau per fare del Canada una nazione non solo multi-etnica ma anche multi-culturale. L’idea innovativa e, di fatto, rivoluzionaria per l’epoca, permise a Trudeau di organizzare e promuovere una risposta civica all’idea di separatismo sostenuta dagli indipendentisti del Québec, riconoscendo non solo quella francofona ma tutte le diversità culturali, linguistiche ed etniche del Canada come aventi pari dignità e pari diritti su tutto il territorio nazionale. E’ dello stesso periodo anche l’inizio della presa di coscienza della ‘questione nativa’ che, come si diceva, è oggi al centro di un rinnovato processo storico-culturale e di nuove polemiche nel Canada guidato dal figlio di Trudeau, Justin, eletto premier nel 2015. In particolare, commissioni istituite a livello provinciale e federale hanno confermato la negazione sistematica delle culture e delle tradizioni native anche nel Canada multiculturale e hanno portato alla luce la triste vicenda degli abusi sui bambini nativi di fatto segregati nelle scuole e nei collegi cattolici. Il governo ha istituito programmi di ‘redressing’ (‘riparazione’) per cercare, con l’aiuto delle comunità e degli studiosi, di riparare i torti subiti dalle popolazioni indigene. Torna al testo

Nota 9 E’ di questi anni l’ultimo restyling della piazza, ripensata in occasione delle celebrazioni dei 150 del Canada. Negli ultimi cinquant’anni, la piazza è rimasta il centro delle attività culturali della città di Montréal, nel tempo arricchita con nuovi teatri (da quello dell’opera a quello dell’orchestra sinfonica), sale cinematografiche e di esposizione, oltre che sede di moltissime iniziative ‘en plein air’, ivi incluso un prestigioso e popolare Festival del Jazz. Torna al testo

Nota 10 Pierre Elliott Trudeau incontrò John Lennon e Yoko Ono il 23 dicembre 1969 (lo stesso anno in cui la coppia visitò McLuhan all’Università di Toronto). Intervistati dai giornalisti su cosa si fossero, di fatto detti, John Lennon confermò una convergenza di vedute (seppure basata su affermazioni di carattere generale) e Yoko Ono si dichiarò felice di sapere che l’establishment era fatto anche da persone come Trudeau: P.E. Trudeau, Memoirs, McClelland & Stewart, Toronto 1993, p. 122. Torna al testo

Nota 11 L. Cohen, Beautiful Losers, a cura di Simone Barillari, Roma, Fandango, 2003, p. 262. Torna al testo

Nota 12 Si veda L. Hutcheon, The Politics of Postmodernism. London & New York, Routledge, 1989. Torna al testo

Nota 13 Citazione dal discorso di Trudeau sul separatismo del Québec tenuto il 25 giugno 1968. Torna al testo

 

 

Questo saggio si cita: E. Lamberti, Montréal e il Sessantotto canadese. Una storia da scoprirein «Percorsi Storici», 5 (2017) [www.percorsistorici.it]

 

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