Novella di Nunzio, Matteo Troilo (a cura di), Lavoro! Storia, organizzazione e narrazione del lavoro nel XX secolo (Tito Menzani)

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Novella di Nunzio, Matteo Troilo (a cura di), Lavoro! Storia, organizzazione e narrazione del lavoro nel XX secolo, Aracne, Roma 2016, pp. 304 (Tito Menzani)

 

Da alcuni decenni, il mondo del lavoro è attraversato da profonde trasformazioni che lo hanno reso sempre più flessibile e meno standardizzato e soprattutto lontano da quel modello fordista che si era imposto in Italia e nel mondo occidentale soltanto nel secondo dopoguerra. Le crisi economiche attuali hanno acutizzato questa fase di precarizzazione dei rapporti lavorativi conducendo a risultati che stiamo ancora oggi vivendo e di cui non cogliamo ancora perfettamente l’esito. Per questi motivi le tematiche del lavoro hanno ripreso interesse ed è proprio in questo fertile clima che l’Associazione «Persistenze o Rimozioni» ha declinato il suo quinto convegno annuale sul tema nodale del «Lavoro», proponendo un’analisi il più possibile amplia in quanto basata su un approccio interdisciplinare tra storia, letteratura, scienze politiche e sociali. La pubblicazione degli atti ha contribuito a mettere in luce le riflessioni di una nuova generazione di studiosi nazionali ed internazionali impostate su quattro grandi aree: le migrazioni, le organizzazioni sindacali, la storia economica e sociale e le rappresentazioni letterarie e cinematografiche.
La prima parte del volume dedica spazio alla mobilità geografica dei lavoratori, tematica sviluppata in particolare nel periodo del secondo dopoguerra. I ricercatori greci Parsanoglou e Tourgeli hanno sviluppato il loro lavoro con l’intento di esaminare le politiche messe in pratica da alcuni organismi internazionali, come l’Intergovernmental Committee for European Migration(Icem) e l’International Labour Organisation(Ilo), a partire dal Secondo dopoguerra. La ricercatrice portoghese Ivette Dos Santos ha invece esaminato il contesto politico del secondo dopoguerra nel Portogallo dell’Estado Novo, nel quale il governo di Salazar aveva messo in piedi una macchina che controllava fortemente le emigrazioni in base ai paesi di destinazione. In entrambi i casi viene alla luce la difficoltà di gestire i fenomeni migratori che per loro natura sono spontanei e legati a contingenze economiche. Anche se entrambi i saggi non ne fanno mai menzione, i riferimenti alla realtà odierna sembrano quasi scontati.
Altra tematica trattata nel volume è quella delle organizzazioni dei lavoratori, viste sia dal punto di vista istituzionale che da quello più informale della letteratura. Claudio Panella nel suo intervento rievoca le opere di operai scrittori come Vincenzo Guerrazzi e Tommaso Di Ciaula, e di Nanni Ballestrini, intellettuale schierato al fianco degli operai e autore di un libro che fece scalpore,Vogliamo tutto. Più rivolto al declino del paradigma industriale che alle sue contraddizioni, è l’opera di Paolo Volponi Le mosche del capitale,centrale nell’intervento di Angela Condello e Tiziano Toracca. Davide Baviello fa un interessante quadro della situazione delle organizzazioni del commercio italiano in ottant’anni di storia novecentesca, mostrando la difficoltà di costruire intorno a sé un consenso politico in un quadro sempre più bipolare, con il grande capitalismo da un lato e le organizzazioni operaie dall’altro. Luigi Cappelli racconta invece una particolare protesta dei lavoratori di quegli anni, lo sciopero a rovescio, una forma originale di azione sindacale con la quale i disoccupati iniziavano di loro iniziativa lavori agricoli o di manutenzione di opere pubbliche. Contesti difficili sono quelli descritti da Daniela Barberis, che ci racconta le dinamiche del sindacalismo militante emergente nell’Argentina dei primi anni Novanta, e da Giovanni Ferrarese, che ci parla del caso della Basilicata come specchio della difficoltà di creare un mercato del lavoro in un’area di tarda industrializzazione e dipendente da politiche nazionali.
Terza grande tematica trattata nel volume è quella dell’organizzazione del lavoro nell’epoca della produzione di massa, con le sue conseguenze sull’economia e sulla società. Alcuni dei saggi che fanno riferimento al terzo panel del convegno raccontano proprio lo stretto rapporto tra le forme di lavoro e il controllo sulla forza lavoro, in riferimento al modo di lavorare e persino al modo di vivere. Tra questi c’è il contributo di Antonio Farina sugli operai dei cantieri navali di Brema tra la fine dell’Ottocento e l’avvento al potere del Nazismo. Questo caso di studio evidenzia una forte differenza tra il modello tedesco e quello statunitense, con il primo caratterizzato da una più forte preparazione tecnica degli operai oltre che da una maggiore autonomia decisionale. Il controllo sulla forza lavoro in fabbrica è anche il tema della ricerca di Camillo Robertini, incentrata sull’analisi della disciplina di fabbrica durante la dittatura militare in Argentina, periodo in cui il controllo sugli operai era talmente stretto da coinvolgere persino un aspetto apparentemente innocuo come l’abbigliamento. Federica Ditadi ha posto l’attenzione sull’analisi della rappresentazione del lavoro operaio nell’America degli anni Trenta fatta dallo scrittore Emilio Cecchi, e confluita nel reportage America amara del 1939. Cecchi racconta il suo viaggio nel cuore della fabbrica americana con tutti i limiti e le contraddizioni del sistema. Con gli ultimi due saggi della sezione di storia sociale e economica del lavoro si torna in Italia nel secondo dopoguerra, complesso periodo che vede la difficile ripartenza industriale e il successivo boom economico. I due contesti nei quali si vivono le esperienze narrate sono molto diversi ma permettono comunque riflessioni sulla situazione economica e politica italiana. Margherita Sulas racconta le vicende dei cantierini di Monfalcone che alla fine del conflitto decisero di dare vita ad un controesodo dalle zone italiane verso quella jugoslave sotto il comando di Tito e sotto le insegne del sogno comunista. Contrariamente alle loro speranze gli operai monfalconesi non andarono a costituire la spina dorsale della rinascita industriale jugoslava ma, visti da subito con sospetto, furono messi fuori dal mercato del lavoro e in parte addirittura imprigionati. Anche gli operai che tornarono in Italia non ebbero vita facile in quanto percepiti come dei traditori. Marina Brancato e Stefania Ficacci raccontano due contesti apparentemente poco monifatturieri come Roma e Napoli che scontano ancora oggi il pregiudizio di essere città senza industrie.
L’ultima parte del volume riguarda la rappresentazione del lavoro in vari contesti che hanno accompagnato il Novecento. Dall’istruzione professionale alla letteratura, dal cinema al documentario, tutte forme di educazione riguardanti i lavoratori, in grado di creare, a seconda dei casi, consenso o dissenso verso le particolari forme organizzative del lavoro. Chiara Martinelli racconta la genesi dei primi decenni dell’istruzione professionale italiana, un modello educativo che per tanti anni ha pagato la contraddizione di essere considerato inferiore alle cosiddette«scuole di cultura». Elio Frescani ha analizzato il tema dei documentari di propaganda aziendale dell’Eni voluti dal suo presidente Enrico Mattei, personaggio cardine del dopoguerra industriale italiano. I saggi di Vanessa Ferrari e Jelena Reinhardt spostano l’attenzione sulla Germania del primo dopoguerra. Nel primo la fa da protagonista la letteratura in grado di lavorare per il consenso del regime nelle fabbriche. Nel secondo, invece, si parla di cinema e di una pellicola in grado di rappresentare perfettamente le ansie intellettuali verso l’industrializzazione, ma anche verso la futura dittatura nazista: Metropolis di Fritz Lang. Il volume si chiude citando un grande narratore del lavoro che con la sua opera ha saputo meglio di tutti raccontare la grande depressione degli anni Trenta, John Steinbeck. Nel saggio qui raccolto Massimo Colella racconta la vicenda del grande poeta Eugenio Montale che lavorò alla traduzione del più famoso libro di Steinbeck In Dubious Battle

 

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