Elisabetta Arioti e Salvatore Alongi

Introduzione

La giornata di studi “Eroi in carta. Dall’archivio di Gioacchino Napoleone Pepoli e di altri protagonisti del Risorgimento”, svolta a Bologna il 21 ottobre 2011 presso l’aula Prodi del complesso di San Giovanni in Monte, ha coinciso non soltanto con le celebrazioni dei 150 anni dalla proclamazione del Regno d’Italia, ma anche col 130° anniversario della scomparsa del marchese Gioacchino Napoleone Pepoli.
Il 26 marzo 1881 Gioacchino Napoleone Pepoli, protagonista del Risorgimento dai moti del 1848 fino al compimento dell’indipendenza delle Romagne nel 1859 e alla loro annessione al Regno di Sardegna nel 1860, moriva a Bologna, lasciando per testamento alla figlia maggiore Letizia, oltre a un considerevole complesso di beni mobili e immobili, anche il proprio archivio personale allo scopo «di far pubblicare tutte le lettere e corrispondenza».
Di fatto questo interessante materiale documentario, alla cui sistemazione il Pepoli aveva dedicato una cura non certo occasionale, è rimasto per più di un secolo confinato in ambiti di conservazione strettamente familiari, quindi assai poco consultato e anzi decurtato mediante smembramenti forse non del tutto opportuni. Soltanto il recente acquisto da parte della Direzione generale per gli Archivi, che l’ha destinato all’Archivio di Stato di Bologna, città d’origine del casato dei Pepoli, e il conseguente intervento di inventariazione realizzato con fondi ministeriali, ha consentito di riproporre all’attenzione della comunità scientifica un personaggio che, col solo atto di esistere, si era posto al crocevia di molteplici esperienze politiche, italiane ed europee. Gioacchino Napoleone, infatti, se da parte di padre discendeva da una delle più illustri famiglie del patriziato bolognese, dal lato materno apparteneva alla “nuova aristocrazia” affacciatasi prepotentemente sulla ribalta internazionale durante l’epopea napoleonica: suoi nonni erano infatti Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte.
L’archivio personale, che testimonia tra l’altro delle vastissime relazioni intessute dal personaggio nel corso della sua pluridecennale presenza sulla scena politica e sociale italiana e bolognese, consente quindi di ritornare con migliore cognizione di causa su molte delle questioni ancora aperte intorno alla sua personalità, al suo pensiero, alla sua produzione intellettuale (dai saggi statistici ed economici ai testi teatrali), in passato spesso affrontate in un’ottica esclusivamente celebrativa o comunque ridotta e parziale.
La giornata di studi a esso dedicata ha inteso quindi collocarsi nel contesto di una nuova stagione di studi sul patrizio bolognese, che privilegi un approccio più critico, quasi filologico, partendo per l’appunto da questa nuova fonte primaria ora finalmente a disposizione dei ricercatori.

La giornata è stata articolata in due sessioni. Con le relazioni presentate nel corso della sessione mattutina, presieduta dal direttore del Museo civico del Risorgimento di Bologna, Otello Sangiorgi, si è inteso offrire agli intervenuti un quadro il più possibile ampio e completo del contesto politico, culturale ed economico nel quale Gioacchino Napoleone Pepoli e gli altri protagonisti del Risorgimento bolognese si trovarono ad agire e operare.
Dopo la prolusione introduttiva, pronunciata da Elisabetta Insabato, della Soprintendenza archivistica per la Toscana, in cui è stata fornita un’ampia riflessione sull’uso e il ruolo che le carte private ebbero per i protagonisti e i più diretti testimoni del Risorgimento italiano, nonché sui successivi “usi e abusi” da parte della storiografia, e individuati alcuni elementi comuni nelle diverse vicende della loro trasmissione documentaria (La memoria del Risorgimento: i protagonisti del processo di unificazione nazionale e i loro archivi personali), hanno fatto seguito i contributi di Fiorenza Tarozzi, docente di storia dell’Italia contemporanea all’Università di Bologna (Politica e società nella Bologna risorgimentale), Francesca Boris e Diana Tura, archiviste dell’Archivio di Stato di Bologna (I Pepoli a Bologna e in Europa), Giorgio Marcon, archivista dell’Archivio di Stato di Bologna (Carlo Pepoli esule. Gli scritti in prosa), Patrizia Farinelli, funzionario della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Bologna, Modena e Reggio Emilia (La Palazzina Pepoli detta “Palazzina delle vedove” in Bologna), Marina Calore (Gioacchino Napoleone Pepoli drammaturgo e uomo di teatro) e Bernardino Farolfi, docente di storia economica all’Università di Bologna (Gioacchino Napoleone Pepoli e i problemi economici dell’Italia unita).

La sessione pomeridiana, coordinata dal direttore dell’Archivio di Stato di Bologna, Elisabetta Arioti, è stata invece interamente dedicata alla riflessione di carattere più strettamente archivistico e comparativo.

Oltre che sul fondo personale di Pepoli, di cui ha parlato Salvatore Alongi, l’archivista libero professionista che ne ha curato l’inventariazione («In quanto a me non desidero che di scrivere». Le carte di Gioacchino Napoleone Pepoli all’Archivio di Stato di Bologna), l’attenzione è stata, infatti, focalizzata sugli archivi di altri personaggi di primo piano che, soprattutto negli anni cruciali in cui si dava assestamento alla nuova compagine statale (1861-1864), rappresentarono i principali corrispondenti del marchese: Urbano Rattazzi, Carlo Luigi Farini e Marco Minghetti. Succedutisi alla guida del governo dopo la scomparsa del conte di Cavour, essi hanno rappresentato altrettanti formidabili esempi di soggetti produttori di “archivi-immagine” che in tempi più o meno recenti sono stati oggetto di importanti interventi di descrizione ed edizione.
Su L’archivio di Urbano Rattazzi è intervenuta, con una relazione che purtroppo non è stato possibile pubblicare in questa sede, Rosanna Roccia del Centro studi piemontesi di Torino, mentre Claudia Giuliani della Biblioteca Classense di Ravenna ha illustrato Il carteggio Pepoli nelle carte Farini presso la Biblioteca Classense di Ravenna. Alida Caramagno, archivista libero professionista, ha parlato infine di Tradizione archivistica e opportunità politica nelle carte di Marco Minghetti conservate presso la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna.
Gli interventi di Paolo Franzese, direttore dell’Archivio di Stato di Perugia (Gioacchino Napoleone Pepoli e il Commissariato generale straordinario dell’Umbria) e Francesca Fantini D’Onofrio, direttore dell’Archivio di Stato di Padova (Gioacchino Napoleone Pepoli commissario per la provincia di Padova; contributo non presente in questi atti) hanno infine arricchito il dibattito sulla formazione del Regno d’Italia con il bagaglio di riflessioni e conoscenze scaturito dai recenti interventi di riordinamento e inventariazione dei complessi documentari prodotti dai due organi di governo provvisorio, entrambi presieduti dal marchese Pepoli rispettivamente nel 1860 e nel 1866.

Il richiamo a queste due magistrature è stato ancora più opportuno se si considera la prassi, largamente in uso tra gli uomini politici del XIX secolo e non solo, di trattenere presso di sé e conservare nei propri archivi personali la documentazione prodotta dagli uffici pubblici dei quali rivestivano la titolarità. A seguito degli incarichi ricoperti, Pepoli entrò difatti in possesso dell’archivio della Sezione, poi Ministero degli affari esteri del Governo provvisorio delle Romagne, di una cospicua porzione dell’archivio del Commissariato generale straordinario nelle provincie dell’Umbria e dell’archivio del Commissariato straordinario per la provincia di Viterbo, complessi oggi conservati accanto alle carte personali.

L’incontro di studi, organizzato in collaborazione con il Museo civico del Risorgimento di Bologna, l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano – Comitato di Bologna, e l’Associazione nazionale archivistica italiana – Sezione Emilia-Romagna, era inserito nel programma della VIII edizione della Festa internazionale della storia ed è stato affiancato dalla mostra “In mezzo alla folla è il Pepoli. Il marchese Gioacchino Napoleone nel Risorgimento nazionale”, organizzata presso l’Archivio di Stato di Bologna dal 24 settembre al 23 ottobre. In essa è stato possibile esporre, oltre a un’ampia e articolata selezione di materiale documentario (documenti del fondo personale e ulteriori testimonianze coeve come pubblicazioni, manifesti, giornali e cimeli), anche alcune opere d’arte concesse in prestito dalla Pinacoteca nazionale di Bologna (due piatti in bronzo dorato, già appartenuti a Gioacchino Napoleone e raffiguranti i suoi nonni materni, Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte, nonché il bozzetto del suo ritratto realizzato dal pittore Antonio Muzzi) e dal Museo civico del Risorgimento (il busto in gesso patinato realizzato da Carlo Monari e la riproduzione del quadro di Muzzi La cacciata degli austriaci da Porta Galliera l’8 agosto 1848, nel quale l’artista, chiamato proprio da Pepoli a realizzare una tela commemorativa dell’evento, immortalò il nobiluomo alla testa della Guardia civica).

Le immagini dei materiali esposti nella mostra saranno presto visibili nel nuovo sito dell’Archivio di Stato di Bologna, attualmente in corso di realizzazione.

Alida Caramagno

Tradizione archivistica e opportunità politica nelle carte di Marco Minghetti

Custodito dalla Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna, il fondo Marco Minghetti costituisce un ricco e organico complesso documentario che testimonia la multiforme attività politica ed intellettuale del suo produttore. La figura di Marco Minghetti – fra i maggiori protagonisti del Risorgimento italiano, uomo della Destra storica, studioso di economia, legislatore accorto in materie finanziarie e di pubblica amministrazione, intellettuale raffinato ed autore di apprezzate opere di economia e politica (Nota 1) – è stata oggetto di numerosi studi che, attingendo al prezioso fondo documentario, hanno approfondito aspetti diversi della sua attività di saggista e uomo politico.
Nonostante si presentino come un complesso documentario ampiamente studiato, le carte di questo illustre bolognese possono tuttavia rivelare ancora elementi inediti se considerate sotto una diversa prospettiva. La ricostruzione della storia archivistica del fondo, degli eventi esterni e delle scelte personali che hanno determinato la selezione, l’aggregazione e le diverse fasi della sedimentazione dei documenti, si è rivelata un punto di vista di indubbio interesse per delineare nuovi percorsi di indagine storica. L’importanza di uno sguardo che si rivolga all’archivio nella sua totalità, che ne individui struttura ed articolazioni interne e indaghi i complessi ed a volte oscuri processi di formazione e sedimentazione delle carte, ha il pregio di far emergere vicende ed aspetti che sfuggirebbero ad una una sia pur approfondita analisi di singoli o gruppi di documenti.
La donazione delle carte Minghetti alla Biblioteca dell’Archiginnasio – disposta con legato testamentario dallo stesso Minghetti – avvenne in diverse fasi tra il 1887 ed il 1916 ad opera della vedova Laura Acton ed in misura minore del figliastro, il principe Paolo Beccadelli di Camporeale. Dopo il 1916 il fondo conobbe ulteriori incrementi di documentazione, ma le donazioni più cospicue, quelle che conferirono sostanzialmente all’archivio la sua attuale struttura, si condensano nell’arco cronologico indicato.
Il primo nucleo documentario pervenne alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna nel maggio del 1887, quando la vedova Laura Acton diede esecuzione alle volontà testamentarie di Marco Minghetti, che così disponeva:

Prego la mia consorte usufruttuaria e mio figliastro erede [...] di esaminare i miei manoscritti, distruggere quelli che stimeranno inutili; e quelli che a giudizio loro possono essere di qualche interesse per gli studi e per la storia del mio tempo rimetterli alla Biblioteca Comunale, insieme a tutti gli autografi lasciatimi dal prof. Medici. Faccio eccezione dei miei Ricordi e documenti uniti, che resteranno in proprietà della mia consorte e, se piace a Lei, di mio figliastro (Nota 2).

I Ricordi ai quali il testamento fa riferimento sono le memorie redatte dallo statista nell’ultima fase della sua vita. Rimasto incompiuto per l’aggravarsi della malattia che lo condurà alla morte, il manoscritto ripercorreva gli anni dal 1818 al 1859 e, con un salto temporale di quattro anni, gli ultimi cinque mesi del primo ministero Minghetti (maggio-settembre 1864).
Il primo nucleo documentario nel quale Laura Acton riconobbe un «interesse per gli studi e per la storia» del suo tempo furono le carte relative ai lavori condotti sulla finanza italiana, come testimonia una lettera, non datata, ma collocabile tra il dicembre 1886 ed il gennaio 1887, inviata dalla donna al nipote Ernesto Masi:

Caro Ernesto,
[...] Frati [Luigi Frati, direttore della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, ndr] è passato di qui da me giorni sono mentre mi trovavo a letto con infiammazione di gola che mi durò un giorno. Egli non lasciò indirizzo e disse che sarebbe ritornato, ed io non riesco a sapere ov’abita e temo che parta oggi: avrei voluto mostrargli i cartoni sui lavori di Finanza che mi parrebbero destinati alla Biblioteca di Bologna.

Nel maggio 1887 Laura Acton consegnò infatti alla Biblioteca dell’Archiginnasio 25 cartoni che raccoglievano la documentazione prodotta da Minghetti nel corso dell’attività svolta come ministro delle Finanze negli anni 1863-1864 (13 cartoni) e 1873-1876 (12 cartoni), e come ministro dell’Agricoltura, industria e commercio nel 1869 (2 cartoni).
A questi pezzi si aggiunse nell’ottobre dello stesso 1887 «la preziosa raccolta di tutti gli scritti e delle stampe ricevute nella luttuosa circostanza della morte di lui, contenente 682 telegrammi, 183 lettere, di principi, magistrati, istituti, nonchè parecchie orazioni e commemorazioni funebri e un copiosissimo numero di giornali e di estratti d’essi riferentesi a tanta dolorosa perdita» (Nota 3).
Questo secondo nucleo documentario comprendeva documentazione a carattere commemorativo e celebrativo – lettere, telegrammi, manifesti, giornali e pubblicazioni a stampa – pervenuta alla vedova ed al figlio di questa Paolo Beccadelli di Camporeale nelle settimane immediatamente successive alla morte di Marco Minghetti.
Due decenni più tardi Laura Acton, «inteso il consiglio di illustri personaggi», prese accordi con il sindaco Luigi Tanari per la concessione al Comune di Bologna, e tramite questo alla Biblioteca dell’Archiginnasio, di molti altri manoscritti del defunto marito. Assistita da Emilio Visconti Venosta e Raffaele Faccioli «procedette alla raccolta e all’assetto dei manoscritti che restavano ancora presso di lei e nella sua residenza di Roma e nella villa di Mezzaratta». Si giunse così alla donazione «a più riprese», fra il 1908 ed il 1909 «dei numerosi, interessantissimi cartoni contenenti il ricco carteggio coi più illustri statisti e letterati del sec. XIX, i documenti della parte avuta da Minghetti nel governo dello Stato, gli scritti originali di politica, di sociologia, di storia ed arti belle e infine i ricordi personali dei viaggi e della vita politica» (Nota 4).
In particolare, il 23 maggio 1908 giunsero alla Biblioteca dell’Archiginnasio, «a titolo di deposito», 44 cartoni, che in una acclusa distinta redatta dal senatore Visconti Venosta, datata «Mezzaratta 22 maggio 1908», erano stati ripartiti secondo l’argomento in tre categorie (Nota 5). Il 17 dicembre 1909 vennero invece consegnati da Raffaele Faccioli 37 cartoni contenenti non meglio identificati “manoscritti”.
Tra il 1910 e il 1911, in concomitanza con le celebrazioni per il primo cinquantenario dell’unità d’Italia, il fondo fu oggetto di un consistente intervento di riordinamento che conferì alle carte quella che è in gran parte la loro attuale configurazione.
Nel 1910, «i manoscritti furono dal bibliotecario accuratamente ordinati, divisi secondo la materia in altrettante categorie» e «il Municipio, a testimoniare in quale pregio tenesse la ricca supellettile» e «in ossequio al desiderio manifestato da Sua Grazia donna Laura Minghetti», deliberò di collocarla nella sala VI destinata alle scienze giuridiche e sociali e «di intitolare la sala al nome di Marco Minghetti». Per rendere il locale idoneo ad accogliere il fondo, furono appositamente costruiti «eleganti mobili», nei quali vennero poste le 160 «sobrie e severe buste» in cui furono collocati i manoscritti.
Solo pochi mesi dopo l’inaugurazione della sala, l’ordinamento del fondo subì tuttavia delle modifiche in seguito ad un consistente incremento di documentazione dovuto a «doni o per acquisti da diverse origini», verificatisi probabilmente in occasione della ricorrenza del cinquantenario dall’unità d’Italia.
La nuova documentazione venne inserita in 20 nuovi contenitori che andarono ad incrementare le varie «categorie» in cui il fondo era stato ripartito nel corso dell’intervento di riordino. In questa occasione fu creata una nuova categoria, quella dell’Appendice, suddivisa a sua volta in Studi giovanili, I partiti politici e Corporazioni religiose. Poiché le buste che formavano le diverse categorie presentavano, oltre alla numerazione di corda in numeri arabi progressiva per tutto il fondo, anche una numerazione interna alla categoria in numeri romani, le nuove 20 buste riportarono un numero romano progressivo rispetto alla categoria di appartenenza, ma un numero di corda che, per non alterare la progressione delle buste, fu formato da numeri arabi seguiti da lettere.
Nel maggio del 1916, probabilmente preoccupato dal pericolo di una dispersione delle carte nel disordine degli eventi bellici, il figliastro Paolo Beccadelli diede «degno compimento» alla «meravigliosa e preziosa raccolta dei manoscritti di Marco Minghetti» consegnando alla Biblioteca le carte ancora in suo possesso costituenti «un altro bel complesso di lettere, documenti, appunti del grande cittadino bolognese» (Nota 6).
Quest’ultimo nucleo documentario comprendeva, assieme a studi di carattere politico e filosofico, «l’autografo dei Ricordi sulla Convenzione di settembre», quella parte cioè delle memorie dello statista relativa al primo ministero Minghetti, nonchè «lettere, telegrammi, rapporti, tutti originali, che legano alla celebre convenzione, quantunque con diverso sentimento, gli uomini più grandi d’allora, da Garibaldi a Mamiani, da Lamarmora a d’Azeglio, da Crispi a Costantino Nigra» (Nota 7).
Il fascicolo che raccoglie questo ricco corpus di documenti citati da Marco Minghetti nello scritto autobiografico conserva anche una significativa nota redatta da Emilio Visconti Venosta, con ogni probabilità nel 1908 in occasione della ricognizione effettuata sulle carte Minghetti per offrire una consulenza a Laura Acton sui documenti che avrebbero potuto essere consegnati alla Biblioteca dell’Archiginnasio:

Documenti importanti e che servirono alla redazione dei Ricordi, i quali furono scritti in base ad essi. Dovrebbero essere conservati, almeno per qualche tempo, presso il P[rinci]pe di Camporeale, pel caso di polemiche sollevate dalla pubblicazione dei Ricordi sulla Convenzione di Settembre 1864.
V[isconti] V[enosta] (Nota 8).

L’autografo era stato infatti pubblicato a cura del figliastro nel 1899 con il titolo dato da Minghetti La Convenzione di settembre: un capitolo dei miei ricordi (Nota 9), dove il sottotitolo fa riferimento ai più noti Miei ricordi, l’opera nella quale confluirono le memorie relative agli anni 1818-1859, pubblicate anch’esse postume, per i tipi della casa editrice Roux di Torino, tra il 1888 ed il 1890 (Nota 10). Alcuni rimandi interni ai due testi collocano la scrittura del primo volume dei Miei ricordi intorno al 1882 (Nota 11) e intorno al 1885 la redazione della Convenzione di settembre (Nota 12).
Poiché al 1885 risale l’aggravarsi della malattia che condurrà Minghetti alla morte nel dicembre dell’anno successivo (Nota 13), si può ragionevolmente ipotizzare che la redazione dei Ricordi sia stata interrotta a quella data per lasciare il posto al racconto di uno dei momenti più difficili del suo mandato politico, ovvero la caduta del suo primo ministero in seguito alla firma della Convenzione di settembre.
Il complesso documentario donato nel 1916 dal principe di Camporeale fu collocato in 4 buste che andarono a costituire la nuova serie delle Aggiunte, all’interno della quale venne collocata anche una bozza manoscritta della Convenzione di settembre allestita per la stampa, della quale l’editore Cesare Zanichelli fece dono alla Biblioteca dell’Archiginnasio nel marzo 1914.
Della donazione Camporeale facevano parte anche alcuni documenti rinconducibili al lavoro redazionale condotto da Paolo Beccadelli sul testo de La Convenzione di settembre ai fini della pubblicazione. Tra questi si rivelano di particolare interesse tre lettere, due di Costantino Nigra ed una di Emilio Visconti Venosta, dirette al principe di Camporeale, che a loro si era rivolto per un parere sul testo del manoscritto, in ragione degli stretti legami da questi avuti con Minghetti e dell’importante ruolo politico e diplomatico giocato nelle trattative che condussero alla stipulazione della Convenzione. Se Costantino Nigra scriveva da Vienna il 17 febbraio 1899 «ho letto d’un fiato l’interessantissimo racconto, che anche ora, dopo tanto tempo, mi commuove profondamente. Non ho correzioni da fare, nè schiarimenti da aggiungere. La narrazione è limpida e chiara, e per quanto è mia notizia, fedele»; da Milano Emilio Visconti Venosta il 14 aprile 1899 rispondeva in questi termini al principe di Camporeale che gli aveva inviato le bozze di stampa dell’opera:

Troverà in un foglietto, qui unito, alcune lievi modificazioni di forma che le proporrei. Esse mi furono suggerite, direi dal senso istintivo di certe suscettibilità che ben conosco. Ella ne giudicherà, tanto più che in questo lavoro, che Ella chiama di smussamento, siamo penetrati dello stesso spirito, di non ferire, senza necessità, certi punti delicati, di non dare una parola per pretesto e di rendere, insomma, più accetta la dimostrazione di Minghetti intorno alla vera portata di quest’atto politico che fu la Convenzione.

Quale fosse l’entità del «lavoro» sul testo che Camporeale definiva «di smussamento», in quale misura fosse necessario intervenire sull’opera per «non ferire […] certi punti delicati» e «certe suscettibilità», è possibile desumerlo attraverso un confronto testuale tra il manoscritto autografo di Minghetti, la bozza manoscritta donata dall’editore Zanichelli alla Biblioteca dell’Archiginnasio, e il testo a stampa nella sua versione definitiva.
Rimandando ad altra sede l’analisi puntuale delle discordanze tra i testi (Nota 14), si offre qui una breve riflessione sulla natura delle modifiche al manoscritto operate da Beccadelli e sugli esiti che il principe si prefiggeva di raggiungere.
Gli interventi sul testo di Minghetti ad opera di Beccadelli sono di diversa entità: se in alcuni casi si tratta di «lievi modificazioni», come le definiva Visconti Venosta, in altri vi è una sostanziale rielaborazione del testo con il fine di emendarlo, da un lato, dalle affermazioni che avrebbero potuto suscitare irritazione nei protagonisti ancora in vita di quelle vicende politiche, dall’altro dalla narrazione di alcuni episodi di politica interna ed estera che avrebbero potuto dar luogo ad imbarazzo “istituzionale”.
Il confronto fra i testi rivela interventi di censura più complessi ed articolati in corrispondenza di quei luoghi del racconto in cui Minghetti tratta delicati temi di diplomazia interna ed estera, la cui divulgazione ad opera di un autorevole esponente del governo avrebbe causato non pochi disagi agli eredi della classe politica moderata la cui egemonia si era affermata nei primi anni del Regno d’Italia.
Camporeale mette in atto una muniziosa revisione del testo rielaborandolo attraverso omissioni di singoli termini ed intere frasi, innesti di periodi scritti di proprio pugno e sapienti sintesi atte a smorzare scomode riflessioni di Minghetti, come ad esempio quella sulla grettezza municipalista del governo piemontese.
Le affermazioni di Minghetti censurate da Camporeale sono un’eloquente espressione delle profonde mutazioni storiche intervenute nel lungo e complesso processo che condusse alla formazione di un sentimento nazionale italiano. La diffusa avversione verso il governo di Torino e il malcelato disinteresse della classe politica piemontese verso le tradizioni e le autonomie locali, sentimenti che avevano insidiato la solidità del giovane Stato italiano, apparivano nel volgere del nuovo secolo come spettri di un passato poco nobile che si voleva superato e concluso.
La costruzione dell’identità nazionale aveva bisogno di una memoria epurata, che evocasse il Regno costituzionale sabaudo come conclusione obbligata del lungo cammino risorgimentale verso l’unità della nazione. In questo senso le “correzioni” di Camporeale al racconto di Minghetti vanno interpretate come il tentativo di riabilitare l’azione politica del patrigno attraverso una rievocazione storica consonante con quella dell’ideologia moderata e della costruzione storiografica del consenso ad essa.

 

NOTE:

 

Nota 1. Le riflessioni contenute nella presente comunicazione costituiscono una sintesi di un più ampio contributo sulla storia delle carte Minghetti dal titolo La memoria corretta. Interventi di “smussamento” in un’opera postuma di Marco Minghetti, pubblicato all’interno della miscellanea di studi Spigolature d’archivio. Contributi di archivistica e storia del progetto “Una città per gli archivi”, a cura di A. Antonelli, Bononia University Press, Bologna 2011, pp. 113-144. L’intervento di riordino ed inventariazione delle carte Minghetti si inserisce infatti all’interno del progetto “Una città per gli archivi” promosso dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna. Il progetto, avviato nel 2008, ha come scopo la valorizzazione e la conservazione di un complesso di circa 200 nuclei documentari bolognesi prevalentemente prodotti tra Otto e Novecento. Oltre a numerosi saggi, Minghetti è autore di tre importanti volumi: Della economia pubblica e delle sue attinenze colla morale e col diritto, F. Le Monnier, Firenze 1859 (3a ed. 1881); Stato e chiesa, U. Hoepli, Milano 1878; I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione, Nicola Zanichelli, Bologna 1881 (che conobbe molte edizioni successive). Nicola Matteucci ha sottolineato come si tratti di «tre grandi opere che ormai la memoria storica ha, in grande misura, dimenticato» (Cfr. N. Matteucci, Marco Minghetti, un liberale dimenticato, in Id., Filosofi politici contemporanei, Il Mulino, Bologna 2001, pp. 187-218). Torna al testo.

 

Nota 2. Archivio di Stato di Bologna, Atti dei notai del distretto di Bologna, Archivio del notaio Ferrari Francesco, 1886, Testamento di Marco MinghettiTorna al testo.

 

Nota 3. Biblioteca Comunale dell’archiginnasio di Bologna (d’ora in poi BCABO), Archivio, anno 1887, tit. III, prot. n. 232, Luigi Frati al sindaco di Bologna Gaetano TacconiTorna al testo.

 

Nota 4. A. Sorbelli, La sala Minghetti nella Biblioteca dell’Archiginnasio, in «L’Archiginnasio», V (1910), pp. 54-55, citazione a p. 53. Torna al testo.

 

Nota 5. La distinta di Emilio Visconti Venosta, uno fra i più intimi amici e collaboratori di Marco Minghetti, recita: «N. 44 Buste o Cartoni d’archivio Minghetti | Distinta | N. 7 (orizzontali color violetto) contengono Studi sull’ordinamento del Regno d’Italia e Telegrammi del 1860-61 | N. 23 (verticali color legno meno uno verde) Studi diversi, lettere fra le quali alcune di Sua Maestà la Regina Margherita | N. 14 detti “Lettere 1832-1858”, Viaggi, Banca papale, Onorificenze Contumelie etc.» (in BCABO, Archivio, anno 1908, tit. III, prot. n. 198). Sullo stretto legame che univa Marco Minghetti ad Emilio Visconti Venosta cfr. il breve ritratto del Minghetti tracciato da Federico Chabod in Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, 2 voll., Laterza, Bari 1965, vol. II, pp. 703-704. Si segnala che nella lettera con la quale il 31 gennaio 1910 Albano Sorbelli, allora direttore della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, rispondeva alla richiesta del sindaco Luigi Tanari di avere «brevi notizie sui manoscritti Minghetti che si conservano nella Biblioteca», i cartoni donati nel 1908 risultavano essere 47 e non 44 (cfr. BCABO, Archivio, anno 1910, tit. III, prot. n. 18 del 13 gennaio 1910). Torna al testo.

 

Nota 6. Cfr. BCABO, Archivio, anno 1916, tit. III, prot. n. 456 del 19 maggio 1916, Il direttore della Biblioteca Albano Sorbelli al sindaco di Bologna Francesco ZanardiTorna al testo.

 

Nota 7. IbidemTorna al testo.

 

Nota 8. BCABO, Fondo Speciale Marco Minghetti, b. 175, Aggiunte III.Torna al testo.

 

Nota 9. M. Minghetti, La Convenzione di settembre. Un capitolo dei miei ricordi, pubblicato per cura del principe di Camporeale, N. Zanichelli, Bologna 1899. Torna al testo.

 

Nota 10. M. Minghetti, Miei ricordi, 3 voll., L. Roux, Torino 1888 (vol. I, Anni 1818-1848, vol. II, La guerra e gli episodii politici degli anni 1848-49, vol. III, 1850-1859). Torna al testo.

 

Nota 11. Tra i molti riferimenti contenuti nel testo che permettono di dedurre un termine post quem per la redazione dell’opera (cfr. M. Minghetti, Miei ricordi, vol. I, Anni 1818-1859, L. Roux, Torino 1888-1890, pp. 96, 133, 134 n. 1, 136) si segnala in particolare un passo che più di altri consente una datazione puntuale: «Di questi giorni leggo che nel discorso di Pasteur al suo ricevimento dell’Accademia francese, parlando del suo antecessore Littré, cita alcuni brani sulla pace scritti da esso nel 1850. Ciò mi ha ricordato lo spirito della gioventù parigina già da più anni innanzi» (cfr. p. 136). Pasteur viene nominato membro dell’Accademia francese il 27 aprile 1882. Vi è ancora un altro flebile indizio del fatto che Minghetti nel 1882 abbia ripreso in mano alcuni documenti del suo archivio per redigere i Ricordi. Il 30 giugno 1882 Minghetti trasmetteva a Giovanni Gozzadini una lettera che a lui era stata affidata nel giugno 1848 dalla defunta moglie di questi, Maria Teresa di Serego Allighieri Gozzadini, perchè la consegnasse al fratello in quegli anni residente a Verona. Minghetti accompagnava l’invio della lettera a Gozzadini con queste parole: «Pregiatissimo sig. conte, rovistando certe mie antiche carte ho trovato la lettera qui acclusa, e m’è parso che a Lei si appartenga per ogni ragione. Primieramente io non ebbi allora occasione di presentarla, e l’avrei dovuta restituire. E poi mi pare così alta, così nobile e così semplice che ben raffigura l’anima eletta di chi la scrisse, e potrebbe, almeno nella sua prima parte illustrarla in una sua biografia» (cfr. BCABO, Fondo speciale Gozzadini, Raccolta Gozzadini, ms. GOZZ. 442, Minghetti Marco, lettera del 30 giugno 1882). La lettera trasmessa da Minghetti venne poi effettivamente pubblicata da Giovanni Gozzadini nella seconda edizione della biografia dedicata alla moglie: [G. Gozzadini], Maria Teresa di Serego-Allighieri Gozzadini, 2ª ed. ampliata, con prefazione di Giosuè Carducci, Zanichelli, Bologna 1884, pp. 237-238. Pasquale Villani colloca la compilazione dei Miei ricordi in un arco temporale più ampio che si estende «tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta» (cfr. P. Villani, Marco Minghetti: la dimensione europea. I viaggi, le esperienze, le amicizie fino al 1859, in R. Gherardi - N. Matteucci (a cura di), Marco Minghetti statista e pensatore politico. Dalla realtà italiana alla dimensione europea, Il Mulino, Bologna 1988, pp. 106-112, citazione a p. 107). Si segnala infine quanto annotava l’editore Roux nell’Avvertenza posta in apertura al primo volume: «In qual tempo siano stati scritti questi Ricordi non è notato da Minghetti in alcuna pagina del suo manoscritto; però dalla lettura appare evidente che essa fu preparata e cominciata dopo il 1876, quando il Minghetti per la evoluzione parlamentare del marzo di quell’anno si ritrasse dal Governo, e parve volersi raccogliere in disparte né più frammettersi nel vivo delle politiche agitazioni» (cfr. M. Minghetti, Miei ricordi, cit., Avvertenza). Torna al testo.

 

Nota 12. È possibile individuare nel testo de La Convenzione di settembre molti passi utili alla datazione dell’opera, fra i quali citeremo come più esplicito quello contenuto a p. 181: «Questo telegramma fu da alcuni interpretato come un’approvazione esplicita data al trattato, e intorno a ciò corse una polemica l’anno scorso (1884) fra il De Cesare e il Chiala» (ma cfr. anche La Convenzione di settembre, cit., pp. 3, 27, 217). Torna al testo.

 

Nota 13. Marco Minghetti morì il 10 dicembre 1886 per un tumore all’intestino. Cfr. N. Del Bianco, Marco Minghetti. La difficile unità italiana. Da Cavour a Crispi, Franco Angeli, Milano 2008, p. 283 e A. Berselli, Luigi Carlo Farini, Marco Minghetti, Luigi Federico Menabrea, La navicella, Roma 1992, p. 132. Torna al testo.

 

Nota 14. Cfr. A. Caramagno, La memoria corretta. Interventi di “smussamento” in un’opera postuma di Marco Minghetti, cit. Torna al testo.

 

Questo saggio si cita: A. Caramagno, Tradizione archivistica e opportunità politica nelle carte di Marco Minghetti, in «Percorsi Storici», Serie Atti Numero 1 (2012) [http://www.percorsistorici.it/numeri/serie-atti-numero-1/titolo-e-indice/13-numeri-rivista/serie-atti-numero-1/57-alida-caramagno-tradizione-archivistica]

Paolo Franzese

Gioacchino Napoleone Pepoli e il Commissariato generale straordinario delle province dell’Umbria*

La nuova attenzione rivolta nel 2011 alla storia dell’unificazione italiana, nell’ambito delle celebrazioni dei centocinquanta anni che ci separano da quel momento fondamentale per comprendere l’identità del nostro Paese, ha costituito l’occasione per una riflessione sullo stato delle fonti documentarie e sui fondamenti delle conoscenze e delle opinioni che si sono sedimentate nel corso del tempo sui protagonisti del Risorgimento. A questo scopo, insieme con la Soprintendenza archivistica per l’Umbria, l’Archivio di Stato di Terni e la locale Deputazione di storia patria, si è costituita una guida ai documenti relativi agli anni 1859-1865 (Nota 1), puntando a dar notizia di tutti i fondi che contenessero documentazione di quel periodo e, allo stesso tempo, a mettere in evidenza atti particolarmente utili per ricostruire aspetti significativi del passaggio di questa regione, che all’epoca comprendeva anche Rieti e la Sabina, dal dominio pontificio al Regno d’Italia. L’attenta analisi realizzata in quell’occasione ha consentito di rilevare sia archivi ordinati e già corredati da adeguati strumenti di ricerca, sia archivi che hanno perduto la loro fisionomia e non dispongono di tali strumenti. Fra questi il più significativo era senza dubbio quello del Commissariato generale straordinario delle province dell’Umbria, per il quale unico strumento di ricerca era ancora il prospetto pubblicato da Roberto Abbondanza nel lontano 1962, che avrebbe dovuto costituire, in mancanza di un intervento di riordinamento e quindi di un vero inventario, una modalità provvisoria di accesso ai documenti.
Allo scopo allora di mettere a disposizione del pubblico una fonte ineludibile per ricostruire un momento breve, ma intenso e decisivo, per la storia di questo territorio e d’Italia, si è messo a punto un progetto d’intervento che prevedesse, sulla base del riconoscimento della provenienza dei documenti, dei nuclei costitutivi e delle strutture originarie, il riordinamento e la descrizione di tutto il materiale.
Obiettivo di questa relazione è mettere a fuoco, attraverso l’esame dell’archivio del Commissariato generale straordinario, il rapporto fra questi documenti e l’organo politico-amministrativo da cui provengono e proporre nuovi elementi di ricerca e di riflessione sulla figura di Gioacchino Napoleone Pepoli.
In effetti le carte provenienti dal Commissariato generale straordinario costituiscono solo una parte del materiale a cui finora si è data questa denominazione. Infatti questo insieme comprende anche le carte della Direzione centrale provvisoria delle poste, dei telegrafi e dei lavori pubblici, istituita da Gioacchino Napoleone Pepoli il 6 ottobre al posto del ripartimento Poste e telegrafi, della Soprintendenza di finanze costituita, per tutta l’Umbria, con decreto del 22 settembre 1860 dello stesso regio commissario.
Ancor più sorprendente è stato forse sapere che l’archivio del Commissariato si trova attualmente diviso in tre parti, conservate rispettivamente presso gli Archivi di Stato di Perugia, Bologna e Torino. Una loro integrazione a livello descrittivo sarebbe davvero auspicabile, per offrire al ricercatore un quadro completo e esauriente della documentazione proveniente dal Commissariato generale. A questo proposito va anche ricordato che all’archivio di quest’organo si affiancano quelli di alcuni commissariati provinciali della stessa epoca i quali, benché identificati, sono ancora riuniti alle carte della Delegazione apostolica di Perugia.
Il primo dei due nuclei che oggi costituiscono il segmento perugino fu donato nel 1910 da Ercole Gaddi, nipote del Pepoli, al Comune di Perugia; fu poi consegnato dalla Biblioteca comunale Augusta nel 1959 all’Archivio di Stato di Perugia. Il secondo invece, rimasto unito per molto tempo all’archivio della Delegazione apostolica di Perugia, fu risistemato nel 1905 da Giustiniano Degli Azzi insieme con le carte del Governo pontificio.
L’archivio del Commissariato generale è stato finora considerato come una sorta di archivio personale e privato. Lo stesso Roberto Abbondanza, nella presentazione dell’“inventario” compreso nel terzo volume Gli archivi dei governi provvisori e straordinari, 1859-1861. Inventari (Nota 2), attribuisce al fondo la denominazione di “Carte Pepoli”.
Il lavoro compiuto da Roberto Abbondanza delineava sommariamente l’archivio, cercando di fornire almeno una chiave per accedere ai documenti. Lo studioso perugino, recentemente scomparso, con cautela dichiarava: «Dopo aver constatato l’impossibilità di ricostruire l’archivio così come era alla fine del 1860 o quanto meno all’atto della donazione, ci si è attenuti al criterio di descrivere le carte senza alterare la struttura dei fascicoli in cui esse ci sono pervenute, nonché la disposizione dei fascicoli nelle buste».
Quell’inventario presentava i documenti con un criterio prevalentemente tematico: le carte erano disposte, in ragione dell’argomento di cui trattavano, in base a una sorta di suddivisione per materie, che non teneva conto quindi della loro appartenenza a serie e della loro segnatura originaria.
A seguito dell’analisi che ha accompagnato l’elaborazione e la realizzazione del progetto, l’archivio risulta oggi costituito in modo da riflettere sostanzialmente la struttura organizzativa del Commissariato.
I documenti, ordinati in fascicoli spesso raccolti in camicie che ne riportano la denominazione originaria, sono in genere contrassegnati da una registrazione di protocollo e da una classificazione, costituita da sequenze di numeri romani e/o arabi. L’ufficio infatti aveva previsto che, all’interno di ciascuna serie in cui si suddivideva l’archivio, l’ordinamento dei fascicoli fosse definito sulla base di piani di classificazione, fatti di categorie articolate in classi.
Il Commissariato aveva una struttura piuttosto complessa: un Consiglio di cinque membri, uno per provincia (Nota 3), con il compito di fornire pareri sulle “deliberazioni più importanti”; un ufficio di Gabinetto del regio Commissario, una Segreteria generale, articolata in tre reparti, rispettivamente istruzione pubblica, grazia e giustizia, interni, ai quali si aggiungeva un’Ispezione di pubblica sicurezza.
I principali e più consistenti nuclei documentari sono costituiti proprio dalle carte dell’Ufficio di Gabinetto e di quelle della Segreteria generale.
Fra i documenti del Gabinetto una particolare importanza hanno quelli riguardanti le commissioni costituite dal Pepoli per l’esame e per la soluzione di problemi di particolare rilievo: fra le altre, vanno ricordate la Commissione per la riforma dell’ordinamento giudiziario e quella per l’esame dei titoli e dei diritti degli impiegati destituiti dal Governo pontificio per motivi politici. Oltre alla corrispondenza, è presente una considerevole quantità di istanze o suppliche, sorta di petizioni o domande che istituzioni o singoli cittadini inviavano alle nuove autorità pubbliche per segnalare diritti e esigenze e per avanzare richieste.
I documenti relativi al reparto “Affari interni” sono corredati da un grande registro di protocollo, che indica solo alcuni dei documenti in arrivo, mentre riporta i dati di tutti quelli in partenza dal 4 ottobre al 29 dicembre 1860. Si tratta prevalentemente di corrispondenza con il Governo di Torino, con i commissari provinciali e con i vicecommissari, con i comuni e con i cittadini dell’Umbria.
L’archivio comprende poi anche numerosi telegrammi, alcuni dei quali spediti fra i comandi militari pontifici e fra questi e le autorità politiche dello Stato della Chiesa, e un’ordinata raccolta di circolari del Regno di Sardegna dal 1848 al 1860, spedite da Torino per fornire al regio commissario il necessario supporto di conoscenza delle normative vigenti nella monarchia sabauda.
Non provengono invece dal Commissariato le note esplicative e illustrative che Giustiniano degli Azzi unì, ai primi del secolo XX, alle carte del Commissariato, per agevolarne lo studio.
Evidentemente complementari alle carte conservate a Perugia sono quelle provenienti dal Commissariato generale straordinario conservate presso l’Archivio di Stato di Torino. Questo complesso di documenti, compreso fra le carte del Ministero dell’interno del Regno sardo, è costituito dalla raccolta dei decreti del Commissario regio in originale e a stampa e da numerosi fascicoli dell’archivio del Gabinetto e della Segreteria generale di questo stesso organo periferico.
Meritano una particolare segnalazione i fascicoli di affari di pubblica sicurezza, un fascicolo sui “Confini dello Stato Pontificio” riguardante le misure di contenimento delle incursioni, operate con la connivenza dei francesi, da parte delle bande dei reazionari e dei soldati sbandati del disciolto esercito borbonico da territori, come Cicolano e la Marsica, dell’ex Regno delle Due Sicilie; un fascicolo sulle circoscrizioni territoriali in Umbria, comprendente una lettera di Marco Minghetti, in cui il ministro prevedeva l’istituzione in Umbria di due province, rispettivamente quelle di Perugia e di Spoleto, e pensava di pubblicare il relativo decreto dopo la proclamazione del plebiscito e prima dell’annessione, poi proclamata il 17 dicembre 1860, per evitare che qualcuno potesse proporre di affidare al Parlamento tale materia. Un fascicolo sul terremoto di Norcia del 22 agosto 1859 riguarda la nomina di una Commissione per erogare i sussidi e verificare i danni. L’archivio comprende poi anche materiali a stampa e in particolare la Gazzetta di Perugia, Ufficiale del regio Commissariato generale, poi Gazzetta officiale per le province dell’Umbria, dal 16 settembre 1860 al 30 marzo 1861.
Fra le carte del Ministero dell’interno si trovano un carteggio con lo stesso Pepoli e con altre autorità presenti in Umbria e lettere e petizioni di cittadini umbri prevalentemente rivolte contro la linea politica da lui seguita.
L’archivio del Commissariato consente oggi di comprendere meglio il mandato che il Governo centrale affidò al Pepoli e il modo in cui questi lo interpretò (Nota 4). L’incarico conferitogli con il regio decreto del 12 settembre 1860 (Nota 5) non gli riconosceva l’ampiezza di poteri attribuita invece ai luogotenenti del re inviati a Napoli e in Toscana con delega diretta di prerogative del sovrano, ma piuttosto un ruolo di funzionario dipendente dal Governo e in particolare dal Ministero dell’interno.
Questo tipo d’incarico indicava la volontà di far sì che l’annessione di questa regione avvenisse secondo un modello prestabilito e nei tempi definiti dal Governo. Proprio questo contesto mette quindi in evidenza come il modo in cui Gioacchino Napoleone Pepoli svolse le sue funzioni rese possibile un importante esperimento politico di adattamento a un diverso modello istituzionale e di ricerca di un radicale cambiamento, allo stesso tempo amministrativo, civile e sociale.
Il suo mandato consisteva in una serie di obiettivi, conferitigli dal Governo centrale:
a) pubblicare le leggi e i codici già in vigore nel Regno sardo e introdurre ordinamenti compatibili con una monarchia costituzionale e con uno Stato non confessionale, preparando così l’unificazione legislativa e amministrativa;
b) predisporre la popolazione all’unione della regione al Regno d’Italia, realizzare il plebiscito e quindi legittimare l’annessione;
c) evitare conflitti con le truppe francesi soprattutto nelle località rioccupate da queste nell’ottobre del 1860.
L’opera di allineamento al Regno di Sardegna fu portata avanti dal Pepoli con l’intento di imprimere una decisa svolta nella vita delle popolazioni affidategli, rimovendo con determinazione strutture politiche, culturali e istituzionali del passato regime e cercando di realizzare allo stesso tempo l’unificazione e il cambiamento.
Principale strumento per scardinare il vecchio regime e mettere rapidamente in moto il processo di riorganizzazione fu l’emanazione di norme: in poco più di cento giorni, il Commissario emanò duecentonovanta norme, fra decreti, proclami, circolari. indirizzi, regolamenti, ordinanze, notificazioni (Nota 6).
Fra i tanti provvedimenti adottati, alcuni produssero un impatto particolarmente rilevante:
1) la soppressione dei tribunali ecclesiastici (il Tribunale della Sacra Inquisizione e del Sant’Uffizio) e l’abolizione dei privilegi di foro ecclesiastico, d’immunità e di asilo. La legge sarda del 9 aprile 1850 prevedeva infatti che gli ecclesiastici fossero assoggettati alla giurisdizione civile e alle stesse leggi penali di tutti gli altri cittadini: «Rifugiandosi nelle chiese o altri luoghi considerati immuni, qualche persona alla cui cattura si debba procedere, questa vi si dovrà immediatamente eseguire e l’individuo arrestato verrà rimesso all’autorità giudiziaria per il pronto e regolare compimento del processo». La medesima regola valeva in caso di perquisizioni o di sequestri, fatto salvo il rispetto per il luogo e per l’esercizio del culto e dandone avviso al parroco.
2) L ’introduzione della divisione fra il potere giudiziario e quello esecutivo.
3) L’abolizione del sistema vincolistico e doganale.
4) L’introduzione nell’ordinamento giuridico di norme sulla rilevazione e sulla tutela del patrimonio culturale. Fu costituita infatti una Commissione artistica principale, con il compito di vigilare sullo spostamento e sull’alienazione delle opere d’arte.
5) La liberazione del sistema scolastico dalla soggezione all’autorità episcopale. Tutti gli istituti pubblici e privati d’istruzione ed educazione erano sciolti dalla soggezione e dalla sorveglianza dall’autorità dei vescovi e erano sottoposti invece al governo del Commissario regio generale.
6) Lo scioglimento delle opere pie dalla dipendenza dalle autorità religiose e la formazione di congregazioni di carità in ogni comune, con il compito di provvedere all’amministrazione delle opere pie.
7) L’istituzione dello stato civile, trasferendo i registri parrocchiali presso i rispettivi comuni.
8) La formazione della Guardia nazionale secondo le norme emanate nel Regno di Sardegna a partire dal 1848.
9) L’istituzione di una Direzione centrale provvisoria per i lavori pubblici, specificamente destinata a progettare e a realizzare interventi in questo settore e in primo luogo in materia di vie di comunicazione.
Per ottenere il consenso del Governo all’attuazione dei suoi programmi, il Pepoli inviò a Torino Achille Serpieri, segretario generale del Commissariato, il quale il 27 ottobre (Nota 7) gli riferì, con un puntuale e consistente rapporto, i risultati della missione appena conclusa. Il Serpieri incontrò quattro autorevoli membri del Governo: il conte di Cavour, presidente del Consiglio dei ministri, e i ministri dell’Interno, delle Finanze e di Grazia, giustizia e affari ecclesiastici. Sei gli argomenti di discussione: l’abolizione dell’odiosa e antipopolare tassa sul macinato, un prestito di cinquecentomila lire a vantaggio dei comuni dell’Umbria, la “soppressione dei conventi”, l’istituzione dello “stato e [del] matrimonio civile”, la pubblicazione della “legge delle opere pie”, la pubblicazione dello “Statuto sardo”. In effetti il Serpieri riuscì a ottenere un buon risultato relativamente all’introduzione in Umbria dei registri dello stato civile e del matrimonio civile, mediante la pubblicazione dei corrispondenti titoli del progetto di revisione del Codice civile sardo in discussione presso un’apposita commissione di giuristi. Giovanni Battista Cassinis, ministro di Grazia, giustizia e affari ecclesiastici, approvò e lodò infatti questo progetto, a eccezione della proposta di «comminar pene ai parroci che non si fossero prestati all’esecuzione» delle nuove norme. Lo stesso ministro acconsentì anche alla pubblicazione del decreto che metteva in vigore la legge sarda sull’amministrazione delle opere pie da parte delle amministrazioni comunali. Quasi nulla, se non il rinvio delle relative decisioni, riuscì invece a spuntare il Serpieri riguardo agli altri obiettivi della missione e perfino relativamente alla proposta di pubblicare lo Statuto albertino, con la motivazione «che non sarebbe [stato] compatibile col carattere della missione straordinaria» del commissario regio.
Inoltre il 23 ottobre il Pepoli protestò con il ministro dell’Interno, perché il governo non aveva intenzione di riconoscere, dopo l’annessione, le promozioni e le nomine di impiegati pubblici fatte da lui. Ribadì quindi che da quel momento avrebbe richiesto l’autorizzazione ai ministri, «benché ciò sia in aperta contraddizione con il mandato ricevuto, con i pieni poteri concessi, con la fiducia dimostratami e della quale mi onoravo altamente».
La strategia del Pepoli contrastava con il moderatismo di importanti settori della società umbra. Fra i documenti del Ministero dell’interno, conservati a Torino, si registrano infatti significative testimonianze di questo atteggiamento di resistenza e addirittura di opposizione al programma del Pepoli. Alcuni lo accusavano di aver instaurato una “dittatura assolutistica”, di aver “sconvolto l’ordine sociale”, di aver assunto una gran quantità di impiegati inutili, in primo luogo viterbesi, piemontesi e perugini, e in modo non imparziale, ma anche di aver preso misure troppo radicali, come l’introduzione del matrimonio civile e l’abolizione della tassa sul macinato. «Il commissario in una parola vorrebbe in un baleno abbattere, annientare abitudini contratte, principi, opinioni, pregiudizi invecchiati e togliere nell’animo di tutti questi popoli ogni affezione, ogni idea del cessato governo».
Il Commissario, dinanzi agli obiettivi che si proponeva di conseguire, cercò anche di darsi i mezzi concreti per raggiungerli effettivamente. Nella circolare inviata ai commissari e ai vicecommissari dell’Umbria il 12 novembre al fine di raccogliere dati statistici, il Pepoli confermò il suo intento di favorire il commercio, considerato il primo sintomo del benessere di una nazione, senza legarlo a vincoli anacronistici, e quindi le strade, le ferrovie, le linee telegrafiche. Ma affermava anche che «l’opera, lungi dal volgere al suo termine, è appena cominciata [E poiché] sono necessari molto studio e molta solerzia» per cambiare la situazione, invitava i destinatari della circolare a raccogliere «tutto ciò che serva a render chiara la passata situazione del paese, il mutamento presente, i desideri, le speranze, i progetti per l’avvenire», in modo che si sarebbero potute indicare le soluzioni per far salire la patria «a quell’alto grado di prosperità che deve rendere il nuovo regno italiano ammirato e felice».
Costruire una nuova chiave di ricerca per questo importante e poco conosciuto archivio, più idonea a riflettere l’identità e la vita dell’istituzione che l’ha prodotto, significava pertanto aprire la possibilità di approfondire e di rimodellare il profilo biografico di Gioacchino Napoleone Pepoli, far nuova luce sull’impatto sociale e d’opinione delle nuove istituzioni e del nuovo Stato sulla società umbra e scoprirne il ruolo di regione di confine svolto fino al 1870.
Indubbiamente, i risultati emersi nel corso dell’ampio lavoro di scavo operato sui documenti e di ricerca delle fonti relative al periodo dell’annessione contrastano con lo scarso peso che la storiografia ha finora attribuito al Pepoli e perfino con l’immagine che ci ha tramandato di lui. Lo stesso Giorgio Candeloro, sempre attento a fondare le sue conclusioni sui dati risultanti dall’ampio apparato di documenti consultati, espresse un giudizio sostanzialmente negativo su di lui, rappresentandolo come un «uomo vanitoso, fanfarone e capace di prendere iniziative personali inopportune» (Nota 8). Anche i dati presentati in questo convegno confermano la necessità di rivedere il profilo storico del Pepoli, proprio alla luce degli elementi di conoscenza che la ricerca e la valorizzazione delle nuove fonti documentarie stanno mettendo a nostra disposizione.

 

NOTE:

 

* Il testo di questa relazione è in gran parte analogo a quello di un intervento tenuto da chi scrive a Perugia in occasione della “Settimana degli archivi in Umbria”, di cui è in corso la pubblicazione degli atti. Torna al testo.

 

Nota 1. L’Umbria nella nuova Italia. Materiali di storia a centocinquant’anni dall'Unità, vol. II, Gli archivi umbri e l’Unità, Guida alle fonti documentarie 1859-1865, a cura di E. David, S. Maroni, M. Pitorri, Deputazione di storia patria per l’Umbria, Perugia 2011. Torna al testo.

 

Nota 2. Ministero dell’interno, Roma 1962 (Pubblicazioni degli archivi di Stato, XLVII). Torna al testo.

 

Nota 3. Inizialmente rientrava nella giurisdizione del Commissariato generale anche la città di Viterbo con il suo territorio, poi restituita allo Stato pontificio. Torna al testo.

 

Nota 4. Un profilo del programma che il Pepoli si propose di realizzare in qualità di commissario straordinario è stato tracciato da chi scrive già nel saggio L’Umbria e l’unificazione italiana, che introduce il volume L’Umbria nella nuova Italia. Materiali di storia a centocinquant’anni dall'Unità, vol. II, cit. Torna al testo.

 

Nota 5. Formalmente il Commissariato generale straordinario restò in carica fino al 2 gennaio 1861. Torna al testo.

 

Nota 6. Questo complesso normativo fu poi edito in Atti ufficiali pubblicati dal marchese G. N. Pepoli, deputato al Parlamento nazionale, regio commissario generale straordinario per le province dell’Umbria, 2 voll., Stamperia reale, Firenze 1861. Di ciascuno di questi atti è stata realizzata, a cura dell’Archivio di Stato di Perugia, una schedatura accessibile dal sito web istituzionale che consente la ricerca dei dati, insieme con il collegamento all’immagine digitalizzata del documento. Torna al testo.

 

Nota 7. Archivio di Stato di Perugia, Commissariato generale straordinario delle province dell’Umbria, b. 8. Torna al testo.

 

Nota 8. G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. V, La costruzione dello Stato unitario, Feltrinelli, Milano 1968, p. 215. Candeloro tuttavia sottolinea che, nonostante questi lati certamente negativi del carattere del Pepoli, bisogna ritenere probabile che la proposta che egli fece a Napoleone III, nel colloquio del 21 giugno del 1864 che costituì la premessa della convenzione stipulata nel settembre di quell’anno, di trasferire la capitale del nuovo Stato italiano da Torino a Firenze, non fosse frutto di una sua iniziativa personale, ma piuttosto del suggerimento di autorevoli esponenti del Governo italiano (ibidem). Torna al testo.

 

Questo saggio si cita: P. Franzese, Gioacchino Napoleone Pepoli e il Commissariato generale straordinario delle province dell’Umbria, in «Percorsi Storici», Serie Atti Numero 1 (2012) [http://www.percorsistorici.it/numeri/serie-atti-numero-1/titolo-e-indice/13-numeri-rivista/serie-atti-numero-1/55-paolo-franzese-gioacchino-napoleone-pepoli-e-il-commissariato-generale]

Claudia Giuliani

Il carteggio Pepoli nelle Carte Farini presso la Biblioteca Classense di Ravenna*

Le Carte Farini, ampio complesso documentario che raccoglie l’archivio di Luigi Carlo Farini (1812-1866) nella Biblioteca Classense di Ravenna, hanno sempre goduto di interesse e considerazione da parte del mondo della ricerca, in virtù del prestigio del grande uomo politico romagnolo che rivestì ruoli primari nelle varie fasi della battaglia risorgimentale, ricoprì incarichi di primo piano nello Stato pontificio a ridosso della vicenda della Repubblica romana, per divenire in seguito ministro del Piemonte, consigliere di Cavour, dittatore dell’Emilia, ministro del Regno, luogotenente del re a Napoli, fino a raggiungere la carica di presidente del Consiglio dei ministri tra la fine del 1862 e il 1863 (Nota 1).
Fra i principali protagonisti del liberalismo moderato risorgimentale, Farini fu però prima ancora un medico, fortemente volto alla riflessione di carattere “sociale” sulla sanità; gran parte della sua vita fu dedicata proprio all’esercizio della professione. Ha lasciato studi ragguardevoli di argomento medico, fra cui importanti quelli sulle implicazioni sanitarie della presenza di risaie, sulle febbri periodiche e sulla pellagra (Nota 2). Vita politica e attività in campo medico sono pertanto i principali nuclei tematici delle Carte Farini, fatta salva una cospicua documentazione di carattere famigliare.
Il primo recupero – ma non il più importante – delle carte del nostro, fu la pubblicazione di un carteggio nel 1878 in occasione dell’inaugurazione del Monumento nazionale a Farini, a cura di Francesco Miserocchi e Adolfo Borgognoni (Nota 3). Borgognoni, noto letterato ravennate, oggi dimenticato, interpreta in anni vicini ancora alla scomparsa di Luigi Carlo Farini, il desiderio, insito nelle cerimonie di inaugurazione del monumento, di portare alla luce un Farini ancora vivo nelle memorie, ma non sufficientemente celebrato. Con l’aiuto di un grande collezionista, soprattutto di memorie risorgimentali, anch’egli ravennate, Francesco Miserocchi, egli si adopera per ritrovare lettere di Farini. Arriverà con grande fatica e con l’aiuto dell’amico, come narra nella sua prefazione, a rintracciare 90 lettere di Farini a vari, scritte fra il 1831 e il 1853. Nella sua ampia prefazione Adolfo Borgognoni prefigura un primo “nocciolo” di quello che sarà l’epistolario fariniano, la cui finalità non sarà quella di servire ad una ricostruzione storica a «servigio degli uomini illustri», bensì alla storia, per la quale anche le minuzie fanno luce (Nota 4).
Le Carte Farini della Biblioteca Classense si sono venute costituendo non per la volontà o lungimiranza “storica” del produttore/autore, bensì grazie all’infaticabile lavoro di Domenico Farini, il figlio amatissimo di Luigi Carlo, a lui sempre molto vicino. Sappiamo che, al momento della morte, avvenuta nel 1900, Domenico Farini aveva lasciato disposizioni testamentarie molto precise alla moglie al fine di tramandare la storia di un casato così legato alle vicende dell’Italia, recuperando dall’oblio il padre con i documenti da lui raccolti e ordinati (Nota 5). Luigi Cesare Bollea nel suo Come fu compilato l’epistolario di Luigi Carlo Farini narra con appassionata partecipazione le ricerche di Domenico il quale «potè trarre copia non solo delle lettere paterne indirizzate ad altri uomini politici e conservate nei pubblici archivi, ma anche di quelle a lui dirette e tutte le carte del Risorgimento che gli parve conveniente di possedere per compilare quella storia dell’azione paterna ch’era in suo animo di scrivere» (Nota 6).
Domenico ebbe il permesso di copiare carte solitamente negate dalla Consulta degli archivi. A fornire lettere o copie o fascicoli d’archivio furono studiosi di varia estrazione e specialismo, non esclusivamente storici o politici: Nicomede Bianchi e Pietro Vayra per le lettere cavouriane, e poi, fra gli altri, l’artista Francesco Filippini, il ravennate Alessandro Testi Rasponi, il letterato Alessandro d’Ancona, Luigi Chiala, Francesco Crispi.
Domenico Farini non riuscì nel suo intento di scrivere in prima persona la storia del padre. Alla sua morte la moglie, Antonietta Faraggiana, d’accordo con l’erede, il nipote Antonio Beretta, affidò all’amico di famiglia Luigi Rava la pubblicazione del carteggio. Fra le fatiche di vari ministeri ed incarichi pubblici, fra il 1911 e il 1935, Rava pubblicò, corredate di apparato critico, le lettere del Farini «disperse in mezzo a molte carte, e raccogliendone da libri, opuscoli e riviste» (Nota 7). L’archivio venne arricchito grazie a continue ricerche, con lo stesso metodo che era stato di Domenico Farini, quello cioè di richiedere copie, quando i possessori non fossero disponibili alla consegna degli originali stessi.
Alla morte di Luigi Rava, avvenuta nel 1938, la famiglia lasciò alla Classense, seguendo il consiglio dell’ormai scomparso amico Corrado Ricci, la biblioteca, entro la quale si trovava ancora il carteggio Farini (Nota 8).
Nell’anniversario del 1960, i bibliotecari classensi Giuseppe Cortesi e Gaetano Ravaldini diedero alle stampe un inventario del carteggio, che fu impegnativa ed importante opera di valorizzazione (Nota 9). L’inventario, ancora oggi il più completo strumento per lo studio delle Carte Farini classensi, prende in esame una prima serie dell’archivio, suddividendola in una sezione di lettere del Farini a vari, in ordine cronologico, ed una sezione di lettere di vari a Farini, ordinate per corrispondente. Un’ulteriore partizione, di cosiddette “appendici”, comprende le redazioni manoscritte delle opere del Farini, sia politiche che mediche, oltre ad attestati, onorificenze e decreti. Una seconda serie del carteggio, ordinata per corrispondente dagli stessi bibliotecari attivi negli anni Cinquanta del Novecento, che se ne auguravano peraltro una rapida pubblicazione in un secondo volume, è stata invece recuperata solo alcuni anni fa, catalogata nella banca dati Sebina produx e in seguito riversata in Sebina Sbn (Nota 10).
La prima serie dell’archivio di Farini si compone ora di circa 4.500 lettere a cui si accompagnano, raggruppati per argomento nelle “appendici”, circa 700 testi per lo più manoscritti. La seconda serie si compone di 1.800 lettere circa, ordinate per corrispondenti e identificate nel catalogo da localizzazione e datazione. Di queste ultime, solo una ventina di lettere fanno esplicito riferimento a Farini quale corrispondente. Si tratta quindi di una serie costituita di quei documenti genericamente “relativi al Risorgimento”, che Domenico Farini ricercò allo scopo di ricostruzione storica magari anche solo indirettamente riferibile all’azione paterna.
Si impone qui una considerazione di metodo: la composizione “a posteriori” della raccolta, gli indubbi interventi di Rava e di altri, probabilmente gli stessi bibliotecari, hanno in qualche modo letteralmente scompaginato le carte. Carte originariamente contigue per una medesima provenienza sono ormai lontane. Nel caso in cui Domenico Farini avesse ottenuto copia (ma a volte si tratta di originali o di carte prodotte dalle segreterie) di interi fascicoli, non se ne è rispettata la contiguità. Ora solo complesse ricerche possono ricongiungerle.
L’indagine sulle carte relative a Gioacchino Napoleone Pepoli si offre come interessante campione di questa problematica, come vedremo. Suddivise fra la prima e la seconda serie, esse ripropongono il criterio di ordinamento già accennato: nella prima serie l’epistolario fra i due, nella seconda le lettere di Pepoli utili alla ricostruzione dei temi e delle circostanze che li coinvolsero, o comunque alla storia delle vicende risorgimentali. Di un certo interesse si potrebbe rivelare l’indagine sui criteri ispiratori della scelta delle lettere, cosa che qui non si è realizzata se non per brevi cenni.
Delle numerose lettere di Farini a Pepoli solamente quattro sono conservate fra le carte classensi, mentre dodici, più una circolare a stampa, sono le lettere di Pepoli a Farini. Nessuna di queste lettere è stata pubblicata da Rava nel suo Epistolario di Luigi Carlo Farini.
Due i momenti fondamentali di incontro fra i protagonisti: il 1848, anno di inizio della corrispondenza, e il 1859-60.
Al settembre del ‘48, rispettivamente ai giorni 8 e 9, si datano le prime missive del carteggio. Si tratta di lettere di Pepoli a Farini, che in quel momento a Bologna ricoprivano le cariche rispettivamente di colonnello della Guardia civica, impegnato nel riordinamento della polizia, e di rappresentante del Consiglio dei ministri quale commissario straordinario per le quattro Legazioni.
Il momento è importante, ma le lettere non sono altro che richieste che si richiamano a problematiche di ordine pubblico, e cioè domande di autorizzazioni per una processione e per la benedizione delle bandiere. Presso l’Archivio di Stato di Bologna si ritrova, non datata, una minuta di risposta certamente appartenente a tale carteggio (Nota 11). Le lettere di Pepoli, su carta intestata dello Stato maggiore generale della Guardia civica di Bologna, non autografe, una sola con protocollo (Nota 12), sono di tono ed approccio formale e attestano una scarsa conoscenza fra il giovanissimo vulcanico aristocratico bolognese e l’energico medico ravennate, dal burrascoso passato di esule, intento a ristabilire l’ordine nelle Legazioni.
Ben diverso il tono delle missive che incontriamo oltre un decennio dopo fra i due. L’approccio è cambiato, Pepoli appella ora Farini «mio caro amico», firmandosi «affezionatissimo vostro». Nel 1859 i due sono protagonisti di una fase cruciale e stretti da una collaborazione fattiva: Farini conferma a Pepoli il dicastero delle Finanze del Governo provvisorio delle Romagne. Nel novello Governo delle provincie dell’Emilia, poi, Gioacchino fa parte del Gabinetto presieduto da Farini. Nella fase finale del carteggio, e cioè nell’autunno del Sessanta, Farini si rivolgerà ormai a Pepoli col tono, se non del padre al figlio, del maestro all’allievo, con frequenti dichiarazioni di principio o consigli che rispecchiano il suo orientamento moderato e finalità didattico-esortative. Pepoli per suo conto non manca di riconoscergli autorità: «dovendo seguire la tua volontà ho sempre timore di non fare ciò che può tornarti opportuno. Non lasciarmi senza istruzioni, non lasciarmi all’oscuro su ciò che succede in Europa». La lettera, purtroppo una minuta non datata, comunque genericamente assegnabile al 1860, contiene interessanti riferimenti alla situazione dell’Umbria e del Lazio, e presumibilmente al periodo in cui Pepoli era regio commissario per conto del governo piemontese (Nota 13).
Le lettere, testimonianza di una scelta oculata da parte dei raccoglitori, gettano luce su una varietà di problematiche. Si veda ad esempio la missiva di Pepoli del 9 maggio 1859, dove, dietro la parvenza di una preoccupazione per l’ordine pubblico, si cela il desiderio di dare sostegno militare alla seconda guerra di indipendenza (Nota 14). Al Farini governatore delle Provincie modenesi, poi, il Pepoli chiede denaro per le truppe (26 luglio 1859), ma al dittatore dell’Emilia chiede consenso politico e sostegno al progetto delle province dell’Italia centrale (Nota 15). L’insieme del carteggio, sia della prima che della seconda serie, consente di cogliere abbastanza bene il passaggio di Pepoli dalla fase federalista e quella centralista.
Nell’autunno del 1859, ministro degli Esteri nel Governo provvisorio delle Romagne, Pepoli si spende moltissimo per la causa delle provincie unite dell’Italia centrale. Nella lettera del 21 settembre ad Emanuele Marliani, il più forte sostenitore, forse l’ideatore del progetto, l’aristocratico bolognese delinea con motivazioni logicamente argomentate la plausibilità della sua idea federalista, il Regno dell’Italia centrale appunto, che vedeva riunite Toscana Modena Parma e Legazioni, come parte di un forte Regno italiano, sotto lo scettro costituzionale del Re.
Scrive Pepoli: «ella non avrà bisogno di lunghe parole per convincere il ministro toscano che l’unione da noi proposta non è contraria ai diritti accordati dall’Assemblea al Re Vittorio Emanuele ed alla accettazione sua. Noi tutti invochiamo concordemente di far parte di un solo regno» (Nota 16).
Inizialmente Farini si mostra consenziente, per affermazione dello stesso Pepoli. Gli scrive infatti il 22 settembre: «V. E. essendo in perfetto accordo colle nostre idee, vorrà cooperare con tutta la sua autorità ad influenzare a ciò che siano rimossi gli ostacoli» (Nota 17).
Le lettere, purtroppo disseminate fra la prima e la seconda serie del carteggio fariniano, si dilungano sugli altri cooperatori del progetto. In Archivio di Stato di Bologna si ritrova una risposta del Marliani che fa riferimento al coinvolgimento di altri importanti personalità toscane, come Cosimo Ridolfi e Gino Capponi (Nota 18).
Il 10 ottobre 1859, da Modena, Farini invia a Pepoli copia di una nota circolare indirizzata dal governo agli incaricati di missioni politiche all’estero per difendere i voti delle provincie parmensi. A questa lettera, conservata in minuta, è allegato il Memorandum, anch’esso in minuta ricca di correzioni, relativo alla questione dei territori di Revere, Sermide e Gonzaga, rimasti incongruamente all’Austria dopo il trattato di Villafranca (Nota 19). Fra le lettere del Pepoli, la risposta al dittatore sulla questione delle provincie parmensi, datata al 18 ottobre: «gli interessi delle Provincie Parmensi non potevano essere difesi con maggior senno e abilità» (Nota 20).
Altro interessante tema ricostruibile dall’epistolario é il coinvolgimento nei fatti della città di Viterbo, nell’autunno del 1860, in cui i patrioti locali avevano ottenuto l’allontanamento della guarnigione pontificia (19 settembre), allargandosi sino alla Comarca. Pepoli è regio commissario generale per le provincie dell’Umbria. Forse a queste vicende aveva fatto riferimento Farini nel dispaccio al Pepoli del 4 ottobre, conservato in minuta? «Le truppe debbono concentrarsi per operazioni militari. Guai a noi se dovessimo sperperarle nelle guarnigioni. Non bisogna secondare tutte le convulsioni della paura. Si avviino per Dio e si battano contro quattro gendarmi: non possiamo far politica di sentimento. Farini» (Nota 21).
E ancora, il giorno successivo, 5 ottobre, il ministro Farini ordina che il commissario regio, Lorenzo Cesarini Sforza, venga investito di speciali poteri (Nota 22). Fra Farini, Cavour, Cesarini Sforza e Napoleone III, il Pepoli si preoccupa per la dignità del Governo sardo da un lato – «Non mi pareva decoroso che il commissario regio venisse cacciato dalle truppe pontificie» scrive in una lettera a Cavour allegata in fascicolo ad altra presumibilmente al Farini – e la tutela delle popolazioni ribelli dall’altro, delineando una strategia che mirava a non far scontrare i francesi con i sardi. Infine scriverà a Cesarini Sforza: «Ella può credere come mi riuscisse amarissima la notizia che forse Viterbo sarebbe occupato dai Francesi, e tutto il giorno ne rimasi addolorato, ma lasciando ai deboli lo smarrirsi veniamo ai fatti. Se i Francesi si presentano per occupare la città non opponga resistenza … si ritiri con tutti gli impiegati sardi…» non senza garantire che la città di Viterbo, «che giustamente si era rivendicata la libertà», fosse posta sotto la protezione della Francia, in modo che i francesi potessero proporsi come guardiani dell’ordine (Nota 23).
Il 6 ottobre 1859 con una lunga lettera a Napoleone III lo coinvolge nella sua strategia (Nota 24). Fra le proteste dei liberali, le truppe francesi entrarono a Viterbo l’11 ottobre 1860 (Nota 25). Purtroppo le lettere, così intimamente legate, non sono altrettanto coese nell’archivio. Anche qui i fascicoli si ritrovano scomposti a causa dell’ordinamento per corrispondente e dell’ordinamento in due serie del carteggio.
Molto belle le lettere, di una fase ormai “post federalista”, in cui troviamo Gioacchino Napoleone Pepoli, del tutto convertito alla causa sabauda, in missione diplomatica a Parigi presso Napoleone III, nei primi mesi del ‘60, intento a lavorare, a stretto contatto epistolare con Farini, per tenerlo al corrente di quanto sta maturando fra le potenze d’Europa a proposito delle vicende italiane, della modalità delle annessioni e delle elezioni da tenersi. Vibrante la raccomandazione a Farini di tenere sedate le Marche e l’Umbria per continuare ad avere con se la Francia:

Impedite ad ogni costo turbamenti nelle Marche e nell’Umbria! L’accomodamento proposto svanirebbe! E peserebbe una fatale responsabilità sopra quelli che avrebbero favorito l’ampliazione di un moto che deve aspettare a compiersi tempi non lontani. Costituiamo prima le provincie libere e poi proseguiremo (Nota 26).

Nel suo sempre strategico percorso, l’altro interlocutore è Cavour. Si tratta di cinque lettere a far data dal maggio 1859 all’anno 1860. Nel confidenziale rapporto che traspare fra i due vi è spazio per grande franchezza. Chiede, ad esempio, libertà d’azione «per meglio servire la causa italiana», non esita a spender franche parole per l’annessione della Savoia alla Francia «perchè la Savoia può essere necessaria al Piemonte, ma non all’Italia certamente» (Nota 27).
Le lettere Pepoli-Cavour appartengono naturalmente alla seconda serie del carteggio, nella quale, in sintesi, abbiamo lettere in cui è mittente Pepoli, destinatari il senatore di Bologna Carlo Bevilacqua, Marliani, Visconti Venosta, Cavour, Napoleone III. Da segnalare la lettera aperta a Bevilacqua, datata giugno 1857, copia di un testo ampiamente noto, e definita da Michele Rosi «una filippica contro il Papa» (Nota 28). Con ampio respiro anche stilistico, Pepoli contesta le eccessive spese sostenute in occasione della venuta a Bologna di Pio IX per «innalzare archi di legno e tribune addobbate e per incendiare fuochi d’artificio ed accendere torce elettriche», contestando altresì puntualmente la mancata segnalazione a Pio IX della necessità di importanti interventi e riforme concernenti l’occupazione austriaca sul territorio, le imposte, l’amnistia per i detenuti politici (Nota 29). Con chiaro intento il raccoglitore vuole servire con questa copia alla storia del Risorgimento.
Ed in questa stessa chiave saranno da leggere i testi di Gioacchino Napoleone Pepoli raccolti nel carteggio Farini, non direttamente riferibili a Luigi Carlo, testi a volte argomentati ed ampi, assai utili allo studio del personaggio. La provenienza dei documenti potrebbe individuarsi nel percorso delle carte Pepoli attraverso l’erede Ercole Gaddi Pepoli, comunque da verificare, o in recuperi da archivi, come dimostra l’appartenenza delle carte agli stessi fascicoli nell’archivio ravennate ed in quello bolognese, i cui legami bene si leggono anche nel campione di lettere qui esaminato (Nota 30).

 

NOTE:

*Il contributo è stato sintetizzato nella parte relativa alla descrizione ed alla storia della costituzione del carteggio Farini della Biblioteca Classense, che saranno oggetto di pubblicazione negli atti del convegno “Le legazioni di Romagna e i loro archivi fra Restaurazione e Risorgimento”, organizzato in occasione del 150° dell’Unità d’Italia. Torna al testo.

 

Nota 1. Per la biografia di Farini si veda: P. Zama, Luigi Carlo Farini nel Risorgimento italiano, Stab. Grafico F.lli Lega, Faenza 1962; N. Raponi, Luigi Carlo Farini, in Dizionario Biografico degli italiani, vol. 45, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1995, ad vocem; R. Balzani, Luigi Carlo Farini nella rivoluzione nazionale, in R. Balzani, A. Varni (a cura di), La Romagna nel Risorgimento. Politica, società e cultura al tempo dell’Unità, Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 265-290. Torna al testo.

 

Nota 2. L. C. Farini, Sulle febbri intermittenti, memoria, Dalla tipografia Casali, Forlì 1835; Id., Sulla pellagra. Osservazioni teorico pratiche da servire ad una esatta monografia della medesima, in «Bullettino delle Scienze mediche pubblicato per cura della Società medico- chirurgica di Bologna», serie II, VI (1838); Id., Sulle quistioni sanitarie ed economiche agitate in Italia intorno alle risaie. Studi e ricerche, Tipografia Galileiana, Firenze 1845; per una biografia del Farini medico si veda L. Messedaglia, La giovinezza di un dittatore, Società editrice Dante Alighieri, Milano-Roma-Napoli 1914; R. Pasi, Maurizio Bufalini e Luigi Carlo Farini, due grandi medici romagnoli protagonisti del Risorgimento, Il Girasole, Ravenna 2002; R. Pasi, I medici e la cultura medica a Ravenna, Longo, Ravenna 2011, pp. 348-356 e passimTorna al testo.

 

Nota 3. L. C. Farini, Lettere, con una introduzione di A. Borgognoni, Tipografia Calderini, Ravenna 1878. Torna al testo.

 

Nota 4. Ivi, pp. I-LXII. È qui una polemica con i possessori che non consegnano le lettere per timore che siano poco importanti, ma pare innegabile anche una scarsa sopravvivenza di quello che si sarebbe dovuto configurare come un epistolario ben più ampio ed importante. Torna al testo.

 

Nota 5. L. Rava, Introduzione, in L. C. Farini, Epistolario per cura di L. Rava con lettere inedite di uomini illustri al Farini e documenti, Zanichelli, Bologna 1911-1935. Torna al testo.

 

Nota 6. L. C. Bollea, Come fu compilato l'epistolario di Luigi Carlo Farini. La rivendicazione postuma dell'onore di un onesto, Tipografia cooperativa Bellatore, Bosco e C., Casale 1912, p. 65. Torna al testo.

 

Nota 7. L. Rava, Introduzione, in L. C. Farini, Epistolario, cit., p. II. Torna al testo.

 

Nota 8. Altri luoghi di conservazione di carte fariniane sono gli archivi di Stato di Torino, Modena, Parma e Bologna, l’archivio del Museo del Risorgimento di Roma e altre raccolte minori. Torna al testo.

 

Nota 9. G. Cortesi (a cura di), Inventario delle Carte Farini, vol. I, S.T.E.R., Ravenna 1960. Torna al testo.

 

Nota 10. Cfr. Catalogo Classense nel Polo Romagnolo in http://opac.provincia.ra.it/SebinaOpac. La catalogazione del carteggio è stata effettuata da Maria Grazia Pipicella. Torna al testo.

 

Nota 11. Lettera Bologna, 8 settembre (luglio nel Cortesi) 1848 di G. N. Pepoli a L. C. Farini (G. Cortesi (a cura di), Inventario, cit., d’ora in avanti Cortesi, 2756), con risposta affermativa di L. C. Farini in Archivio di Stato di Bologna (d’ora in avanti ASBO) Gioacchino Napoleone Pepoli (d’ora in avanti Pepoli), b. 2, Fondo personale, Carteggio, Uomini politici, fasc. 3, Farini Luigi CarloTorna al testo.

 

Nota 12. Lettera Bologna, 9 settembre 1848 di G. N. Pepoli a L. C. Farini, su carta intestata della Guardia civica di Bologna, prot. 175.5 (Cortesi, 2757) Torna al testo.

 

Nota 13. Lettera s.l., [1860] di G. N. Pepoli a L. C. Farini (Cortesi, 2767). Torna al testo.

 

Nota 14. Lettera [Bologna], 9 maggio [1859] di G. N. Pepoli a L. C. Farini (Cortesi, 2758). Torna al testo.

 

Nota 15. Lettera [Bologna], 26 luglio 1859 di G. N. Pepoli a L. C. Farini (Cortesi, 2759). Torna al testo.

 

Nota 16. Lettera Bologna, [21 settembre 1859] di G. N. Pepoli a E. Marliani, Firenze, Carte Rava 2, Carteggi Risorgimentali, 1256, originale di pugno di Pepoli in ASBO, Pepoli, b. 16, Fondi aggregati, Ministero degli affari esteri del Governo provvisorio delle Romagne, fasc. 11, Emanuele Marliani in missione a Firenze, prot. n. 143 del 21 set. 1859. Torna al testo.

 

Nota 17. Lettera Bologna, 22 settembre 1859 di G. N. Pepoli a L. C. Farini (Cortesi, 2760). Torna al testo.

 

Nota 18. Lettera Firenze, 24 settembre 1859 di E. Marliani a G. N. Pepoli, in ASBO, Pepoli, b. 16, Fondi aggregati, Ministero degli affari esteri del Governo provvisorio delle Romagne, fasc. 11, Emanuele Marliani in missione a Firenze, prot. n. 172. Torna al testo.

 

Nota 19. Lettera Modena, 10 ottobre 1859 di L. C. Farini a G. N. Pepoli (Cortesi, 633). Torna al testo.

 

Nota 20. Lettera Bologna, 18 ottobre 1862 di G. N. Pepoli a L. C. Farini (Cortesi, 2762). Torna al testo.

 

Nota 21. Dispaccio Perugia, 4 ottobre [1860] ore 10 pom. di L. C. Farini a G. N. Pepoli (Cortesi, 719). Torna al testo.

 

Nota 22. Lettera Ancona, 5 ottobre 1860 di L. C. Farini a G. N. Pepoli (Cortesi, 720); originale in ASBO, Pepoli, b. 18, Fondi aggregati, Commissariato generale straordinario nelle provincie dell’Umbria, fasc. 73, Telegrammi di vari ministriTorna al testo.

 

Nota 23. Lettera Perugia, 5 ottobre 1860 di G. N. Pepoli a L. Cesarini Sforza unita ad una lettera a Cavour e ad una lettera senza destinatario, ma probabilmente a L. C. Farini (Cortesi, 2766). Torna al testo.

 

Nota 24. Lettera [Perugia], 6 ottobre 1860 di G. N. Pepoli a Napoleone III, Carte Rava 2, Carteggi Risorgimentali, n. 1257. Torna al testo.

 

Nota 25. Atlante storico-politico del Lazio, Laterza, Roma-Bari 1996, pp.114-115; A. Ruspantini, I fatti e i documenti del Risorgimento viterbese nell’anno 1860, Tip. Ceccarelli, Viterbo 1978. Torna al testo.

 

Nota 26. Lettera [Parigi, febbraio 1860] di G. N. Pepoli a L. C. Farini, (Cortesi, 2765); utile il confronto con “In mezzo alla folla è il Pepoli”. Il marchese Gioacchino Napoleone nel Risorgimento nazionale, Mostra documentaria a cura di S. Alongi, F. Boris, G. Marcon, F. Nicita, D. Tura, Archivio di Stato, Bologna 2011. Torna al testo.

 

Nota 27. Lettera [Parigi], 31 gennaio 1860 di G. N. Pepoli a C. Cavour, Carte Rava 2, Carteggi risorgimentali, n.1260/4. Torna al testo.

 

Nota 28. M. Rosi, Dizionario del Risorgimento Nazionale, Vallardi, Milano 1930-1937,  p.839. Torna al testo.

 

Nota 29. Lettera Bologna, [giugno 1857] di G. N. Pepoli a Carlo Bevilacqua, Bologna, Carte Rava II, Carteggi risorgimentali, n. 1255; sul tema e sul coinvolgimento di Pepoli si veda I. Veca, L’ultima illusione. Il viaggio di Pio IX in Romagna e lo sfaldamento dell’amministrazione pontificia (1857-1859), in R. Balzani, A. Varni (a cura di), La Romagna nel Risorgimento, cit., pp. 45-83. Torna al testo.

 

Nota 30. Debbo queste notizie alla cortesia di Salvatore Alongi, che ringrazio. Torna al testo.

 

Questo saggio si cita: C. Giuliani, Il carteggio Pepoli nelle Carte Farini presso la Biblioteca Classense di Ravenna, in «Percorsi Storici», Serie Atti Numero 1 (2012) [http://www.percorsistorici.it/numeri/serie-atti-numero-1/titolo-e-indice/13-numeri-rivista/serie-atti-numero-1/56-claudia-giuliani-il-carteggio-pepoli]

 

Salvatore Alongi

«In quanto a me non desidero che di scrivere». Le carte di Gioacchino Napoleone Pepoli all’Archivio di Stato di Bologna

1. Introduzione e inquadramento

Faccia Iddio che tanto tesoro di preziosi documenti non vada disperso per qualunque condizione di tempo. L’Italia vedrà allora quale stoffa di uomo di Stato e quale libero e franco cittadino fosse il marchese Gioacchino Pepoli (Nota 1).

È con queste parole che Nicomede Bianchi, direttore dell’Archivio di Stato di Torino e autore di una monumentale storia della diplomazia        (Nota 2), pone l’accento sulla rilevanza che già i contemporanei attribuivano al complesso documentario accumulato dal nobiluomo bolognese Gioacchino Napoleone Pepoli nel corso della sua lunga presenza sulla scena politica, italiana e internazionale.
Bianchi apparteneva d’altronde alla schiera degli oltre 880 corrispondenti che tra il 1839 e il 1881 entrarono a far parte della fitta rete di relazioni intrecciata da Pepoli e rappresentata oggi plasticamente nel carteggio del marchese Gioacchino, carteggio che costituisce la parte più cospicua, se non addirittura predominante, del suo fondo personale.
Questo contributo intende appunto focalizzare l’attenzione sull’origine, il trattamento subito, le potenzialità e le difficoltà interpretative di quello che potremmo definire a pieno titolo un “archivio-immagine” che Pepoli andò predisponendo con somma cura e dedizione perché rimanesse prezioso retaggio di sé alla posterità.
E talmente forte era il desiderio che quelle carte non subissero disgregazioni o smembramenti, da spingere il marchese a inserire nel proprio testamento un legato esplicito che salvaguardasse l’integrità del proprio archivio personale. Il legato era indirizzato alla primogenita Letizia: «Ma siccome desidero che le memorie della mia vita, specialmente della mia vita politica, non vadino disperse, lascio a mia figlia Letizia tutte le mie carte, lettere, manoscritti, autografi» (Nota 3).
La persistenza di un vincolo fisico, ancorché logico tra le carte, non era però evidentemente una garanzia sufficiente per lo smodato desiderio di perdurare nella memoria delle generazioni successive se il marchese così proseguiva: «Lasco poi l’obbligo alla stessa mia figlia Letizia, ove non trovasse già la cosa fatta, di far pubblicare tutte le lettere e corrispondenza» (Nota 4).
Questi due brevi passaggi tratti dalle disposizioni di ultima volontà di Pepoli ci aiutano a determinare quanto fosse elevata la considerazione che il soggetto sempre coltivò di sé stesso.
Non a caso nella sua autobiografia, riguardo alla costituzione del Governo provvisorio delle Romagne, egli aveva già scritto: «È il Pepoli che dirige tutto, che provvede a tutto» (Nota 5). E non a caso è stata scelta l’espressione che da il titolo a questo contributo: rivolgendosi infatti all’amico Marco Minghetti, Pepoli sembra sfogare la propria frustrazione contro chi – a suo dire – avrebbe male interpretato molte delle sue scelte politiche:

In quanto a me non desidero che di scrivere, di parlare. Il silenzio mi soffoca. Vi ha una fatale coincidenza che mi turba il cuore ed è questa. Quindici giorni dopo Villafranca l’amore, la stima del Governo mi si allontanò. Si trasse in campo Cipriani e sospetti contro di me.
Dopo il mutamento ministeriale non più lettere di Cavour, più approvazioni, ma silenzi, sgarbi (Nota 6).

Uomo dalle multiformi inclinazioni e dall’ingegno versatile, appartenente alla più antica e blasonata nobiltà bolognese, celebrato patriota, abile politico, fine diplomatico, colto drammaturgo, apprezzato filantropo, Pepoli incarnò nella Bologna di metà Ottocento la figura del “nume tutelare”, dell’onnipresente animatore della vita pubblica; poco conosciuto oggi quanto potente all’epoca, non mancò di intervenire ai più importanti eventi della storia locale (dai moti del 1848 all’indipendenza del 1859), nazionale (con un’ininterrotta presenza parlamentare e importanti incarichi di governo) ed europea (attraverso l’elaborazione della convenzione di settembre con la Francia e l’avvicinamento dell’Italia all’area germanica), per terminare la sua parabola negli esperimenti del mutualismo e del proto socialismo pre marxiano.
Sfortunatamente una «vanità smisurata guastò tutte le sue buone qualità», secondo l’autorevole opinione di un altro suo contemporaneo      (Nota 7).

 

2. Struttura dell’archivio

Nella sua attuale consistenza, il fondo personale di Gioacchino Napoleone Pepoli – conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna – si compone di due partizioni: la prima e fondamentale è rappresentata dal “Carteggio”, mentre una piccola selezione di documenti costituisce la seconda suddivisione indicata comunemente con l’espressione “Carte politiche”.
Il Carteggio è articolato al suo interno – secondo un personalissimo schema classificatorio elaborato dal marchese stesso – in ventotto serie che individuano altrettante categorie di corrispondenti (ad esempio “Uomini politici”, “Illustri forestieri”, etc.) o particolari tipologie documentarie (“Minute di lettere e manoscritti di discorsi”). Ogni serie, identificata oltre che dalla denominazione anche da un numero romano progressivo, si presenta a sua volta organizzata in fascicoli numerati progressivamente con cifre arabe che raccolgono la corrispondenza indirizzata al Pepoli da un singolo mittente.
Completano il Carteggio un album di autografi d’autore e la rubrica alfabetica dei corrispondenti, un preziosissimo strumento di corredo che – come vedremo – consente di eseguire un raffronto tra lo stato attuale della documentazione e la sua distribuzione originaria.
Le Carte politiche si compongono, invece, di quattro serie concernenti particolari circostanze storiche o incarichi pubblici rivestiti da Pepoli: “1848”, “Governo provvisorio delle Romagne”, “Legazione di San Pietroburgo”, “Legazione di Vienna”.
Integra le Carte politiche, un registro recante l’autobiografia di Pepoli, manoscritta ma non autografa, intitolata “Documenti intorno alla mia vita”.
Alla documentazione strettamente personale finora descritta, si affiancano tre frammenti di archivi pubblici entrati in possesso di Pepoli a seguito dei relativi incarichi rivestiti: si tratta dell’archivio della Sezione, poi Ministero degli affari esteri del Governo provvisorio delle Romagne (Nota 8), dell’archivio del Commissariato generale straordinario nelle provincie dell’Umbria (Nota 9) e dell’archivio del Commissariato straordinario per la provincia di Viterbo.
La documentazione ammonta così a un totale di venti buste, distribuite su tre metri lineari di scaffalatura.

 

3. Genesi e trattamento

Ben più ampio e articolato doveva in realtà presentarsi il fondo personale di Gioacchino Pepoli, se si fa riferimento a un elenco stilato immediatamente dopo la scomparsa del marchese nella primavera del 1881: l’“Inventario legale dello stato di eredità”, compilato a cura di Eugenio Vecchietti, il notaio che aveva già raccolto il testamento segreto del nobil uomo (Nota 10). Attraverso l’inventario legale è possibile ricostruire le esatte fattezze e la reale consistenza del complesso archivistico conservato all’epoca presso la casa di villeggiatura di San Lazzaro di Savena, nota ai più come “Villa Cicogna”.
Per l’esattezza il fondo doveva essere costituito da un totale di ben 114 pezzi variamente distribuiti tra la “camera ad uso dell’archivio” e la “camera ad uso di studio”. Residuale era la presenza di documentazione prodotta da Pepoli e conservata nel “quartiere di Città”, a Bologna.
Per quel che riguarda nello specifico la sezione del Carteggio, le serie che ne costituivano il nucleo originario erano quelle che andavano dalla I. “Economisti” alla XXV. “Operai”, ed erano conservate nelle prime tredici “cartelle” rinvenute dal notaio all’interno dello scompartimento intestato “Contabilità” di un armadio nero nella stanza a uso dell’archivio; il Vecchietti annotò inoltre che «i titoli delle sopraccennate tredici cartelle sono stati desunti dalle etichette esteriori rosse delle quali sono fornite» (Nota 11).
Come già accennato, la ricostruzione dell’articolazione interna delle venticinque serie originarie è resa possibile dalla presenza del “Repertorio delle corrispondenze”, ossia della rubrica alfabetica dei mittenti che dovette evidentemente servire da strumento di corredo e consultazione, in base al quale il numero totale delle unità archivistiche doveva attestarsi su di un totale di 538.
Tale ricostruzione è confermata dalla presenza di una segnatura che Pepoli apponeva (sebbene non sistematicamente) sulle minute e sulle lettere ricevute, che recano così in margine la serie di riferimento, e da qualche superstite camicia originaria, che reca di mano del marchese Gioacchino il numero indicante la serie e la sua denominazione, nonché il numero progressivo del fascicolo all’interno della serie seguito dal nome del corrispondente cui il fascicolo era intestato.
Dopo la scomparsa di Pepoli, nell’ambito di un generale progetto di riordinamento avviato per mano del segretario particolare Filippo Manaresi, la documentazione fu in parte scomposta e riorganizzata in nuovi fascicoli (gli attuali), e al Carteggio furono aggiunte nuove articolazioni, la cui cifra non può però essere precisata a causa dei salti nella numerazione delle serie oggi pervenute in Archivio di Stato. Queste sono la XXVI. “Casa reale”, la XXVII. “Comizi della pace”, la XXXIII. “Minute di lettere e discorsi”, e la XXXVII. “Questioni politiche (Memorie)”.
A confermare però l’esistenza effettiva di altre partizioni (oltre alle quattro già in possesso dell’Istituto) è una serie individuata dal numero XXXI e denominata “Nomine varie. Ordini cavallereschi”, presente all’interno delle “Carte Pepoli” conservate alla Biblioteca del Museo del Risorgimento di Bologna.
L’intervento di Manaresi, in generale, non interessò comunque la struttura originaria delle venticinque serie, che rimase fondamentalmente inalterata: per tale motivo è forse più esatto parlare di un’operazione di revisione, se non addirittura di mero assestamento, della costruzione archivistica.
Più intenso si configurò invece il lavoro di assemblaggio dei singoli fascicoli dei corrispondenti: molti furono trasferiti da una serie all’altra, verosimilmente con lo scopo di adeguarne la collocazione alla realtà storica dei primi anni Ottanta del XIX secolo: così ad esempio il fascicolo intestato a Giuseppe Saracco, originariamente repertoriato da Pepoli col numero 27 entro la categoria XI. “Impiegati”, vale a dire quella degli alti funzionari pubblici (Saracco era nel 1870, all’epoca della costituzione del fascicolo, direttore generale del Demanio e delle tasse), venne dal Manaresi promosso nella serie degli “Uomini politici” (Saracco, già creato senatore del Regno, era stato nel 1887 nominato ministro dei Lavori pubblici del nono governo Depretis).
Molte di più furono invece le unità create ex novo per raccogliere la documentazione sparsa e ancora in attesa di essere “classificata”, forse a causa del calo delle attenzioni che ordinariamente il marchese riservava alla cura del suo archivio. Tale flessione va certamente imputata al grave male che afflisse il Pepoli negli ultimi anni della sua esistenza.
Inoltre, come già sopra accennato, Manaresi introdusse nel Carteggio una nuova serie, la XXXIII, nata per accogliere esclusivamente, con chiaro intento celebrativo, i manoscritti dei discorsi e le minute delle missive indirizzare dal marchese ai suoi corrispondenti, documenti questi ultimi destinati in principio a convivere con le lettere ricevute. Tutto ciò determinò la coesistenza di fascicoli, distinti ma complementari, intestati al medesimo soggetto: il carteggio con Marco Minghetti, Urbano Rattazzi e Carlo Luigi Farini, solo per citare tre casi illustri, subì tale separazione.
Le operazioni condotte in tal senso da Manaresi portarono così il numero dei fascicoli dei corrispondenti a salire da poco più di 500 a oltre 880.
Maggiormente articolata si presentava invece la realtà della documentazione direttamente legata all’attività pubblica del marchese Pepoli (le cosiddette Carte politiche), la quale non esibiva la ben composta suddivisione in serie che contraddistingueva il Carteggio, ma si presentava raccolta in base al mandato politico cui faceva riferimento e si trovava distribuita variamente tra cartelle e cartoni.
Da un breve elenco sommario degli affari trattati è possibile restituire il carattere eclettico degli interessi del marchese: era presente, infatti, documentazione inerente ai Magazzini generali di Bologna; al Credito fondiario; al bilancio dell’Emilia e di Sant’Agata; al Governo delle Romagne; al Commissariato dell’Umbria; alla questione romana; all’ambasciata russa e austriaca; al commissariato di Padova; alla Società artigiana; nonché a svariate altre questioni politiche, finanziarie, amministrative, legislative, geografiche, biografiche e familiari non meglio specificate dal notaio nel suo inventario. Infine il notaio Vecchietti riferì dell’esistenza di manoscritti di commedie e di drammi, dei quali il Pepoli era apprezzato autore.
Dalla figlia Letizia, andata in sposa al conte forlivese Antonio Gaddi, il complesso archivistico, conservato dunque presso la villa di San Lazzaro, pervenne al nipote Ercole, il quale ottenne di poter affiancare al cognome del padre anche quello della madre, dando così origine alla nuova discendenza dei Gaddi Pepoli.
Una guida storico-artistica della città di Forlì segnalò nel 1928 la presenza dell’archivio del marchese Gioacchino presso il palazzo forlivese della famiglia Gaddi Pepoli in corso Garibaldi, oggi sede del Museo del Risorgimento. Ecco la citazione per interno: «In una camera si conserva l’interessante archivio di Gioacchino Pepoli, che comprende molti suoi manoscritti, la corrispondenza epistolare politica (consta di parecchie centinaia di lettere) ch’egli ebbe coi più cospicui uomini del suo tempo, i diplomi riccamente miniati e gl’indirizzi offertigli da varie città italiane nel 1860» (Nota 12).
Nel 1933 una biografia di Pepoli registrò invece la presenza dell’archivio del marchese presso la residenza bolognese di Ercole Gaddi Pepoli, in via Castiglione, luogo nel quale le carte sarebbero state conservate «con affetto di religione domestica» (Nota 13).
La frequenza con la quale il fondo vide cambiare la sua sede di conservazione è fondamentale alla comprensione del valore attribuito dalle istituzioni pubbliche alle carte Pepoli. In anni durante i quali si consumava l’acquisizione, con somma soddisfazione delle autorità cittadine, dell’importantissimo fondo di Marco Minghetti alla Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, Bologna si vedeva menomata, inconsapevole e indifferente, dell’archivio di un altro suo illustre esponente, certamente dal rilievo non paragonabile a quello dello statista più volte presidente del Consiglio e ministro degli Interni, ma pur sempre artefice delle sue glorie. Ad attendere le carte Pepoli c’era invece il pubblico oblio, interrotto da rapidi e sporadici cenni sulla sua collocazione, sempre in sedi private.
E quando nel 1910 la famiglia Gaddi Pepoli, di concerto col Comune di Bologna, giunse alla risoluzione di depositare presso l’Archivio di Stato il fondo gentilizio, le carte personali del loro più recente e illustre antenato, giuridicamente e materialmente distinte, rimasero nella loro disponibilità, studiate, pubblicate, ma anche variamente disperse a seguito di numerose donazioni elargite nel 1911 in concomitanza col cinquantesimo anniversario dell’unificazione nazionale: principali beneficiari ne furono il Comune di Perugia, destinatario di 14 buste contenenti parte dell’archivio del Commissariato dell’Umbria, e il Museo del Risorgimento di Bologna, omaggiato di alcuni documenti riconducibili all’archivio del Ministero degli affari esteri del Governo provvisorio delle Romagne e, come già accennato, della serie XXXI del fondo personale contenente i titoli onorifici.
Tramandato attraverso la linea primogenita, il fondo fu trasferito definitivamente in Toscana e dichiarato di notevole interesse storico per iniziativa della locale Soprintendenza archivistica nel 1994. Nel 2008 il complesso è stato acquistato dallo Stato, che ne ha disposta la conservazione presso l’Archivio di Stato di Bologna, città natale del marchese, dove si trovava già depositato il grande archivio di famiglia dei Pepoli, e dove nel corso del 2010 è stato sottoposto a un intervento di riordinamento e inventariazione che l’ha reso disponibile alla consultazione degli studiosi.

 

4. Conclusioni: utilizzo e potenzialità

Con l’acquisizione dunque del fondo personale del marchese Gioacchino Napoleone Pepoli un nuovo rilevante tassello si è andato così a inserire nel mosaico delle fonti a disposizione della ricerca sulla storia nazionale ed europea a cavallo della metà del XIX secolo.
Il complesso rappresenta, infatti, uno dei più indicativi esempi di archivio privato di persona fisica oggetto, fin dalla sua origine, di un’accurata e studiata organizzazione da parte del suo stesso soggetto produttore, consapevole della funzione di “archivio-monumento” che andava preparando per i posteri.
L’analisi e l’edizione della documentazione sedimentata o variamente raccolta nel corso della sua pluridecennale presenza sulla scena politica, sociale e culturale, potrebbero valorizzare la conoscenza di un personaggio, e con esso di un intero periodo, per molti aspetti poco compreso dalla storiografia.
Per quel che concerne l’interpretazione e l’edizione del carteggio del marchese Pepoli, esso potrà certamente essere sottoposto ai classici criteri della disciplina filologica, poiché può ragionevolmente essere ricondotto a una logica macro testuale, di forte organicità, quasi a un “canone” spasmodicamente curato nella sua strutturazione dal soggetto produttore.
Anche l’autobiografia manoscritta di Pepoli, rimasta incompiuta a causa della subitanea morte del marchese, richiederà un particolare approccio metodologico che riconosca nell’opera le numerose convenzioni letterarie, le remore epistemologiche, le eco e le suggestioni che potevano provenire a Pepoli d’Oltralpe, al fine di poterne fruire non solo come fonte storica che opera il sicuro bilancio di una vita, inanellandone gli episodi in una salda sequenza unitaria, ma come esempio di scoperta dello spazio interiore e dunque come prodotto letterario, con tutte le conseguenze che il genere autobiografico comporta.
Da un simile approccio sarà possibile attendersi importanti innovazioni, sia sul piano conoscitivo che interpretativo.
Ne gioverà innanzitutto la comprensione degli aspetti più squisitamente teorici del comportamento politico di Pepoli, nonché della sua produzione saggistica e poetica, grazie alle nuove conoscenze apportate dalla lettura del suo carteggio. Quest’ultimo – come anche l’autobiografia manoscritta – potrà essere, infatti, passato al vaglio della ricerca secondo una dimensione non più episodica (che ha in passato estrapolato, spesso in chiave celebrativa, il singolo evento o il singolo corrispondente dal proprio contesto) ma complessiva e organica, che privilegi un approccio alla documentazione teso alla ricostruzione della vasta rete di (inter)relazioni politiche e sociali intessute da Pepoli. Ne gioverà di conseguenza l’interpretazione dell’intero quadro politico, sociale e istituzionale nel quale il marchese si ritrovò a vivere e operare.
Il risultato finale si collocherà tra quegli studi storici che hanno individuato nell’ermeneutica delle fonti (e in particolare degli archivi personali) il loro punto di forza.

 

NOTE:

 

Nota 1. Archivio di Stato di Bologna (d’ora in poi ASBO), Gioacchino Napoleone Pepoli, b. 1, Fondo personale, Carteggio, Letterati italiani, fasc. 43, Bianchi Nicomede, Nicomede Bianchi a Gioacchino Napoleone Pepoli, s.l., 3 luglio 1873. Torna al testo.

 

Nota 2. N. Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall’anno 1814 all’anno 1861, 8 voll., Dall’Unione Tipografico-Editrice, Torino 1865-1872. Torna al testo.

 

Nota 3. ASBO, Atti dei notai del distretto di Bologna, Archivio del notaio Vecchietti Eugenio, vol. 180/48, Apertura e pubblicazione del testamento segreto del fu nobil uomo marchese Gioacchino Napoleone PepoliTorna al testo.

 

Nota 4. IbidemTorna al testo.

 

Nota 5. ASBO, Gioacchino Napoleone Pepoli, b. 15, Fondo personale, Carte politiche, Documenti intorno alla mia vitaTorna al testo.

 

Nota 6. ASBO, Gioacchino Napoleone Pepoli, b. 11, Fondo personale, Carteggio, Minute di lettere e manoscritti di discorsi, fasc. 1, Minute di lettere a Marco Minghetti, Gioacchino Napoleone Pepoli a Marco Minghetti, s.l., 26 novembre 1860. Torna al testo.

 

Nota 7. M. Minghetti, Miei ricordi, vol. III, 1850-1859, Roux e C., Torino 1890, p. 153. Torna al testo.

 

Nota 8. Il fondo era finora sfuggito alla ricerca e non compare in Gli archivi dei governi provvisori e straordinari, 1859-1961. Inventario, Roma, 1961-1962 (Pubblicazioni degli archivi di Stato, 45-47), pubblicato dall’Amministrazione archivistica in coincidenza con le celebrazioni per il primo centenario dell’unità italiana. Torna al testo.

 

Nota 9. Per una più ampia esposizione delle vicende dell’archivio del Commissariato generale straordinario nelle provincie dell’Umbria si rimanda alle schede predisposte da Salvatore Alongi, per il frammento conservato all’Archivio di Stato di Bologna, e Paolo Franzese, per la parte conservata presso l’Archivio di Stato di Perugia, e pubblicate in L’Umbria nella nuova Italia. Materiali di storia a centocinquantanni dall’Unità, vol. II, Gli archivi umbri e l’Unità. Guida alle fonti documentarie 1859-1865, a cura di E. David, S. Maroni, M. Pitorri, Deputazione di storia patria per l’Umbria, Perugia 2011, pp. 3-7. Torna al testo.

 

Nota 10. ASBO, Atti dei notai del distretto di Bologna, Archivio del notaio Vecchietti Eugenio, vol. 180/49, Inventario legale dello stato d’eredità del fu marchese commendatore Gioacchino Napoleone PepoliTorna al testo.

 

Nota 11. IbidemTorna al testo.

 

Nota 12. E. Casadei, La città di Forlì e i suoi dintorni, Società Tipografica Forlivese, Forlì 1928, pp. 51-52. Torna al testo.

 

Nota 13. G. Degli Azzi Vitelleschi, Pepoli Gioacchino Napoleone, in M. Rosi (a cura di), Dizionario del Risorgimento nazionale. Dalle origini a Roma capitale. Fatti e persone, vol. III, Le persone. E - Q, Vallardi, Milano 1933, p. 841. Torna al testo.

 

Questo saggio si cita: S. Alongi, «In quanto a me non desidero che di scrivere». Le carte di Gioacchino Napoleone Pepoli all’Archivio di Stato di Bologna, in «Percorsi Storici», Serie Atti Numero 1 (2012) [http://www.percorsistorici.it/numeri/serie-atti-numero-1/titolo-e-indice/13-numeri-rivista/serie-atti-numero-1/54-salvatore-alongi-le-carte-di-gioacchino-napoleone-pepoli]

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