Patrizia Cuzzani, Memorie in dialogo

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Patrizia Cuzzani

Memorie in dialogo

 

Questo articolo tratterà trasversalmente diverse idee, alcune tradotte in progetto, altre attualmente in fieri, altre rimaste in fase embrionale, che attraversano in maniera sinergica la mia attività lavorativa e, latamente, politica.
Dal 2008 il Comune di Bologna mi ha incaricata di seguire il Museo della Resistenza di Bologna, dal 2009 sono stata eletta consigliera della Provincia di Modena e qui nominata Presidente della Consulta dei Modenesi nel Mondo.
In questo particolare momento storico, caratterizzato da forti processi di integrazione e dal tendere ad una più ampia identità europea e mondiale, chi opera nel campo della memoria si trova di fronte ad una sfida precisa: avviare un dialogo fra le diverse memorie. A partire da quelle di chi ha scelto (o è nato in seconda generazione) di vivere in Italia, senza perdere di vista un doveroso studio dell’emigrazione italiana di cui i nostri giovani hanno solo sentito parlare ma che è perno, a mio giudizio indispensabile, per aprirsi ad un dialogo attivo e costruttivo.
L’integrazione rappresenta uno dei nodi principali in tema di emigrazione, sotto il duplice aspetto dell’integrazione dell’emigrato nel Paese ospite e del mantenimento, dall’altro lato, di un legame effettivo e solido, non solo affettivo, con il Paese d’origine. Integrazione come causa e allo stesso modo effetto dell’identità. Perché si auspica che il cittadino emigrato possa mantenere l’ideantità italiana come vincolo antico di appartenenza ad una collettività, con la sua a storia e la sua cultura, e per questo lo Stato agisce da sempre con strumenti di intervento e di sostegno culturale e sociale.
Bisogna continuare a recuperare la memoria collettiva non solo origini e ragioni socio-economiche che hanno determinato l’emigrazione ma l’italianità dei suoi attori: da parte dell’Italia esiste un profondo debito di conoscenza rispetto alla vicenda dell’emigrazione, che ha così profondamente influito sulla nostra storia nazionale. Si tratta di una parte della nostra storia che è troppo spesso dimenticata, della quale non dobbiamo vergognarci ma, piuttosto, raccontarla ed insegnarla ai giovani.
Ognuno dei nostri emigrati è partito con un sogno, non tutti hanno potuto realizzarlo, ma ognuno ha, comunque, una storia da raccontare.
Così come i tanti migranti che sono giunti hanno una storia da raccontare e una storia, quella italiana, da imparare.
Storia e storie che sono diverse sincronicamente, ma che hanno, spesso o quasi sempre, similitudini diacroniche.
Difficile quindi parlare una lingua comune che cerchi di spiegare la diversità dei punti di vista e che, soprattutto, si apra al dialogo, ad una comunicazione che avvicini soggetti destinati a restare estranei, che renda familiari e comunitari luoghi e abitudini, preamboli ad una comunità coesa e ad una integrazione positiva.
Cittadinanza vuol dire potersi riconoscere ed essere riconosciuti socialmente come membri di una realtà territoriale a cui non si appartiene per nascita, ma per scelta e per le modalità di partecipazione (lavoro, scuola, ecc.) che vi sono praticate nella quotidianità.
Al Museo della Resistenza arrivano in visita soprattutto ragazzi che di età compresa fra i 14  e i 18 anni, ormai la percentuale di alunni migranti è almeno il 40% sul totale. Da qui il grande interrogativo che si pone chi vuol fare una didattica della storia attiva: come si può insegnare una storia che, sebbene contemporanea, risale a 70 anni fa a ragazzi che, molto probabilmente, vengono da paesi che non hanno ancora conosciuto o stanno conoscendo fenomeni “resistenziali”?
Un metodo che ho sperimentato, ma che è obbligatoriamente parziale nell’applicazione, è quello del confronto fra Resistenze. In particolare ho esplorato le storie di Spagna e Italia, approfittando di due fattori favorevoli: una fitta rete di scambi già esistente fra una locale scuola superiore e una analoga proveniente dalla Spagna e la presenza di una sala sull’Antifascismo prima della Resistenza che, all’interno del Museo della Resistenza, ha una parte dedicata, alle vicende della Guerra Civile di Spagna. I risultati sono stati straordinari: grande interesse, grande dialettica, grandi feedback di rinnovato interesse verso la Resistenza bolognese. Da qui nacque l’idea di un progetto successivo, dedicato ai “testimoni del contemporaneo” e pensato per aprire spazi di collaborazione con le comunità migranti bolognesi, che ad oggi non è ancora stato possibile realizzare. Mentre invece, in maniera alquanto casuale, è nata la collaborazione con una casa protetta che ospita un gruppo di anziani ammalati di Alzheimer. Si è pensato dapprima di “portare” il Museo in struttura RSA, utilizzando filmati, interviste, fotografie e racconti e poi, vista l’inespettata reazione dei pazienti e l’attenzione che hanno manifestato, si è avviato un percorso di recupero delle loro memorie della Resistenza o della Seconda Guerra Mondiale, sia sotto forma di testimonianza sia  di oggettistica personale (fotografie, abiti, ecc.).  Parte dei partecipanti, ovviamente i meno colpiti dalla malattia, hanno reagito in modo sorprendente, talora addirittura “spaventati” da come riuscivano a rientrare in possesso di pezzi della memoria che la malattia gli stava portando via.
L’immaginario sociale si è nutrito e ha fatto crescere stereotipi, sociali ma non solo, che rendono difficilissima la pratica della coesione, ma bisogna partire da chi si sente escluso dalla cittadinanza, cercando di attraversare le frontiere dell’identità. L’immigrato è considerato spesso straniero, disoccupato, integralista; è guardato con paura. L’emigrato, dal canto suo, è stato rimosso. Viene solo considerato in quanto “fuga di talento”, mentre invece immigrazione ed emigrazione vanno comprese insieme per arrivare a restituire una soggettività al viaggio e alla scelta, soprattutto a valutarli come bisogni da trasformare in risorse.
La memoria è ciò che ci rende, storicamente e soggettivamente, quello che siamo. Vorrei lavorare per conservarla, tutelarla e diffonderla, operando strenuamente affinchè la vita non diventi un mero presente, un quotidiano leggero e inutile perché deprivato di quel senso che scaturisce dalla conoscenza del tempo che ha preceduto il nostro.
Per questo, uno degli obiettivi di mandato che mi sono data per la mia presidenza della Consulta dei Modenesi nel Mondo è legato alla promozione di progetti educativi e didattici sull’emigrazione. Rivolti alle scuole e tesi da un lato a far conoscere il movimento migratorio della nostra provincia, dall’altro a smontare gli stereotipi sulle migrazioni di massa; solo una memoria reticente può concedersi uno sguardo limitato al presente e trasformare la diaspora dei popoli in una incombente  emergenza cui porre fine in tempi brevi. Mentre è nostro dovere fornire modelli di spiegazione del fenomeno.
Le finalità di questa offerta educativa sono molteplici: innanzitutto quella di far riflettere sui pregiudizi e sugli stereotipi che sovente ostacolano o rendono difficile la comunicazione. Poi c’è la necessità di invitare ad una riflessione razionale sul nostro passato migratorio, per ricavarne una chiave di lettura sulle dinamiche del presente.
Si tratta poi di evidenziare la stretta connessione fra la storia e le storie individuali e dimostrare come il movimento migratorio abbia interessato anche il nostro territorio. La pluridisciplinarietà di questo progetto è evidente: geografia, economia, diritto, storia e italiano sono le materie implicate nell’ambito didattico. Penso che possa essere un aiuto originale per ovviare alle difficoltà che incontra oggi un docente nell’affrontare un argomento a cui la manualistica storico-civica è ancora alquanto indifferente. E le classi divengono sempre più multietniche, complessità che è una ricchezza da valorizzare.
Il progetto è già partito in una scuola superiore di Modena. Ci sono stati diversi incontri di introduzione al fenomeno migratorio e, in particolare, alla storia dei migranti modenesi in Belgio, paese presso cui i ragazzi si recheranno ospiti dei modenesi emigrati di seconda e terza generazione. Avranno modo di approfondire e di toccare con mano il significato umano e sociale del migrare, utilizzando interviste, riprese video e fotografie che diverranno poi base per il feedback di restituzione ai compagni e alla comunità scolastica modenese di storie e memorie impensate, ma necessarie. Il progetto si svolge grazie al finanziamento della Provincia di Modena e, per la maggior parte, della Consulta degli Emiliano-romagnoli nel Mondo.

“Ciascuno di noi dovrebbe essere incoraggiato ad assumere la propria diversità, a concepire la propria identità come la somma delle sue diverse appartenenze, invece di confonderla con una sola, eretta ad appartenenza suprema e a strumento di esclusione.” (Amin Maalouf)

 

 

Questo contributo si cita: P. Cuzzani, Memorie in dialogo, in «Percorsi Storici», 1 (2013) [http://www.percorsistorici.it/numeri/numero-1/titolo-e-indice/rubriche/patrizia-cuzzani-memorie-in-dialogo]

 

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