Annamaria Vinci, Sentinelle della patria. Il fascismo al confine orientale 1918-1941 (Matteo Mazzoni)

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Annamaria Vinci, Sentinelle della patria. Il fascismo al confine orientale 1918-1941, Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 272

(Matteo Mazzoni)

Autrice di importanti studi sulla storia del confine orientale italiana fra i due conflitti mondiali, con questo suo ultimo lavoro Annamaria Vinci presenta al lettore un quadro approfondito dell’esperienza del “fascismo di confine” all’interno delle dinamiche economiche, sociali, politiche, culturali che segnano il Friuli e le “terre” irridente” dalla conclusione della Grande guerra all’invasione fascista e nazista della Jugoslavia nel 1941, con uno stile chiaro ed efficace – non comune nei saggi storici – che ha il merito di delineare la complessità delle questioni con una sintassi accurata e periodi tanto netti quanto suggestivi, soprattutto a conclusione dei singoli capitoli e paragrafi. Studiosa attenta delle fonti d’archivio e conoscitrice dell’ampia storiografia esistente su questi temi, Vinci sa affrontarne le questioni principali con cura, andando oltre al linguaggio della propaganda e alle rappresentazioni dei protagonisti per svelarne i limiti e cogliere il processo storico in tutta la sua complessità. La stessa definizione di “fascismo di confine” (che non a caso riecheggia nel titolo del libro Sentinelle della patria) è ideata e promossa dai fascisti proprio per affermare la propria identità attraverso una formula che, richiamando l’immagine del confine e quindi della difesa della Patria e del conflitto appena combattuto, diviene uno strumento essenziale per legittimarsi, ma che è al tempo stesso «maschera di un protagonismo politico che vuole primeggiare, ma che spesso deve nascondere vuoti e debolezze» (p. VII). L’A. sa mostrare con chiarezza la forza e i limiti con cui il fascismo si afferma e si consolida, intrecciando con efficacia la storia del potere – nelle sue diverse articolazioni: partito, amministrazioni comunali, enti pubblici e istituzioni private – con quella economica e sociale, ed evidenziando come dietro alla formula “fascismo di confine” vi siano territori diversi (dal punto di vista geografico, economico, sociale) sui quali il fascismo interviene in modi diversi. Delineando con sicurezza questa pluralità di contesti, Vinci restituisce la complessità della storia del fascismo al confine orientale, come recita il sottotitolo del libro, all’interno degli 8 capitoli e del breve epilogo che compongono il volume.
La centralità del primo conflitto mondiale e il peso delle sue conseguenze nel difficile dopoguerra è chiaramente testimoniato dall’ampio spazio – i primi quattro capitoli, circa 120 pagine – dato al periodo 1918-1922. La Grande guerra segna infatti per il Friuli e il litorale alto-adriatico non solo una stagione di violenze e distruzioni, suscitatrice di desideri di vendetta e di odii contrapposti, ma anche la “fine di un mondo” nel quale le popolazioni di quelle terre avevano convissuto sotto l’Impero asburgico. Vinci sa delineare con efficacia – nei paragrafi del primo capitolo – questo senso di spaesamento scandito da migrazioni forzate di popolazioni, fughe, rovine, rancori e aspirazioni, e tratteggiare con cura la politica di italianizzazione forzata portata avanti dalle autorità militari e quindi civili insediatesi nelle terre irridente dopo il conflitto, su cui si innesta il primo fascismo che, presentandosi come paladino dei “sacri confini” della patria, riesce ad affermarsi grazie all’abilità del suo leader Francesco Giunta, alla forza della violenza, alla tacita condiscendenza delle istituzioni locali e dei vecchi centri di potere politico ed economico. L’essenza dello squadrismo al confine coniuga infatti la vocazione antisocialista e antidemocratica del movimento con una precisa identità antislava, propria del contesto locale, e funzionale a esaltarne il ruolo di difensori e sentinelle della Patria, così da assumere un rilievo di carattere nazionale.
Nella seconda parte del volume – gli ultimi quattro capitoli – Vinci ricostruisce con precisione il complesso processo con cui il fascismo si consolida delineando, attraverso la ricostruzione delle vicende e dei profili dei protagonisti, il complesso processo di formazione della nuova classe dirigente fra scontri e compromessi all’interno delle stesse federazioni fasciste e fra gli uomini del Pnf e gli esponenti dei vecchi centri di potere. Particolarmente interessante è la cura con cui l’A. ricostruisce lo stretto rapporto che lega la realtà economica dei territori alla definizione degli assetti del potere politico, così come le dinamiche delle organizzazioni di massa del regime, presentando un quadro che proprio per la sua varietà, sa restituire il processo storico di fascistizzazione delle terre alto-adriatiche in tutta la sua complessità. Una specifica attenzione è dedicata alla presenza delle minoranze slave e al processo di italianizzazione forzata che segna drammaticamente quelle popolazioni, una questione nota grazie agli studi della storiografia sul confine orientale, che viene qui ricostruita con pagine dense e sintetiche che ne toccano tutti gli aspetti principali (dalla politica scolastica alla legislazione antislava, dall’atteggiamento del clero alla repressione e ai processi del tribunale speciale) e che si integra perfettamente nella narrazione condotta nei capitoli precedenti, completando in modo efficace l’analisi del fascismo di confine.
Concludendo, per cogliere pienamente il valore del volume, va sottolineato come Vinci sappia evidenziare le specificità del fascismo di confine all’interno di un rapporto costante con il quadro nazionale, inserendosi nel modo migliore in una ricca tradizioni di studi di storia locale che hanno saputo indagare e fatto conoscere le realtà di diverse periferie della penisola e, al tempo stesso, dato un contributo essenziale per la conoscenza stessa del regime e dell’Italia nel Ventennio. Merito di questo volume è, infatti, non solo quello di fornire una ricostruzione densa e dettagliata della storia di un determinato territorio, ma anche quello di offrire, proprio attraverso il peculiare punto di osservazione delle “erre orientali, spunti e stimoli di riflessione per interrogarsi e approfondire sui nodi fondamentali della storia del fascismo su cui la storiografia più recente si è interrogata: dall’eredità della Grande guerra al ruolo centrale del Pnf all’interno dello Stato fascista, dalla questione del consenso al processo di fascistizzazione degli italiani, di cui proprio la politica nei confronti delle minoranze slovene e croate diventa una estrema e drammatica esemplificazione fino alla spirale di violenza e morte che lacera queste terre nel convulso epilogo del regime fascista.