Giovanni Borgognone, Come nasce una dittatura. L’Italia del delitto Matteotti (Marco Torello)

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Giovanni Borgognone, Come nasce una dittatura. L’Italia del delitto Matteotti, Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 265

(Marco Torello)

Giacomo Matteotti viene rapito ed assassinato il 10 giugno 1924 a Roma, appena dieci giorni dopo aver pronunciato il celebre discorso alla Camera dei deputati con il quale, a nome del Partito socialista unitario, contestava l’esito delle precedenti elezioni «inficiate dalla violenza fascista». La sua scomparsa desta notevole scalpore non solo nel mondo politico, ma anche nella società civile: la secessione dell’Aventino – ignorata dal governo Mussolini e dallo stesso Vittorio Emanuele III – è affiancata da una forte campagna mediatica portata avanti dalle principali testate giornalistiche legate ai partiti d’opposizione e, con minore veemenza, ad ambienti industriali ed agrari vicini alle forze di governo. A questi si aggiungono manifestazioni e scioperi organizzati più o meno spontaneamente in ogni parte del paese che perdurano anche dopo il ritrovamento del cadavere, avvenuto il 16 agosto in un bosco nei pressi di Riano.
Tramite i principali giornali dell’epoca, le testimonianze rese nei verbali della magistratura inquirente ed i memoriali di alcuni dei protagonisti della vicenda, Giovanni Borgognone ricostruisce gli eventi che hanno condotto al delitto Matteotti e ne illustra le conseguenze – drammatiche – per le istituzioni democratica del paese.
Il discorso alla Camera del 30 maggio è considerato il principale movente che porta Matteotti alla morte. Tuttavia, secondo Borgognone, non può essere l’unica causa, né tantomeno la più importante: sebbene l’A. riconosca in Matteotti il più intransigente oppositore del fascismo, la sua attenzione è tutta rivolta ai metodi con cui il deputato socialista ha condotto, negli anni, la sua lotta contro il fascismo: data la sua formazione da economista, Matteotti si interessa in particolar modo del bilancio dello Stato in cui ravvisa un ammanco di svariati milioni di Lire, nonostante il governo Mussolini millanti il raggiungimento del pareggio di bilancio. A questo si aggiunge una attenta indagine che porta Matteotti ad individuare un intricato giro di tangenti che coinvolge il «Popolo d’Italia» – che l’A. definisce «giornale di famiglia» del duce – e società petrolifere texane a cui viene concesso il permesso di perforazione in Emilia, in contrasto con la legge che prevede il monopolio delle indagini geologiche da parte dello Stato. Scoperte preoccupanti che avrebbero potuto anche privare il fascismo dell’appoggio di importanti settori industriali ed agrari da cui lo stesso Mussolini traeva il sostentamento economico necessario per mantenere in piedi il neonato Pnf.
Nei mesi successivi al rapimento, il governo Mussolini rischia più volte il tracollo. Borgognone descrive minuziosamente quella che considera una autentica partita a scacchi tra il duce del fascismo ed una serie di avversari – tra cui anche diversi esponenti del Pnf – che mirano a scalzarlo dalla poltrona di capo del governo o ad indurlo ad azioni drammaticamente più drastiche contro gli oppositori del fascismo. L’Aventino si rivela un fallimento, chiuso in un immobilismo di cui numerosi intellettuali – tra cui Piero Gobetti – contestano la dannosità. Allo stesso tempo Farinacci, dal suo giornale «Cremona Nuova», esorta Mussolini a non cedere alla «romanizzazione» del partito ed a tornare ad un più puro «fascismo padano» di cui il manganello è il rappresentante più autorevole. Con questi avversari, Mussolini alterna il bastone alla carota: nei suoi discorsi si manifesta intransigente, minaccioso, persino autoritario per poi mostrarsi condiscendente, compassionevole, sensibile. Grazie a questa tattica, il capo del fascismo riesce a tenere al suo fianco gli industriali, gli agrari e parti dell’Associazione nazionale combattenti, sia i ras delle province, riuscendo, in questo modo, ad arrivare al fatidico 3 gennaio 1925.
In quella occasione, sfruttando le stesse forme retoriche già accennate di cui ormai si considera maestro, Mussolini assume su se stesso la responsabilità «morale, storica, politica di tutto quanto è avvenuto», ma non quella penale, lasciata ai responsabili materiali del delitto di cui, comunque, il governo ha già pronta una provvidenziale amnistia. Il discorso del 3 gennaio non scardina nulla dal punto di vista costituzionale: per Borgognone – concorde con De Felice – l’evento getta sicuramente le basi per la costruzione del futuro regime e a giustificazione della sua tesi indica negli errori delle opposizioni, incapaci di concretizzare la propria azione politica, i principali responsabili di un mancato crollo del governo Mussolini prima del 1925. Dal suo discorso alla Camera, Mussolini ed il suo governo si adopereranno incessantemente per emanare quelle disposizioni utili alla costruzione dello Stato fascista, dapprima limitando e, successivamente, eliminando la libertà di stampa, le associazioni sindacali ed i partiti d’opposizione.
Quasi come in un romanzo giallo Borgognone riassume i destini dei diversi protagonisti e comprimari che hanno affollato la sua ricostruzione: dagli esecutori materiali del delitto, tutti premiati dal regime, ai principali esponenti dell’opposizione, morti in galera o in esilio; dagli alleati del governo fascista ai giudici che hanno condotto le indagini. L’A. chiude, con rammarico, annotando la triste vittoria dell’Italia dei furbi e dei servi e tornando alle parole che lo stesso Matteotti aveva lucidamente pronunciato già nel 1922, esortando i propri compagni a non credere in una illusoria restituzione della libertà da parte del fascismo. Un avvertimento che, purtroppo come evidenzia Giovanni Borgognone nella sua opera, rimase inascoltato.
L'opera di Borgognone si presenta come un testo certamente utile sia per gli addetti ai lavori, sia per i profani, in cui l’A. si premura di non far mancare tutti i riferimenti necessari alla comprensione degli eventi. Spesso Borgognone si lascia andare a precisi – seppur velati – riferimenti alla realtà contemporanea, generando al contempo una sensazione di déjà vu che, in ogni caso, bisogna sempre e comunque porre nel giusto contesto storico. Questi elementi, uniti alla brillante esposizione dei fatti, ne fanno un testo consigliato a chiunque voglia comprendere quelle meccaniche che hanno portato l’Italia degli anni Venti verso la deriva autoritaria fascista.